Assegno Unico, una riforma lunga 7 anni

Chi ha inventato l’Assegno unico e universale? A chi spettano la paternità e la maternità di questa riforma che fa compiere un piccolo, ma importante passo all’Italia verso le migliori pratiche europee di sostegno alle famiglie con figli? La questione è spinosa: porre questa domanda dalle parti del Parlamento significa scatenare la corsa ad intestarsi i meriti e aprire il vaso dei veleni incrociati. In realtà la domanda corretta dovrebbe essere: chi ha lavorato, e che contributo ha dato, per raggiungere questo obiettivo?

L’Assegno è infatti frutto di un lavoro corale, nel quale diversi soggetti hanno aggiunto ciascuno, pur con dedizione più o meno intensa, il proprio pezzo. Cerchiamo allora di fare ordine. Il primo mattoncino politico è la proposta di legge presentata al Senato nel 2014, primo firmatario Stefano Lepri, da alcuni senatori Pd. Il "ddl Lepri" (atto Senato 1473) – era al governo Matteo Renzi – proponeva di riordinare e potenziare le misure a sostegno dei figli a carico riunendo in un solo contributo per tutte le categorie, gli assegni familiari per dipendenti e pensionati, le detrazioni per i figli a carico e gli altri benefit riservati ai nuclei con prole.

Nonostante il gran lavoro parlamentare, e le oltre 40 audizioni, quella proposta si è però arenata per mancanza di stanziamenti, mentre vedevano la luce misure come il bonus da 80 euro o i bonus bebè.

Il tema di un nuovo e più semplice sostegno per le famiglie non appartiene però solo all’ambito politico, ma riguarda in gran parte la dialettica interna alle associazioni familiari e ha visto questo giornale impegnato a sostenerne l’utilità. Nel gennaio 2018 il Forum delle famiglie dà forma all’elaborazione culturale in corso lanciando il "Patto per la natalità" nel tentativo di de-ideologizzare il tema famiglia e sensibilizzare il mondo politico attorno alla questione del calo delle nascite.

Nell’occasione, consensi giungono da tutte le forze politiche, con impegni pubblici espressi da Matteo Salvini, Debora Serracchiani, Maria Elena Boschi, Giorgia Meloni. L’obiettivo cui si dedica il presidente del Forum, Gigi De Palo, in una incessante opera di tessitura, è puntare su un assegno unico e universale, strumento facilmente comprensibile, e mettere da parte battaglie storiche dell’associazionismo, come quella per il "Quoziente familiare" alla francese, che ha sempre trovato l’ostilità del mondo sindacale e di un determinato universo culturale ed economico, perché considerato troppo vantaggioso per il ceto medio e disincentivante per il lavoro femminile, e anche la soluzione del "Fattore Famiglia Fiscale", ottima riforma possibile e ancora valida, ma non compresa dalla politica.

Il 4 giugno 2018, tre giorni dopo la nascita del primo governo Conte, alla Camera viene presentata, rivista, la proposta di legge 687 di derivazione diretta del "ddl Lepri", con primo firmatario Graziano Delrio, e al Senato lo stesso testo a firma Tommaso Nannicini. Ed è proprio con il governo giallo-verde in carica che il Forum delle famiglie organizza all’hotel Ergife di Roma, l’11 maggio 2019, un tavolo aperto ai partiti per sensibilizzare e raccogliere consensi attorno all’idea di un Assegno universale di 150 euro a figlio (mantenendo però le detrazioni fiscali). I consensi sono ampi e trasversali. Il tema dell’assegno-figli fa ormai parte del dibattito. Dichiarazioni pubbliche a favore giungono da Luigi Di Maio e Laura Castelli (M5s), Mara Carfagna e Antonio Palmieri (Fi), Alessandra Locatelli (Lega), Giorgia Meloni e Maria Teresa Bellucci (Fdi).

Il 20 agosto 2019 cade il primo governo Conte e con il suo secondo esecutivo, quello giallo-rosso partito il 5 settembre, il Pd ottiene che l’Assegno unico diventi priorità dell’agenda. Pochi giorni dopo arriva la scissione di Italia Viva, ad opera di Matteo Renzi, ed è un passaggio fondamentale, perché apre una sana competizione tra ex alleati anche sul fronte delle misure per i figli. La ministra per la Famiglia, Elena Bonetti, infatti, lascia il Pd e resta al dicastero con la nuova "casacca" di Iv. E il 19 ottobre, alla Leopolda, lancia la proposta del Family Act, un cambio di passo nello sguardo sulle politiche familiari, da considerarsi quale investimento sul futuro e per la natalità, non solo un intervento a sostegno soprattutto delle fasce deboli. L’Assegno unico acquisisce il concetto di universalità, prevedendo una parte fissa per tutti e una a crescere per i redditi bassi, diventando il primo passo di una riforma in cui le misure per le nascite contemplano un mix di interventi in un disegno organico con misure per gli asili, la prima casa, la deduzione delle spese per l’educazione, i congedi parentali.

Nel frattempo, la convergenza verso l’Assegno ha prodotto varie iniziative trasversali: la proposta di legge a prima firma Mariastella Gelmini di Forza Italia (atto Camera 2155, del 9 ottobre 2019) e la proposta a prima firma Alessandra Locatelli (numero 2249, 11 novembre 2019), l’ex ministra leghista della Famiglia che è riuscita con un grande lavoro interno a far maturare la convergenza del suo partito.

La concorrenza politica tra Pd e Italia Viva sulla genitorialità dell’Assegno, nel secondo governo Conte, si trasforma da tensione in opportunità, anche per sbloccare le risorse aggiuntive necessarie che verranno concesse dal ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri. Per procedere speditamente, la proposta a firma Delrio-Lepri, già calendarizzata, viene emendata assorbendo i principi dell’Assegno del Family Act e recependo le altre iniziative. Il 21 luglio 2020 la Camera approva all’unanimità - fatto storico - l’Assegno unico universale con 452 voti a favore su 453. La misura prevede di utilizzare i 15 miliardi di risorse già destinate alle altre misure pro figli per riunirle in un solo strumento destinato a tutti i genitori, che siano autonomi, dipendenti, pensionati o incapienti, e la legge di Bilancio per il 2021 destina 3 miliardi per coprire il secondo semestre 2021 (6 miliardi annui a regime).

Il 30 marzo, ieri, la delega per l’Assegno ottiene il via libera anche al Senato. I decreti legislativi e quelli attuativi, con le clausole di salvaguardia e i maggiori stanziamenti affinché nessuno ci perda, sono le tappe che conducono a far rispettare la scadenza di luglio 2021. Il primo passo di un cammino che ne richiede molti altri.

Massimo Calvi

Avvenire, 31.3.2021

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Assegno unico, il cammino prosegua col Family Act

A tre mesi tondi dalla data presunta del "parto", il primo luglio 2021, il Parlamento ha definitivamente approvato la legge delega che darà i natali all’Assegno unico e universale per i figli a carico. La portata di questo nuovo strumento è nella sua semplicità. Addio agli assegni familiari per i soli dipendenti e pensionati, alle detrazioni fiscali per i figli a carico, ai bonus mamma e bebè, e via dicendo: l’Assegno spetterà a tutti i genitori, a prescindere dalla categoria alla quale appartengono e in parte anche dal reddito dichiarato.

Si tratta di una misura necessaria, ma allo stesso tempo non sufficiente. È necessaria perché da tempo si attendeva un passo che trasferisse alle famiglie e alle giovani coppie, anche pensando a chi è più fragile e ha lavori precari, l’idea di un Paese pronto a considerare tutti i figli un bene comune. Necessaria perché, anche se con troppi anni di ritardo, era importante incominciare ad avvicinarsi alle migliori pratiche in uso negli altri Paesi europei, dove l’inverno demografico non a caso si sta facendo sentire con minor violenza rispetto all’Italia. Ancor più necessaria in quanto, finora, le politiche per famiglia e figli sono state confuse con le politiche sociali, mentre un contributo economico con la caratteristica dell’universalità serve, nel suo piccolo, anche a incidere da un punto di vista culturale.

Purtroppo l’Assegno non sarà sufficiente a fare la rivoluzione. In primo luogo perché è noto che, arrivando ormai in una fase di declino avviato, è difficile riesca a incidere subito se l’obiettivo è assecondare i desideri di genitorialità e incentivare le nascite. In questo senso non gioca a favore l’aver stanziato "solo" 6 miliardi annui aggiuntivi, poco più di quanto destinato al cashback di Stato, rispetto a quanto oggi già si destina in tanti rivoli per i figli. Per questo resta da sciogliere il nodo delle risorse da mettere in campo così da evitare che nella riorganizzazione dei sostegni qualcuno possa ricevere meno – e non si può non ammettere che i benefit per i figli, altrove, sono più elevati e più uniformi nell’erogazione. Non è sufficiente, infine, perché un piccolo contributo economico da solo potrà fare poco, mentre le buone pratiche per la natalità devono contemplare un mix di interventi capaci di affrontare la complessità dei problemi di una famiglia, guardando ai servizi, all’educazione dei bambini, all’armonizzazione dei tempi di vita e di lavoro, alle misure per le madri.

Il vero successo dell’Assegno è dunque strettamente legato a quanto verrà costruito dopo, da quante risorse saranno aggiunte – soprattutto se l’obiettivo sono i 250 euro al mese a figlio annunciati dal premier Draghi – e dalla rapidità con la quale saranno approvati gli altri interventi previsti dal Family Act, oltre che dalla loro consistenza. I passaggi che rimangono da compiere sono molti e non scontati. E tra questi va inserita la riforma fiscale. Guardando all’estero, dove si è intervenuti con convinzione, come in Germania, i risultati non si sono fatti attendere; quando invece si è deciso di operare risparmi sulla pelle delle famiglie, come negli ultimi tempi in Francia, il conto è arrivato in fretta.

Non si fanno figli per denaro. Ma l’impostazione culturale che ispira le formule più corrette ed efficaci di intervento per le famiglie in Europa è chiara: tutti i figli (e i loro genitori) sono destinatari di attenzioni e di sostegni cospicui, e questi aumentano nei casi di bisogno. In Italia per anni si è pensato al contrario, e la tentazione di ridurre questi benefici resiste in larghe fasce della società e della politica. È uno sguardo miope ed egoista, che le famiglie e l’intero Paese stanno pagando caro.

La riforma dell’Assegno unico e universale ha l’opportunità di invertire questa tendenza e di aprire una nuova stagione di equità. Che il cammino cominci davvero.

Massimo Calvi

Avvenire, 31.3.2021

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In Germania nascono più bambini anche col lockdown

Mentre in tutta Europa il Covid sta facendo sentire il suo peso depressivo sulle nascite, in Germania i lockdown sembrano non aver avuto effetto, se non addirittura uno opposto. L’istituto di statistica tedesco Destatis ha stimato che da gennaio 2020 a febbraio 2021, cioè almeno 9 mesi dopo le prime chiusure di marzo, i parti sono aumentati dello 0,8% rispetto allo stesso periodo di un anno prima. L’aumento è lieve, e può rientrare tra le normali oscillazioni statistiche, ma colpisce se la tenuta delle nascite, con piccolo incremento, è paragonato al calo del 10,2% registrato a dicembre in Italia (-3,8% in un anno), o al -7% che si è visto in Francia sempre a dicembre e al -13% di gennaio, o ancora ad altre flessioni a cifra spesso doppia. 

Il dato tedesco non deve sorprendere, perché la Germania è il Paese che negli ultimi 10 anni più ha investito nelle misure per la natalità. Una lezione di cui tenere conto mentre in Italia si sta lavorando a una riforma dei sostegni alle famiglie, a partire dall’assegno unico e universale. Nel 2007 il tasso di fecondità totale in Germania era di 1,33 figli per donna, inferiore a quello italiano, oggi è salito a 1,57 dopo aver toccato anche quota 1,6 (l’Italia è a 1,27). Merito di una serie di riforme importanti, che si sono unite a stanziamenti già piuttosto generosi. Anche per questo la Germania è citata spesso come caso da prendere a modello in Italia, perché con un problema demografico simile, anche per anzianità della popolazione, ha saputo invertire una tendenza negativa. 

Ogni figlio in Germania ha diritto a un assegno di 220 euro al mese, a prescindere dal reddito. Ai nuclei veramente bisognosi si aggiungono altri 160 euro al mese. Il governo ha poi potenziato i servizi per l’infanzia, dai nidi alle materne, che sono considerati un diritto per tutti, ha ampliato i congedi consentendo a un genitore di restare a casa per 14 mesi ricevendo una cifra dal 65 al 100% dello stipendio che si percepiva prima della nascita del figlio (per 28 mesi con assegno dimezzato). Inoltre è possibile detrarre le spese per l’assistenza dei figli fino a 4.000 euro l’anno. 

Significativo, in questo senso, che nel 2018 l’Italia abbia speso l’1,1% del Pil per la voce “famiglia e figli”, mentre la Germania ha destinato a questo tipo di sostegni il 3,3%. 

L’aumento delle nascite in Germania non è stato comunque uniforme sul territorio tedesco. La crescita, stando alle stime dell’istituto di statistica, sarebbe stata dell’1,7% nella parte più ricca del Paese, mentre a Est si è registrato un calo attorno al 3,8%. La Germania ha comunque continuato ad attirare popolazione: gli ingressi nel Paese sono aumentati dell’1,8%. 

Massimo Calvi

Avvenire, 30.3.2021

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Assegno unico al via, chi perde e chi no

Oggi, dunque, è il giorno dell’Assegno unico e universale: al Senato viene votata in via definitiva la legge delega per la nascita di uno strumento unico di sostegno economico, corrisposto a tutte le famiglie con figli a carico. Importi precisi e modulazione sono ancora da definire, ma la misura andrà a tutti i figli dal settimo mese di gravidanza al 21esimo anno di età. Sostituirà assegni familiari attuali, detrazioni figli a carico, bonus bebè... e altri sostegni economici per la prole, e partirà dal primo luglio. La legge di Bilancio ha stanziato 6 miliardi in più rispetto ai 15 oggi spesi per tutte le  misure per i figli a carico (qui: tinyurl.com/veyph346).

Ma con il nuovo assegno qualcuno perderà rispetto a ora? Il tema continua a far discutere, e la risposta è molto semplice: no. Questo perché è previsto venga introdotta una clausola di salvaguardia contro tale eventualità. La clausola era stata tolta su richiesta del ministero dell’Economia e delle Finanze, per una questione procedurale legata alle coperture nella legge di Bilancio 2021, ma ieri l’onorevole Stefano Lepri, firmatario con Delrio della delega, ha chiarito che «verrà inserita nei decreti o in fase attuativa: con ulteriori 800 milioni, oltre ai 20 miliardi di già stanziati, nessuno ci perderà». Anche il segretario della Lega, Matteo Salvini, nella lettera scritta ad Avvenire (tinyurl.com/hnrp25jk) ha ricordato l’impegno del suo partito a che questo passaggio ci sia. E poiché oggi le detrazioni spettano fino ai 24 anni, ci sarà «una norma transitoria per chi ha figli con più di 21 anni – ha spiegato la ministra per la Famiglia Elena Bonetti –. Le famiglie italiane devono stare tranquille, non ci perderanno».

Insomma, la questione non è tanto chi ci perderà e chi no, ma a quanto ammonterà la cifra da stanziare per tutelare le famiglie che potrebbero trovarsi con meno risorse dalla rimodulazione dei contributi. E tutto dipenderà da quale importo avrà la parte fissa dell’assegno e di quanto verrà fatto calare in base alle dichiarazioni Isee.

In un’audizione alla Camera nell’ottobre 2020, il presidente dell’Istat aveva Giancarlo Blangiardo aveva testato la simulazione di un assegno di 40 euro al mese a figlio per tutti, più una quota aggiuntiva variabile di 200 euro (tinyurl.com/8rdmsymu). Con questa ipotesi il 29,7% circa delle famiglie avrebbe preso una cifra inferiore, mentre il 68% ne avrebbe ricavato un vantaggio (parità per il 2,4%). Uno studio più recente a cura del Gruppo di lavoro Arel-Feg-Alleanza per l’infanzia ( tinyurl.com/8rdmsymu ), ipotizza invece uno scenario con assegno di 161 euro al mese per tutti i figli di famiglie con Isee inferiore a 30mila euro, oltre quella cifra l’assegno scenderebbe fino a un minimo di 67 euro. In tal caso, a prendere meno sarebbero circa 1,3 milioni di famiglie, ma basterebbero 800 milioni per coprire il gap. Tutto dipenderà, insomma, da quanto si vorrà corrispondere veramente (Draghi ha parlato di 250 euro al mese...: sarà così?). 

Già ora si può capire, però, chi potrà beneficiarne molto e chi meno. A guadagnare saranno i lavoratori autonomi e le partite Iva, che oggi non beneficiano degli assegni familiari, ma solo delle detrazioni figli a carico, che partono da 80 euro al mese a figlio (101 per i minori di 3 anni) e decrescono fino ad azzerarsi a 95mila euro di reddito. Anche gli incapienti ci guadagneranno, perché non pagando tasse in virtù di redditi bassi non riescono a godere delle detrazioni. Meglio andrà poi per la stragrande maggioranza dei lavoratori dipendenti, considerato che oggi sia gli assegni che le detrazioni decrescono rapidamente dopo i 20mila euro di reddito familiare (si veda la tabella in pagina che confronta gli assegni italiani con quelli di altri Paesi europei). A rischio, invece sono i lavoratori dipendenti e i pensionati con redditi familiari bassi, attorno ai 15.000 euro l’anno, e più figli: in questa fascia, infatti, si arriva a prendere il massimo delle detrazioni e il massimo degli assegni per il nucleo familiare, fino a circa 250 euro a figlio al mese. Soprattutto a loro è destinata la clausola di salvaguardia. La cosa certa, insomma, è che a fronte di una maggioranza di nuclei che trarranno beneficio dal nuovo Assegno unico e universale, una parte di famiglie fragili, che oggi percepisce il massimo degli aiuti, non avrà aumenti.

Massimo Calvi

Avvenire, 30.3.2021

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Assegno Unico, Draghi promette 250 euro a figlio

Mario Draghi lo ha promesso: dal primo luglio partirà l’assegno unico universale per i figli a carico, e sarà di 250 euro al mese con maggiorazione per i figli disabili. Dunque martedì il Senato approverà la delega sull’assegno e poi i tecnici dovranno mettersi al lavoro per definire nei dettagli questa importante riforma. Ma quanto arriverà alle famiglie? Saranno veramente 250 euro al mese per tutti? Cerchiamo di capire. Se l’importo dovesse rispettare l’annuncio del premier significa che dovranno essere stanziate risorse aggiuntive rispetto ai 6 miliardi annui previsti al momento dalla Legge di Bilancio 2021.

Infatti, se ci si ferma ai soli figli minorenni, che sono circa 10 milioni, per corrispondere a tutti 250 euro al mese servirebbero almeno 30 miliardi complessivi, senza contare le maggiorazioni per disabili e famiglie numerose. Le risorse al momento disponibili ammontano però a circa 21 miliardi: 15 arrivano dall’eliminazione degli attuali stanziamenti per le famiglie (assegni familiari per i dipendenti, detrazioni per i figli a carico, bonus nascite...); 6 miliardi invece sono le risorse aggiuntive già previste. In sostanza, per avere un assegno "flat" da 250 euro al mese per i figli a carico fino a 21 anni occorrerebbe trovare almeno altri 10 miliardi.

Una svolta che porterebbe l’Italia ad imitare il modello tedesco, dove l’assegno è di 220 euro al mese per tutti, a prescindere dal reddito, e maggiorato per i più poveri. In realtà la delega prevede che l’assegno dovrà essere modulato tenendo conto dei redditi Isee. Dunque è probabile che i 250 euro di cui ha parlato Draghi siano l’importo massimo, che in effetti corrisponde a quanto alcune famiglie di lavoratori dipendenti a basso reddito già prendono ora, tra assegni, detrazioni e bonus famiglie numerose. Mentre il nuovo Assegno unico universale dovrebbe avere una base fissa uguale per tutti, ancora da definire, e una maggiorazione che arrivi in alcuni casi fino a 250 euro.

L’unica cosa che non costa nulla è sognare.

Massimo Calvi

Avvenire, 27.3.2021

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Italia e Giappone sono due Paesi con problemi demografici seri e molto simili. Le nascite calano da anni e il numero medio di figli per donna è tra i più bassi al mondo: 1,24 in Italia e 1,4 in Giappone. L’età media della popolazione è significativamente alta e anche in questo caso da record mondiale, 45,7 anni nel Belpaese e 48,4 nel Sol Levante. I due Paesi nei prossimi anni dovranno affrontare una sfida colossale e inedita, per far fronte a una popolazione che si restringe e invecchia. La questione sarà dibattuta lunedì nel corso di un evento organizzato da Luiss, Ethos Osservatorio di Etica pubblica, Ambasciata del Giappone in Italia, cui intervengono tra gli altri il presidente dell’Istat Giancarlo Blangiardo e l’economista giapponese Ryuichi Tanaka, docente all’università di Tokyo ed esperto di politiche di welfare.

Professor Tanaka, il declino demografico è una tendenza globale. Cosa succede? Quali problemi comporta?

La spiegazione classica in economia del declino demografico è uno scambio qualità-quantità. Quando un’economia è povera, la gente ha bisogno di più figli in termini anche di forza lavoro. Quando un’economia cresce, le persone investono di più nella qualità dei figli, ad esempio spendendo di più per la loro istruzione. Poiché l’istruzione costa, le persone iniziano a ridurre il numero di figli. Il declino demografico, non a caso, si osserva soprattutto nei Paesi ricchi dove i "costi" della natalità sono più alti. Il declino demografico di per sé non è necessariamente un problema. È il declino rapido il problema, perché rende difficile adeguare la società al cambiamento della struttura demografica.

L’analogia tra i nostri due Paesi riguarda anche altri fattori: un debito pubblico molto alto, il 156% in Italia e il 268% in Giappone, un’economia che ristagna da anni... C’è un legame con il quadro della popolazione?

Non credo che l’alto debito pubblico sia una ragione diretta del declino demografico. Tuttavia può essere collegato al declino della fertilità. Il debito pubblico deve essere pagato dalle generazioni future. Se i potenziali genitori si aspettano razionalmente che aumenteranno i costi a carico della generazione dei figli, ecco, l’ansia per il futuro può essere uno dei motivi per decidere di non averne.

Negli ultimi dieci anni, il governo giapponese ha cercato in più modi di rilanciare le nascite, ma con scarsi risultati. Quali riforme sono state più significative? Quali non hanno funzionato?

La maggior parte delle misure politiche per aumentare i tassi di fecondità, come gli assegni per i figli, il congedo parentale e l’offerta di scuole materne non sono state molto efficaci. Semplicemente perché sono arrivate troppo tardi: qualsiasi politica per aumentare le nascite è difficile che sia efficace in una fase di declino.

Bassi tassi di occupazione femminile, scarsa predisposizione alla condivisione del lavoro domestico da parte da parte degli uomini... Italia e Giappone si assomigliano anche in questo?

Sì, penso ci siano analogie dovute alla somiglianza delle norme sociali, compresi i ruoli di genere. Nonostante i fallimenti delle politiche per aumentare la fertilità, alcune politiche per aumentare la partecipazione alla forza lavoro femminile sono state relativamente efficaci in Giappone. Il tasso di partecipazione al lavoro delle donne tra i 25 e i 44 anni era del 57,1% nel 1986 ed è salito al 77,7% nel 2019. Tuttavia, perché questi cambiamenti possano incidere anche sulla fecondità, è molto importante cambiare le norme sociali di genere e migliorare l’equilibrio tra lavoro e vita privata, altrimenti le donne che lavorano smettono di avere un figlio.

La crisi della famiglia e del matrimonio incidono sulla denatalità?

L’aumento della partecipazione femminile alla forza lavoro è una tendenza favorevole, ma è anche riportato che le donne giapponesi posticipano il tempo del matrimonio e del primo figlio. Un altro aspetto collegato riguarda il deterioramento della qualità del lavoro. La partecipazione femminile al mercato del lavoro è aumentata, ma allo stesso tempo i loro posti sono di basso livello, part-time o a termine. Il miglioramento della qualità del lavoro è un altro fattore importante per formare una famiglia.

L’Italia è impegnata in una riforma articolata dei sostegni alle famiglie, tra i quali c’è un assegno universale per ogni figlio. Quali sono le riforme migliori per affrontare il calo delle nascite?

Gli assegni familiari universali sono molto utili per i genitori che hanno deciso di avere un figlio. Il loro successo per aumentare le nascite dipende però molto dal loro ammontare: se l’assegno non è sufficiente a coprire il costo del figlio, le persone non modificheranno i loro comportamenti. È difficile progettare una politica ottimale, ma quella giusta dovrebbe essere un mix di misure diverse, tra benefici per le madri lavoratrici e riduzione significativa dei costi di mantenimento dei figli.

Massimo Calvi

Avvenire, 27.3.2021


Assegno unico a chi spetta?

 "L'assegno unico partirà l'1 luglio e sarà di 250 euro al mese con maggiorazione per i disabili"; lo ha confermato il premier Mario Draghi, rispondendo ad una domanda in conferenza stampa.

Cos'è l'assegno unico e universale?

L’assegno unico e universale è il nuovo benefit per i figli che entrerà in vigore dal primo luglio. Sarà riconosciuto a entrambi i genitori (metà ciascuno) per tutti i figli a carico dal 7° mese di gravidanza fino ai 18 anni di età. L'assegno spetta fino a 21 anni, ma con importo ridotto, se i figli studiano o sono impegnati in programmi di formazione, oppure svolgono il Servizio civile universale.

L’importo esatto e la sua modulazione in base ai redditi, così come le maggiorazioni, sono ancora da definire nei dettagli. La cifra massima, in ogni caso, non potrà essere inferiore a 250 euro al mese, come ha confermato Mario Draghi.

Perché unico?

L’assegno si chiama “unico” perché riunirà tutti i vari contributi riconosciuti già oggi alle famiglie con figli: dagli assegni familiari per i lavoratori dipendenti alle detrazioni per i figli a carico fino al bonus bebè e alle maggiorazioni per famiglie numerose.

Perché universale?

Ed è “universale” perché avrà una base fissa per tutti a prescindere dal reddito e un importo variabile aggiuntivo legato alle dichiarazioni Isee.

Chi ne ha diritto?

Una novità importante riguarda il fatto che l’assegno sarà corrisposto a tutti coloro che hanno figli, compresi lavoratori autonomi e incapienti, mentre oggi gli assegni familiari spettano solo a lavoratori dipendenti e pensionati, e le detrazioni per i figli a carico di fatto escludono gli incapienti. Il disegno di legge delega (A.S 1892) ha previsto alcuni principi. Per ottenerlo si dovrà avere la cittadinanza italiana o essere cittadini extracomunitari con permesso di soggiorno europeo, risiedere e pagare le tasse in Italia.

Le maggiorazioni

Il contributo di base prevederà una serie di maggiorazioni: per i figli successivi al secondo, per le madri con meno di 21 anni, per i figli disabili (aumento tra il 30% e il 50%).

L'iter in Parlamento

Attualmente la legge delega deve essere approvata dal Senato. Una volta ottenuto il via libera andranno predisposti i decreti delegati da sottoporre alle commissioni prima del via libera definitivo.

Le coperture

La legge di Bilancio per il 2021 ha stanziato 6 miliardi aggiuntivi rispetto ai circa 15 miliardi oggi destinati all’insieme delle agevolazioni per i genitori.

La delega: http://www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/Ddliter/53180.htm 

Massimo Calvi

Sito avvenire 26.3.2021

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Assegno unico, 100 giorni da usare bene

Cento giorni. Mancano 100 giorni. Da oggi, mercoledì 25 febbraio, può partire il conto alla rovescia verso il primo luglio. La data, cioè, in cui in Italia dovrebbe finalmente debuttare l’Assegno unico e universale per i figli a carico. Usiamo il condizionale perché questo impegno, scritto nella Legge di Bilancio (e che di per sé è già un rinvio rispetto alla promessa iniziale del primo gennaio 2021) rischia di conoscere l’ennesimo slittamento. In tal caso si tratterebbe di un messaggio negativo oltre che di un segnale preoccupante.

L’Assegno unico e universale è qualcosa di molto semplice, sull’esempio di quanto già esiste nella maggior parte dei Paesi europei. Si tratta di un benefit pagato a tutti i genitori per ogni figlio a carico, dal settimo mese di gravidanza fino ai 21 anni, con una parte fissa universale e una legata al reddito Isee della famiglia, fino a un massimo di circa 250 euro al mese a figlio. La sua "unicità" dipende dal fatto che dovrebbe riunire in un solo contributo anche le attuali detrazioni per i figli a carico e gli altri bonus legati alla prole. Al di là dei dettagli sulle cifre e sull’importo definitivo, si capisce che questa riforma ha le caratteristiche per essere definita epocale, pur se dovrà necessariamente rappresentare l’avvio di un percorso che metta le famiglie con figli al centro di ogni azione politica e di ogni misura economica, compresa la futura riforma fiscale.

Cento giorni, dunque, possono essere pochi, ma anche moltissimi, a seconda delle priorità che intende darsi la politica di fronte a uno strumento pensato per sostenere economicamente le famiglie con figli e per tentare di contrastare almeno un po’ la crisi demografica che ha investito l’Italia più di altri Paesi. In questo lasso di tempo si deve trovare il modo, infatti, di far approvare la legge delega al Senato e poi predisporre i decreti delegati da sottoporre alle Commissioni prima del via definitivo.

Va detto che una parte del ritardo accumulato può essere imputata al cambio di governo, oltre all’emergenza Covid. L’ostacolo maggiore, al momento, sembra però essere anche un altro, e riguarda le poche risorse stanziate inizialmente, 6 miliardi annui a regime. Questa cifra, è apparso subito evidente, non sarebbe bastata a estendere l’assegno ai lavoratori autonomi e agli incapienti, oltre che al ceto medio cui oggi spettano solo briciole di aiuti, e senza che nessuno degli attuali beneficiari di sostegni abbia a perderne. L’urgenza, dunque, non riguarda solo i tempi da rispettare, ma anche le risorse aggiuntive necessarie, circa 5 miliardi in più.

Il percorso dell’Assegno unico incomincia nel 2014, con la proposta avanzata da Stefano Lepri, con la campagna avviata dal Forum delle famiglie guidato da Gigi De Palo, con il successivo disegno di legge Delrio-Lepri e poi con il Family Act della ministra della Famiglia Elena Bonetti, e la bella e importante convergenza attorno a questo strumento di tutte le forze parlamentari. Proprio nel 2014 su questo giornale avevamo sostenuto la necessità di un bonus-figli universale, considerandolo più importante, utile ed efficace in termini di equità e giustizia sociale di altre misure. La dotazione simbolica di 10 miliardi che sarebbe stata necessaria già cinque anni fa, invece, ha trovato sempre altre strade: il bonus da 80-100 euro del governo Renzi, il Reddito di cittadinanza e Quota 100 del governo Conte 1, fino anche al Cashback di Stato del Conte 2, cui è stata concessa quasi la stessa dote prevista per l’assegno-figli.

I soldi per una riforma importante, insomma, ci sarebbero stati anche prima del governo Draghi. Come ci sono oggi, se si considera quanto debito, buono e cattivo, è stato fatto e quanto se ne farà per fronteggiare l’emergenza-Covid, trasferendone l’onere sulle future generazioni.

Per capire il valore universale e potente di strumenti come l’Assegno, qualora fosse ampio e veramente universale, si può ricorrere a un esempio molto semplice. Immaginiamo che per ogni figlio a carico spettino almeno 220 euro al mese (330 ai più poveri), come è in Germania, e rileggiamo alla luce di questa dotazione possibile tutto il dibattito sui diritti di cittadinanza, sui sostegni per chi ha perso un lavoro precario e ha figli da mantenere, sui ristori per chi ha chiuso temporaneamente l’attività, sui computer da comprare per la Didattica a distanza, sulle risorse per le baby-sitter necessarie in tempi di scuole chiuse... oltre che, ovviamente e soprattutto, sulla necessità di offrire alle coppie che ancora sognano di avere figli e sono sfiancate dall’incertezza, non tanto e non solo un bonus monetario, ma l’idea che la comunità è con loro anche nell’impegno di guardare al futuro con fiducia.

Cento giorni, allora, possono essere pochi, ma anche tanti. Dipende dalle priorità della politica e dalla capacità di un Paese di guardare a cosa può fare la differenza in una stagione come questa e in quella che verrà, dall’onestà di un’autocritica di fronte al dato di fatto che quando si tratta di figli, in Italia, il portafoglio, chissà perché, si stringe sempre invece di espandersi, e anche dalla qualità morale che porta a riconoscere quanto la crisi della pandemia, come tutte le grandi crisi, abbia sfibrato soprattutto le famiglie. Mentre sono state proprio le famiglie le protagoniste di questa nuova "resistenza" che ha impedito al sistema di crollare. Se non deve essere un incentivo, insomma, che l’assegno universale sia almeno un premio. Il conto alla rovescia è incominciato.

Massimo Calvi

Avvenire, 24.3.2021

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Crisi demografica globale, serve pedalare

La stagione del Covid, dei troppi lutti e dei lockdown, passerà alla storia anche come un periodo buio per la natalità. In quasi tutto il mondo le nascite sono scese nel 2020 ai minimi e il 2021 si annuncia ancora più critico. A dicembre, nove mesi dopo il primo confinamento, l’Istat ha stimato che in Italia il calo potrebbe essere superiore al 20% rispetto allo stesso mese del 2019, un crollo che porterebbe il 2020 a registrare un numero di neonati inferiore ai 400.000. In Spagna è andata anche peggio, con una riduzione del 23%, in Francia il calo è stato del 7% a dicembre e del 13% a gennaio 2021, in Svezia la flessione è "solo" del 6,5%, ma negli Stati Uniti si stima un calo del 15% nel periodo novembre 2020-febbraio 2021.

In diversi Paesi la pandemia sembra aver accelerato una tendenza consolidata e di dimensioni globali. Uno studio della Washington University ha di recente corretto le previsioni Onu stimando che il tasso di fecondità totale nel mondo scenderà al livello di sostituzione di 2,1 figli per donna già nel 2035, convergendo a quota 1,66 nel 2100. Il picco della popolazione mondiale verrebbe così raggiunto poco dopo il 2060, con 9,7 miliardi di persone, e da quel momento incomincerebbe la discesa. Secondo la ricerca di un economista della Hsbc, invece, anche a causa della crisi economica sanitaria, il picco verrebbe anticipato al 2050.

Dalla prospettiva di un "baby boom", nel volgere di pochi decenni il mondo ha incominciato a preoccuparsi per gli effetti di un "baby bust". Un mondo con famiglie più piccole e una popolazione più anziana significa problemi economici, di sostenibilità del welfare, ma anche una prospettiva sociale di persone destinate a invecchiare sole. In questo scenario l’Italia si trova ad affrontare un’emergenza più marcata. I Paesi che si sono dotati prima di maggiori e migliori strumenti di sostegno rivolti ai genitori, si pensi al Nord Europa, stanno pagando un conto meno duro.

Una ricerca relativa all’impatto del Covid-19 sui progetti familiari, condotta intervistando giovani di 18-34 anni nella primavera 2020 (F. Luppi, B. Arpino, A. Rosina), aveva colto i segni del cambiamento: in Italia una quota molto più alta di persone rispetto a Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna dichiarava di aver rinunciato a diventare genitore. La maggiore fragilità dei progetti di famiglia nel nostro Paese, a fronte di sostegni più limitati, è emersa anche dal rapporto <+CORSIVO50>Giovani e famiglia in tempo di pandemia<+TONDO50>, realizzato da Cisf e Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo: il 47% delle donne dai 31 ai 35 anni oggi non pensa più avere un figlio, mentre solo il 24% dei coetanei maschi ha rinunciato a diventare padre. Il desiderio di famiglia resterebbe invece più alto nelle generazione dai 25 ai 30 anni.

La storia insegna che lo sviluppo, anche a seguito di trasformazioni culturali importanti, porta una riduzione dei tassi di fecondità. Nella società moderna riescono a "resistere" taluni gruppi etnici o con forti motivazioni morali, ma soprattutto quei contesti dove "sviluppo" significa anche molte risorse economiche destinate alle famiglie e servizi che permettono a chi ha figli di lavorare ed essere genitori presenti. Ma si tratta di una "resistenza" calata in uno scenario in cui nei Paesi avanzati avere un figlio sta diventando sempre di più una tra le tante opzioni di realizzazione personale.

La crisi economica del 2008 e la pandemia del 2020 hanno reso l’insicurezza una condizione strutturale per un periodo eccezionalmente lungo, che sta segnando proprio la generazione attiva e in età fertile. Se la crisi demografica è l’humus della nostra società, ci sono contesti in cui le difficoltà si scaricano in modo più violento. È in questo panorama che arriva l’assegno unico e universale, il cui debutto, se la politica manterrà la promessa, è previsto dal prossimo luglio. Una riforma importante, tuttavia si potrà parlare di vera svolta solo se si tratterà del primo passo di un cammino più lungo. L’assegno, elargito dal 7° mese di gravidanza al 21esimo anno del figlio, riunirà le diverse e frammentate erogazioni economiche per i genitori in un solo benefit con una base minima uguale per tutti, più un supplemento legato all’Isee. I 6 miliardi l’anno aggiuntivi stanziati dicono però che da un punto di vista economico la riforma sarà più un premio per chi ha figli che un incentivo sostanziale alla natalità.

L’aspetto positivo è il messaggio implicito che viene dato alle nuove generazioni: l’Italia ha incominciato a pensare alle famiglie con figli. La fiducia, per consolidarsi, richiede però l’apertura di un grande cantiere-famiglia per giungere a qualcosa di molto più significativo: neutralità fiscale del costo di mantenimento dei figli, servizi educativi e di cura diffusi e a costi minimi, una comunità che accoglie e protegge i genitori a ogni livello, dalle aziende al territorio, e soprattutto che smette di dire a chi ha figli: «Hai voluto la bicicletta? Pedala!».

Gli aiuti per la natalità assomigliano molto alle piste ciclabili. In una città senza percorsi riservati, i ciclisti si spostano a loro rischio e pericolo e di conseguenza sono pochi. Con qualche ciclabile in più la situazione non cambia. In una città in cui i tracciati per i ciclisti sono diffusi, ampi e ben fatti, le bici si moltiplicano e la qualità della vita migliora per tutti. Così può essere per i bambini. L’Italia è indietro di 20-30 anni sia quanto a ciclabili che sostegni per i figli. Quando il clima di ansia, paura e incertezza causato dal Covid verrà meno, la generazione che ha sperimentato sulla propria pelle le conseguenze dell’individualismo potrà desiderare qualcosa di diverso da un destino di solitudine. Per trovarsi pronti, il cantiere della speranza va aperto adesso.

Massimo Calvi

Avvenire-Noi In Famiglia, 21.3.2021

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Lo statistico sulla sicurezza dei Vaccini

«La sospensione preventiva dei vaccini AstraZeneca è un segno di attenzione nei confronti dei timori della popolazione – spiega Alessio Farcomeni, ordinario di statistica a Tor Vergata, co-fondatore di StatGroup-19, ed esperto di metodi quantitativi per la medicina e l’epidemiologia –. La chiave per arrivare a una immunità di gregge è che ci sia fiducia nel rapporto tra le persone e le istituzioni. Se l’Agenzia europea del farmaco confermerà che il rapporto rischio-beneficio è a favore del vaccino, come mi aspetto, la campagna vaccinale potrà riprendere a pieno ritmo».

Perché è ottimista?

Per tre ragioni. In primo luogo stiamo assistendo a quello che in statistica viene chiamato confirmation bias, che porta a vedere un’associazione quando questa non c’è. È inevitabile ci siano eventi negativi su grandi numeri, ed è inevitabile che alcuni di questi accadano in prossimità della vaccinazione. In secondo luogo, non è escluso vi siano dei batch effects, cioè specifici lotti la cui qualità non è ai livelli garantiti, o per cui vi sono stati ad esempio problemi di conservazione. Infine, tutte le sperimentazioni hanno una fase IV di farmacovigilanza post-marketing. Quando questa identifica "eventi avversi" rari ma gravi, si può invertire il rapporto rischio-beneficio del vaccino. Ma non credo avverrà per AstraZeneca. 

Cosa hanno detto i trial clinici condotti sui vaccini, e su quello di AstraZeneca?

I trial clinici sono stati condotti con rigore. Non a caso alcuni vaccini non si sono rivelati abbastanza efficaci o sicuri, e la loro sperimentazione è stata abbandonata. AstraZeneca è sicuro. Certo, la somministrazione di un vaccino efficace porta a una risposta infiammatoria da parte dell’organismo. Ma rispetto a chi nei test ha ricevuto un placebo, AstraZeneca ha mostrato eventi indesiderati di lieve entità, come febbre, dolore al deltoide o al braccio, arrossamento nel sito di iniezione. Sono stati evidenziati anche eventi tromboembolici, ma non in misura significativamente maggiore rispetto ha chi ha ricevuto il placebo.

Cosa insegnano i casi di trombosi anomale?

Gli eventi tromboembolici non sono rari, e se ci fosse un’associazione col vaccino sarebbe stata evidenziata in fase sperimentale. Il Paul-Ehrlich Institut, in Germania, ha però notato che vi erano stati almeno 7 casi, su 1,6 milioni di somministrazioni, di trombosi del seno cavernoso, possibilmente con piastrinopenia. Un evento atteso solo in 3-4 casi per milione l’anno. Vi potrebbe essere un eccesso di eventi di questo tipo. Si è così resa necessaria l’attenzione dell’Ema, che dovrà valutare l’associazione con la somministrazione del vaccino.

Dunque i timori sono legittimi?

Parlando di trombosi del seno cavernoso è improbabile vi sia una associazione. Se anche vi fosse, e se anche il rischio fosse incrementato di varie volte a causa del vaccino, il rapporto rischio-beneficio potrebbe comunque rimanere favorevole. Per capirci: se AstraZeneca incrementasse di cinque volte il rischio di trombosi del seno cavernoso, la probabilità di questo evento resterebbe cinque volte inferiore a quella di essere colpiti da un fulmine durante la vita. La probabilità di essere infettati da Sars-CoV-2, sviluppare una sindrome Covid severa, e avere conseguenze permanenti o perdere la vita, è attualmente molto più alta.

E i casi di persone decedute dopo la somministrazione del vaccino?

I dati ci dicono che non sono in numero più alto di quelli attesi in assenza di vaccinazione. È illecito attenderci siano zero. La narrazione sul vaccino AstraZeneca, poi, lo ha erroneamente dipinto come di qualità inferiore rispetto ad altri. Guardiamo ai dati dalla Gran Bretagna. A fine febbraio era stato somministrato circa lo stesso numero di dosi di Pfizer e di AstraZeneca, per un totale di circa venti milioni. Ci sono stati 275 decessi dopo AstraZeneca, 227 dopo Pfizer. Statisticamente non c’è una differenza significativa. D’altro canto, con dieci milioni di infetti avremmo avuto quasi centomila decessi. Guardando invece agli eventi di cui si parla in questo momento, ci sono stati: 14 eventi di trombosi venosa dopo AstraZeneca e 8 dopo Pfizer, nessuno fatale; 35 casi di trombocitopenia dopo AstraZeneca, e 22 dopo Pfizer, con un decesso ciascuno. Per quel che riguarda altri eventi specifici: 71 ictus dopo somministrazione AstraZeneca, 100 dopo Pfizer; 13 embolie polmonari dopo AZ, 15 dopo Pfizer; 36 infarti del miocardio dopo AZ, 30 dopo Pfizer. Queste differenze sono per lo più dovute al caso, e i tassi di eventi non destano preoccupazione. In assenza di vaccino avremmo visto tassi simili.

Il rischio nullo, insomma, non esiste.

No. Dobbiamo avere fiducia nelle autorità regolatorie e nella farmacovigilanza. Dobbiamo accettare il fatto che siamo fragili, e che non vaccinarci può farci sentire sicuri, ma questa scelta porta a un enorme incremento del rischio di ammalarsi in maniera severa.

Massimo Calvi

Avvenire 17.3.2021

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Il Covid svuota le culle (anche in Francia)

Una città grande come Bari o Catania che scompare all’improvviso, da un anno all’altro. Oppure tre città insieme: via Ancona, Piacenza e Udine in un colpo solo. Si può rappresentare così il dato 300.000 italiani in meno come saldo naturale con cui si chiude il bilancio demografico del 2020. L’Istat fornirà cifre più accurate tra qualche giorno, ma dalle prime stime l’effetto del Covid-19, tra l’elevato numero di morti e il crollo delle nascite, avrà queste proporzioni. Un risultato negativo che, come ha spiegato il presidente dell’Istituto di statistica Gian Carlo Blangiardo, nella storia del nostro Paese si era visto solo nel 1918, quando l’epidemia dell’influenza "spagnola" determinò circa la metà degli 1,3 milioni di decessi di quell’anno «catastrofico».

Ai 300.000 in meno si arriva da due dati altrettanto eccezionali: gli oltre 700.000 morti attesi (la stima al momento è di 726.000 decessi), che per quanto sia un dato elevato e sconvolgente non è tecnicamente un primato negli ultimi cent’anni, se si guarda al 1920 e soprattutto al periodo della Seconda Guerra mondiale; e i circa 400.000 bambini nati, livello che potrebbe essere persino corretto al ribasso con i dati definitivi, e che rappresenta, questo sì, un record negativo dall’Unità d’Italia.

La crisi demografica, e soprattutto il crollo delle nascite che interessa da tempo in nostro Paese, insomma, con la pandemia di Covid-19 ha consociuto un’accelerazione impressionante. Un fenomeno che può rappresentare un unicum in Europa: un caso di studio di come, in una nazione in cui diventare genitori assume le caratteristiche di un atto eroico alla luce della carenza strutturale di sostegni, l’aumento dell’incertezza e della paura legate alla crisi sanitaria abbia assestato un colpo dal quale sarà difficile riprendersi.

Il Resoconto provvisorio dei dati anagrafici di quindici grandi città italiane, fornito dall’Istat, mostra che l’effetto della pandemia sulle culle si vede nettamente a fine 2020. Nei primi dieci mesi il calo medio delle nascite è risultato intorno al 3,25%, a novembre la diminuzione è passata all’8,2% e a dicembre, cioè nel nono mese dal primo lockdown, ecco il crollo: -21,63%. Queste cifre dicono che le nascite totali 2020 dovrebbero calare del 5,2% rispetto al 2019. La tendenza, e questo non è difficile da intuire anche considerando la flessione dei matrimoni (-50% in media, -70% solo quelli religiosi) dovrebbe essere ancora più drammatica guardando al 2021.

La pandemia è un fenomeno globale, e molti altri Paesi stanno conoscendo cali importanti nelle nascite. Ma è interessante guardare in Francia, dove è scattato l’allarme nazionale per una diminuzione del 7% dei bimbi nati a dicembre e del 13% a gennaio. Oltralpe i sostegni alle famiglie sono da sempre molto più generosi che in Italia. Tuttavia, come ha rilevato il demografo Gérard-François Dumont, durante il quinquennio della presidenza Hollande (2012-2017) il sistema di welfare familiare è stato sistematicamente smantellato, togliendo l’universalità degli assegni, riducendo i benefici fiscali, rendendo meno vantaggiosi i congedi parentali. Una corsa al ribasso verso il "modello italiano" (o a quello che è stato finora), che è risultata fatale.

Massimo Calvi

Avvenire, 13.3.2021

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Scuole chiuse e Covid, l'Italia non è un paese di genitori

«L’Italia non è un Paese per genitori» è una frase che ritorna spesso quando ci si ritrova a commentare i bollettini che certificano la diminuzione delle nascite e la flessione del tasso di fecondità, quando si pubblicano nuovi rapporti sulla disponibilità di servizi per l’infanzia che fotografano la carenza cronica di strutture educative rivolte ai bambini, quando vengono prodotti rapporti sull’avaro trattamento fiscale riservato alle famiglie italiane rispetto ai Paesi europei che hanno saputo interpretare meglio la sfida della modernità. «L’Italia non è un Paese per genitori» è un ritornello al quale abbiamo fatto l’abitudine, il tormentone che anche un algoritmo è capace di abbinare in modo appropriato nel contesto corretto.

La crisi sanitaria scatenata dal Covid sta ora facendo scoprire nuovi codici e linguaggi, il virus muta pericolosamente e a mutare sono anche i modi di dire alla luce dell’esperienza: la pandemia sta tragicamente dicendo che la nostra condizione è ben altro dal non essere un Paese "per" genitori: no, la nostra condanna è il vuoto del ruolo genitoriale a livello personale, culturale, sociale, politico. La realtà è che non siamo un Paese "di" genitori. Mancano, sono finiti, o meglio sono totalmente scomparsi dal discorso pubblico. Discende tutto da qui il sacrificio dei bambini e dei ragazzi che a distanza di un anno stiamo di nuovo allestendo nel momento in cui chiudiamo le scuole prima di altro, negando ai giovani e ai più piccoli il diritto di crescere sani in senso molto più ampio, privandoli di quel diritto alla salute per il quale stiamo invece combattendo in nome del principio di umanità a beneficio di tutte le generazioni.

Che cosa significa essere un Paese senza genitori? Non è solo trovarsi in deficit di quella capacità empatica che dovrebbe fare comprendere come un contesto in cui tra preadolescenti e adolescenti sono in drammatico aumento stati depressivi, crisi di ansia, atti di autolesionismo o tentativi di suicidio rappresenti un problema sanitario e sociale grave e non inferiore ai danni diretti della pandemia; non è solo mancare della capacità di valutare quanto potrà gravare su una generazione e sulla società che abiteranno gli adulti di domani l’aver perso mesi e anni di studio e di relazioni in classe, o l’aver visto da piccoli formarsi una frattura gigantesca nel terreno delle opportunità tra i più e i meno fortunati; non è solo lasciare passare il messaggio che lo studio e l’apprendimento sono la prima cosa sacrificabile; non è solo vivere nell’incapacità di considerare quale reazione potrà produrre in una giovane mente la consapevolezza di essere stati collocati nel ruolo di agnello sacrificale in una tragica selezione tra generazioni. È qualcosa di più.

Un Paese senza genitori è un Paese in cui le persone, che abbiano figli oppure no, si alzano e incominciano a versare sudore e sangue dimenticandosi del senso ultimo di questa fatica e degli unici soggetti cui dovrebbe essere rivolta affinché abbia un senso. Cosa stiamo facendo e perché? E soprattutto per chi? Un Paese senza genitori è un Paese in cui il sacrificio degli adulti serve a ripagare una soddisfazione individuale, a salvare la propria "pelle", non a innaffiare e concimare il terreno nel quale crescono i bambini, i giovani, i figli. La loro stabilità e la loro sicurezza, come aveva intuito Péguy indagando i fondamenti della speranza, deriva tutta dal nostro vivere per loro. E qual è in fin dei conti il destino di un genitore se non prepararsi a morire per chi è venuto al mondo? 

Le cifre della pandemia invitano ad essere prudenti, severissimi, viene rimarcato a ogni osservazione in difesa dei minori. Già, ma quali cifre? Quelle che hanno permesso riaperture di tutto, assembramenti, folle festanti in locali chiusi? Le cifre che sono state sporcate da errori marchiani, inquinate da tamponi addomesticati o da fermate improvvise nel tracciamento del virus per lucrare un colore più tenue e conquistare consensi regionali? O le cifre che collegano meccanicamente l’abbassamento delle difese e delle mascherine affidandosi a indicatori inadatti allo scopo? Forse allora le cifre che impongono ai piccoli "untori" innocenti le lezioni al monitor mentre il grosso degli uffici resta impermeabile allo smart working? Oppure quelle che giustificano adesso la reclusione di bambini che normalmente vanno a scuola a piedi, mantengono le distanze in classi dalle finestre aperte tutto l’inverno, scudati da mascherine, e hanno solo bisogno di fare più lezioni in presenza, più sport, più passeggiate fuori città, se non altro come ristoro morale? Perché c’è una cosa che il genitore in un Paese che non è di genitori impara presto a considerare l’unica cifra valida, e garanzia di salvezza: gli occhi di un figlio quando scopre che la scuola richiude, dato che i grandi hanno sbagliato ancora a fare di conto, eppure non vengono bocciati.

Massimo Calvi

Avvenire, 7.3.2021

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