Il vuoto di valori non riguarda solo i "maranza"

Gli atti di teppismo commessi dai giovani non hanno mai una sola causa. Possono essere la conseguenza di un contesto familiare difficile, di un disagio personale, del degrado del contesto in cui si vive, della mancanza di opportunità educative, dell’influenza del gruppo. Psicologi, sociologi, criminologi, educatori riescono a fornire moltissime spiegazioni senza per questo voler giustificare la violenza o le devastazioni. Quello che però accomuna azioni come quelle che si sono viste soprattutto a Milano in questi giorni si può forse ricondurre anche a un bisogno di farsi vedere, un modo per dire: “Guardatemi, esisto anche io”. Il fatto che questa “ricerca di visibilità” avvenga per mezzo di azioni riprovevoli e inaccettabili perché violente, compiute in particolare da minorenni, dovrebbe farci riflettere sul fatto che se la repressione è una soluzione possibile, e viene istintivamente voglia di chiedere che sia durissima, ristabilire il quieto vivere non eliminerà il problema di fondo: più il bisogno di visibilità è disperato, e nasce da un vuoto di valori, più è probabile che troverà altri modi per emergere. È quasi una legge fisica, se il codice di fondo è quello dell’odio e della violenza. Ciò che accade nel mondo in questa stagione di conflitti dovrebbe averlo fatto capire anche ai più refrattari verso la grammatica della pace: se si può invadere una nazione, sterminare una popolazione, attentare alla vita di giovani in festa, tirare bombe sui palazzi, perché non si dovrebbe poter “occupare” un negozio, e anziché uccidere bambini svaligiarlo per portarsi a casa scarpe di plastica e gomma che valgono 2 euro ma ne costano 200?

Non c’è un velo di ipocrisia nell’accettare l’assuefazione alla logica della guerra, nell’esaltare culturalmente e politicamente l’idea che a prevalere deve essere il più forte, chi urla e insulta di più e picchia meglio, anche solo metaforicamente, e poi reclamare l’atomica sui ragazzini che spaccano le vetrine di un centro città? I teppisti sono semplicemente teppisti, le periferie e gli hinterland metropolitani conoscono bene i giovani che delinquono, scippano, spacciano, generano risse, terrorizzano le persone. È vita quotidiana. E fanno paura, perché non sono così “evoluti” da riuscire a raggirare gli anziani spacciandosi per carabinieri, ma sfuggono al controllo, delle forze dell’ordine e delle istituzioni educative. Soprattutto spaventano, perché vederli in azione a gruppetti concentrati in uno spazio ristretto come è il salotto del centro di Milano trasmettono l’idea di un esercito informale, organizzato per bande, gang senza padri, manovrato da chissà chi attraverso quei social network che utilizziamo tutti.

Si è detto del vuoto di valori che spinge ad assaltare non i forni del pane, ma i negozi delle sneakers più ambite e le vetrine dei marchi globali di un certo tipo di lusso. E non è un caso che le manifestazioni più estreme si siano viste principalmente a Milano, non dove la povertà colpisce storicamente di più. Col passare del tempo il racconto pubblico ha allontanato il capoluogo lombardo dall’immagine di una città con il cuore in mano, capace di accogliere e restituire nel segno del lavoro, per farne una della capitali del mondo benestante, dove si entra solo in quanto ricchi, e tutto funziona al meglio e si viene accettati in virtù dei soldi, a prescindere dal valore o dai valori che si esprimono. Non bastano più i dané , per essere milanesi, l’espressione antica di una conquista sociale maturata attraverso il sacrificio e l’impegno, serve proprio il cash, fondamentalmente lo stesso elemento cantato dai trapper di riferimento nella sottocultura delle periferie. Vista da fuori, dall’hinterland, Milano è diventata una fortezza, una città-simbolo dove le opportunità sono state confinate nell’area sempre più inaccessibile e ristretta del privilegio (che è diverso dalla semplice fortuna), i soldi, l’unica chiave capace di aprire tutte le porte, possono arrivare dai grattacieli o dai pandori, dall’evasione o dai capitali stranieri esentasse, non puzzano mai, mentre il lavoro e l’impegno sembrano pagare sempre di meno.

Non è un problema milanese, è un tema sociale e educativo privo di una precisa cittadinanza, ma dove la disuguaglianza raggiunge i livelli più elevati, lo ha scritto bene Stefano Arduini su Vita.it parlando di «protesta conformista», la percezione della roccaforte diventa molto più netta. Mentre l’area dell’esclusione cresce in ampiezza, rischiando contiguità pericolose. Se esiste un vuoto diffuso, allora, andrebbe riempito parlando ai giovani di fatica, di sacrificio, di impegno, di studio, di lavoro onesto, di rispetto delle regole, di strade in salita da percorrere insieme, di famiglia, di crescita dei figli, di solidarietà verso il prossimo, di buona integrazione, di pace. Il fatto è che chi ci prova rimane spaesato, sperimenta una strana forma di emarginazione, fatica a mostrare orizzonti di speranza, che pure ci sarebbero. La comunità attorno ha eletto la violenza a linguaggio comune, ed esalta l’apparenza, il consumo come culto, il denaro, il successo senza etica. Il deserto di valori c’è, purtroppo non è un’esclusiva dei “maranza”. Teppisti e vandali vanno fermati, arginati nella violenza che segna quotidianamente le loro vite, non solo nei weekend quando vanno in centro. Ma farlo solo perché disturbano la quiete, senza la capacità di offrire autentiche alternative di senso, sarebbe come imporre a forza un trattamento estetico a un corpo che vede la decomposizione.

Massimo Calvi
Avvenire
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I giovani sono sempre di meno, dovremmo ascoltarli di più

Nel momento in cui anche tanti studenti italiani, in diverse città, hanno incominciato a manifestare, con un ventaglio di rivendicazioni ampio ed eterogeno, che va dalle condizioni degli edifici scolastici alle risorse per l’istruzione fino alle ultime riforme, tra le quali rientra l’introduzione del tetto per gli stranieri, può essere utile fare un passo indietro. E ripartire dalla Francia, da dove cioè è stata accesa la prima “miccia” di questa nuova protesta studentesca che purtroppo si sta caratterizzando in diversi casi anche per infiltrazioni politiche e derive violente che hanno obiettivi esterni al perimetro scolastico. C’è infatti un dato anagrafico che può essere interessante rilevare: i liceali francesi scesi in piazza per chiedere più investimenti nella scuola e percorsi di accesso all’università più trasparenti sono nati attorno all’anno 2010. Non è un aspetto marginale: in quell’anno in Francia si è registrato un picco di nascite, 828.000, la cifra più alta dagli anni Settanta. L’elemento demografico ha un suo peso, nel momento in cui Oltralpe una generazione di studenti si trova costretta a seguire le lezioni in aule affollate e, dopo il diploma, fatica ad accedere all’università perché non c’è posto per tutti, mentre la selezione dei “meritevoli” è affidata alla piattaforma Parcoursup, guidata parzialmente da un algoritmo.

Fermarsi a guardare i cassonetti che bruciano in Francia, insomma, per quanto si tratti di azioni condannabili, non aiuta a vedere oltre per comprendere la vera natura delle richieste. In una fase storica in cui l’Intelligenza artificiale rende difficile capire cosa si deve studiare oggi per trovare lavoro domani, soprattutto se ci saranno ancora lavori, e quali, questi giovani chiedono fondamentalmente di studiare. Anzi, di studiare meglio, in spazi dignitosi, con professori meno stressati e adeguatamente retribuiti. Non sono richieste molto diverse da quelle che animano da tempo il contesto italiano, se oltre ai tassi di burnout della classe insegnante si pensa a come il percorso verso la maturità, più che una maratona di crescita e formazione verso un traguardo finale è diventato una corsa a ostacoli, dove ogni voto conta per il curriculum, mentre poi per iscriversi all’università si devono sostenere ulteriori esami con i test di ammissione.

Confronti a parte, la lezione francese dovrebbe far riflettere sullo sguardo che le nostre società sempre più anziane rivolgono alle giovani generazioni. La demografia, in tal senso, resta una chiave di lettura efficace. L’alto numero di nascite registrate in Francia nel 2010, che ha reso numerosissima l’attuale generazione di sedicenni, è infatti diventato un “picco” perché da quell’anno in poi i tassi di fecondità sono andati cadendo molto rapidamente, fino ad arrivare ai 645mila nati del 2025. Da questo punto di vista si potrebbe pensare che la protesta andrà a spegnersi presto per esaurimento della materia prima, i giovani. Con sempre meno figli ci saranno meno scuole e alla fine meno studenti nelle università. Una prospettiva che l’Italia sta già osservando da vicino, visto che entro il 2040 è previsto debba perdere altri due milioni di studenti, ma che non può rasserenare. Il crollo delle nascite in Francia registrato dopo il 2010 è stato attribuito da varie analisi anche con il netto ridimensionamento delle politiche familiari decisi dal governo di François Hollande, tra la riduzione dei vantaggi del quoziente fiscale a partire dal 2013 e la fine del sistema di assegni familiari universali decisa nel 2014. La flessione dei tassi di fecondità è un tratto comune a molti Paesi avanzati, ma anche l’inadeguatezza degli investimenti a favore delle nuove generazioni, a partire dalla loro venuta al mondo, è elemento comune a vari contesti nazionali, in particolare il nostro, caratterizzati da elevati debiti pubblici e invecchiamento della popolazione.

Lo stesso impatto che le tecnologie digitali non governate hanno avuto sulla salute mentale dei giovanissimi può essere visto come la conseguenza di una resa educativa, una pubblica trascuratezza verso le età in erba effetto dell’interesse per altre priorità, altre “cose da fare”. Pensiamo anche a quanto poco si parli, in genere, nel nostro Paese, di risorse da destinare specialmente a chi ha figli, li cresce e vorrebbe farli studiare, quando si discute di tagli di tasse e di accise o di sconti energetici in vista della prossima Manovra. Guardare i cassonetti che bruciano in Francia, o gli atti di vandalismo nei cortei italiani, deve servire a condannare la violenza, e a fare ordine nelle rivendicazioni, ma non può essere l’alibi per sottrarsi alla responsabilità di capire perché molti giovani chiedono di studiare meglio, supportati dalle loro famiglie e dagli insegnanti. Impedisce soprattutto di cogliere il paradosso che si nasconde dietro l’esatto opposto di quanto sta avvenendo. Perché se una intera generazione, anziché sfilare e protestare, decidesse improvvisamente di smettere di studiare, l’intera Europa si troverebbe vittima di una tale perdita di capitale umano, in aggiunta al prosciugamento indotto dall’inverno demografico, da compromettere la tenuta economica e sociale dell’intero Continente. Ecco, da questa prospettiva, forse è più facile capire perché sarebbe utile investire di più nei giovani e nella loro formazione, magari incominciando ad ascoltarli, senza pregiudizi.

Massimo Calvi
Avvenire, 17/10/2026
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