Attenti alla recessione

Nel calcio si usa dire che un buon attaccante deve essere ottimista, mentre un difensore è bene che tenda a essere pessimista. La paternità di questa lezione non è chiara, ma rende bene l’idea di quello che dovrebbe essere un approccio corretto anche in campo economico.
Il concetto è che si dovrebbe imparare a sfruttare al meglio le proprie risorse, evitando di accomodarsi sulle difficoltà o sui facili vantaggi del momento. Tradotto nella fase attuale, che sta mostrando segni convincenti di ripresa globale, il consiglio giusto – in particolare per un Paese come l’Italia – potrebbe essere questo: facciamo tutto il possibile per rendere più solida la fase espansiva, perché in caso contrario la prossima recessione potrebbe arrivare prima del previsto e potrebbe essere ancora più difficile da combattere.
L’avvertimento arriva dal Fondo monetario internazionale e a qualcuno può sembrare una «gufata» inopportuna proprio nei giorni in cui lo stesso Fmi ha migliorato le stime di crescita mondiale per i prossimi anni, con un +3,9% atteso nel 2018 e nel 2019. Dov’è dunque il problema? Perché una nuova crisi dovrebbe avere la meglio?
Il punto centrale – come ha spiegato il capo economista del Fmi, Maurice Obstfeld, in un rapporto diffuso nei giorni del vertice di Davos – è che la fase positiva attuale deriva da una convergenza di fattori che non sono arrivati per caso e non dureranno a lungo. Dunque politici e governanti devono fare il possibile per: rimuovere gli ostacoli strutturali alla crescita, trovare modi migliori per ridistribuire i benefici dello sviluppo, rafforzare gli ammortizzatori e la capacità di adattamento alle difficoltà, la cosiddetta resilienza.
I fattori positivi, ma temporanei, che da metà 2016 hanno incominciato a riportare un po’ di sereno, sono noti: tra questi, le politiche monetarie accomodanti delle banche centrali in Europa e Usa e la fine controllata dell’austerity nei Paesi avanzati, unite allo scenario di una politica fiscale espansionistica negli Usa. Il fatto è che le previsioni ottimistiche sono di breve termine. Dunque vale la pena dare un’occhiata ai nodi da sciogliere.
Uno degli scogli più ostici è rappresentato dalla questione demografica e dall’invecchiamento della popolazione nei Paesi avanzati, che oltre a ridurre i potenziali di crescita crea problemi all’altro fattore critico, la crescita contenuta della produttività. Anche la disuguaglianza è uno degli elementi che rendono la ripresa fragile, spiega il Fondo: crescita modesta dei salari reali e polarizzazione del mercato del lavoro fomentano già ora il malcontento e favoriscono spinte populiste che condizionano la politica.
È a questo punto che si entra in un terreno delicato e che riguarda da vicino Paesi con un elevato debito pubblico come l’Italia. Verrà presto il momento in cui i benefici delle banche centrali finiranno, i tassi di interesse si posizioneranno su livelli più alti, la Cina ridurrà gli stimoli fiscali che ne hanno guidato l’espansione, gli Usa dovranno incominciare a pagare il conto, sul bilancio federale, dello choc fiscale che stanno producendo. E quel giorno il rischio potrebbe essere maggiore per chi avrà conti pubblici meno sostenibili all’occhio dei mercati.
Il momento positivo, insomma, non è il "new normal", la nuova regola. «La prossima recessione – ha scritto nel rapporto l’economista del Fmi – può essere più vicina di quello che sembra e le munizioni con le quali dovremo combatterla sono forse più limitate rispetto a dieci anni fa, perché i debiti pubblici oggi sono molto più alti».
Se giocare in attacco richiede ottimismo, è chiaro che non si può stare fermi o pensare a soluzioni facili, che attirano voti ma scaricano i costi sul futuro. Servono investimenti nelle persone, nella formazione delle competenze, nella ricerca, misure per ridurre la disuguaglianza e per promuovere uno sviluppo sostenibile, interventi per rafforzare la stabilità finanziaria globale, per la cooperazione fiscale internazionale e contro il riciclaggio di denaro... Già, ma chi ne parla?
Massimo Calvi
Avvenire, 25.1.2018
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Francia, natalità a picco

Il crollo della natalità francese è un fatto che deve preoccupare tutta Europa. Se la Germania in ragione della sua forza economica è considerata la "locomotiva" del Continente, la Francia – in virtù della sua politica fortemente natalista – per anni ha rappresentato il modello cui tendere per assicurarsi un futuro demografico e la stabilità dello Stato sociale. Ora il mito vacilla: nel 2017 sono nati 17mila bambini in meno rispetto all’anno prima, è il terzo calo consecutivo della stessa entità, e il numero di figli per donna è sceso a 1,88, un tasso di fecondità ancora alto rispetto alla media europea di 1,6, ma in veloce ridimensionamento rispetto ai 2 figli del 2012. Uno choc, insomma. Non a caso la stampa transalpina ieri usava termini come «declino inquietante» e drammatica «fine di un’eccezione».
La crisi del "serbatoio" europeo di bambini rappresenta però una straordinaria opportunità per riflettere su quali sono le politiche familiari più adatte in questa fase storica e quali errori non dovrebbero essere commessi. L’analisi è ancora più necessaria nel momento in cui quasi tutti i partiti italiani hanno promesso un’attenzione speciale alla natalità in vista delle elezioni del 4 marzo, e alla vigilia della richiesta ufficiale di un "patto" trasversale su questo tema che il Forum delle famiglie avanzerà oggi a tutte le forze politiche.
La frenata delle nascite in Francia si deve ovviamente a molti fattori, con le ragioni culturali che si uniscono a quelle economiche. Si è visto ad esempio che il calo maggiore riguarda le donne più giovani, tra i 24 e i 35 anni, mentre l’età del primo figlio è salita a 30,6 anni, segni entrambi che i percorsi di studio e carriera giocano il loro ruolo. È anche probabile che l’instabilità lavorativa renda oggi più difficile anche per le coppie d’Oltralpe fare progetti a lungo periodo. Così come è possibile che le nuove generazioni abbiano attese diverse in termini di numero di figli rispetto al passato. Un segno di forte mutamento dei costumi si trova peraltro nella crescita dei Patti di convivenza (185mila), che hanno ormai quasi raggiunto i matrimoni, in forte calo (221mila).
Fin qui nulla di nuovo rispetto a quanto si registra all’incirca in tutti i principali Paesi dell’Occidente, dove la dimensione culturale dell’individualismo appare in avanzata a scapito di una prospettiva orientata all’altruismo e alla condivisione responsabile. Di fronte alla crisi economica scoppiata nel 2008, però, e che ha generato ovunque cali delle nascite, finora la Francia aveva rappresentato una felice eccezione dovuta proprio alla forza della sua politica familiare, generosa e aperta a tutti. Adesso questa diga è venuta meno. Come mai? Anche se non può essere dimostrato con certezza, l’impatto dell’azione di François Hollande, che nei suoi 5 anni di presidenza ha tagliato a colpi d’accetta alcuni degli storici sostegni alle famiglie, penalizzando soprattutto la classe media, è indicata da molti osservatori come una causa importante. Dal 2012 Hollande tra le altre cose ha introdotto limiti per gli assegni familiari, il bonus nascite e il plafond del "quoziente fiscale", ha limato i benefit alle neo mamme e non è riuscito ad aumentare i posti al nido e migliorare i piani per favorire la conciliazione famiglia-lavoro. Una strada che la presidenza Macron sembra purtroppo voler proseguire colpendo l’universalità delle misure e minando la dimensione natalista delle politiche familiari francesi a favore di una visione ridistributiva.
In buona sostanza la Francia, pur con 60 miliardi di spesa alla voce "Famiglia e figli" (l’Italia ne impiega circa la metà), si trova con un sistema di sostegni meno adeguato di un tempo a rispondere all’emergenza demografica. Perché diventando sempre meno inclusivo, cioè non più aperto a tutte le famiglie, ha probabilmente eroso il capitale della fiducia.
La denatalità è un problema comune a tutti i Paesi europei, e in un contesto in cui l’equilibrio della popolazione nei fatti è assicurato solo dagli immigrati, nessuno sembra possedere la formula magica.
La Svezia, con buoni risultati, ha puntato da tempo su un modello che prevede tasse elevate, servizi gratuiti a tutti, incentivi universali e un contesto 'family friendly' a 360 gradi. La Germania ha investito molto negli ultimi anni su asili nido, misure per la conciliazione e assegni universali ai genitori, e oggi si prepara a sorpassare la Francia. La Polonia, col tasso di fecondità più basso del Continente (1,34), ha introdotto un corposo bonus per ogni figlio dopo il secondo, senza limiti di reddito, e lanciato una curiosa campagna di spot ispirata alle 'salutari' abitudini dei conigli.
Ogni Paese ha la sua storia e le sue tradizioni. L’Italia si trova in una fase di profonda rielaborazione delle politiche familiari. La lezione francese insegna che solo una visione pragmatica, non ideologica, e di lungo periodo, riesce a fornire risposte adeguate al desiderio di genitorialità. I soldi sono necessari, insomma, almeno quanto i fattori culturali e morali. Ma se sono spesi male ogni sforzo diventa vano.

Massimo Calvi
Avvenire, 19.1.2018
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Programmi politici, meglio un algoritmo?

Chi ha la sensazione che la campagna elettorale in corso in Italia assomigli a una gara a chi promette di più, senza alcun collegamento con la sostenibilità economica e sociale della misura che propone, per non dire della sensatezza della promessa, può cogliere in questa rincorsa al consenso un lato positivo: il fatto che in assenza di un sussulto di razionalità, questa potrebbe essere l’ultima campagna elettorale gestita dagli esseri umani. E non sarebbe una pessima notizia. Se guardiamo infatti a quanto l’intelligenza artificiale e gli algoritmi sono avanzati nella gestione di molte attività che interessano da vicino la nostra vita, non è escluso che programmi e proposte della prossima tornata elettorale vengano scritti direttamente dalle macchine. Ed è persino possibile che gli effetti siano più precisi e le idee più solide.
I libri che leggiamo, i film che guardiamo in streaming, le previsioni del tempo cui ci affidiamo, le informazioni o le pubblicità che ci appaiono, le strade che scegliamo… tutte queste cose e molte di più sono già frutto di elaborazioni di grandi quantità di dati a opera delle macchine. Anche gran parte delle scelte sui mercati è frutto di decisioni non umane. In questi giorni il titolo di un’azienda ha preso il volo in Borsa perché i programmi che traducono le notizie in investimenti hanno letto in un comunicato una parola che la collegava ai Bitcoin, la moneta digitale capace in questo periodo di trasformare in oro molto di quello che tocca; un altro valore di mercato invece è crollato perché gli stessi programmi hanno confuso il nome di un progetto fallito con quello di un Capo di stato africano. Gli stessi Bitcoin, come tutte le criptovalute in circolazione, stanno gonfiando una bolla finanziaria a causa di un processo che pare difficile contrastare: il trasferimento di quote di fiducia maggiori verso le macchine e l’intelligenza artificiale che non verso le attività umane. Anche l’auto che si guida da sola risponde a questa logica. Tantopiù che l’analisi dei big data può ormai arrivare a prevedere la possibilità che si verifichino incidenti stradali o, come nei migliori film di fantascienza, che si compia un crimine. Se le macchine possono già fare molte cose meglio degli esseri umani, perché non dovrebbero potersi sostituire all’attività politica? Nella "filosofia" dei big data, come si vede nel caso delle scelte di investimento irrazionali, è contemplata e accettata la possibilità che si manifestino errori, i quali diventano però irrilevanti a fronte della grande quantità di informazioni corrette. Nel suo primo romanzo di fantascienza, "Solar Lottery", del 1955, il visionario Philip K. Dick già immaginava un sistema di governo dipendente dai numeri e dalla sorte. La cosa difficile da prevedere era che in futuro si sarebbe arrivati quasi ad auspicare – come stiamo facendo oggi in chiave paradossale e liberatoria – l’intervento delle macchine per restituire alla democrazia la dimensione della credibilità.
Per spiegarci meglio: se fosse interamente affidata agli algoritmi la campagna elettorale potrebbe ancora fornire idee "curiose" o con fragili fondamenta. Una certa dose di populismo è sempre stata necessaria alla politica e nell’era dei social network è diventata ancora più inevitabile. Non è cioè escluso che anche un’intelligenza artificiale possa avanzare la proposta di uscire dall’euro un giorno per rientrarci il giorno dopo, di abolire le tasse e contemporaneamente incrementare il welfare, di eliminare il debito pubblico oppure di mettere fuorilegge i vaccini. Il fatto è che nella logica dei big data si tratterebbe di "errori" marginali rispetto alla enorme quantità di proposte con una visione di futuro solida e sostenibile, ciò che invece oggi sembra mancare. Il timore è che non sia una prospettiva infondata. L’idea di una macchina del consenso affidata agli algoritmi può solo essere disinnescata da una classe politica capace di dimostrare il valore dell’intelligenza umana rispetto a quella artificiale, e la superiorità della passione per il bene comune rispetto all’interesse personale immediato. Siamo del tutto certi che questo è ancora possibile. Anche perché l’incubo successivo a quello di una campagna in mano ai computer riguarda la possibilità che le macchine rendano superfluo andare a votare.

Massimo Calvi
Avvenire 12.1.2018
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Maschio che fine hai fatto?

Una delle cose che inquieta tanti maschi oggi non è dover fare i conti col fatto che sì, in fondo, come si dice, «non ci sono più gli uomini di una volta», ma che le ragazze, le ultime generazioni di donne, abbiano incominciato a chiedersi: «A che cosa servono gli uomini?». Già. A che cosa serviamo se la scienza ha reso superflui i rapporti fisici ai fini riproduttivi, se l’affettività ha rotto gli schemi, se la cronaca racconta che siamo capaci quasi solo di femminicidi, molestie, abusi, prevaricazioni professionali e varie altre forme di sopruso?
Tentare una risposta e restituire un posto agli uomini nel mondo non è facile in una stagione in cui la disposizione ad assumere lo sguardo dell’altro è merce rara. Mariolina Ceriotti Migliarese, neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta, ci prova in Maschi. Forza Eros e tenerezza (Ares, 144 pagine, 12 euro), e lo fa scomponendo le parti del tutto per ridare un ordine alle priorità. La sfida è attualizzare la lettera di san Paolo agli Efesini e il concetto di «sottomissione» in famiglia («...siate sottomessi gli uni agli altri: le mogli lo siano ai loro mariti... e voi mariti amate le vostre mogli...»), per dire che oggi l’uomo deve re-imparare ad amare se vuole meritarsi il «rispetto» (non la sottomissione) della donna.
Non facile, dopo che nello sforzo di contrastarne la «pre-potenza», le donne e il femminismo hanno ridotto il maschio all’«im-potenza». Allora ecco la necessità che i fragili e timorosi uomini di questa epoca fluida si mettano in ricerca di quella «potenza buona», «feconda e fecondante», andata smarrita o sacrificata sull’altare del narcisismo.
C’è un aspetto sul quale non si è riflettuto abbastanza nelle analisi sul caso Weinstein e dintorni: è il ruolo di una certa cultura nell’educare i maschi a vedere le femmine quasi solo come «erogatrici di beni di consumo», per non dire dell’amnesia collettiva circa il fatto che un uomo non è mai frutto del caso, ma «inizia sempre tra le braccia di una donna». Chiedersi come non allevare oggi i molestatori di domani, dunque, è domandarsi: cosa definisce e forma veramente un maschio?
Tre cose, probabilmente. La «solitudine», quella di Adamo con Dio, del neonato con la madre, dell’uomo nel deserto o in ricerca nella natura selvaggia, condizione necessaria alla coltivazione della propria identità; poi forse lo «sguardo», che deve potersi alzare dal proprio ombelico, non essere predatorio se rivolto verso una donna ma ispirare fiducia, lo sguardo di Ettore padre verso suo figlio prima della sfida con Achille; e infine forse la «generosità», la forza di uscire da se stesso e donare alla generazione successiva la capacità di tendere verso «un eroismo alto», generosità che è feconda e generativa.
È un invito a spezzare la sterile degenerazione narcisistica per ritrovare la «dimensione eroica della figura paterna» l’obiettivo di Maschi, ma il percorso è quello di un manuale d’amore per la coppia, una guida a «capirsi», alla relazione, a riconoscere e accogliere la differenza tra uomo e donna, a divenire «una sola carne». Non usa mai la parola «sacrificio» riferendosi al padre, l’autrice, forse perché da donna, moglie e madre lo dà per scontato. Si può allora ricordare J.M. Coetzee quando nell’Infanzia di Gesù si chiede: ma se la madre dà la vita, il padre cosa dà? Il padre? Il padre dà il sangue.

Massimo Calvi
Avvenire 11.1.2018

Declino demografico e ricetta georgiana

Non c’è mai una sola ragione che spiega l’andamento delle nascite in un Paese: fattori economici si intrecciano con motivi culturali, questioni sociali o politiche si confrontano con la forza delle tradizioni o il cambiamento degli stili di vita, a volte la religione può fare la differenza, altre volte non se ne ha evidenza. Una prova solida di come in determinate circostanze l’impatto del "capitale sociale", ovvero degli aspetti culturali o morali, possa essere importante quanto e più di benefit e incentivi economici, arriva dalla Georgia. A fornirla è lo studio che un economista americano, Lyman Stone, ha compiuto analizzando l’appello pro natalità lanciato qualche anno fa da un leader religioso, il patriarca della Chiesa ortodossa georgiana Ilia II. Nel 2007 il Paese dell’ex Unione Sovietica si trovava a fronteggiare una tipica situazione di declino demografico, con un tasso di fecondità di 1,6 figli per donna, nascite a livelli minimi, numerose interruzioni di gravidanza. In uno scenario che ricorda molto la realtà di tante nazioni europee, il Patriarca ortodosso a un certo punto annunciò che avrebbe battezzato personalmente tutti i terzogeniti (o figli di grado superiore) che sarebbero nati da coppie sposate, facendo anche da padrino. Il risultato forse non se lo aspettava nemmeno lo stesso Ilia. Dopo il primo battesimo di massa di fine 2007, il leader religioso avrebbe tenuto a battesimo oltre 30mila bambini, quasi il 6% di tutti i neonati georgiani, più di un terzo di tutti i terzogeniti e oltre nati in seguito. Dal 2008, un anno dopo l’annuncio, il tasso di fecondità nella Repubblica caucasica è salito sopra il tasso di sostituzione della popolazione, 2,1 figli per donna, e da lì non è più sceso. Un baby boom a tutti gli effetti.
Il caso georgiano ovviamente non è molto replicabile, per ragioni culturali, ma anche perché stiamo parlando di un Paese piccolo, con una popolazione di soli 3,4 milioni di abitanti – cioè meno della Toscana, o tanti quanti vivono nell’area metropolitana milanese – e con una grande omogeneità religiosa. Ma proprio per questo è un caso quasi perfetto di studio che può dimostrare qualcosa in genere difficile da provare, cioè quanto i fattori culturali (o morali e spirituali) possono determinare l’andamento della fertilità, e quanto il "capitale sociale" è in grado di fare la differenza rispetto a quello economico.
Lo studio, tra l’altro, ha rilevato che dopo l’appello del Patriarca la natalità è aumentata solo tra le coppie sposate, presumibilmente più vicine alla religione, a riprova che il baby boom non era nell’aria. Altrettanto interessante è il fatto che quando nel 2013 il governo georgiano ha potenziato gli incentivi alla natalità e aumentato i baby-bonus per le famiglie numerose, l’impatto dei sostegni economici ha consolidato il trend, ma non ha superato l’effetto-battesimo.
Sarebbe improprio trarre considerazioni affrettate da un caso molto particolare. La vicenda tuttavia insegna come un contesto culturale favorevole alla natalità, accogliente verso i bambini, che consideri la famiglia qualcosa di centrale nella società, possa fare molto per risollevare le sorti demografiche di un Paese. I sostegni economici pubblici restano decisivi, anche perché a loro volta aiutano a fare tendenza e a rendere evidente la scala delle priorità. Probabilmente però niente come un approccio dei leader politici o intellettuali e delle comunità, che renda protagonisti e non marginali i genitori, le famiglie, i bambini, può riuscire a cambiare il futuro di una società.
Massimo Calvi
Avvenire
5.1.2018
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Aiuti ai figli, Francia e Italia a confronto

Lo sanno tutti e tutti lo dicono: la Francia è un vero "paradiso" per le famiglie con figli e quanto a sostegni economici alla natalità è uno dei posti migliori al mondo per diventare genitori. La prova è anche nei numeri: in Francia il tasso di fecondità è di 1,93 di figli per donna, il dato più vicino al tasso di sostituzione demografica (2,1) di tutto l’Occidente. Ma che cosa rende tanto efficace il modello francese? E cosa lo distingue dal sistema italiano? Provare a rispondere è quasi un dovere, dopo che tutti i principali candidati alle elezioni hanno promesso di aumentare gli incentivi alla natalità, indicando spesso la Francia come esempio. Alla prova dei fatti, tuttavia, il confronto riserva non poche sorprese: infatti dopo i diversi "bonus" introdotti negli ultimi tre anni in Italia i due Paesi si sono avvicinati molto, la vera differenza riguarda l’entità complessiva delle risorse ma soprattutto il fatto che Oltralpe gli aiuti sono concessi in modo pressoché universale.
DUE PAESI QUASI GEMELLI
La Francia ha circa 67 milioni di abitanti, l’11% in più dell’Italia, che ne ha 60,6 milioni. Nel 2016 in Francia sono nati 785.000 bambini, il 65% in più che in Italia, dove ne sono nati 474mila. Il Prodotto interno lordo francese nel 2015 è stato superiore di circa il 20% rispetto a quello italiano e alla voce "Famiglia e figli" la Francia ha destinato il 2,5% del Pil, 53 miliardi di euro, l’Italia l’1,7%, 26 miliardi, cioè la metà. L’Eurostat ha calcolato che mentre a ogni "figlio" francese spettano circa 4.000 euro l’anno di sostegni, agli italiani ne arrivano circa 2.000. Le differenze, insomma, ci sono. Già, ma dove? Per i redditi bassi gli incentivi alla natalità si equivalgono, Parigi prende invece il largo nelle risorse per le famiglie numerose e per i redditi medi e alti. Lo si comprende analizzando le tipologie tipiche di sostegni alla natalità: benefit monetari, sostegni fiscali, servizi di cura.
I BONUS ALLA NASCITA
Il primo tipo di aiuto che si ottiene in Francia per i figli è il Premio alla nascita: 927,71 euro per ogni bebè (il doppio per le adozioni). Il Premio rientra tra le "Prestazioni di accoglienza del bambino" (Paje) e spetta solo a chi ha un reddito annuo sotto i 35.872 euro netti (45.575 euro se i genitori lavorano entrambi). L’Italia non è da meno: il Bonus mamma domani, introdotto dal 2017, ammonta a 800 euro per ogni figlio. Fino ai tre anni del bambino in Francia viene poi corrisposto l’Assegno mensile di base: 185,54 o 92,77 euro a seconda del reddito (stessi tetti del "Premio nascita"). In Italia dal 2014 c’è il Bonus bebè, contributo identico ma con limiti di reddito più bassi: 160 euro al mese per le famiglie con Isee sotto i 7.000 euro, 80 euro dai 7 ai 25 mila euro. La manovra 2017 lo ha però tagliato e dal 2018 si potrà prendere pienamente solo il primo anno.
ASSEGNI FAMILIARI
Dopo i bonus per l’"accoglienza", in Francia arrivano le "Prestazioni generali di mantenimento". Gli Assegni familiari spettano solo dal secondo figlio fino ai 20 anni, e va a tutti i residenti: 130,51 euro al mese per 2 figli, 297,72 per 3 figli, 167,21 per ogni figlio in più. Dal 2015 l’importo è dimezzato per i redditi oltre i 67.408 euro netti (73mila euro con 3 figli, 78.642 con 4). Anche in questo caso l’Italia ha un corrispettivo simile, gli Assegni al nucleo familiare. A differenza della Francia partono già dal primo figlio, ma si fermano a 18 anni, e vanno solo a dipendenti e pensionati, non ad autonomi e disoccupati. I nostri assegni non sono inferiori, anzi: 137,50 euro per una persona a carico, 258,33 per 2, 375 per 3. Il problema è che oltre i 14mila euro lordi di reddito familiare calano velocemente. Già con un reddito di 30mila euro l’assegno scende a 47 euro; al tetto dei 67mila euro, cioè quando in Francia l’assegno si dimezza, in Italia si azzera.
Alle famiglie con più di tre figli tra i 3 e i 21 anni, poi, lo Stato francese paga un Supplemento familiare di 169,87 o 235,89 euro al mese a seconda delle fasce di reddito (37mila euro, 46mila se lavorano in due). Anche in Italia c’è un Contributo per le famiglie numerose, in teoria di poco inferiore: 141 euro al mese. In realtà va a pochissimi, dato che non spetta alle famiglie con Isee oltre gli 8.555,99 euro.
CURA DEI FIGLI
Secondo pilastro degli aiuti ai figli, dopo i benefit economici, sono i servizi di cura. In Francia le rette per gli Asili nido sono definite a livello nazionale e seguono il reddito e il numero dei figli. In Italia le tariffe variano molto da comune a comune ma sono molto più alte per i redditi medi. Solo il 16% dei francesi riesce però a mandare i figli al nido (nell’area di Parigi la percentuale sale al 38%), il 30% dei genitori si rivolge a una tata e il 54% li cura direttamente. In Italia il nido copre in media il 23% del bacino di utenza: il 30% al Nord, il 10% al Sud. La ragione della differenza è anche nel sistema di aiuti: Oltralpe si favorisce la libera scelta. Se i genitori decidono di stare a casa dal lavoro, in Francia c’è la Prestazione condivisa di educazione del bambino (PreParE): da 6 a 48 mesi per ogni genitore a seconda che si tratti di primogeniti, secondogeniti o superiori, e spettano 394,06 euro al mese in caso di cessazione totale dell’attività, 254,74 in caso di part-time inferiore al 50%. Per chi preferisce la tata, la baby sitter o il micronido, per 6 anni c’è l’Integrazione di libera scelta del modo di custodia (Cmg): da 176 a 850 euro al mese.
Anche in Italia da qualche anno ci sono aiuti in questo ambito, ma più limitati e solo per chi lavora. Il Bonus baby sitter offre 600 euro al mese per 6 mesi alle mamme che dopo la maternità rinunciano al congedo parentale per tornare subito al lavoro. Il Bonus nido, invece, sono 1.000 euro in un anno, a esaurimento dei fondi.
SISTEMA FISCALE
È sul sistema fiscale che si gioca la vera partita. In Francia il Quoziente familiare rende fiscalmente molto conveniente avere più figli. Il reddito familiare viene diviso per il numero di "parti" del nucleo: 2 parti i genitori, 0,5 il primo e secondo figlio, 1 il terzo, 0,5 i successivi. Più figli, meno tasse. In Italia invece la tassazione avviene su base individuale e per i figli a carico sono previste Detrazioni: 1.220 euro per i figli con meno di tre anni e 950 euro fino ai 25. Per ogni figlio dopo il terzo spettano 200 euro in più. Le detrazioni italiane non sono basse, ma decrescono molto velocemente con il reddito e si azzerano a 95mila euro lordi. In sostanza il Fisco francese premia nettamente chi ha più di due figli, favorisce i nuclei monoreddito mentre l’Italia li penalizza, concede sconti che aumentano con il reddito e la prole. Il vantaggio del Quoziente rispetto all’Italia è enorme per i redditi medi e alti: fino a circa 20 mila euro non vi è grande differenza tra i due Paesi, dopo sì. Uno studio della Cgia di Mestre ha calcolato che con il sistema transalpino una famiglia italiana con un reddito di 35mila euro e 2 figli pagherebbe 6.277 euro in meno di tasse se monoreddito e 1.866 in meno se bireddito; con 60.000 euro di entrate il vantaggio sarebbe di 14.551 o 8.737 euro.
LE VIE POSSIBILI
La natalità di un Paese dipende da molti fattori: culturali, spirituali, economici. Valutando solo gli incentivi monetari l’Italia ha molta strada da fare, e le vie possibili sono diverse. Chi guarda e cita il "modello francese" dovrebbe però tenere presente che richiede il doppio delle risorse e che per allinearsi a Parigi andrebbero ampliati i sostegni per i figli di disoccupati e autonomi, ma soprattutto dei ceti medi e medio alti. Una via che alcuni ritengono iniqua in quanto regressiva, altri giusta perché i figli riducono il reddito disponibile. Opinioni a parte, il modello francese ha anche un chiaro obiettivo demografico, quello italiano non ancora.
Massimo Calvi
Avvenire, 4.1.2018