L'azzardo dei fondi pensione

G li italiani iscritti a un fondo pensione complementare so­no 5,5 milioni, i giocatori d’az­zardo 15 milioni, quasi il triplo. Le ri­sorse investite ogni anno in pensioni integrative ammontano a 3,7 miliar­di, la spesa in giochi e scommesse a 24 miliardi. Questo vuol dire che ogni i­taliano investe 664 euro l’anno nella previdenza integrativa e ben 1.260 eu­ro in Gratta e vinci, slot, video poker e lotterie varie. Tradotto nel quotidiano: 1,8 euro al giorno per assicurarsi un futuro previdenziale, 3,5 euro al gior­no – il doppio – per bruciare il pre­sente. E non solo. Queste poche cifre, accostate, resti­tuiscono l’immagine desolante di un Paese che, se da un lato sta pagando a caro prezzo il conto della crisi econo­mica, costretto a fare i conti con un welfare sempre più in difficoltà, dal­l’altro continua a comportarsi, anche individualmente, con irresponsabile superficialità. E colpisce, in una fase in cui le riforme della previdenza hanno profondamente cambiato le carte in tavola, azzerando il patrimonio di pri­vilegi e 'diritti acquisiti' delle genera­zioni precedenti, leggere una tabella nella quale emerge che il patrimonio accumulato dai fondi pensione è di quasi 90 miliardi, quello dell’az­zardo di 400 miliardi, e che le gestioni previ­denziali integrative rap­presentino meno del 6% del Pil nazionale contro il 27% dei giochi.
Insomma, un popolo che sembra preferire la sorte alla costruzione di un futuro più solido.
L’idea di affiancare le ci­fre
 delle pensioni pri­vate con quelle del gio­cod’azzardo legale è di Alberto Bram­billa, ex sottosegretario al ministero del Welfare con delega alla previden­za e docente all’Università Cattolica di Milano. Un accostamento efficace, perché lega due 'attività' agli antipo­di in una scala di valori declinati in ter­mini di responsabilità.
«Spesso si dice che mancano le risor­se per il welfare o per i fondi pensione – spiega Brambilla –. Ma se guardiamo queste cifre possiamo capire che in realtà vi è uno spreco enorme. E, so­prattutto, una bassa consapevolezza dovuta a scarsa informazione. Penso a quei tanti anziani con pensioni mi­nime, integrate con risorse pubbliche, che gettano via i soldi in Gratta e vin­ci o slot-machine: lo Stato dovrebbe preoccuparsi di far giocare meno, an­che a costo di contenere gli incassi dai giochi. E penso ai giovani, che do­vrebbero essere informati molto me­glio di quello che li aspetta a livello pre­videnziale
 ».Le riforme pensionistiche degli ultimi anni hanno messo in sicurezza i con­ti, ma anche annullato molti 'privile­gi' storici. «Si dovrebbe ricordare più spesso che per tutti i giovani che han­no iniziato a lavorare dal 1 gennaio 1996 non ci saranno più né l’integra­zione al minimo e nemmeno le mag­giorazioni sociali delle pensioni – sot­tolinea Brambilla –. Per capire di cosa stiamo parlando teniamo presente che oggi lo Stato integra quasi 7 milioni di pensioni, il 30% di quelle in paga­mento, di fatto tutte quelle sotto i mil­le euro mensili, tolti gli assegni di re­versibilità. Bene, questa integrazione domani non ci sarà più. Dunque se i giovani non avranno versato a suffi­cienza, dovranno lavo­rare anche da vecchi». A maggior ragione se con­tratti di lavoro precari a­vranno comportato un livello basso di contri­buti versati.
Per queste ragioni il te­ma della previdenza complementare è deci­sivo, soprattutto se si tiene conto che l’Italia è agli ultimi posti della classifica Ocse nel rapporto tra patri­monio investito in fondi pensione e Pil, con il 4,6% contro una media del 33,2% (l’Olanda è al 135%, la Gran Bre­tagna all’87%; la Germania al 5,2% e la Francia allo 0,2%, ma in questi Paesi c’è una forte presenza di fondi pen­sione aziendali). Il problema è che fin­ché lo Stato era capace di generosità pensionistica, questo poteva anche non essere un limite, ma oggi il pro­blema si pone in modo serio. «La cri­si finanziaria, il debito e l’invecchia­mento della popolazione stanno tra­sformando radicalmente il nostro mo­dello di welfare – spiega ancora Bram­billa –. Tenere sotto controllo la propria posizione previdenziale e sanitaria di­venta sempre più importante». E sa­pere che oggi spendiamo in giochi il doppio di quello che investiamo in pensioni integrative può essere d’aiu­to. A capire che la pensione non è una scommessa.


Massimo Calvi
Avvenire
30.12.12

Zamagni e l'Agenda Monti

« L’agenda Monti? Bella senz’anima. Quello che contiene, dalla famiglia al­l’Europa, dall’impresa sociale al lavoro, è in larga parte condivisibile. Il problema è quello che non c’è. E manca molto».
A inizio ottobre, tracciando per questo giornale un bilancio del governo Monti, Stefano Zamagni era stato abbastanza se­vero, attribuendo all’esecutivo molta buona volontà, ma giudicandolo di fatto incapace di leggere e comprendere la so­cietà italiana nella prospettiva dell’eco­nomia civile, dell’impresa sociale e di quell’universo tra lo Stato e il mercato che si definisce Terzo settore. Ma quella è sto­ria vecchia. Il governo tecnico sorretto da una maggioranza eterogenea non c’è più. Mario Monti e la sua 'Agenda' rappre­sentano un terreno di confronto tutto nuovo. Ed è in questa chiave che l’eco­nomista bolognese, ispiratore di molte norme sul non profit e tra coloro che il Papa ha consultato durante la stesura del­l’enciclica
 Caritas in veritate , oggi espo­ne la sua 'critica'. Che, ci tiene a preci­sare, vuole essere costruttiva. Un contri­buto.
Professor Zamagni, nel mondo cattolico si sta guardando con grande attenzione all’Agenda dell’ex premier, dopo la sua 'salita' in politica. Che giudizio ne dà?

Ci sono molte buone intenzioni, ma la prima impressione è che sia stata fatta un po’ in fretta. Per certi versi era inevitabi­le, considerati i tempi, però è chiaro che, anche se si tratta di ben 25 pagine, l’A­genda deve essere arricchita e integrata.

Insomma va fatta... 'lievitare'. Che cosa le manca?

L’anima. Così com’è sembra più il pro­gramma di un futuro ministro economi­
co che non la linea di un intero governo. Ripeto: è tutto molto condivisibile, ma re­sta un documento ancora legato a un contesto di emergenza del Paese, si evo­ca ma non si approfondisce una pro­spettiva di sviluppo che vada oltre la di­mensione economica e finanziaria. Que­stione centrale, per carità, peraltro af­frontata benissimo, ma non si può ridur­re tutto a economia e finanza. E non pos­siamo pensare che il Paese resti in emer­genza ancora per i prossimi cinque anni.
Entrando nel merito, l’Agenda riconosce la necessità di «valorizzare il ruolo del volontariato» e il «modello di impresa sociale». Non sono passaggi significati­vi?

Certo, la citazione è molto importante, ne va dato atto. È un passo in avanti. Però non possiamo fermarci a questo. Nel do­cumento, ad esempio, non si parla mai di Terzo settore e non possono bastare le righe dedicate al volontariato e all’im­presa sociale per dirsi soddisfatti. Intan­to perché il non profit non può essere ri­dotto al solo volontariato. E poi perché l’impresa sociale è un’invenzione italia­na che sì, l’Europa ora sta riconoscendo, come correttamente rilevato, ma proprio per questo meriterebbe molto più spa­zio. Per il mondo cattolico la questione del Terzo settore è come l’acqua per l’as­setato,
ed è importante che chi si candi­da a guidare il Paese abbia parole chiare in merito all’applicazione del principio di sussidiarietà, sia orizzontale sia circo­lare.
L’Agenda si apre parlando di Europa con un grande riconoscimento dell’econo­mia
 sociale di mercato.
È positivo. Come cattolici però dobbia­mo dare un contributo affinché questo
 passaggio vada integrato e arricchito. La visione generale di Europa, ad esempio, è forse ancora un po’ troppo legata all’e­quilibrio economico e finanziario, men­tre non si fa riferimento alle comuni ra­dici cristiane. Quanto all’«economia so­ciale di mercato», certo, è meglio dell’«economia liberista di mercato». Ma mi permetto di segnalare che questo mo­dello caratterizza più i Paesi del Nord Eu­ropa e ha un sapore, lo dico con rispetto, un po’ più protestante nonostante i col­legamenti con la Dottrina sociale della Chiesa. La nostra tradizione, come italia­ni e come cattolici, è quella dell’«eco­nomia civile di mercato». Un mo­dello, cioè, nel quale la dimen­sione del 'civile' rompe il dualismo tra Stato e mercato. Non è un caso che né Sturzo, né soprattutto De Gasperi, abbiano mai fatto riferi­mento all’economia sociale di mercato.
Converrà che il passaggio sulla «famiglia al centro delle politiche di svilup­po, della fiscalità e del welfare», e il riferimen­to al fatto che contro il «calo demografico l’I­talia deve tornare ad avere fiducia nel futuro e a fare bambi­ni
», non sono niente male. O no?Forse non mi sono spiegato con chiarez­za. Di quello che c’è nell’Agenda dico tut­to il bene che si può. La mia opinione è che andrebbero inserite alcune correzio­ni e fatte molte aggiunte. Un esempio: è positivo che le donne possano lavorare, ma la proposta di detassare i loro redditi non può essere presa a scatola chiusa. Ci sono infatti delle specifiche controindi­cazioni che esigono alcune correzioni. I­noltre, quando si parla di «conciliazione» tra famiglia e lavoro è preferibile usare il termine «armonizzazione». La concilia­zione implica che è la famiglia che si de­ve adattare alla logica dell’impresa, l’ar­monizzazione che impresa e famiglia tro­vino un’armonia. Sembrano dettagli, in­vece hanno grandi implicazioni pratiche.
Critico, ma costruttivo, insomma. Vo­lendo completare l’elenco dei vuoti da riempire, che cosa aggiungerebbe?

Oltre a Terzo settore, sussidiarietà, eco­nomia civile, di sicuro aggiungerei un passaggio sul ruolo della cooperazione
nell’economia italiana – in particolare quella di credito e la cooperazione socia­le – affronterei il tema fondamentale del pluralismo scolastico, direi qualcosa di più sulle questioni della bioetica e sui te­mi eticamente sensibili. Infine, prende­rei l’impegno di dare vita a una Autorità per il Terzo settore, sulla cui necessità tutti sono d’accordo. Argomenti irri­nunciabili in un programma di gover­no. Per questo è importante impegnar­si per migliorare e far lievitare l’Agen­da. Anche perché, in giro, non ci sono molte alternative. 

Massimo Calvi
Avvenire 28.12.12

Il valore del sociale


Capitolo chiuso. O quasi. La Commissione europea ha scritto la parola fine alla vicenda degli sconti Ici concessi al non profit. E ha decretato che la nuova Imu, agevolazioni comprese, è conforme al diritto europeo. Nessuna procedura d’infrazione verrà dunque aperta contro l’Italia. Ma se per certi aspetti sarebbe bello poter considerare chiuso il tormentone che strumentalmente in Italia ha chiamato in causa solo la Chiesa cattolica (mentre a Bruxelles si è sempre parlato solo di enti non profit), per altre ragioni è auspicabile che il nodo delle esenzioni al Terzo settore e al sociale non termini qui.
Il primo auspicio, quello relativo al cessare delle ostilità, forse è il più fragile, constatato che si tratta della quinta volta dal 2006 che alla luce di un ricorso la Commissione Ue dichiara chiusa la questione delle esenzioni Ici. Oggi si ammette che le esenzioni per il non profit erano effettivamente aiuti di Stato, per come venivano attribuite. Quelle somme, però, non saranno recuperate in quanto impossibile definirne il perimetro e la quantità.
È la prima volta che un sostegno "illegittimo" non viene riscosso, e Bruxelles lascia intendere chiaramente il motivo di questa decisione, oltre al nodo tecnico: l’elevato valore sociale riconosciuto alle attività svolte dagli enti non profit. Uscendo dai binari della burocrazia e del suo linguaggio, è come se l’Europa dicesse che l’Italia ha tutte le ragioni per consentire un ampio spettro di agevolazioni al Terzo settore e alla sua economia civile, il problema è che la forma con la quale questi aiuti erano stati dati non era la più idonea. Perché si può agevolare chi accoglie le famiglie bisognose e aiutare un cinema che dà ai bambini una prospettiva diversa dal centro commerciale, ma la forma può non essere la medesima. Ed è sì possibile promuovere la libertà di educazione (Francia, Germania e Spagna insegnano), come aiutare una squadra dell’oratorio, pur con modalità differenti. Lo sconto Imu è una possibilità. Non la sola. La scusa dell’Europa che non consente alcunché è un alibi comodo e pretestuoso, se è l’Italia ad avere le idee confuse.
Ora l’Ici non c’è più. Bruxelles ha dato l’ok alla nuova Imu in relazione agli enti non commerciali, giudicandola conforme al diritto europeo. Ma qui – e veniamo al secondo auspicio espresso – è bene che la partita non si chiuda del tutto. In primo luogo perché resta una zona grigia di interpretazione che andrebbe chiarita per mettere al sicuro realtà di volontariato, oratori e associazioni impegnate per aiutare i bisognosi. In secondo luogo perché ora spetta all’Italia compiere quel salto culturale per portare il non profit e l’economia civile fuori da quella nicchia nella quale vengono relegate dal dibattito pubblico, concedendo loro quello spazio politico che meritano per ciò che fanno e rappresentano: attori di cooperazione sussidiaria, impegnati per il bene di tutti e non solo di qualcuno, portatori dell’idea che ciò che è pubblico è anche statale, ma non solo statale.
In Europa certi concetti hanno più cittadinanza di quando non si creda in periferia. Lo testimonia il documento del 2011 della Commissione sull’«iniziativa per l’imprenditoria sociale», nel quale si riconosce il valore dell’impresa che non distribuisce utili ma crea valore sociale. Lo si legge nella lettera con la quale Bruxelles avvisava l’Italia dell’apertura del procedimento sull’Ici, ricordando come le attività didattiche, culturali e ricreative potessero in realtà essere salvate. E lo si trova nella risoluzione del Parlamento di Strasburgo del 4 ottobre 2012 con la quale si afferma la libertà di scelta educativa delle famiglie come diritto inviolabile. Argomenti che non sarebbe difficile far valere, se vi fosse una volontà condivisa in luogo di un contesto dove le ideologie garantiscono ancora rendite politiche facili e declinanti. Con candidati ostaggio della paura di affermare fino in fondo il valore del sociale e della sussidiarietà, come è nel resto del Continente. Il punto, allora, è riuscire ad elevare l’agenda politica nazionale alle questioni veramente fondamentali della libertà, della tutela dei più deboli, dello sviluppo di una società equa e giusta. Ma prima di convincere l’Europa dobbiamo forse convincere noi stessi.

Massimo Calvi
Avvenire, 20.12.12

La realtà del non profit


L'Italia è un Paese caratterizzato da una delle più diffuse e radicate reti di realtà non profit al mondo. Un’economia civile, composta da soggetti privati che forniscono servizi pubblici senza avere il lucro come obiettivo, che soprattutto in tempi di crisi sta mostrando il suo valore e la sua utilità. La cosa che da sempre sorprende chi opera in questo ambito, tuttavia, è il dover constatare troppo spesso la distanza che intercorre tra la società reale, fatta da chi la vive e da chi la anima, e chi invece questa società dovrebbe raccontarla (i media) o rappresentarla (la politica). Uno "spread" storico, antico, che cresce con l’aumentare della distanza tra il territorio e i centri del potere, tra il quartiere e i salotti delle metropoli, tra il pragmatismo di chi vive nella realtà di un Comune e l’ideologia che serve a lucrare facili dividendi politici. Questa distanza culturale con il mondo reale dell’economia sociale e civile si può verificare nelle piccole cose, a partire dalla corretta dizione del soggetto in questione, che è "non profit", e non "no profit" come molti continuano erroneamente a scrivere; e si può scorgere in quelle vicende più ampie e complesse, come il caso dell’«Imu per il non profit», che non a caso viene tradotto strumentalmente in «Imu per la Chiesa».
Andiamo con ordine. Non profit vuol dire che un’attività è realizzata senza avere come scopo il profitto. Non significa che il profitto è negato o proibito. Semplicemente, chi opera in quella realtà non ha l’obiettivo di realizzare un utile da distribuire ai soci, non è interessato ad appropriarsi della ricchezza che genera. Un’organizzazione non profit, quando realizza un avanzo di gestione, deve necessariamente reinvestirlo nella sua attività, per aumentare o migliorare il servizio che offre. È bene che anche una non profit possa realizzare profitti, se vi riesce, perché questo può essere sintomo di efficienza e di efficacia nella gestione. Il punto centrale è che questa ricchezza non va nelle tasche dei soci più ricchi, ma di fatto ritorna alla società. Una scuola "per ricchi" del centro, ad esempio, può reinvestire i proventi delle rette in una scuola in un quartiere popolare, anziché intascarsi gli utili. È in questo senso che si parla di "profitto sociale". Ovviamente anche nel non profit, essendo un’attività umana, vi possono essere realtà inefficienti e burocratiche, enti mal gestiti, truffe o fenomeni di evasione fiscale. La forma di impresa in sé non è una garanzia di bontà né di onestà. Tuttavia, in alcuni ambiti – come il welfare, l’educazione, l’istruzione, la sanità, la cultura… –, la forma senza scopo di lucro è forse la più adatta ad assicurare che l’opera delle persone contribuisca a generare capitale sociale per la comunità. Come da secoli avviene in Italia.
È quando si passa dalla dimensione della realtà a quella della rendita politico-ideologica, che incominciano i problemi. Pur animando molte opere non profit, ad esempio, una parte della cultura di sinistra ha sempre avuto una notevole difficoltà in Italia ad accettare l’idea che qualcuno possa offrire servizi pubblici al posto dello Stato, anche se fa risparmiare miliardi alle casse statali, come avviene per la scuola paritaria, o anche se riesce a offrire un servizio migliore, come tanta sanità non profit. Un’ostilità al principio costituzionale di sussidiarietà che è antistorica e persino imbarazzante quando manifestato da esponenti politici. La stessa scorrettezza è commessa da chi con l’obiettivo politico di colpire la Chiesa cattolica ha costruito la campagna mediatica sull’Imu. Come è risaputo, la legge italiana non esenta affatto gli enti "cattolici" dal pagare la tassa, ma prevede un trattamento di favore per tutti gli enti non profit, di qualunque colore essi siano, quando svolgono attività socialmente rilevanti. Questa decisione nasce dalla volontà di agevolare proprio quelle realtà che producono un profitto per la comunità, e il fatto che molte siano gestite da cattolici è servito ad alcuni ambienti come spunto per lanciare l’assalto. Ora, può anche darsi che l’agevolazione Imu non sia il modo migliore per sostenere il non profit, può darsi che le normative fiscali che riguardano il Terzo Settore vadano aggiornate. Non è questo il punto. Il fatto è che nel tentativo di bersagliare la Chiesa si sta colpendo l’intera economia sociale e civile. Gli esempi non mancano. Si continua a dire ad esempio che basta inserire una cappellina in un albergo per non pagare l’Imu, quando invece la circolare 2 del 2009 nega espressamente questa possibilità facendo giustizia di chiacchiere e interpretazioni maliziose della legge. Si continuano a citare stime dell’Anci, l’Associazione dei Comuni italiani, che calcolerebbe in varie centinaia di milioni l’Imu scontata alla Chiesa, quando invece l’Anci non ha mai compiuto uno studio di questo tipo, né è in grado di mostrarlo. E si continua a scrivere di «blitz» del governo per «salvare la Chiesa» ogniqualvolta si tenta di aggiornare la normativa, come ha fatto ieri un quotidiano, salvo poi dover registrare la netta smentita di Palazzo Chigi. Così come si ripubblicano impunemente liste di enti cattolici che non pagherebbero l’Imu, quando invece questi hanno più volte mostrato i loro bollettini di versamento. Quello che meno viene raccontato è come in realtà vi siano oggi nel mercato molti soggetti "for profit" che puntano ad espandersi nei settori della sanità o dell’assistenza agli anziani, ad esempio, gruppi che possono contare su ingenti risorse economiche e appoggi mediatici, e che trovano un problema il vantaggio concesso a chi non ha il lucro come scopo ultimo, e magari riesce a essere più competitivo perché nell’attività economica ha inserito principi come la gratuità, il dono, la fraternità. Concetti non immediati e non di moda per molta cultura economica, si capisce, ma che la crisi internazionale dovrebbe invitare a riconsiderare. Non si tratta, lo abbiamo detto più volte, di proteggere né difendere un privilegio per la Chiesa. Si tratta, invece, di provare a intendersi su che cosa si vuole salvare oggi in Italia, con quali strumenti, e cosa invece no. Poi si può discutere di tutto. I politici più illuminati dovrebbero distinguersi uscendo da questo corto circuito della ragione e dare, per una volta, corpo alle loro idee, calandole nella realtà. Un tavolo degli "intellettualmente onesti", per provare a porsi alcune semplici domande e fissare alcuni principi di fondo. L’impresa non profit è un valore? Far ricadere il profitto sulla comunità è un bene e va agevolato, oppure no? Un cine-teatro parrocchiale fa concorrenza a un multiplex? Una casa vacanze per pensionati toglie mercato agli hotel? La scuola paritaria va chiusa o salvata? Le strutture assistenziali e sanitarie vanno lasciate solo a chi cerca dividendi e alte quotazioni di Borsa?
Questo per dire che prima di mettere la Chiesa strumentalmente nel mirino, rischiando di produrre un grave ed esteso danno sociale, sarebbe bene provare a ragionare e intendersi su quale modello di società vogliamo consegnare alle generazioni che verranno. Calandosi nella vita reale.

Massimo Calvi
Avvenire, 13.11.12

La morte filmata a Milano, tra distacco e civiltà


È mezzanotte a Milano, fuori da una sala Bingo, in una zona che non è centro ma nemmeno troppo periferia, l’incrocio tra viale Zara e viale Marche. Tre giovani dai 24 ai 28 anni, due con precedenti per rissa, vengono alle mani con un altro ragazzo, di 34 anni, con precedenti per ricettazione. I tre, filippini, sono ubriachi, e per una ragione che sembra legata allo spaccio di stupefacenti incominciano a pestare selvaggiamente il ragazzo, un connazionale. Calci e pugni, pugni e calci, sul marciapiede. Attorno alcuni si fermano a guardare, alcuni continuano a camminare a testa bassa, qualcuno prova a intervenire per fermare l’aggressione. Qualcuno filma col cellulare, lo smartphone.

È una scena di allucinante follia urbana, che si conclude con la morte del giovane picchiato – abitava in zona, era sposato, aveva una figlia – poche ore dopo in ospedale. È, soprattutto, una scena alla quale hanno già assistito molti spettatori, per gli attimi che è stato possibile. Perché uno di quei video girati col cellulare è stato messo su Facebook, rilanciato da molti siti internet di informazione (con l’immancabile spot pubblicitario prima delle immagini di violenza e di morte, poi ipocritamente «sconsigliate a un pubblico sensibile»), passato in tv. Tutti potenzialmente siamo stati e saremo spettatori di questo fatto di cronaca violenta, non solo a causa delle onnipresenti "telecamere di sorveglianza".

Oggi gli occhi del Grande fratello sono nelle tasche e nelle borse di tutti noi, i cellulari con telecamera integrata, e la ripresa di qualunque evento diventa disponibile con due tocchi sullo schermo, per essere condivisa quasi in tempo reale. Non è la prima volta che la morte è filmata e mostrata. Ma è forse la prima volta in Italia, a Milano non a caso, che è ripresa e condivisa dai cittadini testimoni. Il luogo comune descrive Milano come la città indifferente, che corre e non si ferma mai. I suoi sono i "passanti"! per eccellenza. Anche il video potrebbe confermarlo. Un ragazzo steso sul marciapiede sta morendo, la gente va oltre a testa bassa. E così anche il racconto dei nottambuli che filmano e non intervengono sarebbe la cronaca di una enorme indifferenza, un inquietante distacco metropolitano. Invece il confine è molto più sottile, labile la base del giudizio. La neutralità degli strumenti, e di una tecnologia che trasforma tutti in reporter, sempre e ovunque, rende meno banali anche i luoghi comuni con gli esseri umani protagonisti.

Quel video, come altri, è servito ad arrestare i giovani protagonisti del massacro. È stato girato da un consigliere di zona che passava da quelle parti e si è fermato, forse anche per tentare di porre fine al pestaggio, è stato postato sui social network nell’attesa di rendere testimonianza al comando dei Carabinieri, in piena notte. Un’altra persona, nelle immagini, tenta di fermare la violenza, ma è ormai troppo tardi. Nella pagina Facebook dell’autore del filmato c’è lo spazio per una breve preghiera. E per i commenti degli "amici", giudizi duri o frasi di compassione. Può sembrare un racconto di umana freddezza, di cinico voyerismo, ma può essere anche una vicenda importante di cronaca civile. È un margine sottilissimo a separare due mondi. In un’epoca nella quale i cittadini non sono più semplici passanti, ma sempre potenziali cronisti, operatori, testimoni, il vero e decisivo sforzo di responsabilità è riuscire a mantenere in quello spazio minimo che la tecnologia ci consente, tutta l’umanità di cui disponiamo.
Massimo Calvi
Avvenire 4.11.12

Povertà e priorità


L'attuale sistema di welfare è incapace di farsi carico delle nuove forme di povertà, delle nuove emergenze sociali che derivano dalla crisi economica e finanziaria». Questa affermazione, contenuta nel rapporto sulla povertà in Italia che la Caritas ha presentato ieri, dovrebbe essere posta alla base di ogni riflessione in materia di politica economica e sociale, riforme del welfare, misure per il risanamento, interventi per la crescita, leggi di stabilità, provvedimenti per adeguarsi alle richieste europee e quant’altro un esecutivo può avere in serbo per fronteggiare e tentare di governare la crisi in corso.
Un welfare inefficace e inefficiente, che cioè spende meno a causa dei tagli, e che soprattutto spende male, si traduce anche in quello che la Caritas ha drammaticamente registrato nei suoi quasi 200 centri di ascolto in 28 diocesi: forte aumento delle persone in difficoltà, aumento degli italiani bisognosi di assistenza, crescita esponenziale di richieste di aiuto da parte di casalinghe, pensionati, persone che hanno perso il lavoro. E domande sempre più pressanti per avere cibo e vestiti, trovare un lavoro anche minimo, la casa, essere ascoltati. Aiuti per vivere e sopravvivere. Il punto centrale, che dovrebbe essere compreso per una analisi costruttiva del problema di fondo, è che la Caritas – con la sua specifica matrice e vocazione ecclesiale – è parte integrante di quello che noi consideriamo welfare, è cioè una componente fondamentale della rete di sostegno ai bisogni "sul territorio" che una società sa darsi, integrando il lavoro dello Stato con quello della società, dei volontari o dei lavoratori delle imprese sociali, dei cittadini (cattolici o laici che siano). È anche una cartina di tornasole capace di far emergere quelli che il direttore della Caritas, don Francesco Soddu, ha definito «segnali di speranza», e che sono rappresentati dalle molte e nuove esperienze avviate nelle diocesi per rispondere ai bisogni che via via emergono.
Come sa bene chi è abituato a vivere il territorio, e parla di welfare con le maniche rimboccate e le mani a contatto con la realtà, c’è un filo sottile ma molto robusto che tiene insieme tutto questo: parte dall’impegno delle persone e passa dalle parrocchie, dalle Caritas, dalle associazioni, entra nelle cooperative sociali che danno assistenza, lo si ritrova nelle comunità di accoglienza, nei centri per minori, negli asili per i più piccoli e per i più fragili e soli, nei banchi alimentari. È quel mondo che si chiama economia civile, Terzo settore, non profit e che – ieri l’economista Stefano Zamagni lo ha spiegato con grande efficacia su queste colonne – rappresenta un «punto di forza dell’Italia».
Il dramma, o se vogliamo il paradosso, è che oggi questo universo è messo pesantemente sotto pressione, attaccato da più fronti, fino a metterne a rischio la sopravvivenza. Da una parte, richiamandosi a direttive o procedure europee (apparentemente e rovinosamente incapaci di leggere la storia e specificità di un Paese come il nostro), piovono interventi come le misure sull’Iva delle cooperative sociali o l’Imu per chi svolge e offre attività sociali o educative senza scopo di lucro. Dall’altra parte emerge, persino più colpevolmente, l’assenza se non di misure compensative per mantenere in vita questo patrimonio, almeno di una lista di "priorità" condivise da tutelare e proteggere come beni preziosi.
Alcuni degli interventi previsti dalla Legge di stabilità vanno, infatti, a colpire proprio quelli che sono gli investimenti minimi ed essenziali nella vita delle famiglie: le spese per i figli, il mutuo per la casa, le donazioni al sociale. Restringendo ulteriormente sia reddito disponibile sia "riserve" di sostegno sussidiario a nuclei e singoli.
In una crisi di dimensioni epocali, dove l’esigenza del risanamento costringe a scelte difficilissime e impegnative, con ricadute sociali evidenti e anche assai dolorose, di tutto c’è bisogno fuorché di misure – per dirla con le parole che il presidente delle Acli Andrea Olivero ha usato in una recente intervista all’Unità – che non da tecnici sono state messe a punto, ma da "burocrati" e "funzionari" capaci di superare la volontà dei ministri, a loro volta miopi nella volontà di leggere la complessità e i bisogni della società italiana. Tutto può essere modificato, risanato, tagliato o incrementato, l’Iva come l’Imu o l’Irpef, ma è la politica che deve essere abile nell’individuare le priorità da salvaguardare o esentare nei modi possibili. E tuttavia non può essere incolpata la politica se la stessa società non è in grado, in una fase così complessa, di sfrondare il dibattito dal superfluo, dalle diatribe non necessarie, per intendersi su che cosa dovrebbe essere considerato veramente indispensabile, fondamentale. E se non sono essenziali i bambini, le famiglie, l’economia civile, che cosa lo è?

Massimo Calvi
Avvenire 18.10.12

Zamagni: "Il governo non vede l’economia civile"


«No, non c’è un complotto con­tro il non profit italiano. Il pro­blema è di deficit culturale: questo governo, semplicemente, non vede l’economia civile. Dove opera, opera bene, ma il problema è che non è in grado di ve­dere e capire il civile». Stefano Zamagni è uno dei maggiori eco­nomisti italiani, esperto di Terzo settore e non profit, ha collaborato alla stesura del­l’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI, è il padre della legge sulle Organizza­zioni non lucrative di utilità sociale, ed è sta­to presidente dell’Agenzia per le Onlus fino a che non è stata chiusa sul finire dello scor­so anno. Il suo giudizio sugli interventi del­la legge di Stabilità che colpiscono l’econo­mia civile è duro e preoccupato. Perché, spie­ga, il rischio è distruggere il vero capitale so­ciale dell’Italia, minando la tenuta del Pae­se.
Come giudica l’aumento dell’Iva per le cooperative sociali, dal 4 all’11%?

È in linea con quanto il go­verno sta facendo da un an­no a questa parte. Cioè as­sumere misure che vanno nella direzione opposta alla valorizzazione di quella ri­sorsa decisiva per lo svilup­po e la coesione sociale del Paese che è il Terzo settore.
L’Italia ha l’economia civile più avanzata e sviluppata in Europa e nel mondo, un Terzo settore che riflette una società civile orga­nizzata
 di statura e livello. Sembra si voglia rinunciare a tutto questo.
Di quali misure parla?

Le elenco velocemente: la soppressione del­
l’Agenzia Onlus, del comi­tato nazionale microcredi­to e dell’osservatorio del vo­lontariato. Poi la non tra­sformazione in legge ordi­naria del 5x1000, oltre al di­segno di legge di riforma de Titolo II del Libro I del Co­dice Civile. L’intervento sul­l’Iva delle cooperative so­ciali, che avrà effetti disa­strosi per queste imprese e per le famiglie. E infine la franchigia di 250 euro sulla deducibilità delle donazioni: se teniamo conto che in Italia un milione di persone dona in media 200-250 euro l’anno a una Onlus, questo limite significa chiude­re il rubinetto delle donazioni ai piccoli en­ti, favorendo solo i grandi.
Quale collegamento vede tra questi fatti?

Il punto centrale è che questo governo insi­ste su un modello di ordine sociale di tipo bi­polare, cioè diviso tra Stato e mercato. Ma il Dna italiano è un altro, è di tipo tripolare: Stato, mercato e società civile. Non possia­mo tradire la nostra identità. Per questo vor­rei lanciare un appello al premier Monti, che è sensibile a questi temi: quello che ha fatto finora in altri ambiti va bene, ma perché non rilanciare l’economia civile, con misure che avrebbero costi nulli, considerato che il Ter­zo settore produce più valore aggiunto del­le
 risorse che assorbe?Il governo ha spiegato che l’intervento sul­­l’Iva delle coop sociali è dovuto a una pro­cedura d’infrazione europea...
Il punto non è quello che c’è in Europa o che vuole l’Europa. Il nodo vero è, se si decido­no
 alcuni tagli, quali misure compensative si prevedono. Attenzione, stiamo distrug­gendo il nostro capitale sociale e civile, e l’I­talia non lo può sopportare. Se finora il si­stema ha tenuto è perché abbiamo un mo­dello tripolare, non fondato solo su Stato e mercato, ma ricco della rete di associazioni di volontariato, parrocchie, Caritas, coope­rative sociali... Un mondo che va ad esaurirsi. È quello che vogliamo? Non credo. E vorrei lanciare un appello accorato a Monti.
Per dire che cosa?

Propongo di fare qualcosa di simile alla com­missione Giavazzi sui contributi alle impre­se, cioè prendiamoci 3-4 mesi per accordar­ci su alcune riforme fondamentali per l’e­conomia civile, riforme a costo zero e che verrebbero approvate facilmente in modo bipartisan, ne sono certo. Questo, ovvia­mente, se crediamo nell’importanza di va­lorizzare il nostro modello.

Quali dovrebbero essere questi interventi?

Oltre a quelli che ho già elencato, penso al­la corretta definizione del termini 'com­merciale' nella legge sull’Imu al non profit. O alla possibilità per le imprese sociali di e­mettere titoli di solidarietà. La norma era già prevista nella legge istitutiva delle Onlus, è rimasta lettera morta. Ma se si decide di al­zare l’Iva sulle coop sociali, si consenta al­meno la compensazione dei bond sociali co­me fonte di finanziamento alternativa.

Politica a parte, crede che nella società vi sia la consapevolezza circa l’importanza della posta in gioco?

L’economia civile di mercato è il modello i­taliano, la nostra storia e la nostra forza, il no­stro genius loci. Vogliamo farlo tacere per sempre, consegnandoci all’economia libe­rista di mercato? Non credo che il Paese se lo possa permettere. Spero lo si capisca.
 

Massimo Calvi
Avvenire 17.10.12

«Perché vogliamo chiudere il welfare non profit?» (Intervista a Claudia Fiaschi, Cgm)


«Che effetto può ave­re l’aumento del­­l’Iva dal 4 al 10% per le cooperative sociali? Sem­plice: il primo anno sale il get­tito per l’erario, il secondo chiu­dono le cooperative sociali».
Chi conosce il mondo delle im­prese sociali, come operano, che cosa fanno, e per chi, sa be­ne che le cose andranno in que­sto modo, come ci spiega Clau­dia Fiaschi, presidente del con­sorzio di cooperative sociali Cgm. Ma il punto è proprio questo: lo sa anche chi ha pen­sato all’aumento dell’Iva che dovrebbe essere inserito nella Legge di stabilità? A chiederse­lo, preoccupatissimi, sono o­peratori e responsabili delle quasi 12mila coop sociali ita­liane, i loro 750mila dipenden­ti, ma soprattutto i 5 milioni di bambini, anziani, minori, disa­bili, famiglie e persone disagia­te che usufruiscono dei servizi sociali o sanitari di queste realtà non profit. Che, va ricordato, rappresentano l’ossatura del welfare pubblico locale italia­no.
Perché un aumento dell’Iva sa­rebbe poco sopportabile dalle imprese sociali?

Oggi la cooperazione sociale è il partner principale delle pub­bliche amministrazioni nel for­nire servizi socio sanitari ed e­ducativi. Aumentare di sei pun­ti
 i costi di produzione, ha cal­colato l’Alleanza delle coopera­tive sociali, significa far cresce­re la spesa per Comuni e Asl del 70%, far salire le tariffe a carico delle famiglie del 30%, o porta­re a una netta riduzione dei ser­vizi. Un costo di oltre 510 mi­lioni di euro. In un momento così difficile per il Paese e i cit­tadini meno abbienti, con i Co­muni in difficoltà, non è una decisione lungimirante.
Avrà un impatto sul lavoro?

Il settore delle cooperative so­ciali ha continuato ad aumen­tare l’occupazione anche du­rante la crisi: nelle 990 coope­rative che aderiscono a Cgm, nell’ultimo anno i posti di lavo­ro sono saliti del 4,9%. Ma nei servizi sociali, assistenziali, ed educativi, le persone sono il principale fattore di produzio­ne, l’80%. Non appena si com­prime, ne risente l’occupazio­ne.
Come vi spiegate questo inter­vento?
Pensiamo a una disattenzione. D’altronde questo è un mondo invisibile alla politica, poco compreso da una certa cultura economica, nonostante sia un settore che riesce a garantire ancora un welfare universali­stico alle persone meno ab­bienti e a costi bassissimi per gli enti locali. È una specificità italiana che tutta Europa ci in­vidia, e non ce ne rendiamo conto.

Intende dire che il ritocco del­­l’Iva può cambiare il modello di welfare italiano?

Di certo ci spinge verso un si­stema che si affida alla sola fi­lantropia, riducendo il ruolo del privato sociale a una dimen­sione marginale. Ma perché? La cooperazione sociale italiana ha una lunga storia, nasce ne­gli anni ’70-80, ha beneficiato di una legge e un trattamento fi­scale
 che ha dato vita a forme di impresa attive nel welfare, in­novative, totalmente non pro­fit, con margini bassissimi, in­feriori al 3%, senza distribuzio­ne di utili. Il valore aggiunto del­la cooperazione sociale è quel­lo di una forma di impresa ca­pace di produrre beni comuni. In una logica di sussidiarietà. In Europa non c’è un sistema co­sì, è un modello invidiato, e vo­gliamo chiuderlo? 
Massimo Calvi
Avvenire 14.10.12

Bitto, Branzi, e la falce da fieno


Per secoli è stato uno strumento di lavoro fondamentale nei campi, capace di rivoluzionare la storia dell’allevamento e dell’agricoltura. Ma la falce da fieno è da sempre anche un simbolo, di giustizia, giudizio finale, uguaglianza. O di ribellione contadina. E dopo anni di abbandono, soppiantata da tagliaerba a motore e ronzanti decespugliatrici, oggi la falce – la ranza, come la chiamano nelle valli lombarde dove ha mantenuto il significato di "pulizia" che le attribuiva la lingua celtica – riappare in nome di un ritorno all’antico, brandita nelle zone montane a reclamare la diversità dalla pianura, la possibilità di un’agricoltura che si stacca dalla dimensione industriale e ritrova un passo naturale, sostenibile, di qualità. Lontana da chimica, tossine e Ogm.
La ranza è già idealmente il simbolo dell’alleanza dei sei «Formaggi principi delle Orobie» – Branzi Ftb, Formai de mut, Agrì, Strachitunt, Stracchino e Bitto storico – oggi riuniti lungo i sentieri che collegano gli alpeggi delle montagne bergamasche, valtellinesi e lecchesi, per rivendicare metodi di produzione naturali, tipicità. «La falce permette di alimentare il bestiame in modo sano, con erba del posto e senza mangimi – spiega Francesco Maroni della latteria sociale di Branzi, in Val Brembana –. Se l’agricoltura di montagna vuole rinascere, ritrovando pienamente se stessa, unendo naturalità e modernità, non può che ripartire da qui».
Molto di questo parte in Valtellina, con la secessione del Bitto storico ad opera di Paolo Ciapparelli, il "guerriero" che ha ricollocato il formaggio della Valgerola nei luoghi d’origine e all’antica perfezione: mucche alimentate solo con erba degli alpeggi, munte a mano, formaggio senza fermenti. Come insegnava l’homo salvadego, che qui trasmetteva i segreti dell’arte casearia, ma solo a chi lo voleva e sapeva ascoltare. Ed è tra questi passi in alta quota che oggi si torna a parlare con maggiore forza di produzione (e turismo) sostenibile. «È una scelta necessaria. L’aumento dei costi dell’energia ha reso gli allevamenti intensivi meno economici – spiega l’agronomo Fausto Gusmeroli – le zone montane devono tornare agli allevamenti estensivi, alle razze autoctone, all’alimentazione naturale del bestiame, alla filiera corta e lontano dalla grande distribuzione». Produci qui, vendi qui. Quasi una secessione agricola, un ritorno all’autarchia della montagna, sistema chiuso ed eco-sostenibile per eccellenza. Sguardo sul passato, pensando al futuro. E la falce che torna a essere impugnata, battuta e affilata. Proposta a giovani e turisti. Come a Ornica, con i corsi di fienagione della cooperativa Donne di montagna per chi sceglie l’ospitalità dell’albergo diffuso. O come la vede Ferdy Quarteroni, imprenditore agrituristico a Lenna e nel "paradiso" della Val d’Inferno, titolare anche di una fattoria didattica: «Taglio l’erba in pendenza, vedo quello che taglio, non consumo benzina, alimento il bestiame in modo sano, produco in modo naturale. La falce è alla base della rinascita di un territorio di montagna». Per molti, ma non per tutti.

Massimo Calvi
Avvenire 13.10.12

Vitale: «Imprenditori, basta silenzi»


«Sono nelle nostre mani. Noi li fac­ciamo diventare sindaci, asses­sori e loro fanno quello che noi vogliamo, senza neanche pagare mazzet­te ». Questa frase è parte di un’intercetta­zione a un esponente della ’ndrangheta al Nord ed è riportata nell’introduzione al li­bro Corruzione a cura di Marco Vitale. Cal­za a pennello con la realtà che in queste o­re sta facendo tremare la Lombardia, dopo l’arresto dell’assessore Domenico Zambet­ti accusato di aver comprato 4mila voti dai boss.
Economista d’impresa, Vitale – che da as­sessore al Demanio al Comune di Milano nel ’94 aveva lanciato un allarme sulla ma­fia in galleria – oggi non si stupisce di fron­te alle notizie di cronaca («sono anni che si conosce l’attività e la presenza della crimi­nalità organizzata in Lombardia»), invita a una sollevazione forte della società civile, in particolare del mondo imprenditoriale («finora ha dato risposte troppo deboli») e ammette che il problema non sta nelle di­missioni o meno del governatore Roberto Formigoni perché, dice, «è tutto un sistema
che va cambiato».
La Lombardia si sveglia un giorno e scopre che si può essere eletti in Regione com­prando voti dai boss. Che effetto le fa?
La ’ndrangheta qui è diffusissima, il feno­meno è noto agli inquirenti da anni, ma è stato sottovalutato dalla politica e dai pre­fetti perché finora i boss hanno usato più la corruzione della violenza. Ma la corruzio­ne degli amministratori pubblici non è al­tro che una duplicazione di quello che si è visto in Calabria. E se la Lombardia non sa­prà reagire, tra qualche anno sarà trasfor­mata.
Che cosa intende per reagire?

La magistratura inquirente e le forze del­l’ordine stanno svolgendo un’opera silente ma importantissima, eppure non basta. Per fortuna la società civile lombarda è molto più solida di quella di altre regioni del Sud, ma la tenuta non può durare a lungo se non si alza il livello d’allarme. La società econo­mica deve muoversi con maggiore decisio­ne, perché in gioco non c’è solo la tenuta democratica, ma anche quella economica della regione. La presa di posizione delle as­sociazioni imprenditoriali è insufficiente.

In che senso?
La risposta degli imprenditori è inadegua­ta alla portata della minaccia, non si può vincere la sfida in questo modo, non basta fare manifesti, qui servono prese di posi­zione più forti e l’espulsione degli impren­ditori che non denunciano. Gli inquirenti non possono essere lasciati soli in questa battaglia, la società civile e quella econo­mica devono fare molto di più.
Quali sono gli ambiti da presidiare? Che anticorpi vanno attivati?

Edilizia, costruzioni, infrastrutture viarie, o­ra l’Expo. È chiaro che la Lombardia fa go­la. E 'questi' sono bravissimi a inserirsi nei settori chiave, bravi a capire i punti deboli di un territorio o di un’istituzione, a con­trollare i voti, a spostare centinaia e centi­naia di residenti per fare eleggere chi vo­gliono. L’acquisto di 'assessorati' è uno de­gli strumenti classici per avviare il mecca­nismo
 della corruzione.La politica come può reagire?
Non ha ancora ben compreso la posta in gioco. Qui il problema non sono solo le di­missioni del Governatore, si deve cambiare sistema, metodo, teste, moralità. Come di­ce il giudice Nicola Gratteri: dove c’è clien­telismo c’è anche corruzione e c’è anche mafia. Pochi si rendono conto che oggi la Lombardia è diventata più pericolosa della Sicilia.
 
Massimo Calvi
Avvenire 12.10.12

Così la corruzione deprime la crescita


Più tangenti, meno Pil. Più corruzione, me­no sviluppo. E se fosse proprio questo il problema della bassa crescita che affligge alcune regioni e, più in generale, tutta l’Italia? Della questione si dibatte da tempo tra gli eco­nomisti, ora uno studio sul nostro Paese dimo­stra che non solo vi è una correlazione molto for­te tra i reati di corruzione e la minore crescita e­conomica, ma il fenomeno può anche essere quantificato: se i crimini individuali aumentano dell’1%, ad esempio, la crescita sarà più bassa dell’8%. E via così.
La prova del legame tra tan­genti e minore crescita è frut­to del lavoro di tre economi­ste italiane, Nadia Fiorino del­l’Università dell’Aquila, Em­ma Galli, professoressa alla Sapienza di Roma e Ilaria Pe­trarca, dell’Università di Vero­na. Il lavoro verrà presentato lunedì prossimo all’Università Cattolica di Milano in un e­vento, in collaborazione con Libera, dal tema «Crimine e corruzione tra livelli di pote­re e rappresentanza politica». Nell’occasione ver­ranno illustrati i risultati di altre due ricerche sul rapporto tra federalismo o decentramento fisca­le,e qualità della classe politica. Un percorso che conduce ad alcune evidenze ab­bastanza nette: se la corruzione favorisce il sot­tosviluppo di una regione, il federalismo fiscale riesce a responsabilizzare e migliorare la classe politica locale, soprattutto a livello di comuni, con evidenti vantaggi in termini di servizi offer­ti e di costi pagati dai cittadini. Ma a una condi­zione: che il contesto non sia inquinato dalla pre­senza di organizzazioni mafiose. In tal caso ogni sforzo è inutile: la presenza di “oligarchie” mafiose vanifica persino l’aumento delle risorse stanzia­te per aiutare il territorio a risollevarsi dall’arre­tratezza. Le piovre si mangiano tutto.
Insomma, corruzione e mafia non sono feno­meni che necessariamente si radicano in conte­sti degradati: sono essi stessi la causa del degra­do,l’origine del sottosviluppo.
«Queste ricerche – spiega Raul Caruso, ricerca­tore alla Cattolica esperto di economia crimina­le, e organizzatore dell’evento – indicano che e­siste una forte necessità di riforme nella direzio­ne delle liberalizzazioni, per contenere la buro­crazia, eliminare lacci e lacciuoli, ridurre gli spa­zi della spesa pubblica nei quali prolifera la cor­ruzione. Deve cambiare il modo con cui l’ente pubblico fornisce servizi ai cittadini, passando a un sistema in cui le persone possono scegliere li­beramente il fornitore, e poi detrarre fiscalmen­te la spesa sostenuta». In sostanza, un sistema fondato sul principio di sussidiarietà. «La sussi­diarietà è una piccola rivolu­zione – aggiunge Caruso – permette servizi migliori e li­bertà di scelta, ma molti ne hanno paura proprio perché sottrae potere alla classe diri­gente ».
Lo studio su corruzione e cre­scita indica come all’aumen­to di un punto percentuale dei reati di peculato la crescita di­minuisca di circa l’8%. Unen­do anche i crimini associativi la contrazione è dal 2,2%. E dove la corruzione è elevata, anche l’impatto della spesa pubblica per soste­nere l’economia viene neutralizzato: l’aumento della corruzione riduce infatti la crescita del 4,5% a parità di spesa. Dal 1980 al 2004 in Italia le de­nunce per crimini da corruzione sono salite dell’86%. In un lavoro in corso di pubblicazione di Caruso, inoltre, è evidenziata anche la corre­lazione tra aumento delle estorsioni dal 2004 al 2010 (+10,7%) e la crescita della disoccupazione di lunga durata (+5,4%).
Gli altri contributi di ricerca che vengono pre­sentati lunedì 8 ottobre, alle 10, alla Cattolica di Milano (ne parliamo nell’articolo a fianco) ri­guardano il legame tra federalismo fiscale e se­lezione dei politici e il ruolo del decentramento fiscale dove le istituzioni sono più deboli. Al di­battito oltre ai curatori delle ricerche ci saranno anche i professori della Cattolica, Massimo Bor­dignon e Luigi Campiglio, Nerina Dirindin di To­rino.

Massimo Calvi
Avvenire 2.10.12

Crisi, da cosa ripartire

Sono due i punti fermi della turbolenza che da ormai più di cinque anni sta tenendo sot­to scacco l’intera economia occidentale. Il pri­mo è che una crisi così lunga non si risolverà in un tempo breve. Non basteranno un anno o due per riportare stabilità in tutti i fronti che sono stati aperti. Quella che stiamo vivendo è ormai quasi una condizione strutturale, una crisi di sistema che interessa l’economia, la fi­nanza, la politica, la cultura e molti altri aspet­ti del nostro vivere. Il secondo punto, un po’ più difficile da far accettare a una ben radicata cul­tura economica, è che questa crisi prima che dovuta a fattori tecnici è frutto di una deriva di carattere morale. Una crisi di senso, come è sta­to rilevato da diverse parti, intendendo con que­sto la perdita diffusa del significato ultimo del­le nostre azioni, economiche e non solo.
Sono troppe, per non leggerle come circostan­ze inserite nel medesimo declino, le analogie tra quanto accaduto nelle banche e nelle grandi i­stituzioni finanziarie in termini di ricerca di guadagni immediati per sé o pochi altri, anche a costo di distruggere la realtà nella quale si è inseriti, e quanto ci raccontano ad esempio le cronache dalle varie 'sprecopoli' o 'regiono­poli', come sono state battezzate. Un disprez­zo diffuso del significato di bene comune, a più livelli, che non può essere derubricato a un sem­plice problema di norme o di confini.
Per questo, nel momento in cui vengono inter­pretati come segni di 'speranza' la prospetti­va di uno spread che rientra a livelli sostenibi­li o la previsione di un Pil che nel giro di qual­che mese potrebbe muoversi dagli abissi, sa­lendo dello zero virgola, è illuminante con­frontarsi con le essenziali parole pronunciate ie­ri dal Papa durante la celebrazione al Santua­rio della Madonna di Loreto. In una crisi che, ha rimarcato Benedetto XVI, non interessa so­lo l’economia, «l’incarnazione del figlio di Dio ci dice quanto l’uomo sia importante per Dio e Dio per l’uomo». In una prospettiva di speran­za autentica, di non solitudine, con i pensieri rivolti «ai problemi di tante famiglie» e «ai gio­vani che si aprono alla vita», il Papa torna a pro­porre un insegnamento che ha molto da dire al pensiero economico dominante: «Senza Dio l’uomo finisce per far prevalere il proprio egoi­smo sulla solidarietà e sull’amore, le cose ma­teriali sui valori, l’avere sull’essere». Ed «è pro­prio Dio che libera la nostra libertà, la libera dalla chiusura in se stessa, dalla sete di potere,di possesso, di dominio». 
Da una crisi di tale natura e di tali proporzioni, dovrebbe essere abbastanza evidente, non si esce concentrandosi solo sulle riforme che pure sono necessarie, da quelle della finanza a quelle delle istituzioni. È illusorio, cioè, pensare di poter risolvere i problemi semplicemente modificando gli strumenti a disposizione, quando la deriva duramente capitalistica dell’economia di mercato ha eretto l’egoismo a regola utile e necessaria, e ha persuaso anche tanta buona gente comune che l’unico modo per generare sviluppo è perseguire avidamente l’esclusivo interesse personale, scaricando i costi di questo illusorio benessere su qualcun altro. O su quelli che verranno dopo.
La ricostruzione di un percorso morale comune non può più permettersi di escludere dimensioni fondamentali quali il «dono di sé», l’amore che si fa «servizio e condivisione», nelle parole del Papa. Gli economisti (e i politici) più illuminati concordano oggi, finalmente, nel ritenere che sarà sempre più difficile parlare di ripresa e di sviluppo sostenibile se non verrà accettata l’idea che egoismo e avidità rappresentano percorsi distruttivi, a differenza del profitto generato dalla ricerca del bene anche per gli altri. Una nuova visione di crescita che deve riempire di contenuti termini come responsabilità e solidarietà, sussidiarietà e dignità della persona umana, fiducia e sacrificio. Nella ricerca di un «bene comune» inteso non più come la semplice somma degli interessi individuali.
Riconoscere come determinanti quei princìpi che sono anche il fondamento della dottrina sociale, e non avere paura di affermarli, è il passo più importante per provare ad
 affrontare la vera natura di questa crisi.


Massimo Calvi
 
Avvenire 5.10.12

Ilva, l'altro spread


Doveva essere l’agosto della speculazione, di una nuova crisi degli spread e dell’attacco finale alle Borse, ai titoli del debito italiano e in definitiva all’euro. L’estate è ancora lunga e l’esperienza consiglia di mantenere le dita bene incrociate – soprattutto dopo l’indiscrezione circa il possibile rinvio della decisione sul fondo Salva Stati da parte della Corte Costituzionale tedesca – ma al momento quello in cui il nostro Paese si trova immerso è un problema molto "old economy". Acciaio e aerei. L’Ilva di Taranto e il vettore aereo Windjet. Aggiungiamo l’auto, con la Fiat che ha due stabilimenti in bilico, e il piatto è completo.

Se il differenziale col bund tedesco resta una questione serissima e niente affatto risolta, sul quale il governo fa bene a mantenere alta l’attenzione, questo agosto ci sta di fatto catapultando nella palude di un altro spread tutto italiano, quello "storico" della politica industriale, della capacità anche manageriale di gestire attività imprenditoriali, di attirare capitali e mantenere attività produttive. Ma anche della cultura necessaria a conciliare sviluppo e ambiente o, come si dice in questi giorni, lavoro e salute. L’emergere di questi nuovi problemi, fatalisticamente, sembra volerci ricordare che l’origine di tanti mali, da quelli relativi alla finanza pubblica fino ai guai delle imprese, non nascono ieri e non sono così isolati come possono apparire. Il rischio di deindustrializzazione, come quello del default dello Stato o della colonizzazione straniera sono in fin dei conti figli di un unico deficit Paese. Il "rosso" della responsabilità e della capacità di guardare oltre l’oggi e lo stretto interesse immediato o personale.

Quella dell’Ilva è una crisi vera, non è solo un cortocircuito giudiziario-politico come si sta purtroppo delineando e come inevitabilmente finisce per ridursi in Italia ogni grande questione. In questo senso gli automatismi che scattano nelle analisi dei problemi da parte degli attori sulla scena assumono contorni desolanti, persino imbarazzanti nel momento in cui arrivano ad assomigliare a dispute tra tifosi di calcio, non tra sportivi. Politica, giudici, difensori dei diritti dei più deboli o dei più forti: parti e ruoli, nella difesa delle posizioni, possono invertirsi a seconda della circostanza, ma il risultato è quasi sempre il blackout della ragione. E come per altri casi analoghi, dietro la cortina fumogena che viene alzata, si nasconde molto spesso qualche decennio di errori, omissioni, silenzi, latitanze istituzionali, deficit di programmazione. La Crisi, insomma.

Il caso Windjet, la compagnia aerea che lascerà a terra 300mila passeggeri in pieno agosto, può sembrare una vicenda completamente diversa, collegata solo dal filo dell’acciaio. Eppure mentre tutti mantenevamo lo sguardo sull’andamento quotidiano dello spread, anche questa è arrivata a ricordarci quanto sia stata fragile la politica più generale dei trasporti in Italia, e debole la struttura che promuove e supporta il turismo, soprattutto al Sud. O, ancora, come sia critica per molte imprese la dimensione dei capitali disponibili e la capacità manageriale di chi li gestisce. Quanto sta accadendo può se non altro aiutarci a ricordare che la tenuta finanziaria del Paese non è scollegata dal suo presente e dal suo futuro industriale. Allo stesso modo con cui stiamo (lentamente) imparando a fare autocritica per le mancate riforme e l’allegra gestione della cassa comune negli anni passati, forse occorre ripensare serenamente – tutti, forze politiche, sociali, sindacali – anche a quante e quali responsabilità possiamo attribuirci per il modo in cui l’Italia ha affrontato questioni decisive come la politica per l’industria, i nodi energetici, ambientali e del trasporto, le privatizzazioni. O la costruzione di condizioni di reale competitività per le imprese, proprio per evitare che periodicamente qualcuno debba trovarsi a dover scegliere tra un impiego o il nulla, tra un posto o l’assistenza social-previdenziale, tra la salute e il lavoro. Quella che va respinta con forza, rompendo la prassi, è l’immagine di un Paese di guelfi e ghibellini, che resta a terra per le troppe urla, e non riparte più.

Massimo Calvi
Avvenire 18.08.12

L'impresa che conviene

A fare impresa, ci si rimette. Non conviene più. E non è solo colpa della crisi, anche se ovviamente la recessione crea seri problemi alla remunerazione del capitale investito. In Italia, ha spiegato bene un rapporto di Mediobanca diffuso in questi giorni, paga di più investire in Btp che nelle imprese, perché le aziende attualmente distruggono ricchezza. In buona sostanza, è come dire che se avete un’impresa in Italia vi conviene vendere tutto al miglior offerente e mettervi comodi provando a vivere di rendita. Cioè comprando titoli del debito pubblico, nella speranza di evitare comunque il default dello Stato, ipotesi purtroppo non più solo accademica; o magari investendo in case da affittare, sempre che il settore del mattone tenga e che il governo dopo l’Imu non pensi a un’altra bella patrimoniale sulla rendita immobiliare. Rischi a parte, il concetto resta lo stesso: fare impresa "non conviene". Il dato statistico è molto utile e importante, perché aiuta a capire lo stato di salute di un sistema, la sua attrattività, la sua dinamicità e quant’altro. Riflettere sui termini e sugli automatismi delle sintesi, però, può aiutare a comprendere una parte dei problemi che affliggono l’economia, non solo quella italiana. Proviamo, allora, a farlo domandandoci: perché si fa impresa? Per guadagnare, ovvio. Lo stesso motivo per cui si lavora. Ma che cos’è il guadagno in un’impresa? È solo il ritorno sul capitale che si investe, o è qualcos’altro che non si traduce solo in maggiore ricchezza per sé? E, altra questione: può essere paragonato questo guadagno con una rendita, cioè col calcolato disimpegno, con la rinuncia a costruire ricchezza per una comunità e un territorio?

Porsi queste domande in una fase nella quale è considerata già una fortuna se un’azienda non chiude per non riaprire più, lasciando a spasso centinaia di dipendenti, e nel momento in cui anche la Banca centrale europea lancia l’allarme sugli accresciuti rischi di insolvenza delle imprese italiane, può sembrare fuori luogo, se non paradossale. Eppure, a ben vedere, l’interpretazione del concetto di guadagno è una parte del problema. Lo sanno molto bene quelle centinaia e centinaia di imprenditori che nonostante le condizioni avverse e la voglia di mollare tutto, restano comunque ancorati, aggrappati al frutto del proprio impegno e della propria responsabilità. E ne sono consapevoli quegli imprenditori e quegli operatori attivi nelle cosiddette "imprese sociali", nelle cooperative dove non si fa impresa calcolando il diretto e immediato vantaggio personale, ma si guarda innanzitutto al bene della collettività. I dati che da anni ormai riguardano l’universo delle cooperative sociali raccontano di una tipologia di impresa che, nonostante il ciclo negativo, cresce, offre lavoro o quantomeno riesce a mantenerlo stabile. Non è un universo che fa enorme massa critica, con poco meno di un milione e mezzo di occupati, e va riconosciuto che, se ci si occupa di dare risposte alla frontiera del bisogno e dei servizi alle persone, è evidente che si insiste su di un segmento di mercato che in una fase di crisi può solo crescere. È tuttavia altrettanto evidente che, al di là della forma di impresa, è nell’impegno a costruire benessere diffuso, nella tensione verso il bene comune, che risiede la formula di un modello di successo. Le cooperative sociali hanno numeri forse limitati, ma il vantaggio di una enorme flessibilità anche delle dinamiche occupazionali e retributive, che riescono a gestire con minori traumi proprio perché il lavoro, e il lavoratore, non sono messi sullo stesso piano di una rendita. O, almeno, così è assai spesso e sempre dovrebbe essere.

Le analisi dimostrano che anche nell’economia sociale funziona meglio chi riesce ad avere cultura imprenditoriale, valorizza le persone che coinvolge e su cui può contare e impara a confrontarsi apertamente con la realtà del mercato, abbandonando schemi superati e pregiudizi ideologici. C’è, insomma, un varco sottile che unisce le imprese – che siano "non profit" o "for profit" conta fino a un certo punto – ed è la consapevolezza che fare impresa, e farla bene, è sempre e comunque buono per la società e per l’economia. Un valore più alto di qualsiasi rendita.
Massimo Calvi
Avvenire 10.08.12

Dagli Usa al contagio in Europa, 5 anni di crisi epocale

Sono passati cinque anni da quando anche la gente comune ha imparato a conoscere i famigerati "mutui subprime"; a scoprire che negli Stati Uniti era stata gonfiata una gigantesca bolla dei prezzi immobiliari allo scopo di drogare il Pil; a rendersi conto che su quei mutui rischiosissimi e su quella bolla una finanza avida e irresponsabile aveva costruito un castello di carte al solo scopo di generare ricchezza e profitti oltre ogni logica economica e di buon senso. Cinque anni "di guerra", nei quali si è generata una crisi che col tempo ha assunto nuove forme e alimentato nuovi focolai, nata negli Usa ma che ha finito per contagiare e travolgere l'Europa. Era il 9 agosto 2007 quando le banche centrali di Europa e Stati Uniti si trovarono costrette a pompare liquidità nel sistema bancario per evitare il blocco della circolazione del denaro in seguito al blocco dei fondi di investimento Bnp Paribas esposti nei subprime. Da quel giorno è stata solo una cronaca di default di istituzioni finanziarie e di salvataggi da parte dei governi, fino al fallimento, nell'autunno 2008, della banca d'affari Lehman Brothers.
Quando gli eccessi della finanza si sono trasformati in crisi planetaria di fiducia. Le distorsioni di un mercato senza regole né veri controlli, fondato sul dogma dell'arricchimento fine a se stesso, e protetto da una dottrina economica persuasa che proprio l'assenza di vincoli avrebbe riparato i danni garantendo la crescita eterna, hanno finito per rendere necessaria la ridefinizione ex novo dell'idea di uomo economico per come è stato fino ad ora descritto, bramoso cioè di perseguire solo il proprio interesse soddisfacendo solo bisogni materiali. La crisi finanziaria è diventata recessione nel 2009, e da un problema legato all'eccesso di credito, e dunque di debiti privati, si è trasformata in un fardello sui debiti pubblici, a causa delle risorse statali spese per salvare la finanza ma anche per la fuga di capitali dai Paesi meno competitivi. Il Vecchio continente si è trovato investito da una crisi che ha contribuito a creare solo in parte, pur con la responsabilità delle sue banche di stampo anglosassone, e che ora sta pagando a caro prezzo per non aver saputo costruire una vera casa comune, politica ed economica, attorno alla sua moneta.
Uno scenario che ha permesso alla speculazione di accanirsi sull'euro, aprendo la drammatica stagione degli spread. E mostrando come non vi possa essere vera unione quando il deficit è di responsabilità e solidarietà. L'Europa è oggi alla ricerca di nuovi assetti e di una nuova identità, mentre sta accogliendo un'altra recessione. Non sarà facile uscirne e non in fretta. Cinque anni dopo, con 40 milioni di occupati in meno e 10mila miliardi di dollari spesi dagli Stati per salvare la finanza, e costi sociali paragonabili a quelli di un conflitto, è utile fare memoria delle tappe principali, provando a trarne alcune lezioni. A cominciare dalla prima: che la ricerca del solo interesse individuale, in luogo del bene comune, nel lungo periodo lascia solo macerie.
Massimo Calvi, 5 agosto 2012

Se la Bild informa i tedeschi


Il rapporto tra informazione e andamento dell'economia è questione molto delicata. Lo è sempre, ma in particolare nei momenti di forte stress come nel caso di questa crisi. Se i cittadini americani che avevano acceso i mutui casa "subprime", ad esempio, si fossero informati meglio sulle condizioni di quei contratti, lo scoppio della bolla immobiliare avrebbe forse avuto un effetto meno devastante. E ci troveremmo di fronte a uno scenario diverso se le agenzie di rating avessero diffuso informazioni corrette circa l'affidabilità di determinati strumenti finanziari, per non parlare dei giudizi riservati agli Stati "nemici". Il discorso può essere esteso anche all'effetto che un'informazione chiara e completa può avere sull'opinione pubblica e, di conseguenza, sull'andamento dell'economia e sulle risposte che una classe politica può dare. Per restare in casa nostra, il dibattito sulle riforme sarebbe diverso se ricordassimo ad esempio che il vuoto di risorse che oggi si registra nell'assistenza, nel welfare o nelle tutele per i giovani, deriva anche dalla durissima opposizione a una seria revisione della previdenza già dal 1994, ai tempi del primo governo Berlusconi. Il ragionamento vale ovviamente per l'Europa, nel quadro della crisi del debito e del dibattito sugli interventi per la difesa dell'euro. L'idea è che se l'opinione pubblica nell'Eurozona avesse una visione corretta e completa delle ragioni di questa crisi e dei fattori che la alimentano, la strada per superare i problemi sarebbe meno ripida. Per questo più di tanti vertici può rivelarsi importante il fatto che ieri per la prima volta il popolare quotidiano tedesco Bild abbia incominciato a informare i suoi lettori di alcune verità finora nascoste. Il tabloid noto per il taglio scandalistico che ama dare alle notizie, questa volta ha scritto che «noi tedeschi non paghiamo soltanto, poiché con i bassi tassi di interesse ad avvantaggiarsi massicciamente sono i consumatori e lo Stato». E ciò in ragione del fatto che per i Bund decennali «Berlino paga solo l'1,25% di interesse, mentre l'Italia sui Btp sborsa il 5,96%». Apriti cielo. Grazie a questo scenario, informa il quotidiano, la Germania in tre anni ha ottenuto un guadagno fino a 100 miliardi di euro. Chissà se i tedeschi ora staranno anche facendo due più due, arrivando a comprendere a chi giova veramente il clima di tensione continua sui mercati, e quale obiettivo reale ottenga l'opposizione dei "falchi" della Bundesbank allo scudo anti-spread. Il problema è che per lungo tempo la classe politica, e la stampa, del blocco dei Paesi definiti un po' affrettatamente "virtuosi", ha lavorato per alimentare la favola di un Sud spendaccione e di un Nord integerrimo. Negando abilmente non solo le responsabilità di alcune nazioni e delle loro banche nel guastare l'intero sistema finanziario, ma celando anche i vantaggi incamerati con l'unione monetaria e persino con il perdurare della crisi. Ancora la Germania, ad esempio, ha tratto un enorme vantaggio dal fatto che nell'euro siano stati inclusi proprio Paesi "fragili" come la Grecia: questo le ha consentito di beneficiare di un cambio più debole rispetto a quello che avrebbe avuto mantenendo il marco tedesco, avvantaggiandosi così nelle esportazioni fuori dall'Eurozona (vantaggio di cui continua a godere, come dimostrano le vendite record del gruppo Audi-Volkswagen o della Bayern); inoltre, i tassi di interesse più bassi "portati" dall'euro nelle nazioni del Sud, hanno spinto la gente ad aumentare i consumi indebitandosi, acquistando così (anche) più prodotti made in Germany. Le verità sulla crisi e sul suo corso sono molte e complesse. Il giro di Mario Monti tra i leader europei si sta rivelando efficace per l'autorevolezza che il premier italiano può spendere nell'illustrare i molti risvolti che riserva l'analisi e l'esposizione completa dei problemi.
Eppure per l'uscita dal tunnel, dopo il ruolo della Bce che oggi riunisce il direttivo per assumere decisioni molto importanti, o della inflessibile Bundesbank, può rivelarsi altrettanto decisiva l'opera svolta da un'altra "B", per la capacità che ha di influire sull'opinione pubblica e in definitiva sulla politica: quella di Bild.
Massimo Calvi
Avvenire 2.8.2012

Draghi parla chiaro


Sono bastate poche parole di rassicurazione, pronunciate dal presidente della Banca centrale europea Mario Draghi ieri a Londra, per far vivere ai mercati una giornata memorabile. Quel «siamo pronti a tutto per salvare l'euro» è stato capace di far crollare lo spread tra i titoli italiani e quelli tedeschi di quasi 50 punti in poche ore e di liberare le Borse dal cappio della speculazione ribassista determinando rimbalzi più che incoraggianti (+5,6% Milano, +4,1% Parigi, +2,8% Francoforte). Una boccata d'ossigeno necessaria, considerato quanto pesa sulle casse pubbliche il maggiore costo del finanziamento del debito dovuto agli alti tassi dei buoni del Tesoro, ma che non deve spingerci a ritenere improvvisamente superati i problemi dell'Eurozona o a trarre conclusioni affrettate. Draghi ha detto quello che i mercati avevano bisogno di sentirsi dire da mesi: cioè che l'euro è irreversibile, che la banca centrale è pronta a tutto per difenderlo, che l'Eurozona è più forte di quello che si ritiene, che è impensabile lasciar uscire un Paese dalla moneta comune, che i meccanismi di difesa ci sono e sono pronti a funzionare meglio che in passato. E, infine, che l'area euro ha bisogno di più unione. È evidente che Draghi ha potuto sciogliere questa riserva comunicativa una volta accertato di poter contare su un via libera politico diffuso e sostanziale; ma, allo stesso tempo, pur dicendo che la Bce ha già il mandato per intervenire, ha voluto sollecitare l'attribuzione di maggiori poteri all'istituto, perché solo con una banca centrale degna di questo nome un'unione monetaria può reggersi e reggere agli attacchi. A prescindere da quali saranno le conseguenze tecniche di questi annunci, si impongono alcune considerazioni.
La reazione dei mercati alle parole di Draghi, per prima cosa, ci ricorda come i problemi dell'Eurozona in questo momento nascano essenzialmente da una crisi di fiducia e di credibilità. È sufficiente lasciar capire che c'è qualcuno a fare la guardia all'euro per riportare un minimo di serenità sui mercati e rendere meno oneroso il costo del risanamento dei Paesi nel mirino. Una lezione importante, se si considera che gran parte dei problemi nasce proprio dalla perdita di tempo e dai tentennamenti dei leader europei nella ricerca di risposte alla crisi, oltre che dalle parole avventate di tanti politici in cerca di piccoli tornaconti locali qua e là per l'Europa.
In secondo luogo, se si è dimostrata decisiva l'immagine di un'Europa capace di parlare con una voce sola, autorevole e forte, non si può non sottolineare l'anomalia di un continente nel quale a tenere insieme i pezzi della casa comune sia il capo della banca centrale, non una guida politica democraticamente eletta.
La distorsione è insita nel fatto che l'Eurozona non coincide con l'Unione, ma constatarlo dovrebbe convincere gli elettori europei a considerare quanto sia importante raggiungere in fretta anche l'unione politica, non solo quella bancaria, economica e monetaria.
Terzo rilievo: una buona giornata sui mercati non indica la fine delle difficoltà. Anzi. In questo momento tutti guardano giustamente agli spread, perché rappresentano la misura della distanza tra i Paesi, e il loro ampliamento non fa che avvicinare al punto di rottura l'Eurozona. Ma a preoccupare maggiormente dovrebbe essere l'acuirsi della recessione, l'allungamento dei tempi di durata della crisi economica e la diffusione del contagio, a causa delle misure di risanamento e di tagli imposti come "cura" ai Paesi più deboli. Una crisi reale che colpisce violentemente l'Italia, la Spagna, la Grecia, il Portogallo, ma che si è già estesa alla Gran Bretagna, e nei prossimi mesi toccherà inevitabilmente altri, Germania compresa. I segnali ci sono già e le ricadute saranno molto dure da sopportare, con prevedibili rigurgiti anti europei, e non solo.
L'ultima considerazione è legata proprio agli effetti della recessione e alla capacità della classe dirigente europea di fornire risposte adatte a fronteggiare la nuova emergenza, gli effetti sulla società, le persone, le famiglie. Dopo cinque anni di crisi ininterrotta, di guasti prodotti dagli eccessi del liberismo e dello statalismo, sarebbe un grave errore illudersi che a salvare l'Europa e la sua gente, e ad assicurare anche la stabilità sociale, bastino la ripresa delle Borse e il rientro degli spread. Ignorando il senso e l'importanza di lasciare invece campo libero all'alternativa di quell'economia di mercato che si mette al servizio della società.


Massimo Calvi
Avvenire, 27.07.2012

The euro is here to stay


«The euro is here to stay». L'euro è qui per restare. È una breve e semplice frase ? pronunciata da Mario Monti, non a caso, nella lingua dell'economia e dei mercati ? a esprimere il senso del vertice di ieri a Roma tra i leader delle quattro maggiori economie dell'Eurozona. Conta poco come hanno reagito i mercati nell'immediato, o come si comporteranno lunedì, o ancora dopo il Consiglio europeo di giovedì e venerdì, i grandi capitali speculativi che da mesi tengono sotto scacco Borse, spread e governi. L'aria di Roma, la città che si dice eterna e dove l'Europa si è formata, sembra aver avuto un effetto benefico in favore degli sforzi per completare il cammino europeo e costruire una casa comune attorno all'euro, un edificio finalmente capace di arginare gli effetti delle crisi e alimentare una crescita sostenibile.

L'incontro tra i capi di governo di Italia, Francia, Germania e Spagna non aveva il mandato di fornire risposte pratiche e soluzioni concrete alla crisi, ma piuttosto di verificare e far convergere le posizioni dei Paesi che maggiormente rappresentano i due fronti dell'Europa, divisa nella parziale rappresentazione tra economie forti e virtuose da una parte e realtà fragili e fiscalmente disordinate dall'altra. Eppure l'agenda del Consiglio europeo del 28 giugno si è già arricchita di soluzioni: la proposta di destinare l'1% del Pil del continente, circa 130 miliardi di euro, a politiche per sostenere la crescita e rendere il rigore meglio sopportabile è un passaggio ormai fondamentale e accettato, accanto a proposte più trasversali, dove è ancora necessario convergere maggiormente, come la tassa sulle transazioni finanziarie, il piano anti-spread sostenuto da Italia e Francia, misure dirette per accelerare l'unione bancaria, o la prospettiva confermata degli eurobond. Ed è emblematico che proprio ieri la Banca centrale europea, guidata da Mario Draghi, abbia deciso, quasi a supportare il vertice capitolino in un virtuale braccio di ferro con la tedesca Bundesbank, di rendere più agevoli gli aiuti alle banche dei Paesi dove i titoli del debito sono sotto pressione.
Quello che resterà del vertice di ieri, se le sensazioni positive saranno confermate, è soprattutto il passaggio che il nucleo del Continente ? le parole di Monti, Merkel, Hollande e Rajoy sono state dirette e precise ? ha deciso che dell'euro abbiamo bisogno e l'unione monetaria continuerà, come da Trattati, a essere irreversibile. Un paletto fondamentale, destinato a diventare un muro nella dinamica politica nazionale, e non solo. Ha fissato inoltre che non vi può essere rigore senza crescita, ma neppure integrazione senza regole né controlli, non saranno possibili cessioni di sovranità senza solidarietà. Soprattutto, alzando lo sguardo sopra l'irrazionalità a breve termine degli scambi speculativi, è stato sancito l'impegno di un obiettivo vero, a lungo termine, che è una maggiore integrazione europea.
Unica strada possibile, dopo la sola e solitaria unione della moneta: dunque unione politica, economica, bancaria, fiscale. Europa davvero, insomma.

Parole, ma si spera non a vuoto. La consapevolezza che tutti, seppur in modo differente, hanno incassato vantaggi dalla moneta unica senza curarsi degli effetti dell'inazione, e che tutti hanno la loro quota di colpe, come ha ricordato Monti a Francia e Germania citando il tradimento di Maastricht del 2003, conduce alla necessità che tutti, ora, siano chiamati a cedere responsabilmente qualcosa per ottenere, insieme, un di più dall'unione nel rispetto delle regole. Questa è l'eredità potenziale della tappa romana della carovana dei vertici, a prescindere dalla rigidità tedesca e dalla voracità (e dall'interessata miopia) dei mercati.
La crisi internazionale, crisi innanzitutto morale ha ricordato Papa Benedetto XVI, proprio ieri, in udienza col mondo agricolo italiano, nasce da eccessi di irresponsabilità, politica e finanziaria. E la soluzione non può che venire da impegni e tentativi leali per ricostruire la fiducia compromessa tra le nazioni e tra i popoli, prima che da norme, regole o pur necessarie soluzioni tecniche.
Termini come solidarietà e responsabilità non sono ricette ideali, ma soluzioni concrete, e ieri sono sembrate meno vuoti che in passato. Tra cinque giorni, a Bruxelles, tutti alla controprova di una irreversibile responsabilità.

Massimo Calvi
Avvenire, 23.06.2012

Balotelli. Mamma e figlio


Non serve essere genitori per guardare la foto di Mario Balotelli che abbraccia sua madre, e avere voglia di fermarsi. Per continuare a guardarla, a lungo, isolandola da tutto: dalla partita, dalla vittoria sui tedeschi, dalla gioia, dalle volgarità anti-Merkel, dal vertice di Bruxelles, dagli spread e dalle Borse. Dalle altre notizie attorno, come fosse l'unica vera notizia del giorno. Una madre che abbraccia suo figlio. Un figlio che corre ad abbracciare sua madre. C'è altro da raccontare?
Le foto parlano da sole, ma vanno guardate. C'è una maglia azzurra, una divisa, c'è una scritta che dice "Italia". Siamo noi, è casa nostra è il nostro Paese. È la nostra foto. La mamma chiude gli occhi, stringe la testa del figlio a sé, comprime le labbra in una smorfia. Può essere tornato da una guerra quel ragazzo, da una missione, da un viaggio lontano e difficile, o reduce al culmine della sua giornata di lavoro, da un successo, da una vittoria. È un ritorno a casa: figlio mio, finalmente, eccoti qua. Figlio mio.
C'è la pena, la sofferenza, e per questo la gioia, la liberazione che sgorga con le lacrime e si rafforza nell'abbraccio. È stata dura, ma è fatta. Un figlio che sorride poco, che esulta poco, che deve ancora imparare a fare festa, corre da sua mamma. La nostra prima parola: mamma. Come solo noi italiani lo sappiamo dire, da sempre, veri campioni in questo. L'istantanea che stiamo guardando è l'immagine della mamma italiana, aggiornata, anno 2012. Ma veramente siamo ancora così?
E c'è il colore della pelle. Guancia contro guancia, le lacrime e il sudore che si mischiano, scivolando sulla pelle scura e su quella chiara. Qualcuno già dice che questa foto è, e sarà, lo spot più bello a favore dell'affido e dell'adozione. Di quella sorta di dolcissima e vera guerra totale e infinita che è, comunque, la ricerca, l'arrivo, la nascita o l'accoglienza, la crescita, l'educazione di un figlio. Dei dubbi e delle paure di essere o voler essere genitore. Perché anche qui un giorno arriva il momento dello spread, della distanza. I problemi che aumentano con l'età, il carattere, una vita complicata, come il passato che ritorna e presenta il suo conto.
Poteva non esserci una partita di calcio prima di quella foto, ma una partita c'è stata. Mario Balotelli non è uno che piace a tutti, non lo puoi prendere così com'è e farne di botto la bandiera, l'esempio, il modello. È straordinario, straripante, ma sbaglia tanto e si merita fiumi di critiche, a volte snerva per manifesta indolenza o per eccesso di rabbia, è un pozzo di notizie che non abbiamo voglia di leggere o di sguardi che non vorremmo incrociare. Ed è il bersaglio di parole e di gesti e di ululati che non dovremmo mai sentire. Ma è un ragazzo. Che a un certo punto fa i tre gol più belli, puliti e perfetti del campionato europeo di calcio. Impara a esultare. E a fine partita corre semplicemente ad abbracciare sua madre. Figlio mio. Mamma.

Massimo Calvi
Avvenire, 30.05.2012

L'Europa senza guida


La sonora sconfitta del partito della cancelliera tedesca Angela Merkel nel maggiore land del Paese e la situazione di pericoloso stallo politico in Grecia hanno fornito ai mercati una formidabile occasione per accanirsi sui mali europei, sulla fragilità della sua classe dirigente e sui limiti evidenti della struttura che sorregge l'euro. Niente di nuovo, si dirà: che la Cdu perdesse in Nordreno-Westfalia era dato per scontato, anche se non nelle proporzioni con cui si è poi configurata la sconfitta del partito fautore del rigore in Europa; e di possibilità che la Grecia possa uscire dall'euro si parla da mesi, da ben prima che Atene diventasse di fatto ingovernabile dopo le elezioni di settimana scorsa. Dove sta il problema, allora? Perché i mercati ? o la speculazione, come la si preferisce chiamare quando il segno davanti ai valori quotati diventa negativo ? ieri hanno fatto schizzare gli spread di Italia e Spagna e affossato le Borse? Le ragioni di questo, purtroppo, continuano a essere le solite da tempo: l'Unione è un continente politico ingovernato (e ingovernabile), nel quale la sovranità dei singoli Paesi non ha ceduto nulla, o quasi, a favore di una guida capace di guardare all'Europa nel suo insieme, nell'interesse di tutti e non solamente di qualcuno, per non dire del più forte. È su questa base instabile e traballante che il duo Merkel-Sarkozy, per rispondere esclusivamente ai rispettivi elettorati, ha potuto far sì che la Grecia andasse lentamente alla deriva, imponendo a tutti i Paesi con livello di debito più critici una ricetta del rigore fine a se stesso capace di trascinare nel baratro l'economia dell'intero continente. Fedele cartina di tornasole di questa condizione strutturale è la moneta dell'Eurozona: concepita per essere irrevocabile, in realtà molti leader europei sempre più spesso trovano utile affermare, quando si tratta di doversi dare una spolverata di pubblico rigorismo, che dall'euro si può tranquillamente uscire se non se ne rispettano le regole. Nelle ultime ore lo hanno fatto ancora, abbastanza imprudentemente, il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schauble e il presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso. Un gioco al massacro dalla memoria corta. Da quando la tempesta del debito pubblico si è abbattuta sull'Europa, diversi governi hanno dovuto pagare, in un modo o nell'altro, seppure per responsabilità diverse, il loro tributo alla "dittatura degli spread", cedendo il passo (in genere al partito fino a quel momento all'opposizione o a "tecnici"): è accaduto in Irlanda, Portogallo, Spagna, Italia, Grecia.
Finito il giro dei cosiddetti "Piigs", analoga sorte è toccata alla Francia, con l'uscita di scena di Sarkozy e la vittoria del socialista François Hollande, mentre ora in difficoltà appaiono i governi in carica in Olanda e, dopo il voto di domenica, in Germania. È possibile che i terremoti politici più recenti stiano facendo maturare in Europa una maggiore sensibilità verso la necessità di politiche per la crescita, oltre al dovere della disciplina di bilancio. Ma è altrettanto realistico pensare che le antiche posizioni, a Berlino come ad Atene, possano invece ulteriormente irrigidirsi.
E poi in un processo di questo tipo non è mai facile definire con chiarezza dove arrivi la pressione dei mercati e dove invece incominci la volontà dei popoli e, soprattutto, come questa possa incanalarsi in un percorso virtuoso invece che produrre derive populiste e disgreganti. La realtà è che l'Europa sta implodendo a causa del suo essere fragile e ondivaga nella ricerca di soluzioni alla propria crisi, più appesa ai problemi elettorali interni di singoli Paesi, o di singole regioni, che salda nelle convinzioni di un modello di sviluppo condiviso e comune. Senza la categoria della solidarietà, si potrebbe ricordare, il principio di sussidiarietà sul quale si fonda la libertà europea non può che trasformarsi in un'esaltazione dell'egoismo, come sta avvenendo. È in questa preoccupazione che va individuata la prima riforma necessaria. Più del rigore e della crescita.
Massimo Calvi
Avvenire, 15.05.2012