Fisco e tasse, l'altro scudo fiscale


Non è semplice valutare con serenità e distacco un provvedimento come lo scudo fiscale (anzi, è quasi impossibile se ci si pone in una rigida logica di schieramento o se ci si fa prendere da opposte indignazioni contro chi non paga le tasse o contro le tasse inique). Ma noi vorremmo provare a sottoporre a questo tipo di giudizio il provvedimento sul rimpatrio dei capitali. Un sistema di norme ormai definito, e che va analizzato soppesandone con attenzione i costi e i benefici. Solo così, forse, è possibile trarre da questa vicenda una "morale" impegnativa per l'intera comunità nazionale e utile per ridare un significato pieno al termine «legalità».
Proviamo a spiegarci. Sul primo piatto della bilancia ci sono 300 miliardi. Secondo una stima bancaria sarebbe, infatti, questa la monumentale marea di euro fatta rifluire in "paradisi" esteri da imprese e (ricche) famiglie italiane. Se per effetto dello scudo fiscale ne rientrassero in patria anche solo un terzo, il beneficio per le casse pubbliche sarebbe di circa 5 miliardi.
In tempi di crisi e di crollo delle entrate, sindacare sul "profumo" di un tale tesoro rischia di sembrare un discutibile esercizio retorico. Soprattutto se a beneficiare dell'interessato pentimento dei campioni dell'evasione fiscale fossero settori come la scuola, l'università, l'economia sociale.

Sul secondo piatto della bilancia, c'è il peso dei costi che l'operazione porta con sé. Per spingere a riportare i capitali in Italia il governo applicherà una mini-tassa del 5% e si prepara a chiudere gli occhi sulle somme macchiate da reati tributari e societari, come il falso in bilancio.
Il messaggio veicolato dall'operazione-scudo rischia, insomma, di avere effetti deleteri. Alla terza sanatoria in neanche dieci anni, dopo quelle del 2001 e del 2002, l'onesto contribuente ha poco da rallegrarsi: si possono lanciare proclami e fare grandi battaglie su fannulloni, burosauri, caste e baroni ma quando si tratta di evasori una soluzione premia-furbi salta sempre fuori.
I due piatti non staranno mai in equilibrio. A meno che il varo e l'accettazione dello scudo fiscale 2009 non siano davvero accompagnati dalla messa in campo di un'immediata e credibile offensiva contro l'evasione fiscale. E dall'impegno a scolpire nel marmo (e non solo sulla carta) la solenne volontà di non riproporre più una sanatoria di questa natura e di questa portata.
Alcuni segnali sembrano indicare che una svolta nella lotta alla frode fiscale e nel recupero delle somme nascoste è oggi davvero possibile. Purché i colpi a effetto - come la confisca degli orecchini di Maradona, la messa nel mirino di qualche altro vip e prima ancora le verifiche sui megayacht di vacanzieri ufficialmente nullatenenti - siano il prologo di un'azione coerente e continua. Solo la percezione di un fisco equo, attento e serio indurrà gli esportatori di capitali a pagare strutturalmente più di quel 5% di sanzione oggi proposto (e che è di per sé un'ammissione di debolezza dello Stato) e porterà noi tutti a pagare un po' di meno.

Sarebbe tuttavia illusorio ? e veniamo a un punto cruciale ? pensare di porre fine agli scandali fiscali senza uno scatto di civiltà e un ampio recupero di moralità. Deve mutare il giudizio circa il comportamento del singolo evasore. Perché uno Stato - neanche il meglio strutturato - nulla può se l'illecito viene condonato già all'origine, nella coscienza comune come in quella individuale, e se il comportamento di chi evade le tasse è tollerato nel giudizio della stessa parte defraudata. Ci sono in ballo principi dell'etica sociale - l'onestà, la trasparenza, la responsabilità...
- che non possono più essere trascurati o attenuati in un'ulteriore e devastante concessione a certo imperante relativismo. L'atto con cui si sta varando questa nuova sanatoria deve, insomma, tracciare un invalicabile confine.
E la comunità nazionale deve saper alzare un suo scudo ? di giudizio morale ed economico ? a difesa di risorse che appartengono a tutti. I soldi per i servizi essenziali e i miliardi necessari alle grandi riforme strutturali del nostro welfare - la riforma degli ammortizzatori sociali e il varo del sospirato quoziente familiare - prima ancora che nel rimpatrio dei capitali si trovano in ciò che origina quei tesori occultati: i 250 miliardi all'anno di ricchezza, quasi il 20% del Pil, che anche l'accettazione collettiva e la rassegnazione contribuiscono a relegare nel «sommerso». E che invece rappresentano una gigantesca sottrazione di risorse ai progetti di solidarietà e di equità sociale.

Massimo Calvi
Avvenire, 30.9.2009

Alberghi diffusi


Se pensate che imparare a tagliare l'erba con la «ranza» sia meno utile di un'ora in palestra. Se credete che aiutare i contadini nella fienagione non valga una rémise en forme in un centro benessere. Se non vi entusiasma l'idea di una vacanza dove i «vicini di casa» vi dicono tutto su funghi, erbe spontanee o tosa delle pecore. Se è così allora non salite a Ornica, antico borgo rurale di nemmeno 200 anime, in alta Valle Brembana, Parco delle Orobie bergamasche. L'esperienza di «ospitalità diffusa» che 16 donne del paese hanno predisposto per accogliere un nuovo tipo di turista e accompagnarlo a riscoprire la bellezza e la semplicità della vita di montagna, a ritemprarsi calandosi in un ambiente autentico vivendo più da residente che da ospite, forse non fa per voi.Perché la sfida lanciata dalla cooperativa «Donne
di Montagna» è più di un'offerta turistica. È una risposta allo spopolamento del paese che solo 40 anni fa contava un migliaio di abitanti, una reazione alla crisi economica che ha ristretto le possibilità di lavoro, è il sogno di assicurare un domani ai luoghi della propria vita. Cinque case d'epoca nel vecchio centro e cinque baite sono state restaurate a regola d'arte per ricavarne 60 posti letto secondo il modello dell'«albergo diffuso»: che vuol dire una reception unica, spazi comuni e servizi garantiti proprio come in un hotel, ma con la differenza che le camere e la hall sono veri luoghi del posto e il visitatore diventa parte della comunità.
L'albergo diffuso di Ornica è aperto da ieri, rivolto a bambini, ragazzi, scolaresche e turisti non banali. «Le donne che hanno fondato la cooperativa per gestire l'attività sono quasi tutte casalinghe e questa avventura è come un tuffo nel passato ma guardando al futuro – racconta la presidente Cinzia Balestra, che al progetto conferisce l'esperienza di un agriturismo gestito a fondovalle con il marito Ferdy Quarteroni –. Negli anni '60 gli uomini emigravano in Francia e Svizzera per lavorare e le donne restavano a gestire l'economia di casa, seguire i campi e il bestiame. Oggi i mariti lavorano in città, i giovani se ne vanno. Ma qui c'è un territorio ancora intatto, dove le famiglie hanno l'opportunità di calarsi in una dimensione d'altri tempi, di vivere la montagna per quello che è, ma anche riscoprire tempi e modi della vita contadina».

Il paese-albergo diventa volano di un nuovo sviluppo, attiva piccole filiere di economia nel territorio. Le donne sono anima e motore dell'iniziativa, i ragazzi trovano nuove occasioni per restare. Chi ha imparato a fare da guida per le escursioni a piedi, cavallo o anche a dorso di asino, chi si è messo a costruire slitte di legno per le discese in libertà sulla neve, chi è tornato a produrre formaggi e salumi, chi maglioni con la lana locale o coltelli artigianali. Quello di Ornica è solo l'ultimo nato, ma di alberghi diffusi in Italia ce ne sono un'ottantina, frequentati lo scorso anno da 300mila visitatori, per un terzo stranieri. Tutto ha inizio nel 1976 dopo il terremoto del Friuli, quando in Carnia si provò a immaginare un nuovo modo di recuperare i paesi e rilanciare il turismo. Dopo vari tentativi anche in altre regioni, i primi veri alberghi diffusi riescono a partire solo diversi anni dopo in Sardegna, a Bosa e Santu Lussurgiu, in provincia di Oristano, grazie al sostegno della legge regionale del 1998. Da allora, la crescita è stata senza sosta. Il segreto del successo è una miscela di fattori storici, culturali e sociali, come spiega Giancarlo Dall'Ara, docente di marketing nel turismo a Perugia, ma soprattutto consulente già delle prime esperienze e presidente dell'Associazione Alberghi Diffusi (Adi): «Il modello di ospitalità nei borghi incontra le esigenze del turista di terza generazione, quello che ha dato per acquisito il diritto alla vacanza conquistato negli anni '60 ma che si è stancato delle formule di viaggio standardizzate del turismo di massa. Oggi in vacanza si cercano relazioni vere, sempre più difficili nella vita quotidiana, mentre il desiderio di autenticità impatta con le proposte per turisti. Se in un normale hotel si fa conoscenza con gli altri ospiti, in un Albergo Diffuso si entra in relazione con i residenti. È la rivincita dei "luoghi" contro la proliferazione dei "non-luoghi"». Sono molti i paesi-albergo,
possono essere di charme o più popolari, ma l'autenticità della proposta è garantita dal rispetto di alcuni precisi requisiti, elencati nel Manifesto dell'associazione. Tra questi, la presenza di una comunità viva nel orgo e uno stile riconoscibile.

A Palazzuolo sul Senio, in provincia di Firenze, ad esempio, l'Albergo Locanda Senio guida gli ospiti in un percorso di scoperta dei sapori della cucina medievale, mentre autenticamente medievali sono le camere restaurate del relais «Due Campanili» di Montemaggiore al Metauro, immerso nella dolcezza della campagna marchigiana. All'Omu Axiu di Orroli, nel cagliaritano, ci si ritrova immersi in un vero museo etnografico
e del ricamo, mentre all'albergo Val di Kam, nell'arroccato contesto agrigentino di Sant'Angelo Muxaro, il pasto si consuma invitati a turno nelle case dei residenti. Il terremoto in Abruzzo ha invece riportato l'attenzione sul Sextantio, nel borgo mediceo fortificato di Santo Stefano di Sessanio, abbarbicato a 1250 metri sulle montagne del Parco del Gran Sasso, e rimasto miracolosamente intatto. Turismo, storia, relazioni. Ma non solo. «Il termine "Albergo Diffuso" è ormai affermato all'estero ed è riconosciuto come una caratteristica tipicamente italiana – spiega Dall'Ara –. Per non disperdere questo patrimonio servirebbero norme specifiche in tutte le regioni e soprattutto una legge nazionale. È il modello di turismo sostenibile per eccellenza, uno strumento formidabile per valorizzare il ricco patrimonio dei nostri borghi che rischiano lo spopolamento e combattere lo spettro di un'Italia disseminata di ghost town».
Massimo Calvi - Avvenire 14.06.09