Prende forma il bonus bebè da 80 euro al mese, che dal 2015 sarà elargito ai nuovi nati (o adottati), per tre anni, a condizione che il reddito dei genitori non superi i 90mila euro lordi. Soprattutto, si fa chiarezza delle cifre che saranno stanziate. Ieri il ministero dell'Economia ha lasciato capire che non c'è stato alcun taglio rispetto ai 500 milioni inizialmente promessi dal premier Matteo Renzi. E dunque «nessun bebè sarà escluso». La conferma è arrivata anche dal ministro della Salute, Beatrice Lorenzin. Per il 2015, infatti, al bonus bebè basteranno 202 milioni di euro, mentre gli altri 298 milioni dei 500 annunciati saranno destinati a un Fondo per le politiche famigliari. In caso nascessero più bambini del previsto, in sostanza, il bonus sarà erogato attingendo proprio da questo fondo.
Sempre in tema di risorse, Lorenzin ha aggiunto che nel 2017 lo stanziamento sarà di 607 milioni, nel 2018 di 1.012 milioni, nel 2019 di 607 milioni e nel 2020 ancora di 202 milioni. Nei fatti, la Legge di Stabilità destina 3,642 miliardi di euro in 5 anni, «un finanziamento senza precedenti a sostegno delle nascite», ha aggiunto Lorenzin.
Ma come verrà elargito il bonus? In attesa dei dettagli che saranno contenuti nel decreto attuativo, è certo che l'assegno andrà richiesto dai genitori, dunque non arriverà in automatico, e ad erogarlo sarà l'Inps. Ancora da vedere, e qui la palla passa al Parlamento, se si tratterà di valutare il reddito sulla base dell'indicatore Isee oppure se si guarderà semplicemente alla somma dei redditi dei genitori. Altro aspetto decisivo, il bonus non concorrerà a far aumentare il reddito famigliare, dunque non rischierà di far scattare aumenti delle tasse o delle rette del nido. Inoltre, dal quinto figlio in poi, non si guarderà più al reddito per elargire il bonus.
Considerato che l'assegno sarà assegnato anche ai figli adottati dal 2015 al 2017, un'altra casella da riempire riguarda la possibilità di concederlo ai bambini in affido.
Il bonus bebè piace ai neonatologi della Società italiana di neonatologia (Sin). «Nei primi mesi di vita ? spiega il presidente Costantino Romagnoli ? le famiglie sono chiamate a spese extra, spesso non deducibili, per la cura e la salute del neonato: 80-90 euro al mese sono una cifra significativa per una famiglia monoreddito (7-8% dell'entrata mensile), ma anche per un nucleo in cui lavorano entrambi i coniugi, e con redditi bassi».
Ma se in un anno nascono poco più di 500mila bambini, come è possibile pensare di dare loro 960 euro l'anno e spendere solo 202 milioni nel 2015? Il punto è che i bambini non nascono tutti a gennaio, dunque la somma da elargire salirà progressivamente, assegnando gli 80 euro a circa 40mila bambini in più ogni mese. Inoltre i nati a gennaio incominceranno a percepire l'assegno almeno il mese successivo, quelli di dicembre solo dal 2016. L'auspicio è che le risorse siano messe a dura prova da un'inpennata della natalità e della speranza.
Massimo Calvi
Avvenire 25.10.14
Ladri, terroristi, ciccioni e negri: le parole che uccidono
Più di un italiano su tre se incontra un arabo in aeroporto teme che possa trattarsi di un terrorista. Quattro italiani su cinque, invece, si mettono la mano al portafoglio se una "zingara" sale sull'autobus.
È l'effetto del pregiudizio, o meglio, di quello che la narrazione collettiva trasmette alle persone, spingendole a costruirsi un'immagine degli altri diversa da quello che l'esperienza individuale ha detto loro. Ed è proprio in questo margine, tra ciò che ci hanno raccontato e ciò che abbiamo vissuto, che si annidano i germi dei pregiudizi, della discriminazione, dell'intolleranza e persino della violenza.
Ma perché tutto possa detonare, arrivando al peggio, ci vogliono altri ingredienti, e uno di questi è rappresentato dalle emozioni: come la paura, l'insicurezza, l'invidia. È questo il percorso che porta ad esempio a provare antipatia per rom e tossicodipendenti, a esprimere atteggiamenti ostili verso i migranti, o non rispettosi nei confronti degli omosessuali, a discriminare una donna sul lavoro.
Ad analizzare il rapporto tra gli italiani e le discriminazioni è una rilevazione demoscopica condotta per Famiglia Cristiana da Swg, e che viene presentata oggi in occasione del lancio della campagna sociale "Anche le parole possono uccidere", cui aderiscono pure Avvenire e la Federazione dei settimanali cattolici.
Ad emergere è molto più di una classifica di chi piace e chi no. Gli italiani dicono di provare "simpatia" per i giovani, le donne, gli anziani, i poveri, gli uomini, i cristiani e i meridionali. Sembrano essere "neutri" in rapporto a settentrionali, persone di colore, magri, omosessuali, persone molto grasse ed ebrei. Decisamente "antipatici" risultano invece i ricchi, i musulmani e chi chiede la carità, mentre a un livello inferiore si trovano rom e sinti e i tossicodipendenti.
"Zingari" e "drogati" sono dunque le categorie che più procurano disagio: il 70% avrebbe problemi a cenare con un tossicodipendente, il 66% con un rom, il 74% si sentirebbe urtato dall'avere un "tossico" vicino di casa, il 70% un rom. Grossi problemi anche con extracomunitari e musulmani: 4 su 10 preferirebbe non averli come vicini di casa e circa uno su tre (28% e 33%) proverebbe disagio se li avesse come colleghi di lavoro.
Passando al piano personale, il quadro non cambia molto: il fidanzato da evitare per la figlia? Il tossicodipendente (82%), il rom/sinti (72%), il musulmano (69%), un uomo più anziano (58%), un'altra donna (54%), un extracomunitario (50%). A colpire è anche un altro aspetto: la differenza tra la discriminazione percepita e quella realmente vissuta. Per l'87% degli intervistati, ad esempio, in Italia ci sono diffusi atteggiamenti discriminatori legati alle preferenze sessuali e per l'83% alle origini etniche. Mentre il 66% si è sentito discriminato almeno una volta nella vita. Per che cosa? Condizione economica (40%), motivi estetici (36%), peso (35%) e genere (34%).
L'indagine ha poi messo in luce che le persone che fanno riferimento ai valori della patria e della tradizione cattolica sono molto più tolleranti della media, salvo nel caso degli omosessuali.
Tollerante è anche chi asserisce di credere molto nel valore della scuola e della formazione. A produrre ostilità verso i migranti sono invece il senso di insicurezza e la percezione di essere esclusi dalla società. Insomma: la discriminazione non trova terreno fertile dove ci sono cultura ed educazione, prolifera quando a dominare sono le difficoltà e le paure individuali.
Massimo Calvi
È l'effetto del pregiudizio, o meglio, di quello che la narrazione collettiva trasmette alle persone, spingendole a costruirsi un'immagine degli altri diversa da quello che l'esperienza individuale ha detto loro. Ed è proprio in questo margine, tra ciò che ci hanno raccontato e ciò che abbiamo vissuto, che si annidano i germi dei pregiudizi, della discriminazione, dell'intolleranza e persino della violenza.
Ma perché tutto possa detonare, arrivando al peggio, ci vogliono altri ingredienti, e uno di questi è rappresentato dalle emozioni: come la paura, l'insicurezza, l'invidia. È questo il percorso che porta ad esempio a provare antipatia per rom e tossicodipendenti, a esprimere atteggiamenti ostili verso i migranti, o non rispettosi nei confronti degli omosessuali, a discriminare una donna sul lavoro.
Ad analizzare il rapporto tra gli italiani e le discriminazioni è una rilevazione demoscopica condotta per Famiglia Cristiana da Swg, e che viene presentata oggi in occasione del lancio della campagna sociale "Anche le parole possono uccidere", cui aderiscono pure Avvenire e la Federazione dei settimanali cattolici.
Ad emergere è molto più di una classifica di chi piace e chi no. Gli italiani dicono di provare "simpatia" per i giovani, le donne, gli anziani, i poveri, gli uomini, i cristiani e i meridionali. Sembrano essere "neutri" in rapporto a settentrionali, persone di colore, magri, omosessuali, persone molto grasse ed ebrei. Decisamente "antipatici" risultano invece i ricchi, i musulmani e chi chiede la carità, mentre a un livello inferiore si trovano rom e sinti e i tossicodipendenti.
"Zingari" e "drogati" sono dunque le categorie che più procurano disagio: il 70% avrebbe problemi a cenare con un tossicodipendente, il 66% con un rom, il 74% si sentirebbe urtato dall'avere un "tossico" vicino di casa, il 70% un rom. Grossi problemi anche con extracomunitari e musulmani: 4 su 10 preferirebbe non averli come vicini di casa e circa uno su tre (28% e 33%) proverebbe disagio se li avesse come colleghi di lavoro.
Passando al piano personale, il quadro non cambia molto: il fidanzato da evitare per la figlia? Il tossicodipendente (82%), il rom/sinti (72%), il musulmano (69%), un uomo più anziano (58%), un'altra donna (54%), un extracomunitario (50%). A colpire è anche un altro aspetto: la differenza tra la discriminazione percepita e quella realmente vissuta. Per l'87% degli intervistati, ad esempio, in Italia ci sono diffusi atteggiamenti discriminatori legati alle preferenze sessuali e per l'83% alle origini etniche. Mentre il 66% si è sentito discriminato almeno una volta nella vita. Per che cosa? Condizione economica (40%), motivi estetici (36%), peso (35%) e genere (34%).
L'indagine ha poi messo in luce che le persone che fanno riferimento ai valori della patria e della tradizione cattolica sono molto più tolleranti della media, salvo nel caso degli omosessuali.
Tollerante è anche chi asserisce di credere molto nel valore della scuola e della formazione. A produrre ostilità verso i migranti sono invece il senso di insicurezza e la percezione di essere esclusi dalla società. Insomma: la discriminazione non trova terreno fertile dove ci sono cultura ed educazione, prolifera quando a dominare sono le difficoltà e le paure individuali.
Massimo Calvi
Avvenire 23.10.14
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La missione del non profit: educare gli assessori
C'è una nuova missione per il non profit: educare gli assessori. Aiutare i pubblici amministratori a comprendere che il modello dirigista nella gestione dei servizi sociali e del welfare non è più adeguato, non regge.
Oggi se si vuole continuare a mantenere in vita un sistema di Stato sociale che arrivi a tutti, un welfare universale, è necessario rivoluzionare l'approccio nella produzione dei servizi: da un sistema nel quale il pubblico produce in proprio, e al limite "delega" al Terzo settore e ai soggetti del privato sociale, a un modello di co-produzione. Dove la Pubblica amministrazione controlla, regola, accompagna, ma soprattuto co-produce, co-costruisce, co-gestisce insieme ai protagonisti, sempre più in rapporto tra loro, dell'economia sociale e del mercato "for profit".
È, come si dice, un cambio di paradigma, di cultura. Ed è per questo che l'economista bolognese Stefano Zamagni lancia una sfida a chi opera nel Terzo settore: andate ed educate alla sussidiarietà gli amministratori, non limitatevi a fare bene il vostro lavoro, ma cercate di avere una funzione "civilizzante" nel pubblico come nel privato for profit.
Il contesto è quello delle Giornate di Bertinoro per l'Economia civile, 14esima edizione dell'appuntamento dell'Aiccon (l'Associazione per la promozione della cultura della cooperazione e del non profit dell'Università di Bologna) dedicato alle questioni dello sviluppo sostenibile. Il tema di quest'anno porta a riflettere su «Dualismo e co-produzione». In buona sostanza: come superare i molti dualismi che frenano il nostro Paese, nello sviluppo regionale, ma anche nella contrapposizione tra sfera economica e sfera civile e sociale, tra reddito e fiducia; e come indirizzare il Welfare State verso un sistema fondato sulla co-produzione dei servizi.
Dove, e questa è una conseguenza necessaria, non si arriva più a parlare di utenti o di clienti, ma finalmente di «cittadini».
Il modello che pone la Pubblica Amministrazione al centro è superato nella percezione diffusa.
L'avanzata del non profit che - come ha rilevato il presidente dell'Istat Giorgio Alleva - negli ultimi 10 anni ha visto crescere gli addetti del 40% e i volontari di un milione e mezzo, ne è la prova. Ma a metterlo in rilievo è anche un'indagine Aiccon. Il 47% degli intervistati tra operatori del non profit, della pubblica amministrazione e imprenditori è convinto che per superare i dualismi nel nostro Paese occorra un nuovo paradigma di sviluppo che valorizzi i soggetti dell'economia sociale e coinvolga ancora di più le imprese for profit. Solo il 13% ritiene più utile rafforzare l'intervento del pubblico. Nell'assicurare l'universalismo del sistema di welfare, nemmeno chi lavora nella Pubblica amministrazione sembra credere in essa: il 20% di chi vi opera ritiene fondamentale affidare il compito anche al mercato. Invece il 77% degli intervistati crede in un modello condiviso tra imprese dell'economia sociale e Pubblica amministrazione.
Significativo anche il fatto che il 57% giudichi adeguati i contenuti della delega al Governo per la riforma del Terzo Settore, e che l'apprezzamento venga proprio dal mondo del non profit e della cooperazione, mentre ad essere meno convinto è la metà chi appartiene alla Pubblica amministrazione.
Come a dire che la strada da fare è soprattutto educativa, verso gli amministratori.
Mentre è forte la consapevolezza circa la necessità di assegnare al non profit un ruolo da protagonista, sviluppando forti relazioni con le imprese for profit. Qui il discorso porta dritto alla questione della misurazione dell'impatto prodotto dall'economia sociale, tema controverso. È possibile farlo? Zamagni ne è certo: il valore qualitativo può essere misurato. E anche la maggioranza del campione dell'indagine (55%) ritiene possibile raggiungere una metrica condivisa. Come, e insieme a chi, è la prossima sfida dell'economia sociale.
Massimo Calvi
Avvenire 11.10.14
Oggi se si vuole continuare a mantenere in vita un sistema di Stato sociale che arrivi a tutti, un welfare universale, è necessario rivoluzionare l'approccio nella produzione dei servizi: da un sistema nel quale il pubblico produce in proprio, e al limite "delega" al Terzo settore e ai soggetti del privato sociale, a un modello di co-produzione. Dove la Pubblica amministrazione controlla, regola, accompagna, ma soprattuto co-produce, co-costruisce, co-gestisce insieme ai protagonisti, sempre più in rapporto tra loro, dell'economia sociale e del mercato "for profit".
È, come si dice, un cambio di paradigma, di cultura. Ed è per questo che l'economista bolognese Stefano Zamagni lancia una sfida a chi opera nel Terzo settore: andate ed educate alla sussidiarietà gli amministratori, non limitatevi a fare bene il vostro lavoro, ma cercate di avere una funzione "civilizzante" nel pubblico come nel privato for profit.
Il contesto è quello delle Giornate di Bertinoro per l'Economia civile, 14esima edizione dell'appuntamento dell'Aiccon (l'Associazione per la promozione della cultura della cooperazione e del non profit dell'Università di Bologna) dedicato alle questioni dello sviluppo sostenibile. Il tema di quest'anno porta a riflettere su «Dualismo e co-produzione». In buona sostanza: come superare i molti dualismi che frenano il nostro Paese, nello sviluppo regionale, ma anche nella contrapposizione tra sfera economica e sfera civile e sociale, tra reddito e fiducia; e come indirizzare il Welfare State verso un sistema fondato sulla co-produzione dei servizi.
Dove, e questa è una conseguenza necessaria, non si arriva più a parlare di utenti o di clienti, ma finalmente di «cittadini».
Il modello che pone la Pubblica Amministrazione al centro è superato nella percezione diffusa.
L'avanzata del non profit che - come ha rilevato il presidente dell'Istat Giorgio Alleva - negli ultimi 10 anni ha visto crescere gli addetti del 40% e i volontari di un milione e mezzo, ne è la prova. Ma a metterlo in rilievo è anche un'indagine Aiccon. Il 47% degli intervistati tra operatori del non profit, della pubblica amministrazione e imprenditori è convinto che per superare i dualismi nel nostro Paese occorra un nuovo paradigma di sviluppo che valorizzi i soggetti dell'economia sociale e coinvolga ancora di più le imprese for profit. Solo il 13% ritiene più utile rafforzare l'intervento del pubblico. Nell'assicurare l'universalismo del sistema di welfare, nemmeno chi lavora nella Pubblica amministrazione sembra credere in essa: il 20% di chi vi opera ritiene fondamentale affidare il compito anche al mercato. Invece il 77% degli intervistati crede in un modello condiviso tra imprese dell'economia sociale e Pubblica amministrazione.
Significativo anche il fatto che il 57% giudichi adeguati i contenuti della delega al Governo per la riforma del Terzo Settore, e che l'apprezzamento venga proprio dal mondo del non profit e della cooperazione, mentre ad essere meno convinto è la metà chi appartiene alla Pubblica amministrazione.
Come a dire che la strada da fare è soprattutto educativa, verso gli amministratori.
Mentre è forte la consapevolezza circa la necessità di assegnare al non profit un ruolo da protagonista, sviluppando forti relazioni con le imprese for profit. Qui il discorso porta dritto alla questione della misurazione dell'impatto prodotto dall'economia sociale, tema controverso. È possibile farlo? Zamagni ne è certo: il valore qualitativo può essere misurato. E anche la maggioranza del campione dell'indagine (55%) ritiene possibile raggiungere una metrica condivisa. Come, e insieme a chi, è la prossima sfida dell'economia sociale.
Massimo Calvi
Avvenire 11.10.14
La beffa del Tfr in busta paga
L’anticipo della liquidazione in busta paga, secondo
l’ipotesi più generosa allo studio del governo, dovrebbe portare nelle tasche
dei lavoratori 100 euro netti in più al mese, se la media sono i redditi da
23mila euro lordi. Una retribuzione più "ricca", tuttavia, può
produrre un effetto poco simpatico per le famiglie con figli, come ha messo in
evidenza un dossier di "Repubblica": il rischio è perdere una parte di
detrazioni e poi finire anche in una fascia Isee più alta, e dover dunque
pagare rette più care per asili nido, mense scolastiche o tasse universitarie,
fino a vanificare il beneficio dell’aumento, quando non a renderlo
sconsigliabile.
Non è un problema del Tfr, è una questione antica che si ripropone. In sostanza il combinato tra un fisco modellato sul reddito individuale, che non valuta adeguatamente i carichi familiari, e la struttura delle tariffe dei servizi per i minori legate ai redditi, finisce per generare situazioni paradossali. È come se il sistema "spingesse" i cittadini ad accontentarsi di uno stipendio contenuto, ad avere pochi figli e a non darsi molto da fare per migliorare la propria condizione di lavoro: tanto poi scattano gli aumenti di tasse e tariffe. Un’incoerenza che dovrebbe spingere chi si interroga sulle ragioni della mancata crescita dell’Italia a concentrarsi anche sulle responsabilità del sistema fiscale.
Il vero punto critico resta in ogni caso il deficit strutturale di attenzione alle famiglie, in particolare a quelle numerose, e ai bambini in generale. A tutti i livelli. Il peso delle rette di nidi e mense, con i rincari diffusi, rappresenta oggi una delle voci più importanti nei bilanci delle famiglie. Oltretutto, l’uso improprio dell’indicatore Isee non per agevolare le fasce deboli, ma per "tassare" quelle medie, finisce per penalizzare chi paga già le tasse e contribuisce in modo progressivo al finanziamento dei servizi pubblici.
L’anticipo del Tfr nelle buste paga dei lavoratori può forse servire a rilanciare i consumi. Ma è difficile che questo si verifichi – l’esperienza del bonus da 80 euro insegna – in assenza di altri interventi, considerato che ogni misura che non tiene conto dei carichi familiari finisce per configurarsi come una palese ingiustizia.
Non è un problema del Tfr, è una questione antica che si ripropone. In sostanza il combinato tra un fisco modellato sul reddito individuale, che non valuta adeguatamente i carichi familiari, e la struttura delle tariffe dei servizi per i minori legate ai redditi, finisce per generare situazioni paradossali. È come se il sistema "spingesse" i cittadini ad accontentarsi di uno stipendio contenuto, ad avere pochi figli e a non darsi molto da fare per migliorare la propria condizione di lavoro: tanto poi scattano gli aumenti di tasse e tariffe. Un’incoerenza che dovrebbe spingere chi si interroga sulle ragioni della mancata crescita dell’Italia a concentrarsi anche sulle responsabilità del sistema fiscale.
Il vero punto critico resta in ogni caso il deficit strutturale di attenzione alle famiglie, in particolare a quelle numerose, e ai bambini in generale. A tutti i livelli. Il peso delle rette di nidi e mense, con i rincari diffusi, rappresenta oggi una delle voci più importanti nei bilanci delle famiglie. Oltretutto, l’uso improprio dell’indicatore Isee non per agevolare le fasce deboli, ma per "tassare" quelle medie, finisce per penalizzare chi paga già le tasse e contribuisce in modo progressivo al finanziamento dei servizi pubblici.
L’anticipo del Tfr nelle buste paga dei lavoratori può forse servire a rilanciare i consumi. Ma è difficile che questo si verifichi – l’esperienza del bonus da 80 euro insegna – in assenza di altri interventi, considerato che ogni misura che non tiene conto dei carichi familiari finisce per configurarsi come una palese ingiustizia.
Massimo Calvi
Avvenire 8.10.14
Oltre l'inverno demografico
C'è un effetto della grande depressione italiana che sta anche alla sua base, che ne è concausa. Trascurato per troppo tempo, oggi incomincia a far suonare più di un allarme: è il crollo della natalità che caratterizza il nostro Paese. Dallo scoppio della "crisi che non finisce", nel 2008, come ha ricordato ieri il Censis, un’Italia già in affanno demografico ha "perso" circa 62mila nati. La ragione di questo svuotamento delle culle non è solo economica, anche se la crisi sta influendo in modo netto. Il dramma è che, con ogni probabilità, il peso si farà sentire sulle nascite ancora per lungo tempo.
Una recente ricerca riferita agli Stati Uniti ha dimostrato che un solo anno di recessione può incidere sui tassi di fertilità delle donne per decenni: in pratica la generazione che si trova ad avere 20 anni durante un periodo di Pil negativo vedrà aumentare del 9% il numero di donne che a 40 anni sarà senza figli. L’Italia sta attraversando la sua terza recessione dal 2008, le ragioni per essere preoccupati ci sono tutte. È una crisi che toglie il lavoro, svuota le culle, appiattisce l’orizzonte e costringe a una depressione che non è più solo economica.
Se il tasso di fertilità nazionale è sceso all’1,39%, mentre le donne continuano a desiderare "almeno" due figli a testa, il problema esiste: ed è uno spread difficile da accettare. Per questo l’avvio del Tavolo sulla fertilità voluto dal ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, è un atto saggio e doveroso: mettere in moto un percorso per aiutare le persone a conoscere meglio la dimensione della fertilità, i suoi tempi, e le ragioni che la ostacolano è il primo passo per creare un clima favorevole e rispettoso della verità. Un tentativo, se non altro, di opporsi all’avanzata dell’inverno demografico in Italia e in Europa, che a sua volta è diventato un carburante per la crisi.
Un Paese per crescere e offrire opportunità di lavoro ha bisogno anche di bambini, ha bisogno dei consumi costanti e sani che le famiglie possono assicurare, di un numero sufficiente di giovani che hanno interesse a migliorare la propria condizione e, da attivi, di sostenere il welfare degli anziani. Ma se questa, quella che passa dai bambini, è la via per ricostruire anche la fiducia e la speranza nel futuro che la crisi ha logorato, è difficile immaginare che un piano per la natalità possa da solo produrre effetti significativi, considerato il contesto nel quale viene a calarsi. Come si può invitare a far nascere più bambini se una volta che questo avviene le famiglie trovano attorno a loro un ambiente ostile? Pensiamo alle resistenze, non economiche, che impediscono di trasformare il bonus da 80 euro in uno strumento centrato più sui carichi familiari che sui redditi individuali. O al fatto che solo il 13% dei Comuni italiani abbia previsto detrazioni per la Tasi legate al numero dei componenti del nucleo, come era con la vecchia Imu. A Roma le famiglie stanno combattendo contro l’abolizione della gratuità al nido per il terzo figlio – uno sconto raro nella sua generosità e che è venuto meno per allinearsi al resto d’Italia, dove negli ultimi anni le rette di mense e asili nido sono cresciute a livelli insostenibili, con un effetto paradossale: che un’ampia fetta della popolazione ha smesso di pagare questi servizi mentre un’altra ha cessato di usufruirne.
Eppure per il Censis la maggioranza degli italiani è convinta che con aiuti mirati, un fisco pro famiglia, nidi accessibili, tariffe alla portata, salirebbe anche la propensione ad avere figli. Non tutto può essere ridotto a calcolo economico, è evidente. Ma la sfida di ricreare un ambiente favorevole, family friendly, è ormai una vera emergenza nazionale. E passa anche da segni concreti che attraversano le frontiere del lavoro e della sua conciliazione con i tempi di vita, degli incentivi diretti e delle priorità politiche nella scala dei diritti. Nel momento in cui lo spread della natalità si rivela determinato dal condizionamento di fattori esterni, viene da dire "di regime", questa è anche una battaglia di libertà.
Massimo Calvi
Avvenire 2.10.14
Una recente ricerca riferita agli Stati Uniti ha dimostrato che un solo anno di recessione può incidere sui tassi di fertilità delle donne per decenni: in pratica la generazione che si trova ad avere 20 anni durante un periodo di Pil negativo vedrà aumentare del 9% il numero di donne che a 40 anni sarà senza figli. L’Italia sta attraversando la sua terza recessione dal 2008, le ragioni per essere preoccupati ci sono tutte. È una crisi che toglie il lavoro, svuota le culle, appiattisce l’orizzonte e costringe a una depressione che non è più solo economica.
Se il tasso di fertilità nazionale è sceso all’1,39%, mentre le donne continuano a desiderare "almeno" due figli a testa, il problema esiste: ed è uno spread difficile da accettare. Per questo l’avvio del Tavolo sulla fertilità voluto dal ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, è un atto saggio e doveroso: mettere in moto un percorso per aiutare le persone a conoscere meglio la dimensione della fertilità, i suoi tempi, e le ragioni che la ostacolano è il primo passo per creare un clima favorevole e rispettoso della verità. Un tentativo, se non altro, di opporsi all’avanzata dell’inverno demografico in Italia e in Europa, che a sua volta è diventato un carburante per la crisi.
Un Paese per crescere e offrire opportunità di lavoro ha bisogno anche di bambini, ha bisogno dei consumi costanti e sani che le famiglie possono assicurare, di un numero sufficiente di giovani che hanno interesse a migliorare la propria condizione e, da attivi, di sostenere il welfare degli anziani. Ma se questa, quella che passa dai bambini, è la via per ricostruire anche la fiducia e la speranza nel futuro che la crisi ha logorato, è difficile immaginare che un piano per la natalità possa da solo produrre effetti significativi, considerato il contesto nel quale viene a calarsi. Come si può invitare a far nascere più bambini se una volta che questo avviene le famiglie trovano attorno a loro un ambiente ostile? Pensiamo alle resistenze, non economiche, che impediscono di trasformare il bonus da 80 euro in uno strumento centrato più sui carichi familiari che sui redditi individuali. O al fatto che solo il 13% dei Comuni italiani abbia previsto detrazioni per la Tasi legate al numero dei componenti del nucleo, come era con la vecchia Imu. A Roma le famiglie stanno combattendo contro l’abolizione della gratuità al nido per il terzo figlio – uno sconto raro nella sua generosità e che è venuto meno per allinearsi al resto d’Italia, dove negli ultimi anni le rette di mense e asili nido sono cresciute a livelli insostenibili, con un effetto paradossale: che un’ampia fetta della popolazione ha smesso di pagare questi servizi mentre un’altra ha cessato di usufruirne.
Eppure per il Censis la maggioranza degli italiani è convinta che con aiuti mirati, un fisco pro famiglia, nidi accessibili, tariffe alla portata, salirebbe anche la propensione ad avere figli. Non tutto può essere ridotto a calcolo economico, è evidente. Ma la sfida di ricreare un ambiente favorevole, family friendly, è ormai una vera emergenza nazionale. E passa anche da segni concreti che attraversano le frontiere del lavoro e della sua conciliazione con i tempi di vita, degli incentivi diretti e delle priorità politiche nella scala dei diritti. Nel momento in cui lo spread della natalità si rivela determinato dal condizionamento di fattori esterni, viene da dire "di regime", questa è anche una battaglia di libertà.
Massimo Calvi
Avvenire 2.10.14
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