L'Economist contro gli aiuti alla natalità, perché sbaglia

I sostegni alla natalità funzionano? Ha senso, cioè, destinare risorse pubbliche per contrastare l’inverno demografico? Molti se lo chiedono, in particolare nei Paesi più ricchi, dove il calo delle nascite da oltre un decennio sembra diventato un fenomeno strutturale, anche a prescindere dalla quantità e dalla qualità degli aiuti concessi alle famiglie. La risposta non è semplice, perché all’origine della crisi della natalità ci sono questioni culturali, sociali, economiche, e pur trovando una base comune di motivazioni, ogni Paese fa storia a sé.

La preoccupazione per il calo dei bambini ha spinto diversi governi e leader politici - dalla Francia alla Corea del Sud, dagli Stati Uniti al Giappone fino all’Italia – a mettere in agenda il tema del declino demografico e in qualche caso a varare piani d’azioni con nuovi stanziamenti di risorse. Servirà? Secondo “L’Economist” no. Il settimanale britannico, considerato la bibbia del liberismo, ha condotto un’inchiesta nelle nazioni del mondo ricco per arrivare alla conclusione che «pagare le donne per avere più figli non funzionerà». Dunque, meglio adattarsi alla riduzione delle nascite alzando ulteriormente l’età pensionabile, favorendo l’immigrazione qualificata, puntando sull’innovazione e le nuove tecnologie.

L’inchiesta è interessante, perché nell’offrire una panoramica ad ampio raggio sul fenomeno, pur generalizzando eccessivamente, smonta alcuni luoghi comuni del racconto mediatico sulla denatalità, e nel farlo arriva involontariamente a mostrare l’intelaiatura sulla quale si regge la cultura ostile alla concessione di aiuti alle famiglie, che non è la conseguenza di una lettura sociale, ma emanazione di un preciso pensiero economico.

Le nascite calano in tutto il mondo ricco

Il quadro di riferimento è noto: «I tassi di natalità stanno diminuendo quasi ovunque e il mondo ricco si trova ad affrontare una grave carenza di bambini», con tutti i problemi che questo comporta: se un tasso di fecondità di 2,1 figli per donna mantiene stabile la popolazione, 1,6 figli significa che ogni generazione sarà un quarto più ristretta di quella precedente, e in prospettiva le nazioni in crisi demografica potranno perdere dinamismo e forza militare, andare incontro a problemi finanziari, previdenziali e sanitari. Ed è vero: in questo momento nessuna ricetta sembra funzionare. Dunque ha senso continuare a spendere, o spendere ancora di più?

L’Economist porta molti elementi a favore di un disimpegno. In Corea del Sud, dal 2006 il governo ha speso più dell’1% del Pil all’anno, 270 miliardi di dollari in tutto, eppure il tasso di fecondità è di 0,7% figli per donna, e continua a calare. La Francia impiega dal 3,5 al 4% del suo Prodotto interno lordo (un record) in politiche “nataliste”, ma da anni continuano a nascere meno bambini. In Svezia, nonostante i programmi di assistenza all’infanzia tradizionalmente generosi il numero medio di figli per donna è inferiore a 1,7.

Anche l’estensione dei congedi di maternità o paternità sembra non servire a molto, dato che stare troppo a casa con i figli tende a essere stigmatizzato sul posto di lavoro anche nel Nord Europa, dove i maschi che hanno usufruito di permessi hanno meno probabilità di avere un altro figlio perché non a tutti piace questa dimensione della paternità, e poi c’è il fatto che le donne si sono ormai abituate ai sostegni generosi. Molto più utile, argomenta L’Economist, potrebbe essere elargire somme di denaro o concedere incentivi fiscali, il problema è che costano troppo rispetto ai risultati: se si calcola quanti figli “aggiuntivi” hanno prodotto gli incentivi francesi negli ultimi dieci anni, escludendo cioè i bambini che sarebbero nati comunque, si arriva a due milioni di dollari a figlio.

È evidente che sostegni mal congegnati finiscano per andare solo a chi i figli li avrebbe comunque, ma proprio questo ultimo calcolo rivela il grande limite dell’analisi e della tesi che la guida. «La decisione di avere figli è personale e dovrebbe rimanere tale», sentenzia L’Economist, concludendo che «le politiche di incentivo alle nascite sono un errore costoso e socialmente retrogrado». Ok. Ma cosa hanno di diverso gli incentivi alle famiglie rispetto a quelli riservati a sostenere settori economici in difficoltà o imprese fuori mercato? Perché, cioè, il “laissez-faire” deve caratterizzare solo la dimensione famigliare, e gli “animal spirits” restare confinati nella sfera più intima?

La questione del sostegni ai poveri

Nel mondo ricco le persone desiderano più figli di quelli che riescono ad avere, e questo potrebbe essere considerato un fallimento delle società avanzate, ma per L’Economist il differenziale tra desiderio e realtà non si è ridotto rispetto al passato, dato che le persone oggi sognano comunque di avere meno figli di una volta. Sarà l’effetto del consumismo, sarà l’individualismo, la maggiore incertezza o un mutamento nelle aspettative, qui conta poco. Per il settimanale le politiche pubbliche non funzionano perché i governi hanno finora sbagliato la diagnosi del declino demografico, pensando che questa abbia origine del fatto che le donne professioniste rimandano la possibilità di avere figli, e che dunque la questione sia dover scegliere tra lavoro e carriera.

La critica non è sbagliata, anzi, ma la generalizzazione non aiuta a contrastare la retorica superficiale di tanti racconti mediatici. Il problema vero con il quale fare i conti oggi è che nelle società più ricche la denatalità non riguarda più di tanto le persone della classe medio-alta, con istruzione superiore, perché nella realizzazione del loro percorso di carriera un figlio, o forse due, sono una concreta possibilità, sempre che lo si voglia. I figli che mancano sono invece quelli delle donne più giovani delle classi operaie, o più povere e meno istruite. L’Economist questo lo dice. Si può fare qualcosa, allora? La risposta è spiazzante: meglio di no, argomenta il settimanale, perché «i bambini in più che nascerebbero da politiche mirate, probabilmente non diventeranno quei professionisti in grado di incrementare la produttività tanto desiderata dai governi». Nascendo poveri, insomma, resterebbero poveri. E povere resterebbero le loro madri, giacché, come viene ricordato citando il caso americano, prima le donne hanno figli e meno guadagneranno in futuro. Chiaro il messaggio?

L’analisi ha un grosso limite soprattutto nel momento in cui cerca di trarre considerazioni generali scegliendo casi e dati da contesti molto diversi tra loro, funzionali a una determinata lettura della realtà. Tra gli 0,7 figli per donna in Corea del Sud e gli 1,7 della Svezia, ad esempio, c’è una grande differenza. Così come è difficile equiparare le ragioni della denatalità in Cina con quelle degli Stati Uniti. Invece, riuscire a portare il tasso di fecondità dell’Italia da 1,2 figli per donna a 1,4, assecondando i desideri delle persone, può essere determinante per le generazioni a venire, per le ambizioni dei giovani, per la felicità delle coppie che oggi devono compiere rinunce, o per le tante donne che ancora incontrano troppi ostacoli, nella società come sul lavoro; e può essere non così costoso come si dice, se si confrontano le spese per aiutare i genitori con quelle per i bonus all’edilizia, solo per fare un esempio a caso.

Perché gli aiuti alle famiglie possono funzionare

Da questo punto di vista, molto più interessante rispetto all’inchiesta dell’Economist è uno studio condotto da Lyman Stone ed Erin Wingerter per l’americano Institute for Family Studies sulle caratteristiche della bassa natalità nell’Europa del Sud. La ricerca rileva, correttamente, che «non esiste una politica che può essere attuata domani per aumentare in modo strutturale i tassi di fecondità», ma solo perché «le politiche che funzionano in un Paese non possono essere trapiantate in un altro». Quello che va bene in Francia, cioè, può non funzionare in Italia o Spagna.

L’Ifs però non ha dubbi sul fatto che una buona politica “natalista”, fondata su approfonditi studi della realtà locale, e priva di condizionamenti ideologici, possa produrre effetti. E per dimostrarlo pubblica una cartina con i tassi di fecondità nelle province del Sud della Francia che confinano con quelle dell’Est della Spagna e del Nord-Ovest italiano. Nei territori francesi il numero medio di figli per donna è sempre superiore a 1,5 e arriva a 2, in Italia e Spagna spazia da 1 al massimo di 1,3. Basta superare il confine, insomma, e la dimensione della famiglia cambia. Come tra la Corsica, 1,4 figli, e la Sardegna, 1,1.

Qual è la differenza? La cultura? O le politiche? Probabilmente una cultura che si è formata anche in virtù delle scelte forti della politica. Ed è per questo che la Francia oggi può contare su una popolazione superiore di svariate milioni di persone rispetto a quello che sarebbe stato senza sostegni. Proprio guardando all’esempio francese, dove il contesto politico è stato a favore della natalità fin dagli anni ’30, varando riforme quasi mai messe in discussione, si capisce quale caratteristica fondamentale debba avere una buona politica demografica perché dia frutti. In pratica non si può affermare che gli incentivi alla natalità non funzionino o che costino troppo, ma che possono svolgere il loro lavoro se un intero Paese è d’accordo e ci si dà un obiettivo di decenni.

Il grande problema di oggi è che i governi non hanno pazienza, cercano risultati elettorali immediati, basti pensare alla politica dei bonus italiani, e la natalità continua a essere un tema divisivo. E così la cultura iperliberista può avere gioco facile nel suggerire di non pensare più agli aiuti alle famiglie. Meglio single, è il messaggio, perché non chiedono congedi, spendono di più e comprano beni con maggiori margini di profitto per chi li produce. E ai più poveri, nemmeno la gioia di un figlio. Se questo sia di destra o di sinistra non è facile da stabilire. Di sicuro è poco umano.

Massimo Calvi

Avvenire, 29 maggio 2024

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L'estate del 2023 è stata la più calda da 2.000 anni

Dopo aver appreso che il 2023 è stato per la Terra l’anno più caldo da quando vengono registrate le temperature, cioè da circa 175 anni, ora sappiamo anche che molto probabilmente l’estate scorsa nell’emisfero settentrionale è stata la più calda degli ultimi 2.000 anni. A sostenerlo è uno studio pubblicato sulla rivista Nature (condotto da un team guidato da Jan Esper dell'Università Johannes Gutenberg di Magonza, in Germania), in cui attraverso l’analisi degli anelli degli alberi sono state ricostruite le temperature fino all’inizio dell’era cristiana.

Secondo la ricerca il periodo tra giugno e agosto del 2023 ha fatto registrare una temperatura media della superficie terrestre più alta di 2,20°C rispetto alla media del periodo tra l’anno 1 e il 1890. Se si guarda invece all’estate dell’anno 536, che sembra essere stata la più fresca di tutte anche a causa dell’eruzione del vulcano Krakatoa, nell'attuale Indonesia, lo scostamento è di ben 4°C. Questo dato relativo al VI° secolo è però solo una curiosità statistica. Più importante è stabilire che rispetto alla media delle temperature tra il 1850 e il 1900, cioè il periodo di riferimento per valutare l’impatto delle attività umane sul clima, la scorsa estate è risultata più calda di 2,07°. L’accordo raggiunto il 12 dicembre 2015 a Parigi prevede l'impegno a mantenere l’innalzamento della temperatura sotto i 2° e, se possibile, sotto 1,5° rispetto ai livelli pre-industriali.

Insomma, sembra acclarato che negli ultimi 2.000 anni le estati sono state un po’ più fresche rispetto all'attuale fase storica, in cui a influire sul clima sono in larga parte le emissioni di CO2 dovute ai combustibili fossili. In realtà la paleoclimatologia lo aveva già appurato, ipotizzando che i record odierni siano tali anche rispetto a diverse migliaia di anni addietro, ma questa ultima ricerca, che si avvale di un importante lavoro precedente in cui sono state ricostruite le temperature a partire dallo studio dei tronchi di oltre 10.000 alberi, sia vivi che fossili, sembra aggiungere importanti elementi.

Ogni anno, infatti, un albero si allarga di due anelli, uno più chiaro in primavera-estate e uno più scuro verso l'autunno, e nei periodi in cui il caldo e l’umidità sono più elevati gli anelli diventano più ampi. Anche se la ricerca sui tronchi come materiale per studiare il clima nella storia sta muovendo i primi passi, e non può fornire certezze granitiche sulle ragioni del surriscaldamento attuale, questo tipo di studi può aiutare a comprendere qualcosa di più sulla temperatura “naturale” della Terra, considerando che le registrazioni meteorologiche del 19esimo secolo sono abbastanza limitate e tendono a sovrastimare le temperature. Uno degli aspetti che è stato riscontrato dall'analisi dei tronchi riguarda le grandi eruzioni vulcaniche del passato che hanno determinato periodi successivi più freddi, a causa degli aerosol di anidride solforosa immessi nell’atmosfera. Negli ultimi due millenni questo sembra essere avvenuto una ventina o trentina di volte.

Il record di caldo del 2023 invece ha risentito in buona parte dell'influenza di El Niño, il fenomeno climatico ciclico che provoca un forte riscaldamento delle acque superficiali dell'Oceano Pacifico, e che dovrebbe restare attivo fino all’inizio dell’estate 2024, per la quale gli esperti prevedono già nuovi possibili primati. In attesa di averne conferma, si può ricordare che il riscaldamento globale causato dalle emissioni di gas serra sta provocando un'intensificazione degli eventi climatici, ma a determinare l’estate eccezionalmente calda dello scorso anno ci possono essere stati una serie di fattori che tuttavia non riescono ancora a spiegare per intero la ragione di questo primato. Gli scienziati hanno segnalato il possibile effetto dell’eruzione del vulcano Hunga Tonga, nel Pacifico, che essendo sotto la superficie del mare ha prodotto enormi quantità di vapore acqueo nell’atmosfera, potenziando l’effetto serra; o anche la riduzione dello zolfo, che nell’atmosfera produce un effetto di raffreddamento, nei nuovi combustibili marini.

L’aumento delle temperature globali è fonte di preoccupazione anche alla luce dell’invecchiamento della popolazione. Secondo uno studio pubblicato su Nature Communications, condotto da un team internazionale di scienziati e coordinato dal Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (Cmcc) e dall'Università Ca' Foscari Venezia, nei prossimi 25 anni fino a 246 milioni di anziani in più rispetto a oggi in tutto il mondo saranno esposti a livelli pericolosamente alti di calore, e coloro che vivono in Asia e Africa subiranno gli effetti più gravi. La popolazione mondiale sta infatti invecchiando a un ritmo senza precedenti: le previsioni dicono che il numero di persone di età superiore ai 60 anni raddoppierà fino a raggiungere quasi 2,1 miliardi di individui entro il 2050, ha spiegato il Cmcc, di cui oltre due terzi risiedono in paesi a reddito medio e basso dove gli eventi estremi legati al cambiamento climatico sono particolarmente probabili.

Massimo Calvi

Avvenire, 16.5.2024

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Il peso della narrazione sulle donne senza figli

Alla denatalità non sembra esservi rimedio. Le notizie che giungono da vari Paesi non fanno che aggiornare i record negativi precedenti. Per dire, nei giorni scorsi la Germania ha comunicato che nel 2023 le nascite sono calate del 6,2%, negli Stati Uniti si è toccato il livello più basso da quasi 50 anni, in Danimarca il numero di figli per donna è sceso a uno e mezzo, e anche nella “mitica” Francia non va così bene come si dice, dato che il tasso di fecondità nei suoi confini europei, cioè escludendo i territori d’oltremare, è sceso ormai a 1,64.

Si tratta di dati pur sempre migliori di quanto accade in Italia, dove il modesto 1,2 figli per donna fa del nostro Paese uno dei malati planetari di denatalità, ma è sempre più chiaro che ci troviamo di fronte a un fenomeno di dimensioni globali: nelle società avanzate le traiettorie di realizzazione personale non passano più solo dalla famiglia e dai figli. Chi studia le tendenze demografiche sottolinea che il declino della genitorialità non è riconducibile a un solo fattore, ma è la conseguenza di un intreccio articolato di ragioni culturali e materiali.

All’interno di questa complessa dinamica può inserirsi un altro elemento meno facile da definire, e riguarda l’articolazione del racconto che si genera attorno al senso della maternità e della paternità. Ed è qui che possono maturare differenze anche significative, se si pensa al ruolo che possono giocare la percezione di insicurezza, il timore del futuro o le aspettative di felicità con le quali le persone si devono confrontare.

Gli Stati Generali della Natalità, la cui quarta edizione è in programma giovedì e venerdì a Roma, si propongono come un evento che ambisce a lavorare proprio sul piano della narrazione, offrendo chiavi di lettura capaci di mostrare le prospettive di speranza, o di sensata fatica, che caratterizzano i tragitti delle coppie con figli. Nei documenti preparatori dell’evento vengono riproposti molti dei temi della perdurante denatalità italiana, dal calo e dall’invecchiamento della popolazione (nel 2050 ci saranno più di 30 anziani ogni 10 giovani), alla povertà e al deficit di autonomia dei giovani (due su tre vivono coi genitori), fino a chi i figli dice di non volerne (secondo l’Istat oltre il 10% delle 18-49enni).

Proprio questo ultimo aspetto può essere preso ad esempio per capire cosa si intende per “narrazione”, parlando di natalità. Le previsioni dicono che un quarto delle nate nel 1980 resterà senza figli. La componente delle donne svincolate dalla prospettiva della maternità è in crescita da tempo, e il racconto su questa evoluzione tende spesso a dipingere un quadro caratterizzato da forti convinzioni, storie di successo frutto di una libera decisione, che riguarda soprattutto persone affermate, in carriera, che vivono in territori sviluppati. Ma è veramente possibile dividere i non genitori in gruppi contrapposti tra chi ha scelto e chi no questa condizione? O i percorsi della vita sono meno scontati e un filo più complessi?

Una ricerca condotta da Francesca Luppi e Alessandro Rosina per l'Osservatorio Giovani e ripresa di recente su Neodemos apre lo sguardo a un panorama meno scontato: se si guarda alle donne tra i 30 e i 34 anni che non hanno figli, definite anche “childless”, il 19% dice di non volerne affatto, il 26% è debolmente motivata a diventare madre, mentre il restante 55% i figli li desidera eccome. Ovviamente le aspirazioni possono cambiare nel tempo a seconda delle circostanze, i due gruppi mostrano però alcune differenze significative: le “childfree”, cioè le donne che non vogliono figli per nessuna ragione, rispetto al resto delle “childless” , hanno mediamente titoli di studio più bassi (25% di laureate contro il 32%), meno relazioni stabili (31% contro 50%), redditi inferiori (a guadagnare meno di 500 euro al mese è il 41% rispetto al 23%) e più spesso non studiano e non lavorano (27% di “Neet” contro il 23%).

Ciò che emerge, insomma, non è proprio una storia di autentica emancipazione, ma una vicenda piuttosto lontana da quella narrazione tanto in voga che arriva fin quasi a compiacersi dell’assenza di bambini. È la vita delle persone che, in una società complessa, deve fare i conti con le sfide di una realtà sfaccettata: ci sono condizioni che rendono più difficile pensare a una famiglia, anche se magari poi tutto cambia, perché con l’amore non si sa mai, altre che invece consentono di desiderare dei figli, mentre alla fine prevale la carriera o altro, e in fondo può andare bene lo stesso.

I figli oggi non sono più l’unica opzione per realizzarsi, eppure continuano a popolare la prospettiva del desiderio di donne e uomini, e non si dovrebbe avere timore di ammetterlo. Perché se veramente c’è una libertà di scelta da difendere, l’esito di questo impegno dovrebbe condurre a rimuovere tutti gli ostacoli, materiali, culturali, ideologici, che rendono faticoso il cammino per diventare genitori. Diversamente, è come fornire incentivi alla denatalità.

Massimo Calvi

Avvenire, 9.5.2024

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La poesia dell'erba alta in città

L’erba delle città è sempre più alta. Ma non per incuria: molti comuni hanno deciso di ridurre gli sfalci per sensibilità ambientale. Si è visto infatti che lasciar crescere l’erba favorisce la biodiversità, che non è solo una parola alla moda in questa stagione di ansie e preoccupazioni ambientali, ma quasi un programma di governo dei prati.

Erba alta vuol dire che i fiori e le piccole piante dello spazio lasciato al suo naturale destino possono completare il ciclo di vita, le api e i vari insetti impollinatori trovano ciò di cui hanno bisogno, e così anche gli uccelli o i piccoli mammiferi. Qualcuno dice che più insetti significa più zanzare, ma chi se ne intende spiega che invece è vero il contrario per effetto della competizione, mentre con l’erba alta e i fiori possono anche tornare le farfalle.

Con la città che imita la campagna il comune ovviamente risparmia, anche in carburante per le falciatrici, in acqua ed energia. E questo è un bene per pensando al riscaldamento climatico oltre che all’aria che si respira. Poi con l’erba alta il terreno rimane più fresco, a vantaggio di chi non parte in vacanza.

Anche la città di Milano, come altre in Italia e in Europa, ha avviato da poco un programma di sfalcio ridotto su circa il 7 per cento dei suoi spazi verdi, e la cosa ha fatto discutere perché l’erba alta può diventare un problema. Ad esempio per i cani, a causa dei forasacchi. O per la sporcizia che vi può finire dentro, considerato che sì, sembra campagna, ma la gente è quella della città. E poi dipende dalla zona, perché un prato lasciato a sé stesso può dare l’idea di abbandono e di poca cura, e dunque di degrado, dove magari ce ne è già troppo.

In linea di massima è meglio avere più spazi verdi di qualunque tipo che pochi prati con tanta biodiversità, o più boschi orizzontali che verticali. Ma il dibattito è ampio. E regala un paradosso: quello di trovare l’erba alta in città e terreni che sembrano campi da golf in montagna. Ci sono località nelle valli in cui per tutto il giorno, dall’alba al tramonto, si sentono motofalciatrici tagliare i prati. Sono i cittadini che nelle seconde case tagliano l’erba per aprire le sdraio, stendere i plaid, fare i barbecue.

L’erba corta sui monti e quella alta tra i palazzi ridefiniscono il senso del riposo: può capitare che in città, con i prati non sfalciati, il vuoto, e il silenzio rotto solo dalle cicale, sembri di stare in campagna. Senza il problema del traffico al rientro.

I prati lasciati quasi a loro stessi sono un’esperienza poco frequentata dai giovani digitali. Si gioca sull’erba cortissima o su quella sintetica, ci si stende sul verde ben curato di un parco pubblico. Ma chi ha provato a correre con l’erba che arriva alle ginocchia? Chi si è nascosto tra steli più alti di un bambino?

L’erba non tagliata nelle città aiuta a guardare indietro e avanti allo stesso tempo. Può essere un bene. La parola biodiversità, però, lasciamola ai tecnici: sfalcia la poesia.

Massimo Calvi

Avvenire, 4.5.2024

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In Italia meno figli per l'eco-ansia

Gli italiani sono molto più preoccupati per le conseguenze del riscaldamento climatico e per il futuro economico del proprio Paese rispetto ad altri cittadini europei. Ed è anche per queste ragioni che hanno meno figli o rinunciano ad averne.

A offrire questa chiave di lettura è una ricerca contenuta nel "Rapporto Giovani 2024" dell’Istituto Giuseppe Toniolo, “Il rischio climatico e l’impatto sulle intenzioni di fecondità”, a cura di Irene Frageri, Francesca Luppi e Francesca Zanasi, nella quale si è cercato di aggiungere nuovi tasselli al complicato puzzle della denatalità.

La novità di questo lavoro riguarda proprio l’analisi della questione climatica come un ulteriore fattore di incertezza tra i molti che negli anni si sono sovrapposti fino a rendere la prospettiva della famiglia solo una delle varie possibilità di autorealizzazione individuale. Ma l’aspetto forse più interessante è legato al ruolo che la narrazione prevalente in un Paese riesce ad avere sulla percezione del futuro che matura nei giovani, fino a condizionarne le scelte familiari.

La ricerca ha utilizzato i dati di un’indagine internazionale condotta a fine 2022 dall’Osservatorio Giovani del Toniolo, concentrandosi su quel 53% di persone tra i 25 e 34 anni di età che si è dichiarato poco o per niente disposto ad avere figli nei tre anni successivi. E ad emergere è proprio la maggiore preoccupazione degli italiani per il futuro della situazione economica personale, di quella del Paese nel suo insieme, oltre che per gli effetti della crisi climatica. Ma se i timori legati alle prospettive finanziarie nazionali possono avere un fondamento razionale, perché gli italiani hanno più timore per il clima di francesi, tedeschi o britannici?

In questo caso la spiegazione del racconto pubblico capace di generare una maggiore eco-ansia spiega molto ma non dice tutto. Ad avere più paura sono infatti i giovani dei Paesi che per tradizione offrono scarse risorse a supporto della fecondità, come l’Italia o anche la Spagna, e dove l’arrivo di un figlio può cambiare la vita in modo ancora più radicale. La carenza di ampi sostegni alle coppie, si potrebbe dire, rende le aspettative ancora più cupe di quanto non lo siano nella realtà.

Ad esempio, se si chiede ai giovani del campione europeo come mai non vogliono un bambino (o rinunciano a uno in più) la prima preoccupazione, con oltre il 60% delle risposte, riguarda la situazione economica futura del proprio Paese, seguita dai problemi economici personali nel presente (60%), poi dai timori per il cambiamento climatico pensando a quanto impatterà sulle generazioni successive (58%), dall’indisponibilità a rinunciare ai propri stili di vita (58%), e infine – vabbè - dal non volere aggiungere una persona in più sulla Terra per limitare l’impatto ecologico (40%).

Nel dettaglio, però, gli italiani sono molto più preoccupati dei giovani di Gran Bretagna, Germania, Francia e anche Spagna per la propria situazione economica (70%), ma anche per quello che troverà in futuro il proprio eventuale figlio come situazione economica (68%) e climatica (62%). L’unico fattore che avvicina un po’ i giovani italiani agli altri è la rinuncia al figlio per non dover «abbandonare un certo stile di vita» (61%).

C’è un fatto abbastanza dirompente messo in luce dalla ricerca, e si riferisce a un tipo di timore che sempre più condiziona le persone fino a farle desistere dal mettere al mondo una nuova vita: non più solo la preoccupazione per la propria situazione, ma anche per quanto troveranno i figli: «In qualche modo l’incertezza percepita – scrivono le autrici dello studio - è giudicata insostenibile anche a fronte di una valutazione individuale del benessere delle generazioni successive».

Questo fatto del non volere figli per risparmiare loro la sofferenza di vivere in un mondo con problemi ambientali e/o economici, non è di poco conto e merita una divagazione rispetto alla ricerca. Da un lato può infatti esprimere il tentativo di mettersi nei panni di qualcun altro, seppure non ancora nato. Dall’altro può rivelare un aspetto più inquietante, se a manifestarsi è piuttosto la disposizione a estendere l’insoddisfazione personale e i propri timori per il futuro fino alla decisione di non avere quel figlio che si considera già vittima del mondo già nel momento in cui lo si pensa. Fosse così, insomma, vorrebbe dire che non si tratta più di fare i conti con l’«insicurezza» quale motore della denatalità, ma con qualcosa che assomiglia più al venire meno di ogni speranza. Il che è ancora più terribile, considerato che la percezione negativa del futuro non è oggettiva, ma risente di condizionamenti legati al contesto in cui si vive.

La ricerca, che ovviamente non si spinge a queste conclusioni, mostra anche che non ci sono grandi differenze tra lavoratori stabili e precari nel valutare l’insicurezza climatica, anche se le donne sono più preoccupate per il futuro dell’ambiente rispetto agli uomini. Invece, come si diceva, più determinante nella decisione di non avere un figlio è la scarsità di risorse pubbliche che un Paese destina alla fecondità, elemento che, specialmente in Italia e Spagna, rende più gravoso sopportare tutto il resto: «Gli effetti destabilizzanti di eventi come la pandemia di Covid, la guerra e il cambiamento climatico – scrivono le ricercatrici - accrescono il senso di incertezza generale e impattano più negativamente sulle intenzioni di fecondità dei giovani».

Il che è come dire che per ridurre l’impatto dell’ansia climatica si dovrebbe innanzitutto agire per creare un “clima” migliore a favore della natalità.

Massimo Calvi

Avvenire, 1/05/2024

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