Nel momento in cui anche tanti studenti italiani, in diverse città, hanno incominciato a manifestare, con un ventaglio di rivendicazioni ampio ed eterogeno, che va dalle condizioni degli edifici scolastici alle risorse per l’istruzione fino alle ultime riforme, tra le quali rientra l’introduzione del tetto per gli stranieri, può essere utile fare un passo indietro. E ripartire dalla Francia, da dove cioè è stata accesa la prima “miccia” di questa nuova protesta studentesca che purtroppo si sta caratterizzando in diversi casi anche per infiltrazioni politiche e derive violente che hanno obiettivi esterni al perimetro scolastico. C’è infatti un dato anagrafico che può essere interessante rilevare: i liceali francesi scesi in piazza per chiedere più investimenti nella scuola e percorsi di accesso all’università più trasparenti sono nati attorno all’anno 2010. Non è un aspetto marginale: in quell’anno in Francia si è registrato un picco di nascite, 828.000, la cifra più alta dagli anni Settanta. L’elemento demografico ha un suo peso, nel momento in cui Oltralpe una generazione di studenti si trova costretta a seguire le lezioni in aule affollate e, dopo il diploma, fatica ad accedere all’università perché non c’è posto per tutti, mentre la selezione dei “meritevoli” è affidata alla piattaforma Parcoursup, guidata parzialmente da un algoritmo.
Fermarsi a guardare i cassonetti che bruciano in Francia,
insomma, per quanto si tratti di azioni condannabili, non aiuta a vedere oltre
per comprendere la vera natura delle richieste. In una fase storica in cui
l’Intelligenza artificiale rende difficile capire cosa si deve studiare oggi
per trovare lavoro domani, soprattutto se ci saranno ancora lavori, e quali,
questi giovani chiedono fondamentalmente di studiare. Anzi, di studiare meglio,
in spazi dignitosi, con professori meno stressati e adeguatamente retribuiti.
Non sono richieste molto diverse da quelle che animano da tempo il contesto
italiano, se oltre ai tassi di burnout della classe insegnante si pensa a come
il percorso verso la maturità, più che una maratona di crescita e formazione
verso un traguardo finale è diventato una corsa a ostacoli, dove ogni voto
conta per il curriculum, mentre poi per iscriversi all’università si devono
sostenere ulteriori esami con i test di ammissione.
Confronti a parte, la lezione francese dovrebbe far
riflettere sullo sguardo che le nostre società sempre più anziane rivolgono
alle giovani generazioni. La demografia, in tal senso, resta una chiave di
lettura efficace. L’alto numero di nascite registrate in Francia nel 2010, che
ha reso numerosissima l’attuale generazione di sedicenni, è infatti diventato
un “picco” perché da quell’anno in poi i tassi di fecondità sono andati cadendo
molto rapidamente, fino ad arrivare ai 645mila nati del 2025. Da questo punto
di vista si potrebbe pensare che la protesta andrà a spegnersi presto per
esaurimento della materia prima, i giovani. Con sempre meno figli ci saranno
meno scuole e alla fine meno studenti nelle università. Una prospettiva che
l’Italia sta già osservando da vicino, visto che entro il 2040 è previsto debba
perdere altri due milioni di studenti, ma che non può rasserenare. Il crollo
delle nascite in Francia registrato dopo il 2010 è stato attribuito da varie
analisi anche con il netto ridimensionamento delle politiche familiari decisi
dal governo di François Hollande, tra la riduzione dei vantaggi del quoziente
fiscale a partire dal 2013 e la fine del sistema di assegni familiari
universali decisa nel 2014. La flessione dei tassi di fecondità è un tratto
comune a molti Paesi avanzati, ma anche l’inadeguatezza degli investimenti a
favore delle nuove generazioni, a partire dalla loro venuta al mondo, è
elemento comune a vari contesti nazionali, in particolare il nostro,
caratterizzati da elevati debiti pubblici e invecchiamento della popolazione.
Lo stesso impatto che le tecnologie digitali non governate
hanno avuto sulla salute mentale dei giovanissimi può essere visto come la
conseguenza di una resa educativa, una pubblica trascuratezza verso le età in
erba effetto dell’interesse per altre priorità, altre “cose da fare”. Pensiamo
anche a quanto poco si parli, in genere, nel nostro Paese, di risorse da
destinare specialmente a chi ha figli, li cresce e vorrebbe farli studiare,
quando si discute di tagli di tasse e di accise o di sconti energetici in vista
della prossima Manovra. Guardare i cassonetti che bruciano in Francia, o gli
atti di vandalismo nei cortei italiani, deve servire a condannare la violenza,
e a fare ordine nelle rivendicazioni, ma non può essere l’alibi per sottrarsi
alla responsabilità di capire perché molti giovani chiedono di studiare meglio,
supportati dalle loro famiglie e dagli insegnanti. Impedisce soprattutto di
cogliere il paradosso che si nasconde dietro l’esatto opposto di quanto sta
avvenendo. Perché se una intera generazione, anziché sfilare e protestare,
decidesse improvvisamente di smettere di studiare, l’intera Europa si
troverebbe vittima di una tale perdita di capitale umano, in aggiunta al
prosciugamento indotto dall’inverno demografico, da compromettere la tenuta
economica e sociale dell’intero Continente. Ecco, da questa prospettiva, forse
è più facile capire perché sarebbe utile investire di più nei giovani e nella
loro formazione, magari incominciando ad ascoltarli, senza pregiudizi.
Massimo Calvi
Avvenire, 17/10/2026
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