Chiara Ferragni non ha saputo far bene il bene

Raccontano che Chiara Ferragni sia distrutta e non esca di casa da giorni. Anche a voler essere cinici e disillusi, incapaci cioè di credere all’autenticità di ogni racconto che provenga da “casa Ferragnez”, questa volta può essere vero. Il caso delle sponsorizzazioni ai pandoro della Balocco e alle uova di Pasqua della Dolci Preziosi, operazioni agganciate a iniziative di solidarietà che a quanto risulta non erano così “generose” come pubblicizzato, e soprattutto poco trasparenti, sta producendo molti più danni di quelli che l’influencer aveva immaginato.

Qualcuno ha fatto i conti dei follower persi, e sono molti, anche se rappresentano una goccia a fronte di 30 milioni di seguaci in tutto il mondo. Qualcun altro ha calcolato la perdita economica del valore dei post in rete, ma anche in questo caso con 40 milioni l’anno di entrate non c’è molto da preoccuparsi. Il problema di Chiara Ferragni, in questo momento, è capire quanto potrà ingrossarsi ancora la valanga per il danno di reputazione subito dalla sua immagine pubblica. In seguito all’esposto di un’associazione di consumatori la procura di Milano ha aperto due indagini, una per il pandoro e una per le uova, muovendo la Guardia di Finanza. Eppure, si potrebbe dire che anche questa ulteriore tempesta, con il tempo e le necessarie verifiche, o risposte adeguate da parte dell’influencer – possibilmente migliori del video di scuse con tuta e trucco veicolanti mestizia e costrizione – potrebbe produrre effetti tutto sommato gestibili.

L’elemento più preoccupante è invece proprio l’effetto-valanga collegato alla perdita di valore del brand Ferragni pensando alle imprese e ai marchi che l’hanno scelta come testimonial, o pensavano di farlo, firmando accordi economici. La peggiore notizia di queste ore è, in tal senso, la decisione del gruppo Safilo di interrompere, per presunta «violazione di impegni contrattuali», l’accordo di licenza per una collezione di occhiali griffati.

È il primo accordo commerciale che salta, e il punto è capire cos’altro potrà succedere. La fiducia è qualcosa che si costruisce con il tempo, con dedizione e talento, ma può bastare poco per distruggere un patrimonio frutto di anni di lavoro. Il fatto che un organo di informazione abbia intervistato Wanna Marchi, accostando la televenditrice degli “scioglipancia” alla figura di Ferragni, rende l’idea del drappo che sta calando su quella che fino a pochi giorni fa era un’immagine radiosa e splendente, capace di trasformare in oro tutto quello che riusciva a illuminare.

Non è scontato rilevare come questa vicenda sia incominciata: con un’operazione, o forse di più, che avrebbe dovuto essere segnata dalla solidarietà e dalla bontà, mentre in realtà si trattava solo di un modo per guadagnare soldi. Quando si dice “fare bene il bene”, non è cullarsi con uno slogan: la beneficenza, se messa in pratica in modo corretto, può restituire molto. Anche – sì, è vero, non è uno scandalo dirlo – in termini di immagine. La sola condizione richiesta è quella dell’autenticità. Di un’etica che può avere origine dalla bontà d’animo, ma che deve essere alimentata da condizioni e pratiche caratterizzate dall’ossessione della correttezza, della trasparenza, della serietà.

Oltre l’universo delle borse griffate e delle tute grigie finto-povere, c’è un mondo in cui il meccanismo della fiducia funziona solo nel momento in cui si è, non semplicemente si appare. Chiara Ferragni è una persona, gli attacchi e l’odio che le stanno piovendo addosso in seguito a questa crisi non sono giustificati dall’invidia per il suo successo e la sua ricchezza, e nemmeno dal fatto di non essere stati spesso d’accordo con le sue idee e prese di posizione. Ma Chiara Ferragni è anche un’impresa, che ha fatto della persona un valore di mercato. La vera sfida, la più difficile, sarà riconquistare un equilibrio corretto tra queste due dimensioni. E provare a ripartire con un passo diverso, che non è scontato conosca. Ma che, in fondo, è più semplice di quanto si possa pensare.

Massimo Calvi
Avvenire 22.12.23

Billari: ripopoliamo la nave Italia

A inizio 2023 l’Italia contava circa 59 milioni di abitanti, uno su quattro con più di 65 anni, uno su otto con meno di 14. Per il 2050 l’Istat si aspetta, nello scenario mediano, che la popolazione si riduca a 54,5 milioni di persone e che la fascia di età più numerosa sia quella tra i 75 e i 79 anni. Ma la demografia non è – o meglio non dovrebbe essere – destino. Per virare verso acque migliori abbiamo bisogno di ripopolare la “nave Italia”: attirare e integrare famiglie e giovani stranieri, aiutare le coppie ad avere i figli che desiderano, ridurre la dispersione scolastica, aumentare il numero di laureati. Insomma, serve accrescere il “capitale umano”.
Francesco Billari, 53 anni, demografo, rettore dell’Università Bocconi, ha appena pubblicato per Egea un densissimo e prezioso saggio dal titolo Domani è oggi – costruire il futuro con le lenti della demografia, nel quale offre un approccio basato sulle persone e sul tempo, per aiutare a capire quanto sia necessario, di fronte alle sfide del presente, emanciparsi dalla sensazione di “permaemergenza” e governare il cambiamento a partire da una solida analisi dei dati.
Ne deriva, per l’Italia che invecchia e si restringe, la necessità di riforme coraggiose in tre ambiti fondamentali: l’immigrazione, la scuola, l’autonomia residenziale dei giovani. «Si tratta – spiega Billari ad “Avvenire” – di costruire una società aperta e inclusiva, amichevole, rispettosa delle diversità, cosmopolita, dove la qualità della vita è alta, i giovani non devono fuggire, mentre chi arriva desidera rimanervi, è accolto e aiutato a integrarsi».
In 20 anni la quota di popolazione straniera in Italia è salita dal 2,7 all’8,6%. L’immigrazione è un fenomeno strutturale, non un’emergenza. «In un contesto di bassa fecondità le migrazioni forniscono un apporto demografico fondamentale – dice Billari –. Essere una terra di immigrazione è il frutto di un successo, accettiamolo, anche perché nell’attrazione di popolazione siamo in competizione con altri Paesi. Non abbiamo altre opzioni: dobbiamo attirare persone e famiglie alla ricerca di una vita migliore, e per fare questo è necessario dotarsi una politica migratoria esplicita».
L’obiettivo di mantenere la popolazione costante si traduce in almeno 450mila ingressi l’anno per i prossimi dieci anni, cioè 100mila immigrati in più al netto delle emigrazioni. Come? Decreti flussi ampliati, canali di ingresso regolari per studenti, lavoratori e famiglie, investimenti per l’integrazione di chi è già qui, ius soli temperato, uno sguardo capace di vedere nei richiedenti asilo una sfida di accoglienza e anche un’opportunità. «Dobbiamo essere franchi e pragmatici: se ci mettessimo tutti insieme ad analizzare i dati, il tema di una gestione inclusiva dell’immigrazione raccoglierebbe consensi bipartisan». L’invito è a ritrovare lo «spirito costituente».
E la natalità? Billari esprime una visione guidata dal realismo. «Prima che un amento dei nati produca effetti, pensiamo ad esempio al sistema previdenziale, devono passare decenni. È un errore contrapporre migrazioni e natalità: in un’ottica di lungo periodo è importante investire a favore della genitorialità, ma l’ottica del demografo dice che oggi non possiamo prescindere dal fenomeno migratorio e da politiche di integrazione. L’Italia deve diventare un Paese in cui sia bello crescere i figli, per gli italiani e per coloro che ci permetteranno di tenere le scuole aperte nei territori che si spopolano».
Anche in questo caso, si tratta di affrancarsi dalla narrazione ansiogena dell’emergenza permanente. «I Paesi di riferimento nel welfare familiare, come la Francia e la Svezia, o la Germania, hanno affrontato il problema molto tempo fa, partendo da una solida analisi dei dati, e i risultati sono arrivati con gli anni. Cosa serve? Non c’è una singola grande riforma capace di far ripartire le nascite. In Italia si è riscontrata una grande convergenza nell’approvazione del Family act… Poi ci si deve confrontare le risorse disponibili e i problemi di bilancio». Oltre che con un’agenda delle priorità piegata sul presente, come dimostra anche l’ossessione per il tema previdenziale. Billari ci offre un altro esempio emblematico: «Se si parla di una misura come il Reddito di cittadinanza la prima cosa a cui si dovrebbe pensare è che arrivi innanzitutto ai bambini, come in altri Paesi, invece in Italia sono stati penalizzati proprio i minorenni».

L’orologio delle riforme chiama in causa soprattutto la scuola. Metà degli studenti in Italia non raggiunge titoli e livelli di apprendimento adeguati, il 38% dei maschi e il 33% delle femmine tra i 25 e i 64 anni non ha diploma scuola secondaria (in Europa la media è del 20%), i laureati sotto i 34 anni sono meno del 30%, peggio che in Colombia o Costa Rica, mentre Paesi con problemi demografici simili a quelli italiani, come Corea del Sud o Giappone, sono sopra il 60%. «La nostra è una scuola dei pochi e dei migliori – sostiene Billari – frutto dell’impostazione selettiva ed elitaria che la riforma Gentile del 1923 ha impresso al sistema. È un modello pensato in un altro scenario demografico, quando si riteneva di dover fare selezione, e non inclusivo per la maggioranza della popolazione. Non possiamo più permettercelo. Se ci sono pochi giovani, dobbiamo riuscire a portarli al livello più alto possibile, tutti quanti, ponendo l’attenzione sui più deboli, che spesso sono i nuovi italiani. Crescere ragazzi e lasciarli indietro è una bomba a orologeria».
Contro i bassi livelli di apprendimento e l’alta dispersione serve far studiare di più e più a lungo: il suggerimento è di elevare l’obbligo formativo pieno a 18 anni e prevedere un indirizzo comune superiore fino ai 16, come avviene nei Paesi in cui più studenti raggiungono la laurea, e non dover così prendere decisioni chiave per il futuro a 12-13 anni. Una visione inclusiva e ambiziosa, quella di Billari, che cita anche Barbiana: «Don Milani era attento alla necessità di alzare il livello complessivo delle competenze, e partiva dall’esame dei dati: Lettera a una professoressa, da questo punto di vista, può essere visto come un compendio di statistica». Più laureati, più campus universitari e meno studenti nelle “camerette” di casa, sostegni pubblici per l’autonomia residenziale, un sistema capace di attrarre giovani con alte qualifiche (gli universitari stranieri in Italia sono meno del 3%, la media Ocse supera il 10%).
L’immagine della “nave Italia” non è solo una suggestione, deriva dal grafico sulla popolazione per età, che ai tempi in cui natalità e mortalità erano entrambe elevate aveva la forma di una piramide, con tanti bambini alla base e pochi anziani al vertice, mentre oggi si è capovolta e assomiglia a una nave da crociera. Dove approderà domani dipende da come la si dirige oggi. «Essere giovani in Italia è difficile – avverte Billari –. All’estero le traiettorie di carriera sono veloci, i giovani italiani più dinamici non sono disposti ad aspettare che arrivi il loro turno, preferiscono andarsene dove le porte sono aperte. Se non affrontiamo il problema, a rimanere in Italia sarà chi non può permettersi di andarsene».

Massimo Calvi
L’Economia Civile di Avvenire

Venturi: l'errore di marketing di Chiara Ferragni

«Per prima cosa dico che non va messa in croce la persona se ci sono stati degli errori nella vicenda dei pandori Balocco griffati da Chiara Ferragni. La realtà è che non si trattava di beneficenza, ma di un’operazione commerciale. Il problema nasce da qui. Piuttosto mi chiedo come sia possibile che imprese così importanti non abbiano manager competenti per relazionarsi con il sociale. In vicende di questo tipo è tutto il non profit a pagarne le conseguenze».

A parlare è Valerio Melandri, docente al Master del Fundraising dell’Università di Bologna e fondatore del festival del Fundraising, evento clou per chi si occupa di raccolte fondi e marketing legato alle cause sociali, la cui 17esima edizione si terrà dal 3 al 5 giugno 2024 a Riccione. Il fatto è noto: l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha sanzionato due aziende che fanno capo a Chiara Ferragni e la Balocco per aver messo in vendita un pandoro con prezzo maggiorato, griffato dall’influencer (alla quale era stato pagato un lauto compenso) lasciando intendere che parte dei proventi sarebbero stati destinati all’ospedale dei bambini di Torino, il Regina Margherita, in realtà solo beneficiario di una donazione precedente. Dopo le scuse di Ferragni, con la promessa della devoluzione dell’intero importo del cachet, circa un milione di euro, è emerso un caso abbastanza simile legato alla vendita di un uovo di Pasqua.

Dal punto di vista del marketing, cosa insegna questa vicenda?

Il tema è quello della disintermediazione in atto nell’economia mondiale e anche nel settore del non profit e nella beneficenza. Pensiamo a quanto avviene con Amazon per lo shopping, con Booking.com per il turismo, o con Airbnb per gli affitti delle case. La stessa cosa riguarda il sociale: oggi moltissime raccolte fondi sono organizzate direttamente in rete da persone note o altri soggetti. La disintermediazione riduce i costi e può portare maggiore efficienza. Nel caso del non profit, tuttavia, i costi intermedi sono un valore aggiunto, proprio in termini di competenze. Un’organizzazione seria del Terzo settore ha la responsabilità di verificare e vigilare sugli accordi commerciali stipulati con un’azienda.

In questo caso Ferragni è testimonial, ma allo stesso tempo un’impresa…

Va detto che Ferragni, con Fedez, ha impresso una svolta significativa al mondo del fundraising, se pensiamo che ai tempi del Covid sono riusciti a raccogliere 4,5 milioni, realizzando di fatto una delle prima dieci campagne di raccolta fondi d’Europa, e la prima in Italia. Un lavoro perfetto. Nel caso dei panettoni e delle uova di Pasqua, invece, il piano è esclusivamente commerciale, non si tratta di beneficenza: Ferragni ha venduto la sua immagine per marketing, non per un’operazione di marketing legato a una causa sociale.

In che senso?

Le classiche operazioni di cause related marketing, dalla pizza venduta per salvare Venezia alla Golia Bianca con il Wwf per gli orsi polari, hanno sempre indicato in modo trasparente che a ogni prodotto venduto corrispondeva una donazione di importo ben definito. Ci sono regole molto precise da rispettare.

Quali?

Innanzitutto il testimonial non deve essere pagato. Poi, chi offre il proprio volto deve avere anche lo stesso “tono di voce” dell’ente a quale si lega, ci deve cioè essere sintonia. Se pensiamo a figure come Pippo Baudo, Giobbe Covatta, Fiorello, Renzo Arbore… è sempre stato così. Infine la chiarezza e la trasparenza su quanto viene donato, a chi, e come. Ma, come ho detto, il caso che ha visto protagonista Ferragni è un’operazione commerciale impropriamente presentata come causa sociale. L’errore è stato questo.

Vicende di questo tipo possono produrre danni reputazionali?

È evidente che la confusione tra pratica commerciale e iniziativa sociale possa diventare un boomerang. Ma se nel mercato un’azienda subisce un danno di reputazione per una pratica scorretta, le quote di mercato che perde vanno a vantaggio di un’altra. Il danno, cioè, resta limitato a chi ha commesso l’errore. Nel non profit se uno si comporta male o non vigila abbastanza, a pagare è tutto il settore. È un po’ come in politica: se un politico ruba, la gente arriva a pensare che i politici siano tutti ladri. Per questo occorre preparazione e competenza. Mi chiedo come sia possibile che aziende così strutturate e di questo livello, come quelle che fanno capo a Chiara Ferragni, o la Balocco, non abbiano manager esperti di marketing sociale. In Italia ci sono diecimila professionisti esperti di raccolta fondi. Mi auguro che questa vicenda aiuti ad acquisire una nuova consapevolezza.

Come può tutelarsi il mondo che vive di donazioni?

Purtroppo questo non è un caso isolato, ma solo un caso eclatante. Il fenomeno della disintermediazione nel mondo delle donazioni può essere positivo, ma serve attenzione quando un ente non profit è scelto solo con l’obiettivo di fare soldi, cosa che purtroppo avviene molto spesso. Servirebbe un manuale per imparare a donare bene, fissando alcune regole. Ad esempio: donare meno per le emergenze, ma di più alle realtà che intervengono negli ambiti del bisogno in modo strutturale. Poi ci si dovrebbe preoccupare meno di quanto va in beneficenza rispetto ai costi interni dell’organizzazione, perché spesso le spese maggiori sono un valore e una garanzia di competenza. Ancora: scegliere con cura la causa che si decide di sostenere, e costruire un rapporto duraturo.

Massimo Calvi

Avvenire, 20.12.23

Sul sito

I matrimoni aumentano un po'

Il giorno preferito per ufficializzare l’amore in Italia è il sabato: che si tratti di matrimoni religiosi, matrimoni civili o unioni civili ha scelto questo giorno quasi la metà delle coppie che hanno deciso di “convolare”. E nel 2022 il sabato degli italiani è stato un po’ più impegnato degli anni precedenti: l’Istat ha contato 189.140 tra matrimoni e unioni, il 4,8% in più rispetto al 2021 e il 2,7% in più se ci si confronta con il 2019, prima della pandemia.

L’aumento, tuttavia, sembra essere temporaneo, dovuto in parte al recupero per le cerimonie rinviate in seguito alle restrizioni per il Covid-19. L’Istat, che ha diffuso la tradizionale indagine annua su “Matrimoni, unioni civili, separazioni e divorzi”, ha rilevato infatti che nei primi otto mesi del 2023 già si registra un calo del 6,7% sullo stesso periodo dello scorso anno. Sia per ragioni demografiche ­- giacché dopo decenni di calo delle nascite incominciano a restringersi le generazioni in età di matrimonio – sia per ragioni culturali e di trasformazione degli stili di vita, ecco che se anche sposarsi resta un obiettivo e un sogno per molti, la nuzialità conferma la tendenza a un ridimensionamento che, tra l’altro, replica l’andamento declinante dei tassi di fecondità che dura da 40 anni. Rispetto a 10 anni fa matrimoni e unioni sono stati 18mila in meno.

Leggere i dati dell’Istat è un po’ come mettersi a guardare il film della società che cambia: ci si sposa sempre più tardi, calano, anche se di poco, le nozze celebrate in Chiesa, aumentano di molto le seconde nozze e le unioni tra persone dello stesso sesso, crescono i matrimoni con un partner straniero.

Due Italie. Se matrimoni e unioni complessivamente aumentano lievemente, il bilancio Istat restituisce l’immagine di un’Italia divisa in due: al Nord l’aumento è stato infatti del 14,2% rispetto al 2021 e del 10,5% sul 2019, mentre al Sud si è registrato un calo su entrambi gli anni, rispettivamente del 4,5 e del 2,3%. Ci si sposa, e ci si risposa, molto al Nord, mentre nel Meridione le nozze sono in crisi in linea con le difficoltà nel mercato del lavoro, la crisi demografica più accentuata e l’aumento dell’emigrazione verso le regioni settentrionali. Un impoverimento che non è solo relativo alla dimensione quantitativa della popolazione.

Sposi sempre meno giovani. L’età media del matrimonio è di 34,6 anni per i maschi e di 32,5 per le femmine, circa due anni in più rispetto al 2012. Tutto in linea con la difficoltà che si riscontra in Italia a lasciate la casa dei genitori: la percentuale di giovani che resta in famiglia fino alla soglia dei 35 anni è di oltre il 61%, quasi il 3% in più rispetto a 20 anni fa.

Le prime nozze? Ancora in Chiesa. Più di un matrimonio su due, il 56,4%, è celebrato con rito civile. Ma se si tratta di prime nozze, a prevalere, nel 55% dei casi, è ancora il rito religioso, anche se quello civile è in aumento. Se le prime nozze sono tra cittadini entrambi italiani, allora il rito religioso è decisamente preferito, perché lo sceglie il 61% delle coppie. Il cambiamento culturale della società italiana è ancora più evidente se si guardano le seconde nozze, che sono state quasi 43.000, il valore più alto mai registrato finora, il 22,7% del totale dei matrimoni.

Più matrimoni misti. In aumento anche i matrimoni con almeno uno sposo straniero, quasi 30.000, il 21,3% in più rispetto al 2021. Quasi due terzi delle unioni miste vede uno sposo italiano e una sposa straniera; nel 18,9% dei casi la sposa è di cittadinanza rumena, nel 10,2% ucraina, nel 6,9% russa. Le donne italiane, invece, hanno contratto matrimonio più spesso con uno sposo di cittadinanza marocchina (12,6%) o albanese (8,5%).

Mi sposo in Italia. Per chi segue le cronache rosa non è una novità, ma l’Italia è sempre di più una meta scelta per sposarsi: lo scorso anno hanno scelto il nostro Paese 3.754 coppie non residenti, il doppio rispetto al 2021. Turismo matrimoniale a parte, a crescere (+14%) sono anche i matrimoni in cui almeno uno dei due sposi risiede in Italia, cioè anche per ragioni di ricongiungimento dopo una migrazione.

Unioni civili boom. Non sono molte, solo 2.813, le unioni civili tra coppie dello stesso sesso costituite presso gli Uffici di Stato Civile dei Comuni italiani in virtù della legge entrata in vigore nel 2016. Il loro incremento è però molto netto: +31% rispetto al 2021, +22,5% sul 2019 e +10% anche se si guarda ai primi 8 mesi del 2023. Il 56,7% di queste unioni riguarda coppie di uomini.

Meno separazioni e meno consensuali. Un capitolo a parte lo meritano i divorzi, 82.596, sostanzialmente stabili, e le separazioni, a quota 89.907, in calo dell’8,2%. Il numero di divorzi è tornato di fatto ai livelli pre-pandemia e in linea con i valori successivi al 2015, dopo l’introduzione del divorzio breve oltre che delle procedure consensuali extragiudiziali (dal 2015). Il vero problema dello scorso anno sembra essere stato il calo significativo delle separazioni consensuali (-10%), scese all’83,3% del totale. I divorzi consensuali sono invece il 71,5%, in linea con il primo anno.

Grazie a nome di tutti i papà

I funerali di Giulia Cecchettin, celebrati dal vescovo di Padova Claudio Cipolla nella Basilica di Santa Giustina, hanno restituito un’immagine che faticheremo a dimenticare, dopo giorni di dolore e di rabbia, di angoscia e di parole necessarie, di confronti e anche di tensioni: è la figura di un padre. La dignità e la compostezza con cui Gino, il papà della giovane uccisa dall’ex fidanzato Filippo Turetta, è intervenuto al termine della Messa, ma soprattutto le parole che ha scelto nascondendo a fatica l’emozione per la “tempesta terribile” che lo ha investito, hanno avuto la forza di aiutarci ad accantonare per il tempo che è giusto gli strascichi dei dibattiti su patriarcato e narcisismo, le paure che si sono fatte largo nei cuori dei genitori di tanti ragazzi e ragazze che stanno scoprendo giorno dopo giorno che cos’è veramente l’amore, come anche le pretese di giudicare la realtà dal piedistallo della propria esperienza.

È emerso un padre, e ne avevamo bisogno. Perché tutti abbiamo vacillato, ci siamo ricordati improvvisamente delle imperfezioni nella fatica di ricoprire questo ruolo, nel grande vuoto che la lenta dissoluzione degli antichi modelli ha lasciato. E che oggi rende difficile capire se si stia facendo la cosa giusta, oppure no. Nei pochi minuti in cui ha parlato, Gino Cecchettin non è stato più soltanto il papà di Giulia, la sua guerriera greca, è diventato, semplicemente, il padre che si deve essere. Ha detto che educare è aiutare i figli a conoscere il sacrificio, l’impegno, l’accettazione della sconfitta, è insegnare a guardare negli occhi degli altri, ad ascoltare, a comunicare realmente con empatia e rispetto.

Eppure, forse, non è in queste semplici e verissime parole pronunciate con la voce che a tratti si interrompeva per l’emozione, che sta tutta la forza del messaggio che è importante ricordare. Gino Cecchettin è diventato il padre che fatichiamo a essere, quando nel suo discorso ha distribuito le responsabilità chiamando tutti, la famiglia, la scuola, la società civile, il mondo dell’informazione, a sentirsi impegnati e coinvolti per essere agenti del cambiamento. Perché molto probabilmente lo scenario con il quale stiamo facendo i conti oggi, più della dissoluzione o della crisi della figura paterna all’interno delle mura di casa, è la deresponsabilizzazione rispetto alla funzione genitoriale che dovrebbe essere prerogativa di una intera comunità. I padri ci sono ancora, ma troppo spesso sono soli, perché il villaggio là fuori ha abdicato, rinunciando a essere la guida che indica come procedere in salita, delimita i confini, mostra la ferita del sacrificio, insegna a vivere.

Lontano, defilati, consumati da un dolore differente, due altri genitori in questi giorni hanno trovato il modo e la forza di non abbandonare un ragazzo che è pur sempre figlio, Filippo Turetta, e che ora dovrà scontare la sua pena. È un percorso complesso, quello della pacificazione. L’omelia del vescovo di Padova ha invocato il Signore chiedendo di insegnarci proprio questo, la pace tra i generi, la pace tra le generazioni, la pace per i cuori di tutti. Tutti.

Il senso del limite e della fragilità è quanto ci restituisce questa straziante vicenda, insieme al desiderio forte che sia realmente lo spunto per cambiare. Nessuno è al riparo dagli errori e dai fallimenti nella crescita dei figli, consapevoli di quante volte, sperando di fare bene, sbagliamo. Sembra facile, a parole: volersi bene e mostrarlo ai figli, essere presenti, saper dire no quando serve, insegnare a camminare, lasciare andare. Poi le cose succedono, perché il male esiste e però si spera non entri mai in casa nostra. Soprattutto si prega che non accada, e lo fa ogni genitore: è nella natura dell’essere padre o madre, anche se non si è credenti. Sapere, cioè, che stiamo provando a fare tutto il possibile, ma alla fine ci troveremo sempre a dover chiedere perdono, a perdonare, a ringraziare.

Mentre il padre di Giulia camminava ormai fuori dalla chiesa, nella piazza si è udito un grido, commosso: «Grazie a nome di tutti i papà». Proviamo a ripartire anche da qui.

Massimo Calvi
6.12.2023