L'insostenibile pesantezza di un Paese senza giovani

Quando si parla di “sostenibilità” si è portati a pensare per prima cosa alla sfida ambientale, a politiche e pratiche capaci di mantenere un rapporto equilibrato tra le attività umane e le risorse naturali. L’esplosione della crisi climatica ha reso l’umanità consapevole del fatto che la possibilità di futuro passa anche dalla riduzione degli “squilibri” ambientali, sociali ed economici. Mentre l’enciclica Laudato si’ di papa Francesco ha aiutato a riconoscere l’“interdipendenza” che lega ogni essere umano ai suoi simili e a tutti gli esseri viventi.

Questo approccio, se talvolta può essere osteggiato per convenienza, è un dato acquisito di questa epoca. Ma c’è un’altra crisi di cui non si parla abbastanza, pur avendo forti analogie con quella ambientale, e le cui cause, come gli effetti, sono strettamente legati all’emergenza climatica: è la crisi demografica. Se ne discute poco, o quantomeno non come servirebbe, forse perché tanti restano convinti che il problema ecologico derivi sostanzialmente dalla crescita della popolazione, non cogliendo che sono invece gli stili di vita e di consumo delle classi più agiate – peraltro in una dimensione individualista dove non è certo la famiglia il motore degli eccessi – a fare la vera differenza; o forse perché i Paesi in cui gli squilibri della popolazione hanno già superato la linea d’emergenza, come l’Italia, non hanno compreso che lo tsunami della demografia non segue il calendario elettorale, ma ci mette un po’ prima di arrivare e travolgere tutto.

Eppure, una popolazione in declino, con squilibri crescenti nel rapporto tra le generazioni, incorpora una serie di elementi che minano alla base la possibilità di uno sviluppo sostenibile in senso ampio. Nel recente saggio del demografo e sociologo dell’Università Cattolica, Alessandro Rosina, Crisi demografica – Politiche per un Paese che ha smesso di crescere (Vita e Pensiero, 166 pagine, 14 euro), i termini “sostenibilità”, “squilibrio”, “interdipendenza” ricorrono di continuo, quasi a suggerire che il problema della sopravvivenza si pone pure nel momento in cui le generazioni faticano nel sostenersi a vicenda, o perché il “degiovanimento” di una nazione diventa “spreco” e impoverimento del capitale umano, o ancora il desiderio di realizzazione personale e familiare rimane inespresso, rendendo l’aria irrespirabile e la temperatura sociale elevata.

«Il problema di fondo è che gli squilibri demografici dovuti al calo delle nascite in Italia, che dura da decenni, ormai non determinano più solo un aumento del numero degli anziani, ma sempre più una riduzione della popolazione attiva – spiega Rosina –. La denatalità ha ridotto prima la popolazione infantile, poi quella giovanile e ora sta trascinando verso il basso anche quella che entra nella vita adulta. Oggi i trentenni italiani sono già un terzo in meno rispetto ai 50enni. Senza una combinazione di politiche efficaci capaci di incidere veramente su natalità e immigrazione, entro il 2050 la popolazione in età attiva potrebbe ridursi di oltre 8 milioni di persone, mentre gli over-65 saranno ben 4 milioni in più».

Il tema dell’invecchiamento non è un’esclusiva italiana, riguarda tutti i Paesi sviluppati. Entro fine secolo, secondo le previsioni di The Lancet, 183 Paesi su 195 avranno una fecondità sotto il tasso di sostituzione e la popolazione mondiale sarà scesa a 8,8 miliardi, dopo il picco dei 9,7 miliardi previsto a metà anni ’60. L’Italia, insomma, è laboratorio del mondo, e sta solo mandando in onda un’anteprima. Saremo il primo Paese del pianeta con un’età media superiore ai 50 anni, eppure non è solo un problema di età. L’Economist già nel 2005 definiva «terribili» le prospettive demografiche italiane e «preoccupanti» le conseguenze economiche per un Paese che presto si sarebbe trovato con tanti pensionati e un numero non sufficiente di lavoratori in grado di “mantenerli”. Aver trascurato il problema per decenni non è stata una buona idea, come fa capire Rosina: «Quello in cui ci troviamo incastrati è un circolo vizioso nel quale sarà sempre più complicato non solo produrre ricchezza e benessere, ma anche avere un sistema di welfare pubblico e un debito sostenibili. Ancora più preoccupante è il fatto che ci saranno grandi difficoltà nell’investire risorse a favore delle nuove generazioni, cioè nella formazione, negli strumenti per la transizione scuola-lavoro e nelle misure per favorire l’autonomia e la costituzione di una propria famiglia. Questo farà sì che sempre più giovani italiani preferiranno spostarsi in Paesi dove sarà possibile fare la differenza nei processi di cambiamento e di sviluppo. E non potrà essere l’immigrazione la risposta a questo problema: una realtà che non offre adeguate condizioni per valorizzare gli “autoctoni” difficilmente riuscirà a essere attrattiva per giovani dinamici e qualificati che vivono all’estero».

In un Paese in cui la fascia anziana della popolazione è molto più numerosa di quella giovane va da sé che la politica, quando a prevalere è uno sguardo di corto respiro, tenda a premiare la componente che può assicurare il migliore ritorno elettorale. Il record italiano di Neet, i giovani che non studiano e non lavorano, uno su tre, può essere visto come conseguenza di una disattenzione storica, soprattutto se messa a confronto con l’ossessione italica per il tema previdenziale. Nel suo libro Rosina conia un termine, “parentari”, che fissa ancora meglio la cronicizzazione del problema: un tempo “proletario” era chi non aveva altra ricchezza al di fuori della prole, oggi i “parentari” sono i giovani la cui unica ricchezza sono i parenti, cioè i genitori che li mantengono o chi può lasciare loro qualcosa. «Ma finché si rimane nella condizione di figli e si dipende dalle risorse private delle generazioni precedenti, difficilmente ci si può immaginare genitori, e così in un Paese si indebolisce la fiducia nel futuro», sostiene Rosina. 

Nelle ultime Previsioni della popolazione residente e delle famiglie, con base 2020, l’Istat descrive un’Italia che nel 2050 potrebbe avere 5 milioni di abitanti in meno, un’età media della popolazione di 50,7 anni, solo un giovane under-14 ogni tre “anziani” over-65, e un numero annuo di decessi più che doppio rispetto alle nascite. Ma già entro i prossimi 10 anni l’81% dei comuni italiani sarà in calo demografico ed entro 20 anni ci troveremo con 10 milioni di persone di fatto sole. Molti meno, con molti più vecchi, e molto più soli. Sarà “sostenibile” tutto questo? 

Il grande equivoco che si cela dietro il declino demografico chiama in causa l’“integralismo ecologico” e tutto quel mondo convinto che meno figli nascono e meglio è per il pianeta. «Dire che siamo in troppi è semplicistico – spiega il demografo della Cattolica – la questione della crescita della popolazione del pianeta è ormai alle spalle, perché con un tasso di fecondità ampiamente sotto i 2 figli per donna verso il quale è orientato tutto il mondo, l’unico effetto che si produce è la riduzione ulteriore della già esigua popolazione giovanile, a fronte di una crescita esuberante di quella anziana». E come questo si traduca in un problema di sostenibilità, anche ambientale, non è difficile da comprendere. «È il concetto stesso di sviluppo sostenibile a mettere al centro il ruolo delle nuove generazioni e la qualità del futuro che queste possono contribuire a realizzare – continua Rosina -. Un Paese che soffre di “degiovanimento” vedrà non solo indebolirsi le competenze qualificate con cui si può alimentare la transizione verde, ma avrà anche maggiori difficoltà nel raggiungere gli obiettivi strategici di sviluppo sostenibile indicati nell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite».

Lo sguardo che propone il demografo contempla un concetto di sostenibilità a tutto campo: si tratta di guardare ai tre nodi che comprimono al ribasso la natalità italiana, e provare a scioglierli anche per favorire la realizzazione dell’Agenda. «Il primo nodo riguarda la nascita del primo figlio, questione che si lega con la difficoltà che incontrano i giovani nella transizione scuola-lavoro e nel diventare autonomi dalla famiglia di origine. Attivarsi per scioglierlo è coerente con i Goal 4 e 8: “Fornire una educazione di qualità equa e inclusiva” e “un’occupazione piena e produttiva e un lavoro dignitoso per tutti”. Il secondo nodo critico è la difficoltà ad andare oltre il primo figlio, nel momento in cui in Italia resta problematico armonizzare lavoro e famiglia. Ecco, superare questo limite va nella direzione del Goal 5: “Favorire l’uguaglianza di genere”. Il terzo nodo è l’alta esposizione al rischio di povertà che interessa molti di coloro che hanno più di due figli. Ridurlo va nella direzione dei Goal 1 e 10: “Porre fine ad ogni forma di povertà” e “Ridurre le diseguaglianze sociali”». 

Le culle vuote sono anche genitori che non sbocciano, spreco di risorse e talenti, sono lo spopolamento delle aree interne e montane, rappresentano in prospettiva un impoverimento, suggerisce il libro, che contempla il rischio di un aumento delle tensioni e delle diseguaglianze tali da rendere più instabile anche il quadro politico. Per Rosina il sentiero è stretto, ma l’obiettivo di una sostenibilità non di corto respiro resta alla portata: «Tutto il dibattito italiano sulla natalità va slegato dal tema della crescita demografica, dato che eventuali variazioni positive nel numero di nascite non sono più in grado di incidere sulla crescita della popolazione, mentre va sempre più legato alle condizioni di uno sviluppo veramente sostenibile con al centro il riconoscimento del valore delle nuove generazioni e le condizioni che consentono loro di generare nuovo valore. Quello che dovremmo fare è riuscire a evolvere verso una visione sistemica della sostenibilità in grado di aiutare l’Italia a trovare il sentiero per ridurre gli squilibri demografici, diminuire il peso debito pubblico, favorire la transizione ecologica».

Massimo Calvi

L'Economia Civile-Avvenire, 15.12.2021

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La Cina vuole 3 figli, l'Italia no

In un editoriale apparso su un sito statale dell'internet cinese è stato chiesto a tutti i 95 milioni di iscritti al Partito comunista di avere tre figli. Senza scuse e senza sconti, perché la Cina sta implodendo demograficamente e dunque avere almeno tre figli significa essere responsabili e fare il bene della nazione. Dopo le proteste, l'articolo è stato rimosso, ma inutilmente, perché ha lasciato traccia sui social network statali. Al di là delle note folkloristiche, l'incidente riflette quella che è una reale preoccupazione nel grande Paese asiatico. Dopo quasi mezzo secolo di imposizione del figlio unico – una politica che si può ben definire "criminale", per la devastazione umana e sociale che ha prodotto, e la violazione di elementari diritti umani, con milioni di aborti forzati ogni anno e sanzioni durissime per gli inadempienti – oggi la Cina è seriamente preoccupata per le nascite in calo (1,3 figli per donna), l'invecchiamento della popolazione (quasi il 19% ha più di 60 anni) e tutto quello che ciò comporterà in termini di sostenibilità e di sviluppo economico. Dal 2016 Pechino ha infatti annullato l'imposizione che era entrata in vigore nel 1979 e dal 2020 ha incominciato a fare pressione sulle coppie perché andassero anche oltre il secondo figlio.

Il problema è che, come insegnano gli esperti di demografia, non è difficile costringere le famiglie ad avere meno figli, ma è estremamente complicato ottenere il contrario, soprattutto se le persone si sono ormai abituate a vivere in un certo modo e se nel frattempo il contesto culturale e sociale è profondamente cambiato. L’Italia ne sa qualcosa. L’aspetto interessante di questa vicenda, infatti, è che da un punto di vista demografico il nostro Paese si trova in condizioni peggiori della Cina, cioè se guardiamo a come vanno le nascite e all'invecchiamento della popolazione. Oggi il tasso di fecondità è di 1,24 figli per donna, le persone con più di 65 anni sono il 23,2% e fra trent'anni avremo un'età media della popolazione di 50,7 anni, record del mondo, e un solo giovane ogni 3 anziani.

In questa situazione non ci troviamo a causa di una politica attiva messa in pratica con modalità traumatiche, come quella attuata in Cina, ma ci siamo arrivati con una analoga caparbietà, per le decisioni colpevolmente non prese e le riforme palesemente sbagliate messe in campo già a partire dagli anni 80-90 del Novecento. L'obiettivo (non voluto) del figlio unico, è stato raggiunto senza fare troppo male, disincentivando consapevolmente per anni la messa al mondo di bambini e comprimendo in modo surrettizio la possibilità di una famiglia con fratelli e sorelle.

Mentre negli altri Paesi europei al cambiare del contesto venivano infatti confermate o rafforzate le politiche pro-natalità, l’Italia ha continuato a privilegiare la tutela dei diritti previdenziali acquisiti, la spesa (elettoralmente premiante) a favore delle generazioni anziane, e a distribuire bonus fiscali o benefici trascurando totalmente l’emergenza demografica che si stava configurando.

L’anno in cui si può dire che qualcosa è finalmente incominciato a cambiare, se non altro come presa di coscienza, è proprio questo 2021 che si sta chiudendo, se consideriamo la riforma dell’Assegno unico come una fondamentale inversione di tendenza, insieme a quel Family Act in cui il nuovo beneficio è di fatto inserito. Tuttavia, considerato l’esiguo stanziamento di risorse, 6 miliardi, quella che è stata messa in campo è soprattutto una (giusta) misura redistributiva, di sostegno ai redditi medio-bassi con prole, ma non un modo per far ripartire le nascite come si dovrebbe e come servirebbe, anche solo per assecondare i desideri di genitorialità che ancora esprimono i giovani.

Di recente l’Ocse ha fatto notare che anche a causa della crisi demografica italiana la generazione che incomincia a lavorare oggi, se va bene, andrà in pensione a 71 anni, 9 in più rispetto ad ora. Lo stesso presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, ha confermato che il sistema pensionistico italiano è "fragile" perché mancano all’appello 6,7 milioni di lavoratori e i giovani sono già troppo pochi. Alla luce di questo ci si dovrebbe chiedere qual è il senso di una riforma fiscale che non distingue tra famiglie con figli a carico e single, o che destina ulteriori risorse ai pensionati senza guardare, come invece si fa sempre con le famiglie, alla loro condizione economica complessiva, o ancora a cosa miri veramente una mobilitazione sindacale se non coglie che per rendere il presente accettabile si deve essere in grado di programmare un futuro sostenibile. La realtà è che il carico di cui si può disporre, oggi dovrebbe essere speso in una sola direzione: aumentare le nascite e sostenere i giovani, con tutte le misure possibili, abbandonando ogni retaggio ideologico e cessando di mettere le generazioni in conflitto. Come farlo, non è difficile, se si ha il coraggio e l’umiltà di copiare le migliori esperienze europee.

Insomma, la richiesta dei tre bambini per essere iscritti al Partito cinese non dovrebbe far sorridere, ma preoccupare, se proviene da una realtà che ha colto prima di noi la drammaticità della situazione, e se in un Paese comunista e campione di pragmatismo si arriva a dire: sposatevi, e fate figli.

Massimo Calvi

Avvenire, 11.12.2021

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L'equità non tassa le famiglie

Questa settimana l’istituto nazionale di statistica diffonderà una nuova carrellata di dati preoccupanti riguardo le prospettive demografiche del Paese. Nel 2021 le nascite scenderanno per la prima volta sotto le 400mila unità, anche per effetto della pandemia, e per un giorno torneremo a chiederci come faremo tra qualche anno a pagare le pensioni, la sanità, i "bonus" fiscali, e molto altro, con sempre meno popolazione in età da lavoro e sempre più persone a riposo. Poi tutto tornerà come prima e l’orchestra della nave ricomincerà a suonare la musica delle riforme per rilanciare il Paese, dimenticandosi della vera causa di gran parte delle nostre difficoltà: lo squilibrio tra le generazioni.

Un modo in più per capire come mai in Italia sia così difficile nascere o diventare genitori può essere guardare al dibattito, attualissimo, che si è aperto attorno al "contributo di solidarietà" proposto per contenere l’aumento delle bollette elettriche a beneficio soprattutto dei più poveri. L’idea, bloccata da alcune forze politiche, era quella di congelare per due anni, ai soli contribuenti che dichiarano più di 75mila euro lordi annui, il piccolo sconto che si otterrebbe con la prevista rimodulazione delle aliquote fiscali. La riforma dell’Irpef prevede infatti un ridisegno della tassazione che alleggerirà il carico a tutte le fasce di reddito, a quelle povere, ma in particolare a quelle storicamente più penalizzate, tra i 40 e i 50mila euro di reddito, mentre ai contribuenti maggiori resterà un vantaggio di circa 90 euro l’anno.

La proposta di un contributo di solidarietà, prima ipotizzato e poi rientrato, ha aperto un intenso dibattito sull’equità della misura. Chi la difende sostiene, a ragione, che sopra i 75mila euro, cioè circa 3.400 euro al mese, si può benissimo rinunciare a pochi euro di sconto per aiutare chi sta peggio a pagare le bollette; chi si oppone argomenta che la vera ricchezza non risiede necessariamente qui o che non si debba penalizzare chi già paga molte tasse. 

Immaginare un contributo di solidarietà in questa fase storica, a carico di chi ha molto di più, è giusto. La cosa sorprendente, tuttavia, capace di spiegare molte cose, è che nessuno si è posto il problema di quante persone siano mantenute dai redditi di cui si sta parlando. Nel grande scontro attorno all’equità di una misura che riguarda il ceto medio, il tema dei figli a carico non è venuto in mente ad alcuno. Eppure, ci dovrebbe essere una grande differenza tra chiedere un sacrificio anche simbolico a una coppia di genitori con uno, due, tre, quattro o più figli, che ha pure entrate di ben 3.500 euro al mese, e sollecitarlo invece a un single che di euro ne guadagna al netto 3.000, o 2.500, o 2.000, oppure a una coppia con uno o due redditi da 40-50-60mila euro annui e nessun figlio a carico, fossero anche pensionati.

La difficoltà che in Italia incontra chi diventa genitore, dal punto di vista economico e fiscale, può essere ben riassunta con questa banale ma pesantissima e tipica disattenzione. Il fisco italiano è e resterà su base individuale. Ogni tipo di agevolazione è sempre andata, e continuerà a essere corrisposta, al cittadino inteso come singolo. Il nuovo assegno unico per i figli ha esteso finalmente agli autonomi e ai disoccupati i benefici che erano previsti per i lavoratori dipendenti con redditi medio bassi, ma ha lasciato irrisolto il tema dell’equità fiscale in senso orizzontale, cioè tra chi paga le tasse e ha familiari a carico e chi non ne ha. Ma, che si parli di fisco o di assegno, questo approccio è iniquo e scorretto.

Oggi dovremmo incominciare a chiederci se ha ancora senso parlare di equità trascurando di distinguere tra genitori e no; se si può discorrere di solidarietà quando non si riescono a pesare veramente i livelli di benessere e gli stili di vita alla luce dei carichi famigliari e della fatica di educare e crescere i cittadini di domani; o, ancora, se è giusto che l’opera di redistribuzione lasci sempre una sensazione di amaro in bocca perché si accetta in partenza che nelle dichiarazioni più leggere, insieme alla vera povertà, si nasconde tanta ricchezza occultata al fisco, o case, proprietà, terreni, capitali, patrimoni che difficilmente vengono posti sul piatto della bilancia in modo adeguato.

Per questo sarebbe importante che dopo la preoccupazione di rito che sarà espressa alla diffusione dei prossimi dati demografici, si provasse a pensare a un cambio di approccio culturale capace di ribaltare lo sguardo su tutte le riforme a venire. Immaginare ad esempio una sorta di "clausola di salvaguardia" per la famiglia, un "programma di protezione" dei genitori, una "valutazione dell’impatto" da prevedere per le misure che possono ricadere sui nuclei con prole. Qualcosa, cioè, che cominci finalmente a mettere al riparo le coppie con figli, alla stregua di una specie protetta, di fronte a tutti quelli interventi che rischiano di erodere veramente la fiducia e le possibilità di un futuro sostenibile.

Massimo Calvi

Avvenire, 7.12.2021

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Pochi figli e tanta evasione, i veri problemi del Fisco italiano

Una tassa o un sistema fiscale non sono giusti o sbagliati in sé. Possono essere più o meno equi in funzione dei valori che una comunità riconosce. Un’imposta, un bonus o una riforma del fisco vanno giudicati in base all’effetto che producono. Per fare un esempio, se il Fisco rende particolarmente vantaggiose le ristrutturazioni degli immobili, si avrà un impatto positivo sui bilanci familiari di chi più può spendere per i lavori in casa e sull’economia in generale. Se invece lo Stato rendesse totalmente detassabili le spese per corsi di musica classica, il Pil forse crescerebbe meno, ma ci sarebbero filarmoniche in ogni città e probabilmente più violinisti che muratori. 

Due emergenze. Sono scelte, insomma, e sta alla politica orientare i tecnici perché sappiano trovare il giusto equilibrio per assicurare che in un Paese ci sia chi costruisce i teatri, ma anche chi li riempie e li fa vivere. O chi costruisce asili, ma anche chi farà in modo che non restino vuoti. In questo senso, può essere utile fare il ragionamento inverso e ricorrere al metodo induttivo per capire come correggere le norme guardando a cosa vorremmo cambiare perché riteniamo non funzioni. Ora, se si pensa alle “emergenze” che caratterizzano l’Italia nel contesto europeo, e che possono avere un qualche collegamento con il sistema fiscale, due in particolare vengono alla mente: l’emergenza demografica e l’elevato tasso di evasione.

Demografia fragile. L’Italia sta attraversando una crisi della popolazione che non ha paragoni nel mondo a causa dello squilibrio nel peso tra le generazioni che si è creato dopo decenni di bassa natalità. Quest’anno le nascite scenderanno sotto quota 400.000 (nel 1964 erano 1 milione) ma non è più nemmeno questo il problema di un Paese in cui i giovani e la popolazione in età da lavoro si sta riducendo così tanto che già ora è possibile capire cosa questo significhi per il mercato del lavoro, dove le imprese faticano a trovare manodopera e talenti, o per il sistema sociale, nel momento in cui viene a mancare la generazione in grado di pagare le tasse per mantenere in piedi le pensioni, la sanità, i servizi pubblici. L’aspetto economico non è l’unico motore della natalità, ma un Paese che si distingue per un sistema fiscale che non ha mai contemplato una vera attenzione alla famiglia, e allo stesso tempo sperimenta un declino demografico tale da essere un caso di studio internazionale, forse è bene che si ponga il problema. E pensi a come risolverlo.

Non solo Assegno unico. La riforma dell’Assegno unico e universale ha provato a colmare un vuoto (tinyurl.com/assecal), estendendo un benefit economico a cittadini finora trascurati dai benefici, come i disoccupati, gli incapienti e i lavoratori autonomi. Ma resta un contributo il cui importo da solo non inciderà molto nella scelta che porta alla realizzazione del desiderio di famiglia: 50-100 euro al mese, per i redditi Isee dai 30.000 euro in su, quando un figlio ne costa 700 (tinyurl.com/settec), sono giusto il primo passo di un cammino ancora tutto da fare. I principali sistemi fiscali nel mondo sviluppato prevedono per i genitori, oltre ad un assegno veramente universale, una tassazione che tiene conto in modo significativo e per tutti dei carichi familiari. Anche la Costituzione italiana suggerisce di agire in questo modo, all’articolo 53, quando dice che ciascuno è tenuto a «concorrere alle spese pubbliche» in ragione della propria «capacità contributiva». Prima della riforma dell’Assegno unico il compito di garantire l’“equità orizzontale” era affidato alle (modeste) detrazioni per i figli a carico; ora che sono state incorporare nell’assegno questa funzione è venuta meno. L’orientamento della maggioranza è di alleggerire un po’ per tutti il carico fiscale, rimodulando le aliquote, ma senza distinguere tra famiglie con figli, coppie senza o singoli.

Il nodo dell’evasione. Un sistema fiscale che non si pone obiettivi di sostenibilità nel rapporto tra le generazioni, difficilmente riesce ad essere anche un sistema efficiente. Il capitolo problematico dell’evasione fiscale sembra esserne una conferma. Negli ultimi anni il livello di somme nascoste al fisco è andato diminuendo, grazie all’introduzione di misure come la fattura elettronica o lo split payment, tuttavia, l’ultima relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva, allegata alla Nadef, indica che il tax gap in Italia ammonta ancora a circa 103 miliardi di euro, e che la propensione all’evasione è attorno al 19,3%. Come rilevato in un intervento dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani della Cattolica (tinyurl.com/6nyupy7f), guidato da Carlo Cottarelli, l’81% dell’evasione riguarda l’Iva e soprattutto l’Irpef da lavoro autonomo. L’effetto di questo si ritrova in parte nella mappa delle dichiarazioni fiscali degli italiani elaborata da Itinerari previdenziali (tinyurl.com/itinprev). Che tra le altre cose mette in luce come il 43,7% delle dichiarazioni non superi i 15.000 euro di reddito lordo, cioè poco più di mille euro al mese, contribuendo a versare appena il 2,3% di tutta l’Irpef. A guadagnare o dichiarare più di 35 mila euro lordi è solo il 13,22% dei contribuenti, al quale si deve il 60% dell’imposta sulle persone fisiche. Sono cifre che raccontano di un Paese con molte sacche di povertà autentica, ma che sembra anche poco credibile nella fotografia delle reali situazioni di bisogno.

Il cantiere del Fisco. Una domanda che ci si può porre è se non sia anche la struttura stessa di aliquote, sconti e agevolazioni, a “impoverire” fiscalmente il Paese. Un’analisi sulla riforma fiscale fatta dall’Associazione famiglie numerose ha portato un esempio emblematico: se si prendono un reddito da 40.000 euro lordi e uno da 28.000, una volta calcolati Irpef, bonus, assegni, detrazioni e benefici vari legati anche all’Isee, il netto percepito diventa, rispettivamente, di 2.422 e di 2.271 euro. Per far avere solo 150 euro di aumento al lavoratore di questo esempio, inoltre, l’azienda deve spendere 16.000 euro in più l’anno. Il sistema sembra programmato per tenere bassi i profili di reddito. Le ipotesi di riforma, allo stato delle cose, non paiono voler correggere questa criticità e tantomeno quelle attinenti ai carichi familiari. Ma sarebbe un errore pensare di aver risolto tutto con l’Assegno unico, che se da un lato ha colmato un vuoto, dall’altro, col décalage che lo caratterizza, ha mantenuto l’anomalia di un fisco che non concede vantaggi, come invece avviene ovunque, a tutti coloro che crescono figli.

Una vera equità. Nel mettere mano al sistema fiscale l’articolo 53 della Costituzione dovrebbe rappresentare un faro. L’effetto dell’intervento sugli scaglioni di reddito va verificato alla luce del principio della progressività, che va difeso e non annacquato. Allo stesso tempo la compensazione in termini di equità deve avvenire tenendo conto che la “capacità contributiva” di chi ha figli è molto diversa da chi non ne ha, a ogni livello di reddito. Non è solo un discorso di giustizia: si tratta di definire un modello di sviluppo con una visione di futuro che agevoli le nascite. Una demografia sostenibile significa anche una crescita sostenibile, ovvero un Paese che non ha bisogno di ricorrere continuamente a sconti a pioggia per rilanciare i consumi o a bonus per sostenere settori economici che soffrono anche a causa della riduzione della dimensione delle famiglie.

Massimo Calvi

Avvenire, 26.11.2021

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Ecco le cifre dell'assegno unico

 Il nuovo Assegno unico e universale ha appena svelato le carte e insieme alla festa si è sollevato un polverone. Le famiglie faticano a orientarsi perché, in effetti, la materia è complessa. Ad aumentare la confusione, ecco poi una serie di elaborazioni diffuse da alcuni quotidiani e sui social con dati imprecisi o sbagliati. Una situazione ai limiti del paradossale, se si pensa che un giornale è arrivato a denunciare il fatto che il nuovo assegno penalizzerà le fasce deboli, un altro a dire che invece ci perderà il ceto medio-alto. Proviamo a fare un po' di chiarezza.

Cosa c'è di nuovo?

L'assegno unico e universale debutterà da marzo 2022. Le domande, corredate da dichiarazione Isee, vanno presentate ogni anno all'Inps da gennaio a febbraio. Chi non avrà l'Isee potrà comunque ottenere il minimo, cioè la quota universale riconosciuta a tutti (50 euro al mese a figlio). Sono interessati oltre 7 milioni di nuclei e 11 milioni di figli, dal 7° mese di gravidanza al 21° anno di età. Il costo totale è di circa 25 miliardi: 19 miliardi la cifra già impiegata nelle varie misure per la famiglia, 6-7 miliardi sono aggiuntivi. L'assegno incorpora in una sola misura i vecchi assegni dei lavoratori dipendenti (Anf), le detrazioni per figli a carico, il premio alla nascita per le neo-mamme (800 euro, ma può tornare), il bonus bebè per il primo anno. Rimane in vigore il bonus nido. L'assegno arriverà sul conto corrente e non più in busta paga. Ne hanno diritto tutti i cittadini italiani con domicilio fiscale nel Paese e gli stranieri residenti da almeno due anni.

Quali sono gli importi?

Fino a 15mila di reddito Isee, fascia in cui si colloca il 50% delle famiglie, si percepiscono ogni mese 175 euro a figlio. Per i figli dal terzo in su la cifra è aumentata di 85 euro (260 euro). Oltre i 15mila Isee l'importo scende gradualmente fino a 50 euro a figlio per gli Isee pari o superiori a 40.000 euro (il décalage è di 50 centesimi ogni 100 euro in più di Isee). Dai 18 ai 21 anni di età la cifra è dimezzata. Le famiglie con più di 4 figli beneficiano di 100 euro in più al mese, 1.200 l'anno, un forfait che di fatto corrisponde alla vecchia detrazione Irpef. Maggiorazioni fisse sono previste per i figli disabili (da 100 a 50 euro a seconda del grado ed età), per le madri under 21 (20 euro fissi), per il secondo percettore di reddito (30 euro a scalare, ma solo per Isee fino a 25.000). Per i figli sopra i 21 anni restano le detrazioni Irpef.

Chi guadagna?

Dall'impostazione data all'assegno ci guadagnano tutti i lavoratori autonomi, che prima percepivano solo le detrazioni fiscali, i disoccupati che non avevano diritto a nulla, gli incapienti che non riuscivano a beneficiare delle detrazioni. Non è una cosa da poco. Tra i lavoratori dipendenti la valutazione su chi guadagna rispetto agli assegni pagati fino allo scorso giugno e alle detrazioni, ora incorporate, è più complessa, perché passando da sostegni elargiti sulla base del reddito Irpef a una misura legata all'Isee, che fotografa anche il patrimonio, molte cose possono cambiare e riservare sorprese rispetto a prima: famiglie con reddito medio-basso possono avere risparmi elevati o altri immobili, e dunque trovarsi con in Isee alto che fa perdere benefici rispetto a prima; famiglie con reddito medio-alto possono vivere solo dello stipendio, e trovarsi con una sorpresa positiva. Dai calcoli fatti al Ministero delle finanze emerge che la stragrande maggioranza delle famiglie avrà aumenti, soprattutto tra i redditi medi, o al limite prenderà la stessa cifra di prima.

Chi perde?

Le elaborazioni mostrano che 400.000 nuclei potrebbero perdere qualche decina di euro rispetto agli Anf pagati fino a giugno 2021. I casi limite si concentrano tra i lavoratori dipendenti nella fascia di reddito Irpef attorno ai 15.000 euro, che in precedenza percepivano il massimo dell'assegno e il massimo delle detrazioni per figli a carico, per un totale che poteva arrivare a 200-220 euro con 1 figlio. Chi guadagna meno di 14.000 euro lordi invece non ci perderà, perché prima veniva meno l'effetto delle detrazioni fiscali, diventando incapienti. Chi guadagna di più è difficile perda molto, perché vecchi assegni e detrazioni decrescevano rapidamente: le simulazioni circolate su alcuni giornali che mostrano i redditi alti rimetterci rispetto a prima non tengono conto del fatto che le detrazioni da 950 euro annui calavano fino ad azzerarsi a 95mila euro lordi. Le simulazioni che, al contrario, indicano perdite nei redditi bassi, sono state fatte non con un paragone sugli assegni precedenti, ma sugli Anf aumentati da luglio 2021, che di fatto erano già Assegno unico. Altri casi al limite sono i nuclei con figli tra 18 e 21 anni, per i quali l'assegno si dimezza. In ogni caso c'è la clausola di salvaguardia per i dipendenti sotto i 25.000 Isee: l'Inps effettuerà la compensazione in automatico, e durerà tre anni, un tempo nel quale si potranno introdurre correttivi. La platea di chi può ricevere meno si ridurrebbe a 100.000 famiglie.

Che problemi con l'Isee?

La decisione di erogare l'assegno sulla base dell'Isee non è un'invenzione del momento, ma è prevista dalla delega sull'Assegno unico votata all'unanimità da tutti i partiti. L'aggancio all'Isee è stato previsto soprattutto per scongiurare il rischio di trasferire risorse da chi paga le tasse a chi le evade. In ogni caso aggirare l'ostacolo può non essere difficile per molti "professionisti" della materia. Un'ulteriore criticità riguarda il fatto che molti nuclei possono non essere disposti a far sottoporre a un esame ai raggi X ogni anno tutti i propri averi, e dunque si limiteranno ad accettare l'assegno minimo. Valutazione politica a parte, il principio di un assegno universale si contraddice un po' di fronte a quella che può sembrare una patrimoniale sui figli. Soprattutto se l'Isee ha bisogno di una profonda revisione nei coefficienti di calcolo della prole a carico.

Cosa si può cambiare?

Più che discutere su chi perde e chi no, che, come si è visto, è questione di pochi euro e si risolve facilmente, la vera questione è che l'assegno decresce assai rapidamente e non riconosce un valore adeguato a tutte le famiglie del ceto medio. Questo perché i 6 miliardi stanziati dal governo precedente per ampliare la platea dei beneficiari, come abbiamo sostenuto in più occasioni, hanno dato una coperta troppo corta. Dimezzare l'assegno a 30.000 Isee significa considerare "ricca" una fascia di popolazione che non lo è. Il nuovo beneficio, che resta un passo importante, si caratterizza così come una misura sociale e di ulteriore redistribuzione, e non come un vero incentivo alla natalità. Chi ha un Isee basso beneficia già di molte agevolazioni tariffarie nei servizi per i figli, dalle mense agli asili fino alle università; chi ha un Isee alto, e paga molte tasse, incontra ovunque rette massime. Questa distorsione, che non ha paragoni in Europa, può essere nel tempo corretta in due modi: o alzando anche la quota minima di assegno, oppure con la riforma fiscale alleggerendo il carico attraverso un sistema di deduzioni legate ai figli. Ma questo è un altro discorso. Di certo, chi oggi critica l'assegno e non ne coglie la portata innovativa dovrebbe anche proporre come cambiare. E la prima cosa è destinare maggiori risorse.

Come e quando si fa domanda?

Le modalità di presentazione delle richieste per l'assegno universale saranno dettagliate dall'Inps entro 20 giorni dal varo del decreto (che ora va in Parlamento per ricevere entro 30 giorni i pareri delle commissioni competenti). Come sempre, oltre a farla in proprio sul sito dell'Inps, ci si potrà rivolgere ai Caf e ai patronati. Precisazione importante: si potrà fare domanda fino a giugno 2022 mantenendo il diritto agli arretrati a partire dal mese di marzo 2022. Da luglio, i ritardatari percepiranno invece il sussidio solo dal mese di presentazione della domanda. A gennaio dell'anno successivo bisognerà richiedere l'aggiornamento dell'Isee (sui dati 2022) e rinnovare la domanda per l'assegno. Il cui importo verrà per l'appunto aggiornato sulla base dell'Isee così ricalcolato. Come già noto, la durata dell'annualità va infatti da marzo dell'anno di presentazione dell'istanza al febbraio dell'anno seguente.

Massimo Calvi

Avvenire, 20.11.2021

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Morti a causa del vaccino? Uno studio col "trucco"

I vaccini contro il Covid funzionano? Sì. L’esperienza ci dice che i vaccini riducono moltissimo il rischio di essere contagiati, di contagiare, di ammalarci gravemente, finire in terapia intensiva o morire. La protezione, ovviamente, non è al 100%, e abbiamo imparato che cala col passare del tempo e dunque diventa utile fare un richiamo. Ma i vaccini sono anche sicuri? Sembra proprio di sì. Essendo stati resi disponibili in tempi rapidi, a causa dell’emergenza planetaria, un po’ di apprensione è comprensibile, ma ormai ci sono migliaia di ottime ricerche che dimostrano che i vantaggi sono ampiamente superiori ai possibili problemi: gli eventi avversi ci possono essere, ci sono stati e ci saranno, ma sono assai rari. Come per l’efficacia, anche la sicurezza del vaccino (e di ogni rimedio medico) non potrà mai essere al 100%.

È accettando questa incertezza strutturale, capace di ricalcare l’indeterminatezza dell’esistenza, che stiamo affrontando la crisi sanitaria, gestendo le paure, valutando le opportunità che si aprono, tentando come comunità umana di raggiungere, non senza fatiche, nuovi approdi che chiamiamo certezze. E anche qui, sul fronte dell’impegno cui è chiamato chi può avere un ruolo decisivo nell’affrontare la pandemia – personale sanitario, mondo della ricerca o dell’informazione, politica – però, il 100% non è dato. Consapevoli di questo limite, abbiamo provato a capire qualcosa in più di uno studio allarmante, curato dal divulgatore scientifico Mario Menichella, della Fondazione Hume, diffuso in questi giorni e ripreso da alcuni organi di stampa (tinyurl.com/humerice). Nel lungo e documentato articolo si vuole offrire «una stima realistica degli effetti avversi dei vaccini anti-Covid e del rapporto rischi-benefici». I risultati sono terribili, perché emerge che dopo aver inoculato dosi di Pfizer, Moderna o Astrazeneca ci sono stati molti più morti rispetto a quelli registrati con altri vaccini. Non è una ricerca sottoposta a revisione tra pari, né è stata pubblicata da riviste scientifiche, ma un articolo nel quale, pur sottolineando «l’enorme importanza della vaccinazione contro il Covid degli over 50 e dei soggetti fragili», tra le altre cose «viene tentata una stima del rapporto rischi-benefici, che pare spostare il punto in cui essi si bilanciano verso i 40-45 anni di età», e in cui si definisce «la vaccinazione dei giovani poco sensata» e quella dei bambini «poco responsabile».

Sono questioni non da poco. Ma il dato centrale dell’articolo, tuttavia, è questo: se la mortalità da vaccini antinfluenzali è stata di circa 0,26 morti per milione di dosi, per i vaccini anti-Covid, Pfizer e Moderna, si sono registrati 22,7 morti per milione di dosi somministrate. I conti sono stati effettuati attingendo al grande database americano del Vaers, che – si legge – «da oltre 30 anni raccoglie le segnalazioni di effetti avversi relative a tutti i vaccini somministrati». Ma per capire come funziona esattamente il Vaers è bene andare sul sito dei Cdc americani (i "Center of disease control & prevention"), dove una scheda in punti spiega che: «1) Vaers è un programma nazionale di sorveglianza della sicurezza dei vaccini che aiuta a rilevare modelli di segnalazione insoliti o imprevisti di eventi avversi per i vaccini. 2) Vaers è un sistema di sorveglianza passiva, il che significa che si basa su persone che inviano resoconti delle loro esperienze dopo la vaccinazione. 3) Vaers accetta segnalazioni da chiunque, inclusi pazienti, familiari, operatori sanitari e produttori di vaccini. 4) Vaers non è progettato per determinare se un vaccino ha causato o contribuito a un evento avverso: un rapporto al Vaers non significa che il vaccino abbia causato l’evento» (tinyurl.com/cdcvaers).

Nelle scorse settimane su "Query", la rivista ufficiale del Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze (Cicap), è stato pubblicato un articolo dal titolo emblematico: «Vaers: come un database del governo degli Stati Uniti alimenta una pericolosa disinformazione sui vaccini». Nel testo, Graziella Morace scrive: «Si può trovare di tutto, anche segnalazioni prive di un collegamento plausibile con un vaccino, come casi di persone morte in un incidente stradale mentre tornavano a casa dopo essere state vaccinate», e si cita il caso dell’anestesista James Laidler, che nel 2004 «per dimostrare che chiunque può scrivere ciò che vuole sul Vaers e mostrare quindi la necessità di cautela nell’interpretazione dei dati da parte dei non esperti, pubblicò una segnalazione in cui affermava che il vaccino antinfluenzale lo aveva trasformato nell’incredibile Hulk» (tinyurl.com/queryon).

Stiamo attraversando un momento delicato della pandemia. Abbiamo costantemente bisogno di capire di più, di capire meglio e di capire bene, per raggiungere il prossimo approdo e prepararci a un’altra partenza. E per questo occorre umiltà, ed essere anche pronti ad accettare verità scomode e inattese. Di certo, per difenderci dal Covid, non servirà l’aiuto dell’incredibile Hulk, ma di tanta buona ricerca sì, di ottima ricerca. E di nessun fuorviante sensazionalismo.

Massimo Calvi

Avvenire, 13.11.2021

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Lombardia, l'effetto vaccino sulla mortalità in eccesso

La massiccia campagna vaccinale lombarda e l'adesione convinta dei cittadini ? a oggi gli immunizzati con due dosi sono prossimi al 90% ? ha "salvato" migliaia di vite umane. Nel 2020, infatti, si può stimare che vi siano stati circa 35.000 morti in più del previsto tra le persone oltre i 14 anni di età. Nel 2021, invece, l'eccesso di mortalità, da un punto di vista statistico, risulta molto ridotto e prossimo allo zero per alcune fasce di età. Il dato emerge da una ricerca in via di pubblicazione che ha stimato la mortalità in eccesso in Lombardia tra il 2020 e il 2021.

Dall'inizio della pandemia in regione si sono avuti circa 900mila contagi e 34mila morti di Covid-19 su 10 milioni di abitanti. I morti "in eccesso", cioè i decessi indotti dalla pandemia soprattutto per le conseguenze della maggiore pressione sul sistema sanitario, sono più difficili da calcolare. La ricerca ha provato a farlo elaborando un modello statistico in grado di tenere conto delle tendenze dell'anno, della stagionalità dei decessi e di altri fattori, compresi i diversi tassi di mortalità riferiti a cinque diverse classi di età.

Il primo dato che emerge riguarda i minori di 14 anni: per loro non c'è stato alcun eccesso di mortalità né nel 2020 né tantomeno nei primi 8 mesi del 2021, a riprova del fatto che i piccoli hanno rischi bassi di complicazioni da Covid (anzi, i morti sono stati meno, probabilmente a causa della riduzione degli spostamenti o per il minore rischio di infezioni dovuto alle varie precauzioni). Lo scorso anno, invece, l'eccesso di mortalità era stato in media del 28% per le persone tra i 65 e gli 84 anni, del 25% per gli over-85, del 18% dai 14 ai 64 anni. La conferma, insomma, che il Covid è molto più pericoloso per chi ha oltre 64 anni.

L'analisi dei dati delle prime 34 settimane del 2021 indica non solo che non c'è stata alcuna mortalità in eccesso tra i bambini ? che, tra l'altro, non avendo ricevuto il vaccino dimostrano di essere una categoria a bassissimo rischio ? ma anche sotto i 64 anni e tra chi ha più di 85 anni, cioè i primi a ricevere le dosi. I nonni, si potrebbe quasi dire, grazie al vaccino hanno potuto beneficiare delle difese di cui godono i nipoti più giovani. Un eccesso di mortalità, purtroppo, si è invece avuto, seppur limitato rispetto al 2020, nelle fasce di età 75-84 anni (+7,8%) e 65-74 anni (+14,2). Come mai? Probabilmente, come spiegano i ricercatori, il dato è dovuto al fatto che sono stati vaccinati più tardi e, inoltre, qui si trovano molte persone contrarie al vaccino.

La ricerca, che come detto riguarda solo la mortalità in eccesso, è di Antonello Maruotti (Lumsa), Giovanna Jona-Lasinio (Sapienza), Fabio Divino (Università del Molise), Gianfranco Lovison (Palermo), Massimo Ciccozzi (Campus Biomedico) e Alessio Farcomeni (Tor Vergata). La conclusione cui giungono i ricercatori esalta il valore della campagna vaccinale: la riprova sta anche nel fatto che i morti in più del previsto sono stati pochissimi nel 2021, anno caratterizzato da restrizioni minime rispetto al 2020, quando invece l'unica vera arma a disposizione contro il Covid erano i rigidissimi lockdown.

Sempre in tema di immunizzazioni, ieri la vice presidente della Regione Lombardia, e assessore alla Sanità, Letizia Moratti, ha fatto sapere che entro la terza settimana di novembre tutti gli ospiti delle Rsa riceveranno la terza dose.

Massimo Calvi 
5.11.2021

Perché la riforma del catasto è giusta

C'è un numero che molte famiglie conoscono bene, quando presentano le dichiarazioni Isee per chiedere sconti sulle tariffe della mensa scolastica dei figli, agevolazioni per l’università o il nuovo assegno unico: è il «valore dell’immobile ai fini Imu». Si tratta del valore catastale della casa in cui abita la famiglia o delle altre possedute. Come tutti sanno, se quel valore è alto, allora anche l’Isee, come le tasse, risulterà più alto, e dunque si potrebbero perdere dei benefici; se invece il valore è basso, ovviamente si possono avere vantaggi, non solo fiscali: tanto per fare un esempio un assegno-figli più alto oppure una retta per la mensa più bassa.

Qual è il problema? Non è difficile da spiegare: le rendite catastali non corrispondono ai valori di mercato degli immobili. Questo perché, per semplificare, molte case popolari di un tempo sono diventate con gli anni residenze di pregio nei centri storici delle città, mentre le moderne abitazioni degli anni Settanta oggi possono essere immobili di scarso valore ai margini delle metropoli. Niente di male, è il mercato. D’altro canto quante sono le case di campagna che, ristrutturate, hanno acquisito piscine e non solo, e sono diventate residenze prestigiose, ma continuano a risultare luoghi di lavoro o abitazioni modeste? Il punto, come si intuisce, è che se le rendite catastali non vengono aggiornate, ci si può trovare ad avere famiglie che beneficiano di vantaggi non coerenti con il loro livello di benessere, e altre che invece non ottengono i benefici cui avrebbero diritto.

Questo che abbiamo descritto è solo uno degli aspetti critici legati all’inadeguatezza dei valori catastali, ma è un nodo che va preso in esame. Il grosso del dibattito sulla possibile riforma del catasto – che il governo vorrebbe avviare, anche perché è uno degli interventi che l’Europa ha vincolato ai fondi del Pnrr – finora ha messo in luce soprattutto il rischio che la pressione fiscale possa salire in particolare per i possessori di seconde case, terze o successive. La questione, ovviamente non può essere trascurata. Perché a prescindere da come quegli immobili sono stati acquisiti – se cioè frutto di eredità, di investimenti con mezzi propri dichiarati oppure no – tutti concordano sul fatto che non è questo il momento di aumentare le tasse sul ceto medio.

Ora, detto che accostare il concetto di ceto medio con quello di rendita è esercizio non privo di una certa originalità, la questione dell’opportunità di una manovra fiscale in questo momento non può occultare l’obiettivo della giustizia fiscale. I modi per evitare una manovra impopolare e mantenere il gettito complessivo invariato ci sono. Il presidente del Consiglio Mario Draghi, in questo senso, ha fornito tutte le rassicurazioni. Nessuno vuole più tasse e nessuno ha voglia di chiedere un inasprimento del prelievo, dato che rischierebbe di gravare anche su chi le tasse già le paga. Sarebbe tuttavia un tradimento del principio di giustizia, non solo fiscale, se chi possiede immobili dal valore di mercato elevato continuasse a godere di vantaggi rispetto a chi abita o possiede case di minor valore. Non è un discorso di cifre assolute, ma relative.

La riforma del catasto, per procedere, richiederà un clima di concordia e di pace sociale, ma è necessaria, perlomeno se si è dell’idea che chi è un po’ più ricco è giusto che paghi un po’ di più e chi è più povero un po’ di meno, evitando che accada il contrario. Non è il caso di alimentare lotte di classe, ma nemmeno ci si dovrebbe battere per conservare un sistema che ogni evidenza indica essere ingiusto e iniquo.

Massimo Calvi

Avvenire 30.9.2021

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Vaccini e adolescenti: che fare?

E' giusto, sicuro, raccomandabile vaccinare adolescenti e bambini contro il Covid-19? La questione agita i pensieri di tanti genitori. L’argomento è delicato, perché ragioni scientifiche si mischiano a questioni etiche, in un clima caratterizzato da sospetti, paure, informazioni spesso incontrollate e contraddittorie, dove orientarsi e fidarsi diventa esercizio complesso. A chi dovrebbe credere un genitore se, ad esempio, un pediatra sconsiglia il vaccino e altri lo raccomandano, se gli esperti di un Paese esprimono un orientamento e quelli di un altro sembrano dire l’opposto, se Internet offre tutto e il contrario di tutto alimentando un dibattito che può essere paragonato al confronto tra i tifosi di squadre di calcio? Proviamo a capirci qualcosa.

In Europa l’Agenzia del farmaco (Ema), dopo aver valutato i risultati di uno studio su quasi 6mila ragazzi, ha autorizzato l’impiego di due vaccini, Pfizer-Biontech e Moderna, per i giovani a partire dai 12 anni. Questo significa che entrambi i preparati hanno dimostrato di funzionare, cioè sono in grado di prevenire la malattia grazie a una risposta anticorpale significativa, e soprattutto di essere sicuri perché possono far insorgere solo alcuni e lievi effetti collaterali. I dubbi nascono nel momento in cui si provano a valutare i limitati rischi del vaccino in rapporto ai pochi danni che il Covid può procurare agli adolescenti sani.

L’evidenza mostra che i 12-17enni, come tutti, dopo il vaccino possono avere disturbi lievi, come dolore al braccio, febbre, brividi... sintomi minimi che si risolvono in brevissimo tempo. L’effetto collaterale che genera più ansia tra i genitori è la possibilità che emergano miocarditi o pericarditi, cioè infiammazioni del cuore o della membrana che lo avvolge. Si tratta di pochi casi per milione e ne sono interessati più che altro i giovani maschi dopo la seconda dose. Nella stragrande maggioranza dei rari casi in cui è si è presentato, il disturbo è rientrato in pochi giorni, talvolta è stata necessaria una cura a base di antinfiammatori.

Una recente ricerca statunitense (in fase di prestampa e non sottoposta a revisione tra pari) ha rilevato che i ragazzi tra i 12 e i 15 anni avrebbero 4-6 volte più probabilità di andare incontro a una diagnosi di miocardite dopo il vaccino Pfizer che di finire in ospedale a causa del Covid. Lo studio ha contato 162 casi per milione di dosi nella fascia 12-15 anni e 94 per milione in quella 16-17. Tuttavia la ricerca si limita ad indicare la diagnosi registrata sulle cartelle cliniche senza specificare la gravità dei sintomi. Qualche dubbio è stato manifestato riguardo all’affidabilità dei dati: in Gran Bretagna ad esempio i casi di miocardite registrati, sono stati 6 per milione di dosi, e per l’autorità inglese del farmaco tutti i ragazzi interessati hanno mostrano solo sintomi leggeri rientrati in pochi giorni.

Il secondo argomento che può alimentare il dubbio riguarda il fatto che i bambini sani non sembrano ammalarsi in modo serio di Covid-19: i casi di ricoveri in terapia intensiva o di decessi interessano quasi esclusivamente bambini con fragilità evidenti, come cancro, disturbi cardiaci, diabete, malattie renali. Perché dunque, ci si chiede, non vaccinare solo chi è più a rischio? E lasciare sia la malattia a immunizzare in modo naturale i ragazzi? Mentre non è ancora del tutto chiaro quale sia la migliore protezione anticorpale, se quella del vaccino o della malattia, è vero che tutti gli studi mostrano che sotto i 17 anni chi si contagia o non manifesta sintomi oppure tende a sviluppare una forma leggera della malattia. Questo però non vuol dire che il rischio sia zero. Anzi. Una preoccupazione riguarda gli effetti del long-Covid: un ampio studio britannico pubblicato sulla rivista “The Lancet Child & Adolescent Health” ha mostrato che il 4,4% dei ragazzini che avevano contratto il Covid-19 aveva ancora sintomi dopo 4 settimane, perlopiù affaticamento (84%), mal di testa o perdita dell’olfatto (78%). E l’1,8% ha avuto sintomi per più di due mesi. Il long-Covid, insomma, è raro, risulta molto più contenuto nei minori rispetto agli adulti, ma, come ha spiegato Sir Terence Stephenson, autore principale dello studio, si manifesta e può dare «sintomi persistenti anche diverse settimane dopo la malattia». 

Un altro motivo per temere il Covid negli adolescenti è l’aumento registrato dei casi di Sindrome infiammatoria multi sistemica (Sims o Mis-C), soprattutto con la diffusione della variante Delta, diventata predominante. Si tratta anche qui di effetti lievi, ma ci sono stati casi di complicanze gravi. Uno dei motivi che ha spinto i Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie degli Stati Uniti (Cdc) a raccomandare la vaccinazione ai 12-17enni lo scorso maggio riguarda non solo il tasso di ospedalizzazione registrato per questa fascia di età, 51 casi ogni 100mila abitanti, ma anche il fatto che sulle 3.742 segnalazioni totali di sindrome infiammatoria multi sistemica, il 21,5% abbia interessato adolescenti. Anche per quanto riguarda le miocarditi, la “sfida” tra vaccino e Covid resta aperta.

Un altro studio americano diffuso a fine luglio (non sottoposto a revisione), ha rilevato che negli adolescenti maschi il rischio di andare incontro a infiammazioni cardiache può essere sei volte superiore tra chi si ammala di Covid rispetto a chi si è vaccinato. La ricerca, effettuata sulle sole cartelle cliniche, ha stimato 450 casi per milione di miocarditi tra i ragazzi che hanno sviluppato il Covid. Che si tratti di long-Covid, di Sims, di miocarditi da vaccino o da Covid, parliamo in ogni caso di eventi rari e che producono sintomi lievi nella stragrande maggioranza dei casi, mentre resta difficile dire se lasceranno o no strascichi nel lungo periodo. Il peso dei rischi e dei benefici è un esercizio complesso, come si evince dalle relazioni presentate ai governi dagli organismi tecnici e scientifici di vari Paesi. Valutazioni che non sempre sono state riportate con completezza. 

Il presidente del Consiglio superiore di sanità e coordinatore del Comitato tecnico scientifico italiano (Cts), Franco Locatelli, ha detto chiaramente che l’ago della bilancia pende a favore del vaccino anche agli adolescenti, invitando a non fare allarmismi sui bambini. L’associazione dei pediatri italiani, di fronte al fatto che con la variante Delta si avuto un forte aumento dell’incidenza dei casi pediatrici, è della stessa opinione: «Se è vero che il Covid in età pediatrica ha manifestazioni importanti rare – ha spiegato la presidente della Società italiana di pediatria, Annamaria Staiano – queste non si possono escludere. In Italia abbiamo avuto 700mila bambini colpiti dal Covid, di cui 3mila sono stati ricoverati e 30 sono morti, anche se in questo caso erano presenti altre patologie». Quanto al Comitato di bioetica, si è espresso tra le altre cose contro l’obbligatorietà del vaccino ai ragazzini, ma ha suggerito di difendere la volontà del minore di vaccinarsi chiedendo che l’adolescente «sia informato che la vaccinazione è nell’interesse della sua salute, della salute delle persone prossime e della salute pubblica». 

In Francia il Comitato Consultivo Etico Nazionale (Ccne), in un parere espresso a fine giugno, ha invece affermato che il beneficio individuale dai 12 ai 15 anni c’è, ma «è molto limitato», perché «i casi di malattia grave da Covid sono rari, mentre non ci sono studi sulla sicurezza del vaccino somministrato in questa fascia di età». Il Comitato francese ha però anche rilevato che ci può essere «un beneficio indiretto» nel vaccinare gli adolescenti, perché se questi non fossero più veicoli d’infezione, allora potrebbero essere risparmiate loro quelle restrizioni delle relazioni che hanno procurato loro moltissimi problemi di salute mentale, dalla depressione ai disturbi del sonno. Il Ccne parla anche di «vaccinazione altruista»: l’immunizzazione dei più giovani per compensare la quota di adulti che non intendono vaccinarsi, e dunque per frenare la circolazione del virus e proteggere i più fragili tra i loro coetanei, nelle altre fasce di età, chi non può vaccinarsi e le donne incinte. 

Ad aver introdotto un elemento nuovo è stata la variante Delta, più contagiosa e anche capace di “bucare” lo scudo vaccinale. Si deve anche a questo il ripensamento della Stiko, la Commissione tedesca per le vaccinazioni del Robert Koch Institute. In un primo parere aveva affermato che non era il caso di spingere sulla vaccinazione nella fascia di età 12-17, salvo per i soggetti a rischio. Poi, ad agosto 2021, la Commissione ha deciso di raccomandare la vaccinazione per tutti i ragazzi alla luce «di nuovi dati quantitativi sulla sicurezza della vaccinazione e sugli effetti della malattia», anche considerando il positivo effetto indiretto sulle altre fasce di età. 

Le preoccupazioni degli esperti dei diversi Paesi si ritrovano nel parere del Comitato per le vaccinazioni e le immunizzazioni (Jcvi) britannico, organismo indipendente di consultazione del governo, secondo il quale non sarebbe necessario vaccinare i 12-15enni, dato che «il margine di beneficio», pur essendoci, «è troppo piccolo per giustificare la vaccinazione di massa». L’organismo ha spiegato che tra i bambini sani “solo” 2 su un milione finiscono in terapia intensiva, contro i 100 su un milione tra chi ha problemi di salute, e dunque la vaccinazione può essere consigliata solo a questi. Gli esperti britannici hanno però chiarito che l’orientamento non tiene conto dei danni che possono essere procurati agli adolescenti dalla chiusura delle scuole a causa della pandemia o dall’interruzione delle relazioni sociali. Valutazione che – hanno spiegato – spetta ad altri. 

Uno degli argomenti a favore dell’“esenzione” dei giovani dal vaccino, in chiave di massima precauzione, si fonda sull’idea che l’immunità di popolazione può essere raggiunta anche senza di loro. Posto che questo poteva valere prima della comparsa della variante Delta, e oggi non più, appare abbastanza contraddittorio difendere il diritto di non vaccinarsi per gli adulti e poi battersi per esentare anche i giovani. Non a caso il Centro Europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) in un rapporto del giugno 2021, ha invitato a considerare l’immunizzazione dei gruppi di età più giovane in particolare alla luce dell’incidenza del Covid-19 nella popolazione e di quanto si è riusciti a vaccinare le altre fasce di età. 

Le valutazioni scientifiche e/o politiche evolvono a mano a mano che emergono nuove evidenze e nuovi studi, come è logico che sia. La spinta che tutti i governi dei principali Paesi stanno imprimendo a favore del vaccino agli adolescenti tiene conto di molti fattori e di un contesto in evoluzione. La prudenza che tanti genitori hanno manifestato di fronte a notizie incerte e contrastanti può essere capita, anche se col procedere delle inoculazioni la convinzione circa la sicurezza dei vaccini si sta radicando nella popolazione. Volendo ricorrere all’immagine dei due piatti della bilancia si potrebbe dire che in fatto di reazioni avverse da vaccino e di danni da Covid le ragioni pro o contro l’iniezione possono indicare un pareggio, in un contesto in cui si parla comunque di effetti rari e lievi, come ha ben sintetizzato un editoriale recente su “The Lancet”. 

A far pendere l’ago a favore della vaccinazione ci sono però molti altri elementi: dato che la variante Delta è molto più insidiosa per tutti, compresi i neonati, i giovani e i vaccinati fragili – negli Stati Uniti un’infezione su cinque ormai si manifesta in età pediatrica, e i ricoveri di bambini sono in aumento ovunque – ecco che con un maggior numero di adolescenti protetti si abbasserebbe anche il rischio di contagio tra loro e di possibili problemi sanitari maggiori per gli stessi ragazzi. Inoltre diminuirebbero le probabilità di chiusure delle scuole o di nuove limitazioni alla socializzazione, dalle attività sportive alla cultura. Il tema della salute mentale di una generazione che ha già pagato un prezzo elevatissimo alla pandemia ha un peso che non va sottovalutato nel decidere se vaccinare o no i propri figli.

Massimo Calvi

Avvenire, 23.9.2021

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Un figlio costa 700 euro al mese

Mantenere un figlio costa in media 645 euro al mese in Italia. Al Nord la spesa è di 714 euro, mentre al Sud, dove il costo della vita è inferiore, si scende a 512 euro. Utilizzando un altro criterio di calcolo, che guarda a quanto dovrebbe spendere ogni mese una famiglia per mantenere inalterato il proprio livello di "benessere", si scopre che ciascun minorenne richiede in media 720 euro al mese, o che alle famiglie non povere servirebbero 763 euro a figlio, e 510 a quelle in povertà assoluta.

Queste cifre – frutto di un’elaborazione dei dati dell’Indagine Istat sulle spese delle famiglie 2019 – emergono da una ricerca condotta da Giulia Bovini e Fabrizio Colonna, della Banca d’Italia, contenuta nell’e-book "L’assegno unico e universale per i figli: una novità italiana e il contesto europeo" (qui: tinyurl.com/assedem) curato da Alessandro Rosina per Neodemos, il think tank dei demografi italiani. È di fatto la prima raccolta di articoli accademici che permette di confrontare i sostegni alle famiglie previsti in diversi Paesi, e far capire dove si collocherebbe il nuovo assegno italiano. Il paragone internazionale lascia intuire che se l’assegno unico, il cui debutto a pieno regime è previsto da gennaio 2022, dovesse replicare la formula della misura-ponte in vigore da luglio, avrà un effetto nel contrastare la povertà, ma difficilmente riuscirà a sostenere le nascite e rispondere alla grave crisi demografica che interessa il nostro Paese.

L’assegno temporaneo prevede 167,5 euro al mese a figlio per i nuclei con Isee sotto i 7mila euro, 84 euro se l’Isee è tra i 7 e i 15mila euro, 30 euro per gli Isee da 40.000 euro e niente oltre i 50.000. Una progressività molto accentuata, che ricalca quella del "vecchio" assegno per il nucleo familiare dei lavoratori dipendenti, e che rischia di essere riproposta come formula anche per il futuro assegno unico. Le simulazioni al quale lavorano i tecnici del Ministero dell’Economia stanno infatti rivelando che le risorse disponibili non sono sufficienti al varo di uno strumento adeguato agli obiettivi della delega, cioè «favorire la natalità, sostenere la genitorialità e promuovere l’occupazione, in particolare femminile». Calcoli più precisi sulle risorse realmente disponibili potrebbero mostrare che servirebbero altri 2 miliardi per arrivare all’obiettivo dei 21 miliardi ipotizzati finora (15 miliardi delle misure già in vigore e 6 stanziati in aggiunta).

«Per essere considerato uno strumento di politica familiare l’assegno deve rispondere ad alcune caratteristiche di base – spiega Alessandro Rosina, demografo dell’Università Cattolica –. Deve essere strutturale e continuo nel tempo, universale, percepito come un aiuto non simbolico anche dal ceto medio, chiaro e semplice da ottenere, inserito in modo integrato e coerente in un sistema più ampio di politiche familiari e a favore delle nuove generazioni».

Il confronto con le esperienze internazionali dice che l’Italia è solo all’inizio del cammino. Se il modello francese venisse importato nel nostro Paese, ad esempio, vi sarebbero vantaggi per le famiglie meno abbienti, ma anche sconti cospicui per le famiglie con 3 figli e redditi medio alti. La generosità del sistema tedesco, che offre un minimo di 2.600 euro annui per figlio a tutte le famiglie, dimostra invece quanto sia importante adattarsi alle nuove sfide e aggiungere nuovi strumenti se necessario, come ha fatto la Germania introducendo l’assegno parentale per i genitori che non lavorano o smettono di lavorare. La formula svedese, d’altro canto, è uno spot formidabile a favore di sostegni totalmente universali, cioè uguali per tutti. Il Regno Unito testimonia che tagliare assegni e crediti di imposta lasciandoli alle sole fasce più povere per ragioni di bilancio, come avvenuto, può portare a una riduzione della natalità negli anni successivi. Dal caso russo, analizzato dal demografo Massimo Livi Bacci, ecco invece la lezione che risorse consistenti possono far risalire i tassi di fecondità nel breve periodo, ma se l’attenzione alla famiglia non è integrata in un sistema più ampio di servizi, la natalità può tornare a scendere nel medio periodo.

Formule "magiche" per sostenere i desideri di genitorialità, insomma, non esistono. Determinante è invece la chiarezza degli obiettivi. Nel saggio di Neodemos la sociologa Chiara Saraceno dice chiaramente che una misura di politica familiare può avere tre obiettivi diversi: il contrasto alla povertà, il sostegno alla natalità, la riduzione delle disuguaglianze tra famiglie con e senza figli. E la ricetta dello strumento deve variare in base a cosa si vuole ottenere. Se l’intenzione è aiutare i poveri, allora l’assegno deve essere sottoposto alla prova dei mezzi, come in Spagna e Portogallo o nelle Americhe, sapendo che questo può rappresentare un disincentivo all’aumento del reddito o alla ricerca di lavoro. Se l’obiettivo è affrontare l’emergenza demografica e sostenere le nascite, come in Francia o in Germania, gli aiuti devono essere generosi e universali e possono anche partire dal secondo figlio. Se l’obiettivo infine è ridurre le disuguaglianze tra chi ha figli e chi no (l’equità orizzontale richiesta dalla nostra Costituzione), la misura deve essere universale sia per quanto riguarda l’importo che i destinatari.

«I sistemi più universalistici danno migliori risultati sia in termini di contrasto alla povertà sia di sostegno alla fecondità», spiega Saraceno, ma se sono anche inseriti in «un pacchetto in cui è sostenuta l’occupazione delle madri, e i servizi per la prima infanzia sono accessibili».

Il nuovo assegno unico italiano, in virtù delle poche risorse disponibili frutto anche di scelte di campo, si avvia dunque ad essere più uno strumento di contrasto alla povertà che di sostegno alle nascite. «In un momento caratterizzato dalla pandemia questo obiettivo può essere comprensibile – sostiene Rosina –, un assegno con queste caratteristiche non sosterrà le nascite, ma ha valore se rappresenta l’avvio di un processo di cambiamento del modo di intendere le politiche familiari. Per questo è decisivo stabilire subito che le risorse andranno aumentate e che dovrà essere prevista una valutazione dell’impatto della misura introdotta. L’Italia ha bisogno di invertire il declino demografico risollevando i tassi di fecondità. Il rischio invece è che nei prossimi mesi, di fronte a un naturale rimbalzo delle nascite dopo la frenata dovuta alla pandemia, ci si illuda che questo sia l’effetto del nuovo assegno unico, fermando così il processo di riforma».

Massimo Calvi

Avvenire, 22.9.2021

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Il buon diritto al non contagio

Negli Stati Uniti, dove le battaglie per la libertà si caratterizzano sempre per le tonalità vivaci che arrivano ad assumere, alle cause intentate dai no-vax contro le imposizioni sanitarie si stanno ora aggiungendo iniziative legali per tutelare il diritto di non essere contagiati. Chi le promuove contesta agli Stati che vietano l’obbligo di mascherine nelle scuole o non richiedono una forma di Green pass in altri contesti, di non fare abbastanza per contrastare la pandemia, e dunque di allungare i tempi del ritorno alla normalità, oppure di discriminare i ragazzi più fragili nel momento in cui riprendono a fare vita comunitaria. Il tema dei diritti di chi vuole essere protetto dall’infezione ribalta un po’ la prospettiva cui ci ha costretto fin qui la narrazione della 'libertà' ai tempi della pandemia, questione che in Italia finora ha riguardato solo chi rivendica il diritto, tutelato dalla Carta costituzionale, di non essere sottoposto a un trattamento sanitario contro la propria volontà.

Il nuovo punto di vista può essere lo spunto per incominciare a porre la questione dei diritti dei vaccinati, cioè della tutela e della rappresentazione di chi ha messo in gioco sé stesso compiendo un passo importante per rimettere in moto il meccanismo della vita, delle relazioni sociali, dell’economia e di tutto il resto, a beneficio dell’intera comunità.

È vero che il vaccino non assicura la protezione totale dal contagio, dall’ospedalizzazione e nemmeno dalla morte. Anzi: a causa della variante Delta molte speranze sull’immunità di popolazione sono venute meno. Ed è vero che concentrarsi solo sui vaccini come risposta al Covid rischia di trasmettere un messaggio sbagliato, e cioè che il Green pass venga interpretato come il lasciapassare per una vita totalmente libera da ogni prudenza. Tuttavia ogni evidenza dimostra che il vaccino è uno scudo formidabile: i dati dell’ultimo Bollettino dell’Istituto superiore di sanità, ad esempio, segnalano come tra i vaccinati si siano avuti finora circa 1,7 decessi per milione contro i 14 tra i non vaccinati, che dunque hanno un rischio oltre 8 volte superiore di andare incontro alla morte rispetto a chi ha ricevuto due dosi.

Guardando a chi ha meno di 80 anni, per fare un altro esempio, si contano 39 ricoveri in terapia intensiva per milione tra i non protetti e solo 3 tra chi si è vaccinato. Tutta la critica all’efficacia del vaccino, insomma, può essere utile fintanto che aiuta a tenere alta l’attenzione verso ciò che si può fare di meglio rispetto all’immunizzazione di massa, ma non può diventare la giustificazione morale a una visione, più ideologica che politica, che ha l’effetto di ostacolare e ritardare provvedimenti che mirano solo ad aumentare la protezione dal virus a beneficio di tutti.

Probabilmente la battaglia in difesa della massima libertà individuale si avvale di un’interpretazione ardita della realtà di questa fase di emergenza. Lo Stato che decide regole severe e limitazioni, magari anche problematiche in termini di coscienza e di diritto, non ha affatto le caratteristiche di un Leviatano che governa in modo autoritario una popolazione di lupi litigiosi. È invece l’espressione – siamo o no in democrazia? – di un contratto sociale nel quale i cittadini hanno scelto di proteggersi dal virus, in quanto comunità, anche attraverso una campagna di vaccinazione. Nella narrazione che presenta come vittima chi, legittimamente, ha scelto di restare al di fuori di questo accordo, c’è il capovolgimento di un principio etico fondamentale. Quello per cui l’assunzione di responsabilità collettiva di una popolazione adulta serve a proteggere tutti, ma soprattutto i più deboli, e persino i più piccoli se ad esempio si è dell’idea che i bambini non abbiano bisogno di Green pass.

La presa in ostaggio dei concetti di libertà, coscienza, diritto, produce effetti paradossali. Pensiamo alla sentenza con cui la Cassazione ha stabilito che l’iniziativa di un singolo intenzionato a rimuovere il crocifisso da un’aula non può prevalere rispetto al volere della comunità scolastica: nella scelta di mantenere il simbolo della cristianità, si può forse ravvisare una limitazione della libertà o la lesione di un diritto individuale? L’immagine di una maggioranza che impone e s’impone, insomma, non corrisponde alla realtà della vicenda che stiamo vivendo insieme, come umanità, forse per la prima volta nella storia del mondo. In questo senso, riconoscere un diritto dei vaccinati, significa anche saper guardare oltre i confini di sé, per arrivare a difendere il diritto dei 'vaccinandi', i poveri dei poveri, i popoli che non conoscono il privilegio di scegliere se, dove, come e quando inocularsi un siero che aiuta a vivere e a sopravvivere.

Massimo Calvi

Avvenire, 11.9.2021

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Assegno unico, o è universale o non è (tutti i nodi)

Ora che il decreto sull’"assegno ponte" per i figli è stato approvato anche alla Camera e promulgato dal capo dello Stato, e che gli italiani che ne hanno fatto richiesta stanno ricevendo le somme sui conti correnti (una novità assoluta per autonomi e disoccupati, una conferma con aumento per i dipendenti), può iniziare il conto alla rovescia verso il vero obiettivo: l’assegno unico e universale "definitivo" che deve debuttare a gennaio 2022.

Mancano cinque mesi, c’è un grande consenso politico tra le forze in Parlamento, e soprattutto un linguaggio sulle politiche familiari che finalmente sembra essere diventato patrimonio comune. Tuttavia restano alcuni nodi da sciogliere non di poco conto, e a seconda di come verranno affrontati, e di quale approccio riuscirà ad essere accolto, una delle riforme più significative di questa stagione politica potrà risultare efficace anche in virtù del messaggio culturale che riuscirà a trasmettere.

Un punto centrale è quello dell’universalità, tema che ha due facce: far avere l’assegno a tutti i genitori a prescindere dalle categorie di appartenenza, e anche a prescindere dal reddito. La questione è spinosa, perché da una parte c’è chi vorrebbe mantenere un assegno fortemente selettivo, che cioè decresce violentemente al crescere del reddito (fino ad azzerarsi), come erano gli Anf per i dipendenti e come è stata disegnata la misura-ponte; dall’altra chi insiste per un assegno il più possibile simile a quello in vigore nei principali Paesi europei, dalla Germania alla Francia, alla Svezia... cioè uguale per tutti. Considerato che la delega contempla sia il criterio della progressività sia quello dell’universalità, l’equilibrio andrà trovato con sapienza. La politica ha dimostrato di avere chiara la questione. La ministra per la Famiglia Elena Bonetti ha sempre difeso il principio dell’universalità, la chiave di ogni politica familiare. Così l’onorevole Pd Stefano Lepri, intervenendo alla Camera, ha ben ricordato in questo senso che una via di mezzo è necessaria, considerato che «la progressività si applica già con le imposte dirette alle persone fisiche e non si dovrebbe applicare, se non in maniera relativa, con l’assegno unico».

Tuttavia si dovranno fare i conti con le resistenze culturali di ampie porzioni della società, fedeli a uno sguardo sulle politiche familiari intese come esclusivo contrasto alla povertà, e non come misura di stabilità economica per le coppie, di sostegno alle nascite e per l’equità orizzontale che valorizza le famiglie rispetto ai singoli. In questo senso saranno decisivi i confronti che i tecnici del ministero dell’Economia e delle finanze avranno nei prossimi giorni con associazioni, politici, ricercatori esperti di politiche familiari, per testare l’effetto delle varie simulazioni.

Il tema dell’universalità è cruciale. Dato che la riforma fiscale in programma al momento esclude un’attenzione speciale per la famiglia, cioè l’idea di tassazioni differenziate tra chi ha figli e chi no, spetterà all’assegno unico controbilanciare la progressività dell’Irpef, "alleggerendo" il carico anche su chi paga più tasse ma ha figli a carico, come è in Europa. In questo senso, è difficile riconoscere il valore di un assegno che si azzera del tutto. Tanto più se si considera che il beneficio varierà al variare delle dichiarazioni Isee, ma i contribuenti possono trovarsi a pagare aliquote non uniformi a parità di reddito (si pensi agli autonomi con il regime forfettario al 15%), o a vivere in contesti dove il costo della vita è molto diverso, per non parlare delle "eredità attese" e altre "fortune" che sfuggono al redditometro. E, va ricordato, se si tiene conto che le detrazioni fiscali per i figli a carico, oggi ancora in vigore, e di cui molti nuclei beneficiano grazie al secondo percettore di reddito, saranno cancellate dal 2022.

Le simulazioni del nuovo assegno che circolano sono molte. Un esercizio utile che potrebbe essere fatto è di considerare solo quelle che prevedono un’aggiunta di risorse rispetto allo stanziamento attualmente disponibile di 21,7 miliardi: questa cifra, infatti, non basterà se si vogliono escludere penalizzazioni rispetto a oggi, dunque serviranno più dei 6 miliardi aggiuntivi concessi dal precedente governo, a maggior ragione se quest’anno non ci saranno margini per la riforma fiscale.

Tra le ipotesi, in campo vi è anche la possibilità di sterilizzare una parte del patrimonio nel calcolo dell’Isee così da non penalizzare chi ha risparmiato guardando al futuro, o di alleggerire il peso del secondo percettore per non scoraggiare il lavoro femminile (all’estero questi problemi li hanno risolti con un assegno "piatto"...). Anche la questione del premio ai figli dal terzo in poi resta da affrontare, ed è auspicabile che il valore di una famiglia numerosa possa essere riconosciuto, come è stato fatto con l’assegno-ponte: il vero gap della natalità italiana è proprio nella difficoltà di fare il "salto" dal secondo figlio.

Il nodo forse più difficile da sciogliere resta però quello del Reddito di cittadinanza che, integrato con il contributo dell’assegno, può arrivare in certi casi a concedere un’erogazione monetaria pari a un reddito da lavoro. E questo può rappresentare una distorsione critica se si considera il rischio di far cadere l’intero nucleo familiare in una "trappola della povertà". Per questo si sta pensando di prevedere una limitazione del Reddito in caso di diritto all’assegno unico, ipotesi più corretta rispetto all’idea di tagliare l’assegno se si ottiene il Reddito. Anche se in realtà una soluzione più corretta potrebbe essere quella di vincolare una parte del contributo alla spesa in servizi educativi, considerato che spesso nel disagio la prima forma di povertà da affrontare è proprio educativa e culturale.

I punti da affrontare da qui all’assegno unico e universale definitivo sono molti, ma rischi e opportunità appaiono abbastanza chiari. È importante che anche questa tappa sia conclusa bene e in tempo, perché già sappiamo qual è il traguardo successivo, se veramente si vogliono portare le famiglie italiane in Europa e se si intende aprire una nuova stagione aperta al futuro: il Family Act.

Massimo Calvi

Avvenire, 1.8.2021

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Niente ricatti sulla scuola

Certezze sulla scuola, per favore. In questi giorni di metà estate le famiglie con figli chiedono soprattutto questo: avere una qualche sicurezza, e in fretta, circa quello che succederà a settembre con la ripresa dell’attività didattica. Le prese di posizione di esperti, politici o di figure istituzionali che rassicurano, consigliano, suggeriscono o cercano di persuadere, rischiano di confondere in assenza di decisioni chiare. C’è bisogno di accelerare e di mettere basi solide per il rientro: la ripresa non è così lontana. Anche perché chi decidesse oggi di vaccinarsi, adulto o ragazzino, in molti casi dovrà comunque aspettare un mese per la prima dose. Mentre è adesso che vanno decise molte cose fondamentali. Le lezioni saranno in presenza? Sì, questo è certo. Ma se un professore non è vaccinato potrà fare lezione? Gli studenti non immunizzati potranno usare i trasporti pubblici? Se uno studente, vaccinato o no, risulterà positivo, nella sua classe si tornerà tutti in Dad oppure resterà a casa solo lui? Cosa farà scattare le lezioni a distanza? I tamponi per i minorenni saranno gratuiti? A chi servirà, e per cosa, il Certificato Verde (o, se preferite, Green Pass?). E per il tracciamento, come ci si sta preparando?

Sono domande cui si potrà rispondere anche quando il quadro delle immunizzazioni tra il personale della scuola, e non solo, sarà più chiaro. Ma dilazionare alcune decisioni può rappresentare un problema: per capirlo basta immaginare quale reazione potrebbe suscitare la notizia di una scuola che dopo qualche settimana rimanda a casa i ragazzi. Una prospettiva angosciante, se si pensa ai risultati emersi dai test Invalsi di quest’anno: il sacrificio educativo dei giovani non ha insegnato niente? Oppure il profluvio di 100 e lode agli esami di maturità ha fatto dimenticare che rischiamo di perdere una generazione?

La lezione di questi giorni è che la ripresa dei contagi avviene già d’estate, e non solo quando riaprono le scuole. Soprattutto se le persone, vaccinate o no, continuano a comportarsi come se il Covid non esistesse più e la variante Delta non si fosse mai generata. Lo dimostra ciò che è accaduto con gli assembramenti per i recentissimi Europei di calcio. Fortunatamente le misure prese in precedenza, e il piano vaccinale che prosegue, stanno mitigando l’effetto dei comportamenti dissennati. Ma si deve considerare che, pur di evitare nuovi possibili lockdown, il "partito" trasversale di chi, contro ogni evidenza, incolperà la scuola della ripresa dei contagi, invocandone la chiusura, avrà buon gioco se non gli saranno stati sottratti tutti gli appigli possibili.

I margini tecnici, ma soprattutto politici, per imporre vincoli, pare non ci siano. Ed è qui che un grande Paese democratico dovrebbe fare una valutazione etica anche in termini di responsabilità. Una “comunità adulta”, cioè composta da figure che sanno assumersi un ruolo genitoriale ed educativo verso i più giovani, dovrebbe essere in grado di immunizzarsi in fretta, proprio per evitare di coinvolgere i più piccoli e quantomeno gli adolescenti in un percorso, quello della vaccinazione, che per prudenza, allo stato delle cose, potrebbe anche non doverli riguardare, salvo nei casi di particolare fragilità. La Germania, come altri Paesi, ha scelto questa strada. La corsa dei giovanissimi a immunizzarsi, per tornare a una vita il più possibile normale, compresa la scuola in presenza, è qualcosa di significativo. Ma la pressione sui ragazzini e le loro famiglie, per compensare il vuoto di generazioni e categorie che in chiave totalmente individualista si rifiutano di rispondere alla chiamata accampando alibi insostenibili, dovrebbe far meditare a lungo. Perché in una comunità in cui tutti gli adulti si sono protetti, e lo possono certificare, il Green Pass chiesto ai minori è sostanzialmente superfluo.

Settembre non è così lontano. La sola idea che la scuola possa ripartire tranquillamente, e soprattutto che non ci saranno sorprese al primo intoppo, è capace di trasmettere un messaggio importante a un Paese in piena emergenza educativa. Ma le certezze vanno date ora, il tempo degli esami di riparazione è finito.

Massimo Calvi

Avvenire, 28.7.2021

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Fisco e assegno unico, il falso problema del lavoro femminile

Nel nuovo Fisco italiano non sarà previsto un sistema come il "quoziente familiare" alla francese, che divide il reddito complessivo per le parti che compongono il nucleo favorendo chi ha più figli. È uno dei paletti posti dal documento delle commissioni Finanze di Camera e Senato sulla riforma fiscale: il reddito da considerare per le tasse sarà solo quello individuale. La conseguenza è che, a parità di reddito, in Italia non ci sarà alcuna differenza fiscale tra un genitore e un single, tradendo il principio costituzionale dell’equità orizzontale. Attualmente, infatti, il compito di scontare le tasse ai nuclei con prole è affidato alle detrazioni per i famigliari a carico, che tuttavia hanno importi simbolici, e da gennaio 2022 saranno incorporate nel nuovo Assegno unico.

L’unica strada per ovviare a questa distorsione che penalizza fiscalmente la famiglia, soprattutto se numerosa, sarebbe quella di una no tax area legata al numero dei figli, come prevede la formula del "Fattore famiglia". Ma non è questo l’orientamento. Il compito di alleggerire il maggiore peso economico che grava sui nuclei con figli spetterà solo all’Assegno unico e universale. Questa impostazione presenta alcuni limiti: se l’assegno avrà una base comune sostanziosa per tutti, pari ad esempio al costo base del mantenimento dei figli, 2-3.000 euro l’anno, l’equità sarà garantita; se invece il beneficio tenderà a replicare la formula dell’assegno-ponte, con importi che decrescono molto selettivamente in base alla situazione economica della famiglia, fino ad azzerarsi, per il ceto medio con figli la differenza rispetto ai single continuerà ad essere minima o nulla.

Ma perché in Italia è tanto difficile accettare l’idea di sconti fiscali o di benefici universali generosi legati al numero dei componenti il nucleo? Uno degli argomenti messi sul tavolo riguarda la necessità di non scoraggiare il lavoro femminile. Se il vantaggio economico legato ai figli diventa consistente, infatti, il secondo percettore di reddito, in genere la donna, può essere indotto a restare a casa. Tutta la letteratura scientifica in materia dimostra che il rischio è concreto. Ma poiché le ragioni che spingono una madre a non lavorare sono molte e complesse, la questione del lavoro femminile può trasformarsi in un feticcio, una scusa, utile solo a negare sostegni alle famiglie.

In Germania, dove gli assegni familiari sono generosi e uguali per tutti (220 euro al mese), e aumentano di importo dal terzo figlio, il sistema fiscale, che col sistema dello "splitting" favorisce i coniugi, prevede comunque una deduzione di 8.400 euro a figlio, cosicché una famiglia può arrivare a pagare 3.500 l’anno di minori tasse rispetto a un single, per un bambino a carico. In Francia, dove gli assegni sono più bassi rispetto alla Germania (130 al mese, e solo dal secondo figlio), ma anche qui universali, il Fisco interviene ulteriormente col Quoziente abbattendo le aliquote sul reddito familiare anche sotto il 10% in caso di terzo figlio e successivi. In Svezia, dove il welfare è veramente universale sia dal punto di vista dei servizi che delle elargizioni economiche, il fisco resta basato su base individuale, ma tutte le famiglie ottengono un assegno di 1.480 euro l’anno in caso di un figlio, di 3.132 con due figli, di 5.300 per tre figli...

Risultato? Il tasso fecondità in Germania è di 1,6 figli per donna, in Francia di 1,8, in Svezia di 1,7. In Italia di 1,24. Da un punto di vista "natalista", insomma, le politiche fiscali ed economiche generose e universali sembrano funzionare. Ma che dire del tasso di occupazione femminile? In Germania è del 75%, in Francia del 67%, in Svezia dell’80%. In Italia del 52%. La generosità universale verso le famiglie, soprattutto se numerose, insomma, all’estero non scoraggia le donne dal lavorare. Anzi. Il lavoro femminile è invece più raro proprio nei Paesi meno aperti agli aiuti ai genitori, come l’Italia, o come la Grecia, che col 48% di donne al lavoro fa peggio di noi. I motivi per cui una donna non lavora, insomma, sono più legati alla struttura del mercato del lavoro, alla cultura delle imprese, alle abitudini delle persone, alla presenza di misure e servizi che favoriscono la conciliazione, che non ai benefici fiscali ed economici: in Germania i nuclei con 3 figli e oltre sono più del 12%, in Francia e Svezia più del 14%, in Italia poco sopra il 7%. 

Le criticità che riguardano il fisco rischiano di riproporsi anche nel confronto in atto sull’Assegno unico. Una delle ipotesi su cui si sta lavorando per la versione definitiva è non calcolare nel reddito complessivo della famiglia una parte delle entrate di chi guadagna meno, proprio per evitare che un importo dell’assegno più basso a fronte di entrate un po’ più alte, inviti le madri a lasciare il lavoro. La soluzione ha un senso, ma appare l’ennesima complicazione burocratica: negli altri Paesi hanno risolto questo problema concedendo a tutti lo stesso assegno, ottenendo più lavoro femminile e più nascite.

Il tema è spinoso. Tassi più alti di lavoro femminile si accompagnano ovunque a tassi di fecondità più alti. Questo significa però che vanno promosse politiche attive per favorire l’occupazione delle donne, estendendo i servizi di cura e agevolando la conciliazione, come è all’estero e come si delinea con il Family Act, non negando sostegni adeguati e universali alle famiglie. L’esperienza dice che i bambini nascono principalmente dove si riescono ad avere due stipendi. Ma se questo non è possibile perché il lavoro manca o è ai confini dello sfruttamento? Si negano aiuti ai figli per spingere i "secondi percettori" ad accettare lavori ai margini della dignità? Nei contesti di minore sviluppo, o di sottosviluppo, come alcune zone del Sud o nelle periferie metropolitane, trasferimenti monetari sproporzionati possono sì bloccare le coppie e i loro figli in quella che gli esperti chiamano la "trappola della povertà". È qui che si deve avviare una seria riflessione sull’importo e la forma dei benefici. Ma non è questo il solo ambito da considerare. Ad avere figli oggi sono soprattutto i nuclei con due redditi, mentre quando le famiglie diventano numerose lo stipendio torna ad essere uno solo: o perché se lo possono permettere – e qui il discorso si amplia ai patrimoni familiari e alle eredità attese – o perché entrambi i genitori entrano in una dimensione strutturale di rinuncia che spesso esprime anche un valore. La presenza o meno di (dis)incentivi di tipo economico è un falso problema: la partita, semmai, si gioca sul lato dei servizi.

In una famiglia numerosa le donne mantengono il lavoro se le coppie hanno redditi molto alti o i nonni sono molto disponibili (o facoltosi), oppure se il contesto offre servizi di cura della prole gratuiti per tutti, congedi lunghi, aziende che non discriminano nella gestione del tempo. È qui che le norme devono intervenire. Dopodiché l’ambito delle scelte personali deve essere sempre rispettato. In Finlandia, dove la coalizione di governo è guidata da cinque donne, si stanno ampliando i già sconfinati congedi parentali, portandoli a 360 giorni a coppia nei primi 2 anni del bambino, ma allo stesso tempo si vuole ridurre il periodo di congedo che i genitori possono cedersi a vicenda: finora il 90% lo prendevano le madri, segno che anche dove il lavoro femminile è un valore diffuso e tutelato, le scelte familiari possono richiedere un supplemento di riflessione. 

L’obiettivo dell’Italia, il Paese con il problema demografico più grave al mondo, dovrebbe essere quello di aiutare le coppie ad avere i figli che desiderano. I sostegni funzionano se sono molto semplici, coraggiosi e soprattutto universali. Le possibili criticità non si correggono ponendo limiti agli aiuti, ma offrendo un quadro ancora più ampio di misure capaci di favorire una vera parità e una vera libertà di scelta per tutti. 

Massimo Calvi

Avvenire

23.7.2021

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Mancano lavoratori? Perché non ci sono figli da mantenere

La ripartenza dopo i lockdown si accompagna a una serie di fenomeni piccoli o grandi che continuano a ricordarci come la vita ritrovata non sia esattamente quella "di prima", ma una sua versione limitata. Alcuni di questi cambiamenti saranno temporanei altri probabilmente diventeranno strutturali. Una di queste novità, ancora tutta da decifrare, è la difficoltà delle imprese a trovare lavoratori. Nel turismo e nella ristorazione il problema è più evidente, ma non è solo qui che sono emerse criticità. Sul banco degli imputati è stato messo subito il Reddito di cittadinanza, e una sua responsabilità non si può escludere. Il fatto è che i lavoratori mancano anche in altri Paesi, non solo in Italia: in Francia, Spagna, Stati Uniti, un po' dappertutto la ripresa della vita sta presentando questo problema, che vi sia o meno un reddito garantito o sussidi generosi. Se il fenomeno è diventato così diffuso, le spiegazioni semplici allora non bastano, e servirà del tempo per capire cosa accade veramente.

Uno dei motivi che sta emergendo, tra i molti possibili di questa crisi dell'offerta di lavoro, riguarda la fatica che le persone sembrano dimostrare nell'accettare proposte di lavoro poco stabili, dopo una così lunga fase di incertezza.

La notte del Covid ha privato tanti del lavoro o di entrate sicure, ha dato il tempo di trovare nuovi assetti di sopravvivenza ? vuoi con sussidi, vuoi con sostegni familiari o altro ? e adesso? Vale veramente la pena uscire da una bolla che resiste per qualcosa che può durare poche settimane, pochi mesi, e che comunque non cambia la vita? O per un lavoro che tra qualche anno sarà spazzato via da un'innovazione tecnologica o dall'ennesima svolta epocale? Suggeriscono anche questo ? come riporta in questa stessa pagina l'analisi di Elena Molinari ? le indicazioni che giungono dagli Stati Uniti, dove l'alibi-accusa del Reddito di cittadinanza non c'è.

Veniamo da una stagione di insicurezza insolitamente estesa, se si pensa a quello che è accaduto nel mondo sviluppato dopo la crisi del 2008, e il Covid può aver assestato un colpo ulteriore e non indifferente. In questo senso è utile guardare a un altro effetto di questa fatica, che è anche causa del problema: la crisi della famiglia, intesa non come nucleo che accoglie e aiuta i propri figli in difficoltà, ma come progetto di coppia, una nuova cellula che si forma e avvia un percorso nella società. È l'altra faccia della questione: non ci sono solo i giovani che non accettano un lavoro perché preferiscono restare in casa; ci sono anche giovani che, pur se lo desiderano ancora, viste le circostanze hanno messo al di fuori della propria prospettiva di realizzazione nel breve o medio periodo l'idea di costruire una famiglia e avere dei figli.

La crisi delle nascite nel mondo sviluppato non è un'invenzione della pandemia, arriva da più lontano, e ci dice un'altra cosa: se non ci sono (più) figli da mantenere, anche l'urgenza di un lavoro diventa meno impellente. Qualche entrata, e delle relazioni sufficientemente buone, sono un obiettivo più alla portata che non una casa, una famiglia, un lavoro dignitoso e stabile, dei figli.

Per capire cosa sta accadendo servirà tempo. Ma nel momento in cui il "mercato del lavoro" è in difficoltà, probabilmente ci si deve chiedere se in questo non vi sia anche il fallimento di un sistema economico. L'individuo solo e senza legami stabili, voluto e cullato dal capitalismo perché rappresenta il consumatore ideale (e il cittadino più condizionabile), sta diventando un problema ora che quella persona sola ha abbassato le sue aspettative, e comincia a venire meno anche la "riserva" di lavoratori. Se è così ? e lo è ? la risposta può e deve essere articolata su diversi piani, ma di certo passa dall'impegno per creare condizioni di maggiori sicurezze, di minore precarietà, di sane e basilari relazioni "forti". Perché è la stabilità che può far desiderare maggiore stabilità, e alimentare la fiducia di cui una società ha bisogno per funzionare.

Massimo Calvi

Avvenire, 6/7/2021

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Torna la voglia di famiglia

 E se dalle macerie della pandemia rinascesse la famiglia? Non è una boutade e nemmeno un auspicio irrazionale: gli studi sociali sulla risposta dei giovani a questa fase storica mostrano vari segnali di ottimismo. Non che la crisi sanitaria non abbia lasciato segni profondi e severi in una generazione che ha vissuto il confinamento in modo più problematico di chi abita altre fasi della vita - perché se il Covid da un punto di vista clinico si è abbattuto sulle persone più anziane e fragili, le misure di contrasto alla pandemia hanno avuto effetti severi sui più piccoli, gli adolescenti e la generazione che stava incominciando a progettare la vita.

In questa sofferenza diffusa e condivisa, tuttavia, sembra essere maturata una consapevolezza importante attorno al valore dei legami e delle relazioni solide. I segni vanno colti con prudenza, ma ci sono, ed esprimono una direzione chiara: forse non si tratterà di una famiglia che si costituisce nei modi che abbiamo conosciuto, perché siamo immersi in una società definita post-familiare; forse serviranno passaggi nuovi e meno istituzionalizzati per la sua formazione, oltre a schemi diversi per catturarne la forma; e di sicuro servirà un intervento pubblico di supporto ai desideri delle persone di stare insieme e avere figli. Il fatto emergente, tuttavia, è che l'esperienza della pandemia ha rafforzato in molti la consapevolezza che l'orizzonte della famiglia si lega in modo stretto a una prospettiva di maggiore felicità e di benessere.

L'idea che l'uscita (lenta) dalla crisi sanitaria possa riaprire i giochi e dare una nuova opportunità alla famiglia è indagata in una serie di rapporti e indagini in continuo aggiornamento. Questa settimana, ad esempio, se ne è parlato nel corso di un webinar organizzato da Istituto Toniolo, Centro internazionale studi famiglia (Cusf) e Università Cattolica, nel quale sono stati ripercorsi i contenuti dell'ultimo Rapporto Giovani del Toniolo "La Condizione Giovanile in Italia" (Il Mulino), del Rapporto Cisf 2020 "La Famiglia nella società post-familiare" (San Paolo) e della più recente indagine Cisf-Toniolo su "Giovani, Famiglia e Futuro attraverso la pandemia" (San Paolo). 

Da cosa nasce, dunque, lo spunto di ottimismo? Una base importante, in prospettiva, può essere rappresentata dalla spinta che arriverà dal Family Act, cioè da misure come l'assegno unico e universale, gli investimenti nell'accoglienza dei più piccoli, i provvedimenti per favorire la conciliazione vita-lavoro. L'Italia, ricorda Alessandro Rosina, coordinatore scientifico dell'Osservatorio Giovani del Toniolo, è il Paese con la più persistente bassa fecondità al mondo, e la crisi demografica che la colpisce, che si esprime con i continui record negativi della natalità, deriva dalla maggiore difficoltà dei giovani nel fare famiglia. "In Italia più sale l'età, più nei giovani si registra una revisione delle aspettative relative al lavoro e all'avere figli - spiega Rosina -. È come se il confronto con la realtà rendesse i ragazzi via via più consapevoli delle maggiori difficoltà. Rispetto a Paesi con politiche familiari più avanzate, i giovani italiani mostrano non a caso il gap più alto tra il desiderio di avere figli e la sua realizzazione. Ma lo svantaggio può essere colmato: un'indagine del Laboratorio Futuro del Toniolo mostra che gli italiani sono aperti e favorevoli a politiche che sostengono la famiglia, la conciliazione, la condivisione dei ruoli tra padri e madri".

La percezione di un cambiamento possibile promosso dal pubblico non è un dato irrilevante per il nostro Paese, perché se in Italia "il fare famiglia è considerato un'impresa", come argomenta lo psicologo sociale Camillo Regalia, direttore del Centro di Ateneo di studi e Ricerche sulla Famiglia della Cattolica, molto si deve proprio alla consapevolezza di una difficoltà strutturale. Si spiegano così i dati abbastanza sconvolgenti emersi dall'indagine condotta tra i giovani durante il lockdown proprio da Regalia con Elena Marta, ordinaria di Psicologia sociale alla Cattolica, che mostrano una minore propensione a sposarsi e ad avere figli tra le donne sopra i 30 anni e tra le donne con un lavoro stabile, sia rispetto ai maschi che alle donne senza lavoro o alle più giovani. Una rinuncia che non è tanto frutto di una crisi del desiderio di maternità, ma della consapevolezza che nel contesto in cui si vive tutto diventa più difficile se si è genitori, soprattutto se si è donna. È possibile che questo approccio maturi e sia favorito dall'esperienza diretta, cioè emerga in giovani che hanno sperimentato "in casa" il valore e la forza di legami solidi. Di certo, spiega Regalia, in tutti gli indicatori del benessere chi vuole sposarsi o avere figli manifesta maggiori condizioni di felicità.

Se dunque il contesto di riferimento racconta di un'"evaporazione dell'idea di famiglia", per dirla con Francesco Belletti, sociologo, direttore del Cisf, è anche vero che "lo scivolamento verso il modello individualista come percorso verso la felicità sembra ormai appartenere all'età della pietra, mentre la costruzione di legami e progetti stabili, di relazioni solide tra le persone, rappresenta la vera modernità".

La pandemia può essere vista dunque come un grande test sociale. Il punto critico resta la difficoltà ad accettare e ad assumere vincoli. Quello che si nota oggi, però, è una maggiore consapevolezza dei giovani attorno all'idea che i legami familiari, la solidarietà tra generazioni, la costruzione di relazioni autentiche e solide rappresentano un'opportunità di arricchimento, una "ricetta" per il benessere personale e della comunità. Una buona notizia per la famiglia. Un messaggio chiaro alla politica.

Massimo Calvi

Noi Famiglia e Vita, Avvenire, 27.6.2021