Più ricchi e più poveri in Italia

La notizia migliore del rapporto Istat sulle condizioni di vita delle famiglie che vivono in Italia, quella che certifica la «crescita diffusa del reddito disponibile e del potere d’acquisto» registrata nel 2015, è anche la più preoccupante. Perché dice che in media siamo più ricchi. Il problema è che nella realtà ci sono molti più poveri di prima ed è aumentata la disuguaglianza.
Ciò che è successo è chiaro: il 20% più ricco della popolazione ha visto salire così tanto le proprie entrate che ha fatto alzare la media per tutti, mentre le famiglie a rischio di povertà o esclusione sociale sono aumentate dal 28,7% al 30%. È un’Italia sempre più polarizzata, insomma, con gli estremi che si allontanano e in cui i dati medi dicono sempre meno.
Va precisato che le cifre delle dichiarazioni dei redditi 2015 non tengono conto della ripresa dei due anni successivi e nemmeno dei nuovi strumenti per il contrasto alla povertà, come il Reddito di inclusione varato proprio quest’anno. Tuttavia il tema di un Paese che si divide in estremi resta una questione centrale cui la politica dovrebbe guardare con sguardo più attento.
L’ultimo rapporto Censis ha fotografato bene la polarizzazione che sta trasformando il mondo del lavoro, con un forte aumento negli ultimi cinque anni delle professioni intellettuali e allo stesso tempo di quelle che richiedono basse qualifiche come la consegna delle merci, a fronte di un calo netto di dirigenti, operai e artigiani: fenomeno, questo, che probabilmente è responsabile anche della divaricazione degli stipendi certificata dall’Istat.
Ma l’Italia che si divide lo fa in più direzioni. A rischio di povertà o esclusione sociale sono la metà delle famiglie del Sud, la metà di quelle che dipendono da un solo stipendio, la metà dei nuclei con tre o più figli, la metà di quelle con almeno un componente straniero. Gruppi sociali ad alto rischio sono anche le donne anziane sole e i giovani disoccupati. Eppure non è solo un problema di disoccupazione: la maggioranza delle famiglie in difficoltà ha un lavoro, il problema è che è pagato troppo poco.
L’emergenza è trasversale, insomma, e per essere affrontata richiede una buona dose di onestà intellettuale. Nell’Italia che sta meglio ci sono molte famiglie e molti minori che stanno peggio, anche perché, che si sia italiani o stranieri, chi ha figli scivola automaticamente verso la povertà. Laddove non bastassero la ripresa economica o il welfare ad alleviare il carico, la differenza la può fare solo una politica che anziché alimentare ulteriori polarizzazioni e guerre tra poveri incominciasse a guardare con attenzione a tutti coloro che vivono in Italia e tra mille difficoltà cercano di dare un futuro a questo Paese.

Massimo Calvi
Avvenire, 7.12.2017

Piccoli Weinstein crescono

In Francia sta facendo discutere la proposta di legge che punta a elevare la prescrizione per la denuncia di abusi subiti dai minorenni, portandola fino a 30 anni dal compimento della maggiore età. In pratica una ragazza (o un ragazzo) vittima di una violenza avrebbe tempo fino ai 48 anni per denunciare. Il cambiamento comporterebbe una serie di problemi, a partire da quello del reperimento delle prove, ma si giustifica con una considerazione per nulla ideologica: spesso le donne vittime di un abuso acquisiscono piena consapevolezza di quello che hanno vissuto solo una volta diventate madri. Il tempo, insomma, è un fattore importante, ma più ancora lo è la "rivoluzione" che una persona, come una società, possono trovarsi ad affrontare.
Nella Giornata mondiale contro la violenza sulle donne questo esempio può servire a interpretare da una prospettiva un po' diversa lo tsunami emblematico che si è generato con lo scoppio del "caso Weinstein", il produttore di Hollywood accusato di abusi sessuali da decine di attrici per fatti accaduti diversi anni fa. Come è noto la marea si è estesa in breve tempo ad altri personaggi dello spettacolo, ad altri ambiti professionali (dalla politica al giornalismo), finendo per sommergere o almeno toccare moltissimi Paesi, compresa l'Italia. E non sembra destinata a esaurirsi in fretta. Con tutta evidenza quello che sta avvenendo è un passaggio epocale, un momento nel quale le donne, soprattutto in Occidente, stanno scorgendo la possibilità di liberarsi dalle violenze e dai soprusi che sono state costrette a subire per lungo tempo negli ambiti in cui si esercita il potere, soprattutto dove questo è gestito dagli uomini, cioè quasi ovunque.
La "transizione" sta lasciando sul campo morti e feriti e in tanti casi si riescono a vedere tutti i rischi e i limiti di un'operazione che può alimentare speculazioni, ritorsioni, ansie di protagonismo, che emette spesso sentenze senza processi, senza appelli, né prove, che fa cadere teste e carriere e tremare le gambe a chiunque abbia vissuto nel passato interpretando il potere secondo gli schemi peggiori di un'epoca senza che vi fosse una percezione di colpevolezza. Ma è proprio questo il punto, il lato quasi più difficile da interpretare da parte di molti uomini e di non poche donne nel momento in cui si legge il passato con gli occhiali del presente: è cambiato il mondo, è cambiato forse troppo in fretta, ma almeno in qualcosa è cambiato in meglio. Quanto ai danni collaterali, questi ricordano molto ciò che accade nei terremoti: se tra le rocce nel sottosuolo per lungo tempo si accumula tanta energia, viene un momento in cui questa si deve scaricare con tutta la sua forza devastante.
Ci sono comportamenti che erano sbagliati anche prima, ma la cultura dominante consigliava di sopire e non lasciava margini di comprensione: si fa così, così è la vita, così fan tutti. Bene, oggi improvvisamente non è più così, fine. Prendiamone atto. Come per le sigarette nei vecchi film, è sufficiente guardare una innocente pellicola degli anni 80 o 90, non solo le copertine dei settimanali di allora, per rendersi conto di quale fosse l'immagine e il "posto" della donna nella società. E di come fosse giusto evolversi. Oltre che per rendersi conto che oggi è in atto un cambio di paradigma, necessario, dovuto anche a una transizione generazionale.
Dunque la questione non è tanto chiedersi se gli uomini potranno ancora corteggiare una donna (certo che potranno farlo: le parole non sono mai fuori moda); ma è utile provare a domandarsi a cosa porterà questa Tangentopoli sessuale, l'inquietante possibilità che una molestia, una prevaricazione, o anche solo un tentativo inelegante di giocare impropriamente su più campi possano essere portati alla ribalta persino dopo molti anni. Evitando di scomodare termini come libertà o spontaneità, è difficile immaginarne gli esiti a medio termine, ma di sicuro nell'immediato la dinamica del potere dovrebbe tradursi in una stagione un po' più casta o se non altro meno sbracata nei rapporti tra i sessi. Il che per chi è genitore, ma genitore sul serio, e non solo di figlie femmine, è una bella prospettiva.
Ci sarebbe un altro aspetto, che riguarda più i maschi e chi o cosa li ha portati a essere in un certo modo. Perché in tutta questa vicenda è stato facile mettere gli uomini sul banco degli imputati e le donne su quello delle vittime. Senza considerare fino in fondo il ruolo giocato dall'educazione in una società ipersessualizzata, dove gli schemi umilianti della pornografia sono diventati accessibili ovunque e grazie alla rete a qualunque età, e nella quale il pericolo di crescere bambini viziati che guardano ai corpi altrui come fossero giocattoli da possedere e dominare è forse più alto oggi che un tempo. E dunque la domanda che ci si dovrebbe porre nella Giornata contro la violenza sulle donne forse è anche questa: cosa stiamo facendo oggi per non rischiare di crescere i molestatori di domani?

Massimo Calvi
Avvenire, 25.11.2017
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Il Fmi chiede aiuto alle donne giapponesi

Per rianimare l’economia giapponese gli esperti del Fondo monetario chiedono aiuto alle donne. La richiesta è particolare e solo apparentemente contraddittoria: cercate lavori a tempo pieno e fate più figli.
Da anni il Giappone è un osservato speciale tra le economie più avanzate: è un Paese anziano, con più di un quarto della popolazione sopra i 65 anni, un tasso di natalità tra i più bassi al mondo (1,4 figli per donna), una disoccupazione quasi inesistente (2,8%), una crescita che resta debole nonostante pesanti stimoli monetari, una spesa pubblica che ha prodotto uno dei debiti più alti al mondo (il 250% del Pil), mentre consumi, salari e inflazione faticano a prendere il passo che dovrebbero avere in un’economia in salute. Un Paese dove non si sta male, insomma, e che la politica economica iper-keynesiana del primo ministro Shinzo Abe ha contribuito a risollevare, ma che invecchia rapidamente, perde mezzo milione di abitanti all’anno e non brilla per dinamismo: tutte condizioni che non lasciano presagire un futuro radioso.
Due limiti evidenti alle potenzialità di crescita del Giappone sono rappresentati dall’età della popolazione e dalla difficoltà delle imprese a reperire manodopera. Criticità che secondo uno studio curato da tre economisti del Fondo monetario internazionale, Naoko Miake, Kalpana Kochar e Yuko Kinoshita, potrebbero essere rimosse proprio aiutando le donne a lavorare di più e a diventare anche madri. I due obiettivi sono solo in apparenza in contrasto, e per capirlo, dice la ricerca, è sufficiente guardare al modello sociale scandinavo. In realtà le cose non sono così semplici. Le tradizioni sono difficili da intaccare e in Giappone da sempre sono gli uomini ad avere la certezza di un’occupazione a vita, mentre più della metà delle donne che lavora lo fa con contratti part-time o a termine, per potersi prendere cura dei figli, degli anziani, della casa. Cosa che riduce l’offerta di manodopera e frena gli aumenti nelle retribuzioni. Le donne con impieghi a tempo pieno, inoltre, difficilmente diventano anche madri, considerati i ritmi di lavoro "giapponesi", con l’abitudine a fare molte ore di straordinario anche non pagato.
La strada indicata degli economisti del Fmi guarda al Nord Europa e comporta soprattutto un cambio culturale. L’invito è a rimuovere gli ostacoli fiscali che disincentivano il lavoro a tempo pieno delle mogli, a cambiare la cultura aziendale e le norme sociali che frenano l’occupazione femminile, a investire nelle strutture pubbliche per la cura dei figli. Resta un ultimo aspetto, che riguarda gli uomini: perché la ricetta possa funzionare, cioè perché le donne possano essere allo stesso tempo madri e lavoratrici, i padri devono mettere limiti agli straordinari e incominciare a stare di più con la famiglia. Se gli uomini passano più tempo a casa, notano gli esperti, aumentano anche le possibilità che le coppie abbiano un secondo figlio. Non vale solo per il Giappone.

Massimo Calvi
Avvenire, 25.11.2017
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Milano, la sfida oltre l'Ema

Milano non ha perso la gara per l’Ema, l’Agenzia europea del farmaco: l’ha vinta, insieme ad Amsterdam. A stabilire la nuova sede dell’authority, come si sa, è stata un’estrazione a sorte, un meccanismo più crudele della lotteria dei rigori con la quale si vincono e si perdono le grandi finali. Tuttavia i paragoni sportivi che molti hanno fatto ricamando sulla competizione per l’agenzia europea funzionano fino a un certo punto, perché la Milano che è arrivata in finale è il contrario di una squadra, una città, che sta declinando. Dieci anni fa probabilmente non ci sarebbe stata nemmeno gara, oggi il capoluogo lombardo dimostra di essere diventato competitivo e attraente come forse mai lo è stato in passato, una metropoli che negli ultimi anni ha accelerato arrivando non solo a superare molte città modello in Europa, ma avvicinandosi moltissimo al livello delle grandi capitali mondiali.
Proprio in questo senso, ossia nella direzione di una metropoli che da una possibilità sfumata sa cogliere un’opportunità per migliorarsi, può essere interessante tentare di capire quale lezione può essere tratta dall’occasione mancata dell’Ema. E un aiuto può venire dalla classifica delle preferenze che proprio i dipendenti dell’Agenzia del farmaco avevano compilato una volta interpellati sulla destinazione preferita. La domanda in buona sostanza era: dovendo lasciare Londra, in quale tra le città candidate vorreste trasferirvi con le vostre famiglie? Bene, i funzionari Ema avevano messo al primo posto proprio Amsterdam, seguita da Barcellona, poi Vienna, Milano, Copenaghen, e via via le altre città. La cosa positiva è che Milano, seppur distanziata di 12 punti percentuali, era stata di fatto messa tra le mete per niente sgradite, tutt’altro. Una città top, insomma. A pensarci bene, però, questa graduatoria può bruciare più della bocciatura arrivata per un’estrazione a sorte. Perché costringe ad aprire gli occhi e superare quel velo di legittima retorica nazionale che accompagna necessariamente ogni competizione.
Andiamo oltre l’Ema, ora, seppelliamo la questione dell’Agenzia del farmaco, che tutto sommato possiamo archiviare come una vittoria morale, e chiediamoci invece: cosa possiamo fare perché tra dieci anni Milano possa essere in testa anche a una semplice classifica compilata dai cittadini, dai suoi abitanti e da quelli che potrebbero sceglierla per vivere? È a questo che dovrebbe pensare chi governa una grande metropoli, a prescindere dal fatto che qualcuno vi si debba trasferire per semplici ragioni di lavoro. Ed è da questa prospettiva che probabilmente si colgono meglio i margini di miglioramento di una città. Certo, Amsterdam è vicina a Londra, a Bruxelles, a Francoforte, è vicina al cuore pulsante dell’Europa. L’Olanda inoltre è un Paese che oggi offre prospettive finanziarie più stabili e rassicuranti di quanto non riesca a fare l’Italia. Ma queste sono condizioni di fondo e di contesto che non sono gestibili dalla città. Quello a cui invece Milano può e deve guardare è un argomento che tocca più da vicino la vita dei suoi cittadini e di chi in qualche modo grava sulla metropoli: la qualità della vita. Qualità della vita intesa come bellezza dei suoi ambienti urbani, del centro come delle periferie; come facilità e sostenibilità ecologica degli spostamenti al suo interno; come capacità di inclusione sociale anche nella fruizione di servizi e spazi urbani di qualità.
Il problema di Milano non è solo lo smog che ogni anno si ripropone in tutta la Pianura Padana come emergenza, è anche e soprattutto la capacità di guardare al suo stesso sviluppo e al suo stesso tessuto connettivo mettendo sul medesimo piano le opportunità edilizie con quelle ambientali, il business e gli affari con la vivibilità, la ricerca del profitto con la lotta all’emarginazione. È un passo che richiama la necessità di pensare al proprio destino come area metropolitana, una capitale del Nord da quasi 4 milioni di abitanti governata e pensata nel suo insieme, non come un piccolo centro delimitato dall’"Area C". Questo salto culturale in parte è già stato fatto, in verità, Milano è oggi un esempio virtuoso in termini di innovazione urbana, il problema è che il processo è partito tardi e oggi ha bisogno di una decisa accelerazione politica. La forza di una città non si misura solo dalle partite che vince, ma dai suoi valori, dalla capacità di progettare per attrarre le persone, le famiglie, e anche i sogni.

Massimo Calvi
Avvenire, 23.11.2017
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Pensioni, le proposte di Dalla Zuanna

Giusto adeguare l’età della pensione alle speranze di vita, ma il meccanismo può diventare più equo e si dovrebbe aumentare la flessibilità in uscita per chi è in età avanzata. Gianpiero Dalla Zuanna, demografo, senatore Pd, guarda il dibattito sulle pensioni con gli occhi di chi conosce bene i rischi, anche previdenziali, di un Paese nel quale nascono sempre meno bambini, che invecchia, e che non riesce a compensare lo squilibrio generazionale con i flussi migratori.
Perché va difesa la riforma che prevede di alzare di 5 mesi l’età per la pensione di vecchiaia, portandola a 67 anni?
L’adeguamento automatico dell’età pensionabile alle speranze di vita ha stabilizzato la quota di Pil destinata alla previdenza ed è irrinunciabile. Un mancato adeguamento avrebbe costi elevatissimi: un solo mese di "sconto" vale 600 milioni, dunque senza scatto la maggiore spesa sarebbe di 3 miliardi. Risorse che vanno trovate attingendo alla fiscalità generale, cioè a carico di tutti, dei giovani e delle generazioni future. Evitare l’aumento produce un "danno" doppio, perché non solo si dovrebbero pagare 5 mesi di pensione in più, ma si perderebbero anche i contributi che verrebbero versati da chi lavora.
Come valuta l’osservazione che ci sono lavori più pesanti di altri?
Intanto va detto che se la speranza di vita sale è un bene, una bella cosa, non dovrebbe essere visto come un problema. Ma siccome la speranza di vita non è uguale per tutte le categorie, l’età della pensione deve tenerne conto: vanno introdotti correttivi legati all’effettiva speranza di vita. Il termine lavori "usuranti" non significa che sono "noiosi", la definizione sta a significare che hanno un impatto sulla durata della vita. Una commissione che studi seriamente la questione è un bene, in passato questo non è mai stato fatto anche perché il sindacato ha sempre inteso porre tutti i lavoratori sullo stesso piano. Ma oggi è una questione di equità.
Come si può correggere la riforma senza vanificarne gli effetti?
Si dovrebbe cambiare il meccanismo che oggi calcola l’età pensionabile in base a quanto è salita l’aspettativa di vita in un solo anno rispetto a 2 o 3 anni prima. Ho proposto che il calcolo sia fatto su una media nel biennio, ed è l’idea che il governo sta portando avanti. Con una popolazione con molti anziani la mortalità può variare significativamente da un anno all’altro anche solo per fattori climatici. Se si tenesse conto di questo sistema di calcolo l’aumento dal 2019 sarebbe di 3 mesi e non di 5.
Al di là di tutto, però, la pensione a 67 anni…
In Italia oggi l’età effettiva del pensionamento è di 62 anni, sotto la media europea. Però la questione è seria e andrebbe aperto un confronto vero sulla flessibilità in uscita. Dovremmo incominciare a pensare a un sistema che dopo una certa età preveda ad esempio la possibilità di lavorare part-time e incominciare ad avere una parte di pensione. In certe professioni è oggettivamente difficile restare al lavoro a tempo pieno fino a una certa età.

Massimo Calvi
Avvenire, 14 novembre 2017
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Più pensioni, meno bambini

Quando il cancelliere dell’impero tedesco, Otto Von Bismarck, nel 1891, introdusse per la prima volta nel Paese un’assicurazione previdenziale e sanitaria, lo fece con la nobile intenzione di migliorare le condizioni di vita di tutti i cittadini. Cosa che si verificò. Eppure Bismarck, cui dobbiamo la nascita del welfare in Europa, non poteva immaginare che l’assicurazione pensionistica avrebbe prodotto anche un altro effetto: la caduta della natalità. È triste da pensare, ma la necessità di destinare una parte del proprio reddito ai contributi necessari per godere di una vecchiaia serena aveva probabilmente reso i figli più "costosi" e allo stesso tempo meno "necessari". A mostrare l’esistenza di un legame tra il "welfare alla Bismark" e la diminuzione delle nascite in Germania è una ricerca di due economisti, Robert Fenge, del Centro per gli Studi demografici di Rostok, e Beatrice Scheubel, della Banca centrale europea. A considerazioni analoghe era giunto già una decina di anni fa il lavoro di ricerca dell’economista Vincenzo Galasso e del demografo Francesco Billari, entrambi alla Bocconi, valutando che le generazioni interessate dalle riforme previdenziali di Amato e Dini del 1992 e del 1995 avevano aumentato del 20% la fecondità rispetto alle persone cresciute nella stagione delle pensioni baby.
La promessa di una rendita previdenziale capace di mettere al sicuro il proprio avvenire tenderebbe dunque a svuotare le culle, mentre un welfare più austero e attento alla sostenibilità del sistema riporta l’attenzione sulla famiglia e sui figli. È veramente così? La questione è complessa e sarebbe un errore ragionare di previdenza solo in chiave demografica. Tuttavia, nel momento in cui la politica discute se ammorbidire gli effetti dell’ultima riforma previdenziale – quella che dal 2011 ha agganciato l’età pensionabile alle aspettative di vita – si può tener conto anche di queste valutazioni per capire cosa comporti destinare risorse pubbliche alla voce previdenza piuttosto che ad altri capitoli. Come è noto dal 2019 l’età per la pensione di vecchiaia aumenterà di altri 6 mesi, a 67 anni. Un livello record, che ha spinto i sindacati e diversi esponenti politici a chiedere di bloccare l’automatismo. Il governo si è opposto anche perché, come ha segnalato il presidente dell’Inps, Tito Boeri, il rischio è che la spesa aumenti di 141 miliardi da qui al 2035. Così in queste ore sul tavolo non c’è più uno stop generalizzato, ma uno sconto "chirurgico" solo per determinate categorie di lavoratori.
A prescindere dalle soluzioni, il tema riporta ancora una volta a riflettere sull’effetto di interpretare i diritti pensionistici guardando più a chi vota oggi rispetto a chi dovrà farlo domani. Perché la partita previdenziale non riguarda solo i diretti interessati, ma anche i più giovani, chi sta versando contributi oggi, chi sta crescendo figli e cerca di capire che Paese sarà l’Italia tra vent’anni. Generazioni cui l’evoluzione demografica ha già reso la pensione un benefit assai ridimensionato. In gioco è l’idea stessa di futuro: in un Paese con un debito pubblico elevato ogni nuova spesa va giudicata anche per le rinunce che produce. In questo senso il legame tra welfare e nascite è solo un campanello, ma può rivelare molto. Fino a metà anni 70 il tasso di fecondità in Italia era rimasto sopra i 2 figli per donna, ma nel 1995 era sceso al livello di 1,19, e c’è chi, come il demografo Alessandro Rosina, dell’Università Cattolica, ha mostrato la specularità del declino della natalità con il progresso del debito pubblico durante gli spensierati anni Ottanta. Nel decennio successivo, in contemporanea con le misure per il risanamento dei conti finalizzate all’ingresso nell’euro, la natalità è lentamente tornata a salire fino a raggiungere nel 2010 il livello di 1,46 figli per donna. Una ripresa durata poco: il nuovo e decisivo colpo al tasso di fecondità, oggi sceso a 1,34 figli, è stato assestato dalla crisi economica, che ha portato alla caduta dell’occupazione e, per un certo periodo, alle tensioni sugli spread e al logoramento delle prospettive di stabilità dei conti pubblici.
Nello scenario attuale di relativa calma, dovuta alle recenti riforme e alla politica monetaria della Bce, che in Italia si sta tornando a parlare di "sconti" sulle pensioni. Tra opportunità e qualche rischio. Perché se il tasso di fiducia in un Paese si misura anche dalla vitalità della sua popolazione, ad aver sottratto porzioni di speranza alle generazioni più giovani non sembra essere stata l’insicurezza previdenziale, quanto la carenza di competenze adeguate, la fragilità dei percorsi di formazione, il legame debole tra scuola e lavoro, le prospettive incerte sulla tenuta dei conti pubblici. L’ultimo rapporto dell’Ocse sulla "National skills strategy" ha rivelato che il 40% degli adulti italiani ha bassi livelli di competenze linguistiche e matematiche, più della media degli altri Paesi, al 27%; che il 21% dei lavoratori ha competenze inferiori a quelle normalmente richieste; che solo il 35% dei giovani italiani, contro una media del 50%, si iscrive all’Università.
Di fronte a queste cifre l’Ocse ha invitato Roma a dare piena attuazione a riforme come la Buona scuola e il Jobs act per migliorare i percorsi di formazione, aumentare le risorse per le politiche attive nel mercato del lavoro, l’istruzione, la formazione professionale, per incrementare i percorsi di alternanza scuola-lavoro. L’idea di concentrare molti più sforzi sui limiti del sistema formativo emerge da un altro rapporto, ancora dell’Ocse, che dimostra come il nostro sistema pensionistico mantenga intatta tutta la disuguaglianza conosciuta nella vita lavorativa. Giovani poveri oggi, cioè, saranno al 100% poveri anche domani. Il consiglio? Investire sui bambini, nelle opportunità di apprendimento e di formazione già dai primi anni di vita. È questa la migliore assicurazione per un futuro previdenziale sereno, più delle riforme che anticipano l’età per il ritiro.
Nei giorni scorsi il premio Nobel per l’economia James Heckman ha invitato il Congresso americano a introdurre un credito d’imposta rimborsabile per i contribuenti più poveri, così che possano sostenere le spese per la cura e l’istruzione dei bambini. L’idea di fondo è sempre la stessa: disuguaglianza e povertà si vincono aiutando adesso i più piccoli e i giovani a costruirsi le competenze necessarie, e l’autostima, per affrontare la vita da adulti. Forse la correlazione "più pensione meno figli" non deriva necessariamente da un rapporto di causa-effetto dettato dall’interesse. L’esperienza sembra dire che quando a migliorare è solo la sicurezza individuale, allora le persone prediligono comportamenti individualistici, quando a prevalere è la sicurezza collettiva, cioè la stabilità presente e futura di tutti, a imporsi è una visione di futuro che conduce anche alla famiglia e ai figli. La scelta, insomma, può essere tra un futuro che scarica i suoi costi sul presente e un presente che produce futuro. Se ne esce solo con un vero patto fra generazioni.

Massimo Calvi 
Avvenire 8.11.2017
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Bonus bebè addio? E' fare harakiri

«Il declino demografico del nostro Paese rappresenta la sfida più grande da affrontare per la crescita economica, e un tema centrale in queste elezioni è stato anche il calo del tasso di natalità: dobbiamo fare qualche cosa subito o sarà troppo tardi». Questa frase è stata pronunciata due settimane fa dal premier giapponese Shinzo Abe dopo essere stato rieletto per il quarto mandato. Il Giappone è un Paese che dal punto di vista demografico ha molto in comune con l’Italia: un tasso di natalità tra i più bassi al mondo, una popolazione che invecchia, un numero di giovani attivi che si riduce.
La differenza sostanziale tra Italia e Giappone è che a Tokyo, se scarseggiano le soluzioni, i leader politici hanno le idee abbastanza chiare sui rischi che corre un Paese con una dinamica demografica di quel tipo. Una consapevolezza che sembra invece mancare all’Italia. Dove le misure a favore delle famiglie con figli e per il sostegno della natalità sono limitate e meno significative rispetto ai principali Paesi europei. E dove quel poco che c’è viene messo in discussione da un anno all’altro, da una manovra all’altra. Come se le misure pro famiglia non avessero un valore strategico legato alle prospettive di sviluppo e di tenuta sociale di una nazione, ma rispondessero solo a calcoli dal sapore elettorale.
Può essere letto così il "buco" che si è appalesato nella legge di bilancio per il 2018, dalla quale è scomparso a sorpresa il bonus bebè da 80 euro al mese, mille euro all’anno per tre anni. Il contributo era stato introdotto nel 2015 dal governo Renzi come misura per dare un segnale ai giovani intenzionati a metter su famiglia. Una spesa limitata, circa 200 milioni, all’interno di uno stanziamento che avrebbe dovuto salire a 600 milioni quest’anno fino a un miliardo nel 2018. Invece dopo due anni di bonus, via, si ritorna da capo.
Ora, prima di trarre una conclusione definitiva, considerato anche l’iter che hanno le manovre, è bene tenere conto di alcuni aspetti che attengono alla questione natalità-famiglia-figli. Il fattore più incisivo nella decisione di avere una famiglia riguarda la disponibilità o meno di lavoro, d’altra parte uno dei molti motivi che scoraggiano la natalità è proprio l’assenza di fiducia nel futuro così come la percezione di vivere in un Paese indebitato e instabile dal punto di vista finanziario. Dunque, l’attenzione alla tenuta dei conti pubblici così come le misure, per quanto non strutturali, destinate a sostenere l’occupazione, sono elementi di positività.
L’Italia è però un Paese che quanto a sostegni alle famiglie (con figli, s’intende) concede pochissimo, e che si distingue per avere una fiscalità che penalizza proprio i genitori. Chi ha prole in Italia vede salire drammaticamente il rischio di cadere in povertà e anche quando le entrate sono maggiori non va meglio, considerato che il ceto medio italiano in Europa è quello che vede calare maggiormente il proprio reddito disponibile dopo la nascita dei figli. È in questo contesto già altamente penalizzante che si inserisce l’uscita di scena, tra i tanti bonus spuntati in questi anni e in questa stessa legge di bilancio, proprio di quello destinato ai bebè. Un taglio che beffardamente arriva a poche settimane dalla Conferenza sulla Famiglia, che sul tavolo aveva sparso qualche futuribile impegno ed evocato, da subito, qualche soldo in più. Quadro capovolto, insomma. L’ennesima conferma di come in gran parte della classe dirigente non vi sia una chiara e reale percezione della gravità del problema.
Le misure per la famiglia in Italia sono insufficienti e allo stesso tempo hanno bisogno di essere riordinate in un quadro coerente capace di inviare un messaggio chiaro e decifrabile: occorre trasmettere l’idea di uno Stato che è pronto a sostenere chi intende farsi carico del futuro e delle nuove generazioni. Tagliare il bonus bebè e allo stesso tempo stanziare più risorse per permettere agli statali che hanno ricevuto l’aumento di incassare comunque il bonus da 80 euro è uno dei segnali meno sensati che si potevano inviare in questo momento. Con tutto il rispetto per il Giappone, è fare harakiri, a colpi di forbici. Meglio ripensarci. 

Massimo Calvi
Avvenire 1.11.2017

Bonus universale non per i ricchi, ma per le famiglie

Caro direttore,
ho letto con piacere l’ampia analisi di Massimo Calvi pubblicata su Avvenire del 24 ottobre 2017 sotto al l titolo «Un bonus per ogni figlio...». L’articolo trae spunto dalla proposta di Matteo Renzi di dare mille euro all’anno per ogni figlio. Trattandosi di proposta e sapendo come funziona la nostra politica , sempre a caccia di consensi, mi vien da dire 'bella idea', ma non troverà conferma nel nostro Sistema Paese. Ma non è questo il punto. Vorrei invece sottolineare, come fa Massimo Calvi, ciò che avviene normalmente in altre nazioni del nostro stesso continente: «Tutti gli Stati europei prevedono un child universal benefit, un assegno dato a ogni bambino a prescindere dalle fasce di reddito». Personalmente mi sono sempre chiesto perché anche in Italia questo non sia possibile e si preferisca invece 'perdersi' in astrusi metodi di calcolo per certificare la capacità contributiva della famiglia a cui poi attribuire l’eventuale beneficio economico. Il presupposto invece deve essere, come del resto avviene nel resto d’Europa, la composizione della famiglia in termini di figli. Ciò renderebbe tutto più semplice e chiaro per chi deve percepire il beneficio (le famiglie) e allo stesso tempo per chi lo deve elargire (lo Stato) sia in termini di previsione che di controllo. Certamente si obbietterà che così facendo anche i figli di Marchionne (ammesso che oggi sia fiscalmente nostro concittadino…) godranno del beneficio, ma non ritengo questa obiezione così determinante in riferimento a tutte le altre famiglie che Marchionne lo vedono solo alla televisione. Nella speranza che anche in Italia si provi a fare qualcosa di europeo... cordiali saluti.
Lorenzo Marin Piove di Sacco (Pd)

Gentile signor Marin,
la ringrazio e colgo volentieri lo spunto per tornare sulla questione di un assegno universale per i figli. Ogni Paese ha un suo mix di interventi a sostegno dei nuclei con prole, tra aiuti monetari diretti, sconti fiscali, servizi. L’Italia è tra le nazioni che in Europa e nell’area Ocse destinano alla famiglia meno risorse in rapporto al Pil e che spendono meno in aiuti diretti. La spesa totale si aggira sul 2% del Prodotto interno lordo, sotto la media Ocse (2,5%), e molto meno di Regno Unito, Danimarca, Francia, Svezia e Germania, che viaggiano tra il 3 e il 4%. Anche in fatto di sostegni 'cash' la spesa è bassa, circa lo 0,8% del Pil, la metà dei Paesi sopra citati. In Italia, inoltre, l’assegno per i familiari a carico decresce in base al reddito dei lavoratori dipendenti (non va agli autonomi): già oltre i 1.300 euro di reddito familiare l’importo diventa minimo, fino ad annullarsi per il ceto medio; in Francia, Germania, Danimarca, Regno Unito, Svezia, Belgio, Austria, Olanda… il 'benefit' è uguale per tutti. Ma come si giustifica un bonus universale? Una politica pro famiglia che allinei l’Italia ai Paesi più virtuosi dovrebbe puntare ad aumentare le risorse complessive avvicinandole almeno alla media Ocse e poi migliorare il mix dei sostegni: più risorse ai poveri (incrementando la dotazione per il Reddito d’inclusione); più servizi gratuiti (asili, trasporti… etc.); una riforma fiscale che avvantaggi chi ha figli a carico nella direzione del Fattore famiglia; un assegno universale per ogni figlio. L’idea che almeno una parte del mix di sostegni sia distribuita senza condizioni con uno strumento semplice e chiaro può servire a trasferire l’immagine di una nazione che riconosce il valore di 'tutti' i figli, attribuendo un merito a 'tutti' i genitori che li crescono. Una sfida anche culturale, che pone al centro la famiglia, senza distinzioni tra ricchi, poveri, evasori, disoccupati, dipendenti, autonomi, precari, partite Iva o altro. L’Italia senza assegno universale è il Paese in cui chi ha prole diventa (economicamente) più povero rispetto a chi non ne ha. Questo accade perché c’è ancora chi sostiene che un single o un pensionato che guadagnano 1.400 euro al mese hanno più bisogno di un padre o di una madre che ne guadagnano 1.700. Non si diventa genitori per i soldi che concede uno Stato – i tassi di natalità nel mondo non seguono sempre i benefit – ma un contesto culturale 'family friendly' si promuove anche così. Porre limiti di reddito per escludere i contribuenti super-ricchi come i top manager o i big del calcio è giusto. Il problema è che questa argomentazione è sempre stata una scusa per tagliare fuori non i 'Paperoni', ma le famiglie del ceto medio e mediobasso. Quelle che pagano le tasse, alimentano il welfare, e che quando hanno figli vedono lo Stato voltarsi dall’altra parte.

Massimo Calvi
Avvenire 31.10.2017


Bonus famiglie, ecco cosa serve e cosa no

Mille euro all’anno per ogni figlio minorenne, 80 euro al mese. È la proposta che il segretario del Pd Matteo Renzi ha avanzato nell’intervista ad "Avvenire" domenica 22 ottobre. Il profilo elettorale dell’idea è palese, ma questo non ne sminuisce il significato. Anzi. In politica tutto è annuncio, ma una volta che le promesse sono sul tavolo incominciano a vivere. Dunque, come prendere questa novità? Cosa significa? È realizzabile? In che modo? Con quali rischi e quali opportunità? Proviamo a capirlo.

Un bonus choc
L'idea di un assegno fisso per ogni figlio non può essere che salutata con favore. Già tre anni fa su queste pagine avevamo sostenuto che il bonus da 80 euro, introdotto nel 2014 dal governo Renzi appena eletto, avrebbe dovuto essere convertito in un assegno universale ai figli minorenni. Perché? Perché i costi sarebbero stati simili, ma l’impatto sociale e culturale decisamente diverso. Il bonus attuale costa circa 9-10 miliardi di euro annui e arriva a 11 milioni di lavoratori dipendenti con reddito tra gli 8 e i 24mila euro (fino a 26mila euro si ricevono frazioni del bonus). È andato a persone con reddito medio-basso, non a poveri e incapienti, ed è stato corrisposto pure a persone che vivono in famiglie benestanti o che non hanno carichi. Anche i minorenni in Italia sono 10 milioni, dunque se si vuole fare un paragone, i costi sarebbero sostanzialmente identici. Con la differenza che per i consumi un bonus-figli dovrebbe avere una resa migliore di quella che è stata registrata con il contributo attuale. (La ricerca della Bce sul bonus 80 euro)

Il nodo delle risorse
I confronti valgono fino a un certo punto. Il leader del Pd ha accettato la sfida di puntare sui figli e le famiglie, e ha lasciato capire che ha in mente un’elargizione aggiuntiva. Dunque la questione diventa: dove trovare le risorse? Renzi ha ipotizzato di introdurre limiti di reddito, così da escludere le famiglie ricchissime e risparmiare. Il problema è che oltre i 60mila euro di reddito lordo, cioè circa 3.000 euro netti al mese, in Italia c’è solo il 3,5% dei contribuenti. È dura da accettare, ma è così. Per spendere molto meno di 10 miliardi bisognerebbe escludere di fatto tutto il ceto medio che paga le tasse. La vera partita politica, insomma, si gioca in Europa, nella direzione che mira a superare il rigore del Fiscal Compact e ottenere maggiori margini di spesa in deficit. È una strada. Il punto critico, per un paese ad alto debito, è l’opportunità di un investimento sulle giovani generazioni trasferendo i costi sul futuro.

Mettere ordine nella giungla
L'idea del bonus-figli ha il merito di movimentare finalmente il dibattito politico sui sostegni alle famiglie in Italia. Una scossa salutare. Che se da un lato pone il centrosinistra un passo avanti rispetto al centrodestra, genera qualche necessità di chiarimento all’interno del Pd. Un ulteriore bonus andrebbe a infoltire quella che appare sempre di più come una giungla di micro sostegni, tanto dispersiva quanto poco efficace. Oggi le famiglie, con diversi limiti di reddito o condizione, possono contare su: bonus bebè (1.000 euro per 3 anni), bonus mamma domani (800 euro una tantum), bonus asilo nido (1.000 euro), bonus baby-sitter (600 euro), bonus 18enni (500 euro). Oltre a questo, ci sono gli aiuti storici, per quanto limitati: le detrazioni per i minori (10,5 miliardi), non riconosciute agli incapienti, gli assegni al nucleo familiare per lavoratori dipendenti e pensionati (6,5 miliardi), l’assegno a chi ha 3 o più figli (800 milioni).
La necessità di fare ordine è evidente. In questa direzione va il disegno di legge che porta il nome di Stefano Lepri e che, proprio riorganizzando detrazioni e assegni, arriverebbe a prevedere 200 euro al mese per ogni figlio fino ai 3 anni, 150 dai 3 ai 18 e 100 dai 18 ai 25 anni. Tuttavia i limiti di reddito sono ancora da definire. Il nuovo intervento da 80 euro al mese come si pone rispetto a tutto questo?

Prima aiutare i più poveri
L'idea di un bonus più o meno universale pone un tema di equità molto forte. In Italia oggi è più che mai necessario riuscire a convergere sull’idea che una cosa sono gli aiuti ai poveri, un’altra gli aiuti alle famiglie. Aver confuso i piani per anni ha generato un sistema di welfare che non aiuta i più bisognosi, mette l’Italia in coda a tutte le classifiche in termini di sostegni alle famiglie e avvicina alle soglie di povertà soprattutto chi ha bambini da crescere. Per questo se si parla di nuove risorse è necessario risolvere prima la questione-poveri. Il Reddito di inclusione sociale introdotto grazie al lavoro dell’Alleanza contro la povertà, ha bisogno di altri 5-6 miliardi per coprire tutti i 4,6 milioni di poveri assoluti. E, come chiede il Forum delle famiglie, se calibrato con il principio del Fattore famiglia alzerebbe ulteriormente il tasso di equità della misura.

Aiutare il ceto medio
Il concetto di un assegno universale contemplato dal bonus proposto da Renzi è una novità importante per l’Italia. Economica e culturale. Tutti gli Stati europei prevedono un child universal benefit, un assegno dato a ogni bambino a prescindere dalle fasce di reddito. È importante, perché trasferisce l’idea che i figli sono un valore pubblico a prescindere. E fa cultura. In Francia il governo Macron sta valutando di limitare i generosi assegni familiari a chi guadagna più di 8.500 euro lordi al mese e l’Unione nazionale delle associazioni familiari ha contestato duramente questo tentativo in quanto aprirebbe una strada pericolosa. L’Italia ha il problema opposto. Il sistema di assegni familiari nel nostro Paese concede sostegni analoghi a quelli delle nazioni più avanzate se si tratta di redditi bassi, ma diventa irrilevante quando si arriva al ceto-medio. È un problema noto agli esperti. Le famiglie italiane con reddito medio sono quelle che più si impoveriscono in Europa se hanno figli da mantenere. Uno studio del demografo Giancarlo Blangiardo presentato alla recente Conferenza per la famiglia ha messo in luce come una coppia di genitori entrambi lavoratori di fascia media o medio-alta si trova ad avere un reddito che scende al 60-70% di quello percepito, sia che non abbia figli sia che ne abbia 3 o 4; in Francia, Svezia o Gran Bretagna invece il reddito disponibile aumenta molto al crescere della prole, in Francia fino al 90%.

I soldi (forse) non portano figli
Ora che Renzi ha finalmente lanciato il sasso, occorre mettersi d’accordo su una questione decisiva: perché un bonus-figli? Per tentare un’opera di redistribuzione fiscale a favore di chi si fa carico del futuro, oppure anche per affrontare l’emergenza demografica? La domanda è decisiva, in un Paese col tasso di fecondità tra i più bassi al mondo, 1,34 figli per donna, perché sarebbe un errore gravissimo pensare che i trasferimenti economici portino più figli. La fecondità dipende molto più da fattori culturali (e spirituali) che economici. Un bonus-figli netto può aiutare a formare una nuova cultura, grazie all’impatto simbolico che può avere. Ma non basta. Più di bonus e assegni, a favorire la natalità sono fattori come il riconoscimento sociale del valore della famiglia, del matrimonio, la possibilità di conciliare lavoro domestico e lavoro fuori casa, l’assenza di barriere per le donne che dopo il parto rientrano al lavoro, un contesto professionale in cui chi ha figli non è lasciato solo, carriere che non escludono la possibilità di una famiglia, il supporto delle comunità, città non ostili ai bambini.
Se si vuole influire sulla dinamica demografica con contributi economici, a maggior ragione in un contesto di individualismo diffuso, allora servono molti, ma molti soldi. Gli studi internazionali sui trasferimenti diretti legati ai figli dicono che l’effetto nel medio periodo di un bonus è limitato e non evidente. Una ricerca dell’università di Erlangen-Norimberga sugli incentivi introdotti nel 1996 in Germania – 185 euro al primo e secondo figlio, 190 per il terzo... – mostra che le misure non hanno prodotto effetti sulle coppie a basso reddito, mentre hanno spinto le coppie più agiate ad avere il secondo figlio. In Francia il "quoziente familiare" ha inciso sui tassi di fecondità e sui matrimoni proprio per la sua caratteristica di regressività fiscale, cioè resta legato al reddito. Quanto alle cifre, uno studio della Columbia University sul caso francese ha calcolato che 0,3 punti di Pil spesi in benefici fiscali incondizionati incrementano la fecondità totale di 0,3 figli per donna. L’Italia è pronta?

Massimo Calvi
Avvenire 24.10.2017
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La provocazione necessaria del bike sharing a flusso libero

Apoche settimane dallo sbarco in Italia, avvenuto a fine estate, il sistema di biciclette condivise "a flusso libero" ha già acceso il dibattito. Stiamo parlando delle bici argento-arancione di MoBike e di quelle gialle di OfoBike, i due colossi cinesi che dopo aver invaso con i loro mezzi centinaia di città nel mondo, sono approdate anche a Milano, Firenze e in altri comuni minori. La novità consiste nel fatto che le bici si trovano un po’ ovunque in giro per la città, possono essere localizzate e sbloccate con una "app" dello smartphone, usate il necessario e poi parcheggiate dove si preferisce. Il prezzo del noleggio è molto basso, dai 30 ai 50 centesimi ogni mezz’ora, e il pagamento avviene tramite la carta di credito collegata all’applicazione. Milano ha raggiunto un accordo per 12mila mezzi (che si aggiungono alle 4.650 bici di BikeMi), Firenze per 4mila, e sono già moltissimi gli utenti soddisfatti, per non dire entusiasti; tanti cittadini, tuttavia, hanno incominciato a lamentarsi per un nuovo tipo di caos che sta interessando gli spazi urbani. Molte biciclette vengono vandalizzate, rovinate, parcheggiate selvaggiamente sui marciapiedi o nei posti riservati alle auto, gettate nei canali, come avvenuto nel Naviglio a Milano, o persino appese agli alberi. I social network sono pieni di immagini e di video che denunciano le situazioni più assurde. Tanto che gli operatori hanno deciso di incominciare a sanzionare gli utenti indisciplinati aumentando loro le tariffe.
Chi conosce la storia del bike sharing sa che un tasso minimo di "disordine" e di libertà è iscritto nel suo Dna. I primi mezzi condivisi, in fondo, sono state le "biciclette bianche" diffuse ad Amsterdam nel 1965 dal movimento anarchico Provo (stava per Provocatori), una delle tante manifestazioni alternative di quegli anni che ha contribuito formare una cultura e a trasformare l’Olanda nella patria della mobilità leggera e delle piste ciclabili. Avverrà lo stesso anche in Italia, oppure la situazione è destinata a sfuggire di mano? La cosa certa è che la diffusione del bike sharing a flusso e parcheggio libero è già realtà. Ci sono forti ragioni economiche a far pensare che nei prossimi anni assisteremo a un boom. MoBike, il principale operatore al mondo, conta più di 30 milioni di bici sparse in 180 città ed è valutato 3 miliardi di dollari. OfoBike, che nasce come startup del colosso cinese del commercio elettronico Alibaba, con quasi 8 milioni di bici e 20 milioni di utenti, è stata valutata 1 miliardo di dollari. Voci di mercato riferiscono di una possibile fusione tra i due operatori. Strategie aziendali a parte, molti grandi fondi internazionali stanno investendo grosse somme in questo settore. Su MoBike hanno puntato giganti come Tencent e Sequoia Capital, Ofo ha alle spalle realtà come Hony Capital e Dst Global. Nella Silicon Valley, a testimonianza di quanto interesse ci sia, è nato un concorrente a stelle e strisce, LimeBike, sul quale diversi fondi di venture capital, tra cui Coatue Management e Franklin Templeton, hanno iniettato 50 milioni di dollari.
Ma fanno guadagnare così tanto le bici condivise a flusso libero? In realtà ciò che interessa, al momento, non sono i guadagni che si possono fare, ma le informazioni che si possono ottenere: l’uso delle bici avviene tramite un’applicazione per smartphone collegata a una carta di credito e a un localizzatore Gps. Ingredienti perfetti per poter disporre di informazioni interessantissime, che riguardano soprattutto utenti molto giovani. Dati che nell’economia di internet rappresentano una miniera d’oro. Dunque, più bici si mettono in giro, meglio è. E poco importa se qualche mezzo viene distrutto: in una produzione su così larga scala i costi sono veramente marginali. Per molti aspetti la vicenda ricorda quella "previsione di utili futuri" che aveva spinto a gonfiare e giustificato la bolla della new economy a cavallo del millennio. Come è emerso in una conferenza organizzata da Bikeitalia.it, per fare affari un servizio di bike sharing tradizionale con i parcheggi fissi ha bisogno di mettere in strada una bici ogni mille abitanti, quello a flusso libero all’incirca una ogni dieci. In una città di un milione di persone, cioè, il sistema "free floating" avrebbe bisogno di 100.000 mezzi.
I grandi numeri spaventano. L’effetto giungla ha spinto a porre dei limiti anche in molte città cinesi, dove tutto è nato. Pechino, con 2 milioni di bici condivise su 21 milioni di abitanti, ha deciso di bloccare l’ingresso di nuovi operatori e predisporre aree di parcheggio nel tentativo di mettere ordine nelle strade. Così anche Shanghai, 1,5 milioni di bici, quasi una ogni 16 abitanti, che come altre località ha dovuto fare i conti con i mezzi abbandonati dagli operatori falliti. Ad Amsterdam, paradiso delle due ruote, le bici a flusso libero appena introdotte saranno probabilmente bandite. A Manchester i tanti atti di vandalismo hanno spinto a pensare di revocare i contratti.
Le bici a flusso libero, proprio per l’elevato tasso di libertà che incorporano, raccontano molto di noi, delle contraddizioni e delle virtù di una città. Benché il contratto vieti di sconfinare, ad esempio, a Milano gli utenti hanno infranto immediatamente il perimetro urbano e definito il vero contorno dell’area metropolitana, diffondendosi in tutto l’hinterland, da Corsico a Sesto San Giovanni, da San Donato a Cinisello Balsamo. Ed è quasi impossibile alzare muri: i sindaci che non le vogliono se le ritrovano in casa lo stesso, col paradosso che i proventi, 30 euro ogni bici, li incassa solo il capoluogo. Ma non è tutto oro. Le mappe sullo smartphone indicano che molti mezzi sono stati sottratti, chiusi in garage o aree condominiali, lucchettati per un uso privato. E si vedono bici già distrutte, oppure abbandonate, messe a intralciare il passo sui marciapiedi. MoBike e OfoBike sostengono che l’uso non conforme sia poca cosa, nella media, tra l’1 e il 3% delle bici. La cultura della condivisione ha ancora molta strada da fare, così come quella del rispetto di ciò che è reso pubblico.
Ma c’è qualcosa d’altro che si può leggere nelle polemiche sulla giungla del bike sharing. Una popolazione che mostra di non sopportare il "disordine" su due ruote rivela anche di essere assuefatta in modo preoccupante al caos dei veicoli a motore. Auto e furgoni sono realmente parcheggiati ovunque, sui marciapiedi, in seconda e terza fila, sulle strisce pedonali, sulle piste ciclabili. E quando si muovono, a differenza delle biciclette, inquinano. Eppure a scatenare le polemiche è il caos marginale delle due ruote. Forse l’inciviltà di chi sta abusando del bike sharing, come gli atti di vandalismo, derivano da una cultura arretrata in termini di mobilità sostenibile, e non a caso si dimostra particolarmente violenta dove la mobilità è già molto difficile ed è più complicato sperimentare il beneficio di potersi muovere pedalando. La domanda, allora, è se questa sorta di "anarchia" delle due ruote libere e condivise, che con tanti vantaggi sta generando anche qualche problema, non sia un male iniziale necessario per aiutare a far nascere, con nuove abitudini, anche una nuova cultura. In attesa di scoprirlo può essere utile rendere gli operatori più responsabili dei problemi che i loro mezzi provocano in seguito a un uso scorretto. La pedalata è solo agli inizi.

Massimo Calvi
Avvenire 21 ottobre 2017
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Facebook sostiene il giornalismo di qualità

Le bufale, le notizie inventate, gli articoli costruiti distorcendo i fatti, le fake news insomma, come si chiamano oggi, sono sempre esistite. E sempre esisteranno. Con l’avvento dei social network come Facebook e Twitter è però accaduto qualcosa di nuovo: la responsabilità della bufala e della sua diffusione è passata da chi opera per confezionarla allo strumento che ne rende possibile la diffusione. Un meccanismo comprensibile, considerato che oggi una notizia farlocca può aumentare il suo pubblico in modo esponenziale e in brevissimo tempo, proprio a causa dei "social". In un crescendo di deresponsabilizzazione che finisce per assolvere i carnefici, ma anche le vittime. Tutti abbiamo visto stimatissimi e dottissimi "amici" cascare nella trappola di notizie improbabili e farsene addirittura portavoce, senza che la sopraggiunta (in)consapevolezza venisse intaccata da pur rapide e autorevoli smentite. Un nuovo mondo, nel quale è maturata la premonizione dell’imminente fine del giornalismo di qualità, anche solo per un banale calcolo economico: se le notizie circolano gratis e a guadagnare sono solo le piattaforme, hai voglia a produrre contenuti validi, verificati e sostenibili. E invece no. Perché anche le "strutture", in fondo, devono campare, e non è detto che possano resistere a lungo se si trasformano in luoghi inaffidabili e sempre più faticosi da frequentare. È anche pensando a questo che il fondatore di Facebook, Marc Zuckerberg, in un post ha annunciato che proseguirà con maggiore convinzione la strada per aiutare i giornali a guadagnare di più e ad avere più abbonati. La presa di coscienza è promettente: «Non possiamo creare una comunità informata senza giornalisti – ha scritto –. Se sempre più persone leggono le notizie in luoghi come Facebook abbiamo la responsabilità di contribuire a fare in modo che tutti abbiano una comprensione adeguata delle cose». Il nuovo passaggio del progetto giornalistico cui da tempo lavora Facebook prevede di valorizzare i loghi delle testate nelle notizie istantanee, favorire gli abbonamenti e renderli più redditizi per gli editori. Poi si vedrà. Quello che vale ora è che uno degli uomini a cui è stata attribuita una parte, seppur indiretta e involontaria, nell’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, per come Facebook al pari di Twitter ha amplificato la portata delle fake news elettorali, ovvero il leader emergente che molti già vedono come possibile candidato alla Casa Bianca, si ponga su un piano ben diverso nel rapporto con la stampa. «Senza giornalisti» e senza «responsabilità» non si può, ammette Zuckerberg. Lapalissiano: l’unico argine a un mondo di bufale è avere buoni giornalisti al lavoro, ma il buon giornalismo, l’informazione professionale e di qualità, ha bisogno di soldi e di conseguenza la si deve retribuire. Forse ci stiamo avviando verso una fase nuova. Nella quale le notizie false o distorte continueranno a circolare come sempre, ma almeno i guardiani non si saranno estinti. E la responsabilità delle bufale tornerà ad essere in capo a chi le produce e a chi se le beve. Se sei d’accordo condividi, ovviamente.

Massimo Calvi
Avvenire, 25.8.2017
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Le parole di odio

La notizia questa volta è che un uomo bianco, un britannico di cittadinanza e di sangue (precisazioni infelici, lo ammettiamo, ma necessarie), ha diretto il furgone che guidava contro un gruppo di fedeli musulmani fuori da una moschea a Londra. Una persona è morta, altre sono ferite anche gravemente. Si sa poco per ora delle ragioni che hanno mosso l’attentatore, ma le autorità londinesi hanno parlato di terrorismo dopo solo 8 minuti dal fatto. Un’azione fotocopia rispetto a tante altre, solo con l’obiettivo capovolto: non un islamico jihadista contro occidentali, ma un occidentale contro islamici.
Si potrebbe pensare al gesto di un pazzo isolato, di uno squilibrato. Ma questo non cambierebbe le cose: in fondo non è anche ciò che si è detto in tanti casi di azioni riconducibili al Daesh, da Nizza a Monaco di Baviera, da Stoccolma a Parigi, compreso il tentativo fallito sugli Champs-Élysées? La follia non è una buona scusa per nascondere le evidenze più faticose e scomode da ammettere, come il fatto che ci troviamo di fronte a eventi maturati in un contesto storico, culturale, sociale e politico avvelenato dall’odio. Lo abbiamo visto anche nell’attentato di domenica al resort in Mali. Ed è un odio che non guarda in faccia nessuno e soprattutto non si alimenta da una parte sola.
L’odio anche nella nostra fetta di mondo sembra aver attecchito bene: è nelle parole, nei dibattiti, nei post sui social e nei tweet, negli articoli di giornale e nelle trasmissioni tv, nei comizi e nelle campagne elettorali, comprese quelle per eleggere i sindaci. Abbiamo conosciuto periodi anche peggiori di questo per come l’odio si è ramificato nelle libere opinioni, e nessuno rimpiange quelle stagioni. Sembrava ricordare proprio questo la premier britannica Theresa May quando al termine della riunione del comitato d’emergenza per l’attacco alla moschea ha espresso il proprio pensiero: «L’odio e il male non vinceranno», ha detto nell’assicurare a tutti i cittadini, di ogni origine, l’impegno per la difesa di valori quali «la libertà di culto e la libertà di parola».
Il problema è che la libertà di parola, se male esercitata, può diventare la peggiore nemica di se stessa oltre che delle altre libertà. Se la paura è diventata una compagna di viaggio e di vita nelle nostre giornate, se il terrorismo ha alimentato il fuoco dell’odio nelle nostre piazze, forse è anche perché in troppi ambiti è stato perso il controllo delle parole.
La cultura contemporanea ci ha allenati all’autoassoluzione, ma possiamo non cogliere in questo nuovo fatto di Londra il rischio che in un determinato contesto e in una determinata fase storica sia estremamente rischioso lasciare che le parole scorrano libere di promuovere ostilità e divisioni, semplificazioni e sospetti, e che i muri tornino ad attraversare le città oltre che a marcare i confini delle nazioni?
L’islam contro l’occidente, i bianchi contro i neri, i nati qui contro i non-nati qui (o i nati e cresciuti qui, ma da genitori non-nati qui). Il pericolo che la nostra società corre è fin troppo evidente: quello di permettere che insieme alla paura cresca l’odio, e che con questo si consegni definitivamente il territorio agli estremisti. È proprio questo l’obiettivo delle azioni del terrore, metterci gli uni contro gli altri, spaccare, dividere. Nessuno difenderebbe la libertà di parola di un imam che incita all’odio, perché si dovrebbero accettare i predicatori di odio con il nostro stesso pedigree?
Ci sono battaglie politiche legittime che vanno condotte in nome della sicurezza, per definire regole di convivenza più efficaci, per difendere i valori della nostra cultura e della nostra civiltà. Ma proprio per questo la difesa di tali interessi non può essere raggiunta prendendo la scorciatoia delle parole che alimentano l’odio. Facile vincere così, verrebbe da dire, cavalcando l’angoscia e la paura di popolazioni che si sentono meno sicure. Il fatto è che nessuna rendita è senza prezzo, e lucrare un vantaggio politico o la notorietà nel segno dell’odio è fare arretrare una società.
Ci sono troppi segnali oggi che invitano a preferire i ponti ai muri, pur se tra mille e mille prudenze e attenzioni. Servono intelligenza e responsabilità: non lasciamo che le parole vadano fuori controllo, perché se poi fuori controllo ci vanno anche le idee vorrebbe dire consegnare la vittoria nelle mani del terrore, dell’odio e del male.

Massimo Calvi
Avvenire, 20.06.2017
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Economia a rischio elezioni

La notizia positiva è che il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi ha detto che è presto per cambiare la politica monetaria nell’Eurozona. Dunque i tassi di interesse resteranno bassi ancora per un bel po’ e gli acquisti di titoli pubblici non si interromperanno di colpo. Cosa questo significhi per l’Italia è presto detto: il quantitative easing della Bce – il programma di acquisto di titoli di Stato e non solo – ha fatto risparmiare al nostro Paese circa 15-20 miliardi l’anno in minore spesa per interessi, praticamente una manovra finanziaria; inoltre, agevolando i prestiti alle imprese, ha permesso all’Italia di uscire dalla stagnazione e di "vedere" quel poco di ripresa che c’è. Se dunque dal palazzo di Francoforte ci è stato assicurato ossigeno ancora per qualche tempo, il problema cui dovremmo incominciare a pensare seriamente, e questo Draghi lo ha ribadito con vigore, è che tra qualche mese l’aiutino incomincerà a venire meno fino a scomparire del tutto. In che condizioni arriveremo a quell’appuntamento?
Un tema sensibile e dibattuto riguarda la sempre più concreta possibilità che già in autunno si vada ad elezioni. Ogni volta che in un Paese democratico si vota è una buona notizia, tantopiù se può servire a rimuovere gli elementi di instabilità che rendono fragile l’azione di governo. La condizione è però una: che la classe politica non venga meno al dovere della responsabilità, ora come in seguito, avendo ben presente la serietà della situazione economica e sociale. Il rischio che qualcosa possa incepparsi è elevato, e in tal caso buona parte della legge di Bilancio sarebbe già scritta da Bruxelles: tutt’altro che tagli di tasse, ma almeno 15 miliardi di aggravio per l’aumento automatico dell’Iva che si abbatterebbe sui consumi. Già solo il fatto di sentir parlare di riduzioni fiscali, in una condizione come questa, dovrebbe indurre una certa prudenza. E non è l’unica questione. Quest’anno per l’economia italiana è prevista una crescita dell’1%, sostenuta proprio dai consumi interni, che tuttavia sono già in decelerazione, oltre che dagli investimenti, agevolati dal "doping" del denaro a basso costo e dagli sforzi delle banche che riescono a concedere buon credito.
E qui veniamo all’altro grande tema, che riguarda la situazione del sistema bancario. A nove mesi dal primo salvataggio delle popolari venete, con l’intervento da 2,5 miliardi del Fondo Atlante, il problema oggi si ripresenta persino più grave di prima: per salvare Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca occorre un’altra ricapitalizzazione da 6,4 miliardi, di cui almeno 3,7 dovrebbero essere a carico dello Stato. Non si tratta solo di salvare due banche, ma di evitare che il contagio della sfiducia attacchi l’intero sistema bancario e di conseguenza tutto il Paese, le possibilità di ripresa dell’economia e dell’occupazione. Gli avvoltoi della speculazione, così ghiotti di spread, non aspettano altro che un passo falso.
Proprio la vicenda bancaria dovrebbe ricordare alla politica come certe sfide vadano affrontate e risolte in tempo. Gran parte delle difficoltà del credito derivano dall’aver accettato l’introduzione del regime europeo del bail-in dal primo gennaio 2016 senza essere riusciti a curare in tempo le banche. Il sistema prevede che se un istituto di credito sta fallendo, a pagare il conto prima devono essere azionisti, obbligazionisti e i correntisti oltre i 100mila euro. Logico, se non fosse che solo l’idea che questo possa accadere alimenta il terrore e moltiplica i problemi. Ciò che si dimentica è che il bail-in è stato calato sul sistema bancario italiano senza che i governi nei due anni precedenti si ponessero seriamente la questione.
Il problema non è se e quando votare, se ci si può trovare o meno in campagna elettorale nel momento in cui va scritta la legge di bilancio e vanno discussi con Bruxelles possibili sconti sul deficit. Ciò che serve è un’operazione verità, anche in fatto di rapporti con l’Europa, e un percorso condiviso e chiaro in tema di urgenze e strategie per affrontare i veri problemi, guardando alla necessità di non far implodere la ripresa, ai bisogni dei giovani, dei poveri, delle famiglie. La responsabilità della politica è tutta qui.

Massimo Calvi
Avvenire, 30.5.2017
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Il crollo della natalità colpa (anche) dello spread

Il calo della natalità? Colpa anche dello spread. O meglio: non è stata solo la disoccupazione dovuta alla crisi a far nascere meno bambini, il tasso di fecondità in questi anni è crollato anche per la crisi del debito e l’incertezza della politica economica, questioni cioè capaci di trasmettere insicurezza e logorare la fiducia nel futuro. A metterlo in luce per la prima volta è uno studio sugli effetti della Grande Recessione in Europa e negli Stati Uniti condotto da Chiara Ludovica Comolli, ricercatrice italiana presso l’unità di Demografia del Dipartimento di Sociologia dell’Università di Stoccolma.
«La crisi ha avuto un impatto negativo notevole sulle dinamiche familiari e in particolare sulla natalità in tutti i Paesi colpiti dalla Grande Recessione – spiega Comolli ad "Avvenire" –. Tra il 2008 e il 2013 su 32 Paesi analizzati tra Europa e Stati Uniti, 22 hanno registrato un sensibile calo delle nascite. A reggere meglio sono stati i Paesi dell’Europa Continentale come Germania, Francia e Austria, mentre i cali più sostanziali si sono visti nel Sud Europa, oltre che in alcuni Paesi del Nord, Islanda e Finlandia, e negli Stati Uniti. In tutti i Paesi la crisi ha bloccato il trend positivo di inizio secolo, riportandoci indietro di parecchi anni.
In che modo la crisi ha impattato sulla natalità?
L’insicurezza nel mercato del lavoro è il fattore principale per la scelta di rimandare la nascita di un figlio. Soprattutto nei Paesi come gli Usa e il Sud Europa, pensiamo all’Italia, dove le politiche familiari sono deboli e le coppie sempre più dipendenti dal lavoro e dal salario di entrambi i partner. La disoccupazione femminile, in particolare, sembra avere influito sulla decisione di avere figli in modo anche più negativo rispetto a quella maschile. Ma rispetto alle precedenti recessioni del XX secolo questa crisi è stata caratterizzata in modo decisamente superiore da un grado di incertezza legata ad altri fattori.
Di cosa si è trattato in particolare?
Un esempio fra tutti è la crisi del debito sovrano nei Paesi del Sud Europa, che ha prospettato la possibilità del fallimento di stati interi e messo a rischio la tenuta dell’Unione Europea. La parola "spread" ha dominato i titoli di giornali e telegiornali, le persone hanno visto in quel differenziale il termometro della crisi, e l’incertezza delle politiche fiscali ed economiche si è tradotta in ulteriore insicurezza per le famiglie, che hanno rimandato ogni investimento e ogni scelta di lungo periodo, come quella di avere figli. Lo stesso impatto negativo sui tassi di natalità lo troviamo quando guardiamo alla fiducia dei consumatori e agli indici di incertezza della politica economica. Il risultato interessante è che questi indici mostrano di avere un impatto sulle scelte familiari paragonabile a quello della disoccupazione, che fino ad ora è stato considerato il maggiore determinante macroeconomico della natalità.
La natalità dunque non risente solo delle difficoltà del momento, ma subisce anche il peso dell’insicurezza sul futuro, di una politica che non guarda lontano?
Esattamente. Avere figli e formare una famiglia va considerato un po’ come un investimento, e se la stabilità futura è incerta si tendono a rimandare le scelte importanti. Durante la crisi questo è avvenuto nella maggior parte dei Paesi occidentali. Oggi però in alcuni Paesi come la Spagna, lentamente la crescita economica e ancor più lentamente la natalità, stanno risalendo. I giovani Italiani, invece, si trovano non solo in una condizione lavorativa precaria e senza prospettive di miglioramento nel breve periodo, ma soffrono la mancanza di prospettive reali di crescita del Paese, la mancanza di riforme strutturali che migliorino le condizioni del mercato del lavoro e delle politiche di riconciliazione lavoro-famiglia.
Quanto incide sulla natalità il fatto che l’Italia abbia un debito elevato?
Nell’influenzare le scelte familiari la sostenibilità del debito Italiano non è un argomento così tecnico come si possa pensare. La crisi ha portato l’argomento su tutte le pagine dei giornali, il termine "default" nel 2011 si trovava al quinto posto delle ricerche su Google, e l’anno dopo al quarto posto c’era la parola "spread". La debolezza della credibilità sui mercati finanziari dell’Italia rientra in un quadro macroeconomico e finanziario negativo del Paese che influenza negativamente gli investimenti, compresi quelli familiari e la natalità.
Che interventi servirebbero?
L’incertezza si riduce con politiche economiche strutturali di lungo periodo, dirette alla crescita economica ma anche che incentivino comportamenti virtuosi. Penso alla necessità di facilitare l’occupazione di donne e giovani, entrambi cruciali per riportare in crescita la natalità. Il divario generazionale tra insider e outsider nel mercato del lavoro non smette di crescere e i giovani in Italia sono le vere vittime di questa crisi; mentre il tasso di occupazione femminile è ancora molto al di sotto della media europea e il gap con l’occupazione maschile è tra i più alti d’Europa. Le misure una tantum non favoriscono né la natalità né l’occupazione femminile e giovanile.

Massimo Calvi
Avvenire 19.5.2017
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In Italia la ripresa non ci sarà mai

Ci sono segnali positivi sull’economia italiana, eppure non è facile essere ottimisti. Le Previsioni di primavera pubblicate dalla Commissione europea dicono che nel nostro Paese è in atto solo una «modesta ripresa» mentre nel resto del Continente «la crescita è salda». Anche l’indicatore Istat che anticipa gli andamenti economici ha segnalato ad aprile che la lancetta della crescita attesa è ancora in zona positiva, ma si sta purtroppo abbassando. Dopo dieci anni tra crisi e stagnazione, insomma, segnali di una vera svolta non se ne vedono. Ma il punto è: ci sarà mai una vera ripresa in Italia? La questione è seria, perché al di là delle variazioni dei diversi indici che accendono e spengono gli entusiasmi a ogni nuova diffusione, ci sono almeno due questioni da valutare per capire se il nostro Paese potrà conoscere una accettabile fase di sviluppo nel medio-lungo periodo. Il primo riguarda la ormai prossima fine della stagione degli stimoli monetari concessi dalla Banca centrale europea, il secondo l’emergenza demografica che iscrive l’Italia tra gli osservati speciali di questa epoca. Due argomenti che il mondo politico dovrebbe affrontare con maggiore convinzione rispetto a quanto fatto finora. Perché non ci sarà una crescita che a un certo punto calerà magicamente dall’alto e verrà a salvarci, ma ci sono riforme che vanno attuate subito per scongiurare il collasso. Il Pil dell’Italia dovrebbe crescere poco meno dell’1% quest’anno e poco più dell’1% il prossimo. Nel resto d’Europa l’espansione sarà più decisa, tra l’1,5 e il 2% a seconda dei Paesi. Il Pil non misura il benessere e la felicità, in ogni caso ci dice molto su quante risorse abbiamo a disposizione e se i conti pubblici sono o no a rischio. In linea con la ripresa europea anche l’inflazione sta risalendo verso quel 2% che rappresenta l’obiettivo della politica monetaria della Banca centrale. E questo è un immediato fattore di rischio. Presto l’istituto guidato da Mario Draghi incomincerà a ridurre gli acquisti di titoli di Stato e di bond societari, uno "shopping" partito nel 2015 e che al momento vale 60 miliardi di euro al mese. La fine del "Quantitative easing" (Qe) è una pessima notizia per un Paese come l’Italia il cui debito pubblico salirà ancora nel 2017 al 133% del Pil, perché renderà ulteriormente più pesante questo fardello. È grazie agli acquisti della Bce che Roma in questi anni ha potuto mantenere basso il costo del finanziamento del debito, tenere a bada lo spread e varare misure definite "espansive" come i bonus da 80 euro. Anche immaginando che il Qe venga prolungato per qualche mese nel 2018, il suo esaurimento pone alcune domande, considerato che le misure non sono state così espansive come si sperava e che i guadagni non sono stati usati per varare interventi strutturali a favore della competitività. Quale politica economica saremo in grado di attuare quando verrà meno il doping della Bce? Quali margini avremo per nuovi interventi fiscali senza scaricarne i costi sulle generazioni future? Quali sacrifici ci aspettano? Se la fine del favore monetario chiama in causa la gestione delle finanze pubbliche, il declino demografico rappresenta il maggiore ostacolo alle possibilità di una crescita sostenibile. La Commissione europea spiega che il Pil oggi è tenuto a freno dall’incertezza politica e dalla crisi delle banche. Ma questi in fondo sono fattori contingenti. La realtà è che nessun Paese che perde popolazione può immaginare di avere tassi di crescita soddisfacenti e nemmeno di migliorare gli indicatori di benessere. Dal 2015 i residenti in Italia hanno incominciato a calare, lo scorso anno la popolazione è scesa di altre 86mila unità. Le Previsioni demografiche Istat per il 2065 indicano che tra mezzo secolo l’Italia potrebbe avere 7 milioni di abitanti in meno rispetto ai 60 milioni di oggi, il Sud andrà spopolandosi a favore del Nord, l’età media salirà a 50 anni dai 44,7 attuali e ci saranno diversi problemi da gestire. La questione non è come andranno le cose dal 2065, quando in fondo saremo un po’ meno compressi, ma in quali condizioni ci arriveremo. È la transizione che fa paura. Oggi la fascia di età più numerosa è rappresentata dai 50enni, gli ultimi "baby boomers", come sono chiamati i nati tra il 1961 e il 1975. Già ora ci sono più occupati e disoccupati over 50 che giovani tra i 15 e i 24 anni, per il solo fatto che i "genitori" sono ormai una coorte più numerosa dei "figli". Ecco, immaginiamo cosa potrà accadere quando la generazione più anziana si ritirerà dal lavoro e sarà interamente "a carico" di un numero limitato di giovani. L’anno più critico è considerato il 2045, quando un terzo della popolazione avrà più di 65 anni e solo il 54% dei residenti si troverà in età da lavoro. Il declino demografico non sarà indolore e si tradurrà in minori risorse per il welfare ma anche minore crescita. Prendiamo ad esempio i consumi. Nella vita di un individuo le "spese" tendono a salire dai 25 anni fino ai 50, quando raggiungono il picco, e poi vanno calando. Con una popolazione anziana sarà più difficile sostenere l’economia con i consumi, mentre aumenterà la richiesta di servizi di cura in un contesto in cui il welfare e il sistema previdenziale saranno sotto stress. Lavoratori più anziani sono in genere più esperti ma anche meno produttivi, tendono ad avere maggiormente bisogno di "permessi" sanitari oltre che di un’organizzazione del lavoro più flessibile. Il calo della popolazione non si traduce solo in un impoverimento umano. «La crescita – ha scritto Ruchir Sharma sul "New York Times" – ha più a che fare con la popolazione che con la produttività, più con nascite e immigrati che con Google e Stanford». Poche nascite e un’immigrazione mal gestita comprimono strutturalmente il potenziale di sviluppo di un Paese. Diversi studiindicano che la demografia sbilanciata può sottrarre all’Italia fino a un punto di crescita potenziale. La crisi scoppiata nel 2008 ha cambiato per sempre uno scenario che ci aveva abituati a ritmi di sviluppo ben diversi. E colpendo in particolare Paesi con una natalità già debole come l’Italia, dove il tasso di fecondità è sceso a 1,35 figli per donna, ha aggravato il problema. Che fare? La risposta è semplice. Intervenire per sostenere le nascite e trasformare l’immigrazione in «fonte di opportunità e crescita», per usare l’espressione usata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella nella recente visita in Argentina. L’urgenza non è un’opinione. Il rischio-collasso è prospettato anche nel Rapporto 2017 della Fondazione per la Sussidiarietà, dedicato proprio alla crisi demografica e curato da Giancarlo Blangiardo. «Pensare di guarire immediatamente non è possibile – afferma lo studioso dell’Università di Milano Bicocca – ma incominciamo a sistemare il ricambio generazionale e a fare arrivare nuove forze» per tenere in piedi il sistema. Il punto centrale è dare un senso agli interventi: coglie nel segno il presidente della Fondazione Sussidiarietà, Giorgio Vittadini, quando dice che la politica dovrebbe uscire dalla logica di corto respiro dei bonus, superare gli «interventi occasionali e privi di una visione coerente» e pensare a un grande piano d’azione. Un Paese nelle condizioni dell’Italia deve concentrare sui giovani la gran parte delle energie di cui dispone. Investire cioè su quel capitale umano in grado di fare la differenza nel futuro, anche prevenendo il rischio che gli anziani finiscano per essere considerati "un peso", "scarti". Puntare sui giovani significa favorire i bambini che devono ancora nascere, i giovani che devono prepararsi al mondo del lavoro, i giovani che arrivano e vanno integrati perché esprimano il loro meglio, i giovani di altre nazioni che devono trovare vantaggioso trasferirsi qui. L’unica speranza è trasformarsi in un Paese a misura di giovani e famiglie, dove il debito non è più un fardello, i conti sono in ordine, è premiante mettere al mondo figli, l’educazione è di qualità e accessibile, i servizi per bambini e giovani non hanno tariffe, le case sono alla portata e il lavoro è dignità, non sfruttamento. Dove la tenuta della famiglia è un valore riconosciuto, perché non c’è benessere nella disgregazione. L’abbondanza e la qualità delle risorse di cui sono portatori i ragazzi è puntualmente certificata dal Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo, insieme alla necessità che la politica fornisca risposte adeguate alla valorizzazione delle attese e dei talenti che restano compressi. Scrive il curatore del Rapporto, Alessandro Rosina: «Solo quando le opportunità delle nuove generazioni aumentano rispetto a quelle precedenti possiamo dire che la direzione intrapresa è quella giusta».

Massimo Calvi
Avvenire 11.05.2017

La Germania che invecchia dimezza il Pil

Se le cose vanno bene in Germania è un buon segno per l’Europa, perché quando la locomotiva incomincia a tirare tutti i vagoni si mettono in movimento. Ma come può viaggiare un treno sempre più vuoto, con sempre meno passeggeri e sempre più anziani? Potremmo leggerli così i dati sull’economia tedesca, quelli che riguardano la vigorosa ripresa in atto in questi mesi, ma anche quelli che raccontano di un Paese che a causa del declino demografico nei prossimi anni rischia di viaggiare con il freno tirato, se non peggio.
Ieri la Bundesbank ha offerto un quadro sul quale ci sarebbe da riflettere molto come europei. I primi tre mesi dell’anno dovrebbero infatti vedere un Pil in crescita dello 0,7% in Germania, più dello 0,4% degli ultimi tre mesi 2016. L’accelerazione si deve in particolare all’industria e ai consumi privati, ma è andato bene anche l’export, mentre la disoccupazione è scesa ai minimi. Nel suo bollettino mensile la Banca centrale tedesca insiste molto sul buon umore dei consumatori dovuto al momento felice del mercato del lavoro, considerato che negli ultimi anni era stato questo un importante fattore di fragilità. E a conferma del momento positivo ieri è arrivato anche l’indice Ifo che misura la fiducia delle imprese, balzato in aprile oltre ogni previsione a 112,9 punti, mezzo punto in più rispetto a marzo.
Tutto bene, insomma, se non fosse che la frenata è lì, dietro l’angolo. E per motivi strutturali, cioè non facili da rimuovere: le poche nascite, l’invecchiamento della forza lavoro e il calo della popolazione. Tra soli 4 anni, cioè dal 2021, secondo gli economisti della "Buba" il tasso di crescita potenziale passerà dall’1,25% allo 0,7%.
Il problema è noto da tempo, anche se va interpretato. Con 600 euro di spesa annua pro capite la Germania è tra i Paesi che più spendono alla voce "famiglia e natalità" (l’Italia è a poco più di 400 euro), il tasso di fecondità è molto basso, ma negli ultimi anni ha continuato a salire fino a 1,5 figli per donna (1,35 in Italia), mentre il saldo migratorio nel 2015 è stato positivo per ben 1,1 milioni di persone. Eppure di recente anche la Cancelliera Angela Merkel ha lanciato un chiaro allarme legato al fatto che nei prossimi 16 anni la Germania dovrebbe perdere circa 15 milioni di abitanti (oggi sono poco più di 82 milioni).

A differenza di Paesi come l’Italia, dove il problema è persino più serio, sorprende come la Germania affronti con chiarezza questo argomento, fornendo cifre e previsioni precise sui rischi dell’inverno demografico. Una stagione di gelo che inevitabilmente interesserà tutti i vagoni europei, non solo la locomotiva.

Massimo Calvi
Avvenire

Papa Francesco: recuperare i centri storici

Il Papa delle «periferie» finora non aveva mai parlato dei «centri». Francesco lo ha fatto per la prima volta domenica 2 aprile davanti al duomo terremotato di Mirandola, durante la visita pastorale alla diocesi di Carpi e alle zone colpite dal sisma di cinque anni fa. È una novità perfettamente coerente con il suo magistero, ma in un certo senso apre prospettive nuove, soprattutto a noi che siamo abituati a veder trasformare tutto in slogan, frasi fatte o titoli a effetto.
La ricostruzione in Emilia ha curato molte ferite, ha detto Francesco, ma ora «è quanto mai importante un deciso impegno per recuperare anche i centri storici», perché proprio come le periferie i centri non sono solo luoghi fisici: «Essi sono i luoghi della memoria storica e sono spazi indispensabili della vita sociale ed ecclesiale», qualcosa che va recuperato e restituito, anche «per il bene comune». I due momenti più popolari della giornata emiliana del Papa, la Messa in piazza Martiri a Carpi davanti al duomo appena riconsegnato nel suo splendore, e il discorso al duomo di Mirandola ancora inagibile, ma che in estate vedrà l’inizio dei restauri, hanno reso perfettamente il senso di un messaggio che mentre ci racconta di spazi urbani e di edifici da ricostruire riesce a parlarci di fede, speranza e resurrezione.
Detto a comunità e popolazioni colpite da un terremoto, a Carpi come in Centro Italia, è più che tendere una mano, è accarezzare il cuore. Questa è la provincia che nel giorno di festa si alza e dalle sue «periferie» converge lentamente verso il «centro storico» dove c’è la memoria, la tradizione, la vita sociale, la chiesa, la Messa. Come si fa a non restaurare tutto questo? Solo una settimana prima, nella visita a Milano, parlando ai cresimandi nello stadio di San Siro, Francesco aveva consigliato alle famiglie di provare a imitare la gente di Buenos Aires, a « dominguear », 'fare domenica', cioè passare più tempo con i propri figli, andare a Messa e poi in un parco, magari insieme ad altre famiglie. La fede è anche passare del tempo così. Senza fretta, stress, impegni faticosi o altro.
È un’idea di festa forse un po’ antica, poco metropolitana e completamente diversa da quella che ad esempio ci viene proposta in questi giorni dal confronto sulle aperture domenicali di quei grandi templi del consumo che sono i centri commerciali, dove la vocazione al profitto sta spingendo a chiedere che i negozi restino aperti non più solo ogni domenica, ma anche in quella domenica decisiva che è la Pasqua. Una riorganizzazione dei tempi e della vita che ci avvicina più a un 'terremoto' che ai concetti di progresso, lavoro, sviluppo. Forse allora serve proprio avere le macerie davanti agli occhi per capire che cosa stiamo perdendo. Le periferie, come i centri storici, sono spazi delle nostre città e luoghi esistenziali allo stesso tempo.
Nell’omelia della Messa a Carpi Francesco ha chiesto alle migliaia di persone in piazza e alle famiglie con bambini che affollavano i parchi davanti ai maxischermi, ai cuori terremotati dell’Emilia e di tutto il mondo, di non restare intrappolati dalle macerie ma di «decidere da che parte stare». Nel Vangelo della resurrezione di Lazzaro che cos’è il sepolcro se non un edificio umano rovinato da un sisma? Eppure Gesù «non si fa imprigionare dal pessimismo». Ecco, decidere da che parte stare è scegliere.
Ognuno di noi dentro di sé ha un «piccolo sepolcro», ha suggerito il Papa, una ferita, un torto, un rancore, un peccato, e di fronte a questa grotta oscura che abbiamo dentro cosa facciamo? «C’è chi si lascia chiudere nella tristezza e chi si apre alla speranza. C’è chi resta intrappolato nelle macerie della vita e chi, come voi, con l’aiuto di Dio – ha detto Francesco – solleva le macerie e ricostruisce con paziente speranza». L’esempio coraggioso di gente operosa. Scegliere tra il sepolcro e Gesù è come rimettere a posto i pezzi di un cuore, di un «centro» umano terremotato.  Togliere la pietra dal sepolcro è come posare la prima pietra di una rinascita. Il Papa delle periferie ci sta ricordando che la festa
, la domenica, la Pasqua della resurrezione, è davvero ancora il nostro centro.


Massimo Calvi
Avvenire, 4.4.2017

Neet e bamboccioni, problema di autostima?

E se fosse un problema di autostima? Se cioè la condizione dei giovani che non studiano e non lavorano fosse dovuta non soltanto alla crisi economica e alla mancanza di opportunità di impiego, ma dipenda anche dai tratti della personalità? L’ipotesi è tanto suggestiva quanto inquietante. Eppure è quello che emerge da diversi studi scientifici.
Negli anni della Grande Crisi il numero dei cosiddetti Neet (Not in Employment, Education or Training), cioè i "ragazzi" dai 15 ai 29 anni che né lavorano né sono impegnati in programmi di formazione, sono aumentati vertiginosamente. In Italia sono quasi 2 milioni e mezzo, il 29% dei giovani, uno dei dati più alti in tutta l’area Ocse, dove la media è del 14,6%. Nel 2007 il tasso italiano di Neet era poco sotto il 20%: è chiaro che la mancanza di lavoro e il boom della disoccupazione, soprattutto di quella giovanile che ha raggiunto il 40%, hanno avuto un ruolo determinante. Ma il solo dato economico non spiega tutto: perché un giovane che non studia, non sta cercando lavoro? E perché un ragazzo che non lavora, non è impegnato in un percorso di formazione?
Tanto si è detto e scritto intorno ai figli che restano in casa, anche se un lavoro l’hanno trovato, quelli che un po’ superficialmente definiamo "mammoni", "bamboccioni", o "generazione Tanguy". E ora una ricerca della Fondazione Visentini ci informa che l’età dell’autonomia sta salendo velocemente, a 40 anni nel 2020, e in futuro crescerà ancora: nel 2030 i figli si renderanno autonomi dalla famiglia di origine a 50 anni. Ma, tornando al punto di partenza, se la condizione di Neet fosse anche un problema di carattere? Cioè di qualcosa che si è formato in tenera età e durante l’adolescenza? La letteratura scientifica indaga da tempo il ruolo delle competenze non cognitive e della personalità sul successo scolastico o sulle probabilità di essere disoccupati in futuro.
Una ricerca condotta da Silvia Mendolia e Ian Walker (U. of Wollongong e Lancaster U. – "Do Neets Need Grit?"), ad esempio, ha studiato il legame tra il carattere e il rischio di diventare Neet tra gli adolescenti inglesi. Ed è emerso che i ragazzi con bassi livelli di autostima o che attribuiscono a fattori esterni l’origine delle proprie "fortune" hanno una probabilità molto più elevata di diventare Neet. Al contrario, essere dotati di "grinta", della capacità di perseguire un obiettivo, mette al riparo dall’insuccesso, tanto che la sicurezza nei propri mezzi può essere equiparata a un talento. Non sono considerazioni scontate, tutt’altro. Le ricerche dimostrano che più tempo si passa senza lavorare né studiare, più aumentano le probabilità di avere risultati economici negativi in futuro. Dunque trovare un modo per influire sulla personalità quando è ancora possibile, cioè nelle fasi iniziali della vita e nell’età in cui il carattere è malleabile, grazie a programmi educativi mirati, può rappresentare un investimento significativo in favore dei giovani.
Forse non riusciremo a renderli tutti autonomi all’età in cui lo si dovrebbe essere. Ma almeno sarà meno angosciante chiedersi se la generazione che resta in casa non sia anche il prodotto di un’altra crisi: quella della fiducia nei propri mezzi.

Massimo Calvi
Avvenire 23.3.2017
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Rai e caso Perego, la tv da cambiare

Tutta colpa di una "slide". Di uno sconsolante "cartellone" blu con le scritte d’oro a elencare i motivi per cui gli uomini dovrebbero scegliere una fidanzata dell’Est. Una foto presa dallo schermo tv durante la trasmissione di Rai1 "Parliamone... sabato", condotta da Paola Perego, e data in pasto al web, condivisa sui social migliaia di volte, mostrata sui siti d’informazione come prova del degrado televisivo nazionale e del sessismo più becero. Le donne scelte come alla fiera del bestiame, i commenti più adatti all’esterno di un bar, tra mozziconi di sigaretta e gratta-e-vinci perdenti, dove gli uomini ridacchiano e gesticolano, magari alticci.
A vederla così, più un girone dantesco che servizio pubblico. E non a caso, giustamente, la dirigenza Rai ha immediatamente chiuso il programma. Non è questa la missione del servizio pubblico, non è questa la linea editoriale che abbiamo in mente, ha rilevato il direttore generale Antonio Campo Dall’Orto; non è questa l’immagine delle donne che la Rai vuole diffondere, le parole della presidente Monica Maggioni.
L’eccessivo potere degli autori o la libertà autoreferenziale di certe conduzioni si dice siano tra le ragioni del problema. Ma non diremmo tutto se ci fermassimo alle responsabilità individuali. Lo sforzo di restituire dignità e senso al servizio pubblico, vigilando e alzandone il livello, è dichiarato. Bene, allora, si prosegua in questa direzione. Il fatto è che nel tempo è sceso molto in basso, il livello. Non ci fosse stata la "slide" incriminata, l’infografica con i consigli per gli acquisti (delle donne) alla fiera dell’Est, probabilmente il confronto sui corpi "marmorei" e "sexy", "anche col pigiamone", sarebbe filato via liscio, con solo qualche strascico polemico. Tanto siamo abituati in tv alla banalità, allo squallore, al turpiloquio, alla gratuità mediocre delle scene di sesso che farciscono le fiction, alla libera narrazione della cultura che mercifica i corpi femminili.
Si argomenta che è la rappresentazione della realtà a costringere la televisione a essere un luogo poco ospitale verso le persone e le famiglie semplici, che infatti la disertano o ne fruiscono con il contagocce, perché c’è altro e di meglio nella vita. E ovviamente non fanno audience. Ma dove sta scritto che deve essere per forza così? Il servizio pubblico è già oggi in gran parte, e può diventarlo ancora di più, quell’isola in cui trovare un rifugio dall’eutanasia della missione educativa che interessa la società. Non Parliamone... (solo) sabato, parliamone tutti i giorni.

Massimo Calvi
Avvenire 21.3.2017
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Erdogan e la guerra dei figli

Vivete in quartieri migliori. Comprate le auto migliori. Vivete nelle case migliori. Non fate 3 figli, ma 5. Perché voi siete il futuro dell’Europa». Ha contorni decisamente inquietanti l’appello che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha rivolto ai connazionali che vivono in Europa.
Il pressante invito si inserisce nello scontro in atto con i Paesi Ue dopo lo stop in terra olandese ai comizi di esponenti di Ankara sul referendum costituzionale turco. Nel crescendo di questi giorni ieri Erdogan ha alzato ulteriormente i toni, aggiungendo all’ordine procreativo la rinnovata minaccia di aprire le frontiere per inondare l’Europa di profughi.
Ma che cosa c’è di così disturbante nell’appello del "sultano"? Che cosa ci inquieta? Molto probabilmente il fatto che natalità e demografia sono il vero tallone d’Achille dell’Europa. Ed il leader turco ne è perfettamente consapevole.
I figli sono un dono che spalanca le porte alla speranza e concede margini di futuro. Non si fanno figli "contro" qualcuno, per dominare, per conquistare. Le dittature hanno sempre cercato di manovrare la popolazione per esigenze di forza e di dominio, e gli italiani che hanno attraversato l’epoca fascista lo sanno bene.
Il punto critico di questa fase storica è che il dato quantitativo della popolazione sta tornando a fare la differenza, mentre la denatalità che affligge il Vecchio continente rappresenta un fattore di debolezza capace di rendere più fragile la sua democrazia, i suoi valori fondanti e, in prospettiva, la possibilità di tenuta sociale. Le tensioni prodotte dal fenomeno migratorio ne sono una prova, come dimostrano le fibrillazioni che si presentano a ogni tornata elettorale nell’Unione.
È difficile pensare che i turchi europei rispondano con orgoglio patriottico all’appello. E d’altro canto l’Europa, se vuole darsi un futuro coerente con i propri valori, non può permettersi distinzioni tra i cittadini di oggi e di domani marchiandoli in base all’origine nazionale o all’appartenenza religiosa.
Le parole di Erdogan turbano, dunque, perché arrivano dal passato, ma intercettano una fragilità del presente e suonano persino condivisibili alla luce della tendenza demografica. Il presidente turco vuole sfruttare una nostra debolezza, che molti sembrano non vedere nemmeno. Il punto è che l’Europa ha un disperato bisogno di figli, ma per sopravvivere restando se stessa non può lasciarsi trascinare in una "guerra dei figli".

Massimo Calvi
Avvenire
18.3.2017