Così la corruzione deprime la crescita


Più tangenti, meno Pil. Più corruzione, me­no sviluppo. E se fosse proprio questo il problema della bassa crescita che affligge alcune regioni e, più in generale, tutta l’Italia? Della questione si dibatte da tempo tra gli eco­nomisti, ora uno studio sul nostro Paese dimo­stra che non solo vi è una correlazione molto for­te tra i reati di corruzione e la minore crescita e­conomica, ma il fenomeno può anche essere quantificato: se i crimini individuali aumentano dell’1%, ad esempio, la crescita sarà più bassa dell’8%. E via così.
La prova del legame tra tan­genti e minore crescita è frut­to del lavoro di tre economi­ste italiane, Nadia Fiorino del­l’Università dell’Aquila, Em­ma Galli, professoressa alla Sapienza di Roma e Ilaria Pe­trarca, dell’Università di Vero­na. Il lavoro verrà presentato lunedì prossimo all’Università Cattolica di Milano in un e­vento, in collaborazione con Libera, dal tema «Crimine e corruzione tra livelli di pote­re e rappresentanza politica». Nell’occasione ver­ranno illustrati i risultati di altre due ricerche sul rapporto tra federalismo o decentramento fisca­le,e qualità della classe politica. Un percorso che conduce ad alcune evidenze ab­bastanza nette: se la corruzione favorisce il sot­tosviluppo di una regione, il federalismo fiscale riesce a responsabilizzare e migliorare la classe politica locale, soprattutto a livello di comuni, con evidenti vantaggi in termini di servizi offer­ti e di costi pagati dai cittadini. Ma a una condi­zione: che il contesto non sia inquinato dalla pre­senza di organizzazioni mafiose. In tal caso ogni sforzo è inutile: la presenza di “oligarchie” mafiose vanifica persino l’aumento delle risorse stanzia­te per aiutare il territorio a risollevarsi dall’arre­tratezza. Le piovre si mangiano tutto.
Insomma, corruzione e mafia non sono feno­meni che necessariamente si radicano in conte­sti degradati: sono essi stessi la causa del degra­do,l’origine del sottosviluppo.
«Queste ricerche – spiega Raul Caruso, ricerca­tore alla Cattolica esperto di economia crimina­le, e organizzatore dell’evento – indicano che e­siste una forte necessità di riforme nella direzio­ne delle liberalizzazioni, per contenere la buro­crazia, eliminare lacci e lacciuoli, ridurre gli spa­zi della spesa pubblica nei quali prolifera la cor­ruzione. Deve cambiare il modo con cui l’ente pubblico fornisce servizi ai cittadini, passando a un sistema in cui le persone possono scegliere li­beramente il fornitore, e poi detrarre fiscalmen­te la spesa sostenuta». In sostanza, un sistema fondato sul principio di sussidiarietà. «La sussi­diarietà è una piccola rivolu­zione – aggiunge Caruso – permette servizi migliori e li­bertà di scelta, ma molti ne hanno paura proprio perché sottrae potere alla classe diri­gente ».
Lo studio su corruzione e cre­scita indica come all’aumen­to di un punto percentuale dei reati di peculato la crescita di­minuisca di circa l’8%. Unen­do anche i crimini associativi la contrazione è dal 2,2%. E dove la corruzione è elevata, anche l’impatto della spesa pubblica per soste­nere l’economia viene neutralizzato: l’aumento della corruzione riduce infatti la crescita del 4,5% a parità di spesa. Dal 1980 al 2004 in Italia le de­nunce per crimini da corruzione sono salite dell’86%. In un lavoro in corso di pubblicazione di Caruso, inoltre, è evidenziata anche la corre­lazione tra aumento delle estorsioni dal 2004 al 2010 (+10,7%) e la crescita della disoccupazione di lunga durata (+5,4%).
Gli altri contributi di ricerca che vengono pre­sentati lunedì 8 ottobre, alle 10, alla Cattolica di Milano (ne parliamo nell’articolo a fianco) ri­guardano il legame tra federalismo fiscale e se­lezione dei politici e il ruolo del decentramento fiscale dove le istituzioni sono più deboli. Al di­battito oltre ai curatori delle ricerche ci saranno anche i professori della Cattolica, Massimo Bor­dignon e Luigi Campiglio, Nerina Dirindin di To­rino.

Massimo Calvi
Avvenire 2.10.12