Il reddito e la realtà







I dati sulle dichiarazioni dei redditi 2011 diffusi ieri dal ministero dell’Economia dicono sostanzialmente tre cose: che gli italiani guadagnano – o meglio, dichiarano di guadagnare – abbastanza poco: 19.250 euro lordi, nemmeno 1.200 euro al mese; che gli imprenditori denunciano statisticamente entrate inferiori a quelle dei loro dipendenti, solo 18.000 euro l’anno; che un contribuente su quattro risulta così povero da non versare alcuna tassa.
Di fronte a queste cifre, nel momento in cui sui contribuenti si sta abbattendo una stangata fiscale di proporzioni storiche, si impone una considerazione: il solo reddito da lavoro è un indicatore sempre meno affidabile nel valutare le reali condizioni sociali ed economiche. Come per il Pil degli Stati, anche l’imponibile Irpef non riesce più a dire molto dei veri livelli di benessere o di bisogno delle famiglie. Oggi a fare la differenza è sempre di più la presenza di rendite o patrimoni, qualcosa che quasi mai si è costruito in prima persona.
Molto più di un tempo, a incidere sono variabili diverse dalla busta paga, elementi che possono diventare potenti moltiplicatori di ricchezza o di disagio, ma che non riescono a essere considerati dal fisco.
Per rendersene conto basta pensare al peso che hanno il numero dei figli, la presenza di reti familiari, la località di residenza, l’orario di lavoro e i costi di trasporto per raggiungere l’azienda, i patrimoni ereditati o le proprietà messe a rendita. Terminare il lavoro più tardi o dover essere occupati nei giorni festivi obbliga le famiglie a spese maggiori per la cura dei figli. Doversi indebitare per la prima abitazione è una circostanza capace di fare una grande differenza. Avere a carico un familiare con problemi sanitari avvicina molto velocemente alla soglia di povertà. La realtà è talmente sbilanciata a favore di fattori diversi dal reddito che, per fare un esempio diretto, un nucleo di due o tre componenti con un reddito nella media può facilmente trovarsi in condizioni meno disagiate rispetto a una famiglia con il doppio delle entrate, ma più figli a carico, turni "complessi", minori sostegni e nessuna proprietà. Con la differenza che il fisco premia il primo e punisce duramente il secondo.
Le distorsioni, come la penalizzazione dei nuclei numerosi che si attua negando la possibilità di valutare il reddito familiare, ci sono sempre state. La novità di oggi è che, in una situazione di elevato stress fiscale, con la pressione tributaria al 45%, i nuovi sacrifici rischiano di annientare il concetto stesso di equità, trasformando il sistema di tassazione da meccanismo per la redistribuzione della ricchezza a macchina generatrice di squilibri e ingiustizie. Un sistema fiscale che guarda solo a quanto reddito si dichiara, tende a favorire il disimpegno rispetto all’impegno professionale, la ricerca di una rendita per sopravvivere in luogo degli sforzi per investire guardando al futuro, continua a difendere le ricchezze accumulate (o tramandate) e messe a rendita, rispetto a quelle generate nel presente e che ritornano alla società anche in termini di maggiore crescita. Non dimentichiamoci che se il sistema delle pensioni è entrato in crisi, e se il debito è diventato un fardello insostenibile, è anche perché il fisco ha storicamente protetto e favorito la figura del lavoratore singolo a bassa qualifica, penalizzando il modello della famiglia con prole.
Lo Stato spende 55 milioni di euro per le detrazioni sulla frequenza di piscine e palestre da parte dei minorenni, 17 milioni per gli sconti sulle spese del veterinario, e solo 34 milioni per alleggerire di un niente la spesa per gli asili nido. Il Fisco rinuncia a 8 milioni di euro per favorire le donazioni ai partiti politici e stanzia solo 6 milioni per le spese sostenute dai genitori nelle pratiche di adozione. Immaginare un diverso e più incisivo sistema di detrazioni per le spese che realmente fanno la differenza, riconoscere il valore della crescita dei figli e il loro numero con meccanismi come il "fattore famiglia", accettare l’idea che un patrimonio cambia molto di più la vita di un reddito, riducendo il numero di aliquote e spostando la pressione fiscale su rendite e consumi voluttuari, potrebbero essere spunti importanti nel tentativo di svecchiare il sistema fiscale e renderlo più aderente alla realtà. Una svolta culturale che, nel premiare maggiormente il merito e il sacrificio al posto della "fortuna" e dell’inerzia, avrebbe un impatto sull’economia molto più efficace di tante pseudo riforme che si rifanno a un’idea limitata del mercato.
Massimo Calvi
Avvenire 31.3.12

Assediati dalla crisi, riforme per sopravvivere

Dopo la riforma delle pensioni, che ha catapultato nel mondo reale le generazioni più giovani, escludendole dagli insostenibili (e, per troppi, irraggiungibili) privilegi che si erano attribuiti quelle precedenti, l’intervento sul mercato del lavoro sembra andare nella direzione di aggiornare regole e tutele rispetto alla vera dinamica che da tempo caratterizza i rapporti tra lavoratori (tutti i lavoratori) e imprese. La norma più temuta, quella sui licenziamenti, ha ancora margini di miglioramento in modo da evitare che i datori di lavoro meno illuminati possano essere agevolati nel commettere abusi. 
Ma in un mercato nel quale ormai l’80 per cento delle assunzioni avviene con contratti a termine, cioè con la data di “scadenza” già scritta all’inizio del rapporto, è evidente che buona parte del confronto sia avvenuto in nome di modelli sociali e culturali estranei a una persona con meno di 35–40 anni.
Quello che più dovrebbe angosciare e preoccupare, in questo momento, non è ciò che potrebbe accadere con le nuove regole, ma quello che avverrà comunque nei prossimi mesi, anche senza le nuove regole. A molti continua a sfuggire che l’Italia è ripiombata in una fase di recessione economica, la seconda in meno di tre anni. Una crisi che si ripresenta mentre siamo costretti – dai mercati, dall’Europa o anche solo dal buon senso: il motivo ormai conta poco – a dover risanare conti compromessi da decenni di finanze e spese un po’ troppo allegre. Questo, in soldoni, vuol dire che mentre la nuova crisi mostrerà il suo volto peggiore, il Paese sarà obbligato a fare l’opposto di quello di cui avrebbe bisogno, trovandosi nella necessità di tirare e far tirare ulteriormente la cinghia alle famiglie.
Il premier Mario Monti ieri è stato duro, ma drammaticamente realistico, quando ha affermato che «dall’emergenza non si esce in un anno» e che per il 2012 non si può promettere il ritorno alla crescita, ma, se va bene, «meno recessione». Il Centro studi della Confindustria, l’associazione delle maggiori imprese, ha già anticipato che l’acuirsi della crisi,
 non la revisione dell’articolo 18, produrrà ancora quest’anno una diminuzione degli occupati.

Non è un momento facile e non lo sarà per molto. In pochi anni gli italiani si sono impoveriti assai più di quello che il dibattito pubblico riesce a descrivere. Il reddito familiare oggi è più basso di quasi due punti e mezzo rispetto a quello di vent’anni fa, il livello di consumi e il Pil sono tornati al 1998, indietro di 14 anni, il risparmio delle famiglie è sceso a solo il 6 per cento del reddito, dal 17 per cento del 1990, e continua a calare. È in questo scenario che tra poche settimane prenderà il via la prevista – e «inevitabile», a detta del premier – raffica di aumenti delle tasse: prima il conguaglio delle nuove addizionali regionali, poi la prima rata dell’Imu sulle abitazioni a giugno, e ancora i possibili ritocchi all’Iva da ottobre… Niente male per un Paese che vanta già la pressione fiscale più alta in Europa.
Una domanda, alla politica, agli economisti e alle forze sociali, è più che mai lecita in questo momento: quanto a lungo può resistere, un Paese, in una tale situazione di assedio? Ha ragione il premier quando sottolinea che se i problemi non fossero stati negati poco più di un anno fa, il peso delle tasse oggi avrebbe potuto forse essere inferiore. Ma di quanto, poi? O gli errori attraversano invece i decenni, gli schieramenti e molte categorie di intellettuali? Non preoccupa il calo a due cifre degli italiani che quest’inverno si sono concessi una settimana bianca, e nemmeno l’aumento record dei prezzi dei carburanti, con il conseguente crollo dei consumi di benzina. Il timore è che si perda di vista la necessità di uno sforzo comune per individuare, fuori dagli steccati dell’ideologia, le riforme più importanti per aiutare le famiglie a continuare a respirare, mentre l’acqua sale. Il rinvio della delega fiscale, e della possibilità di introdurre 'premi' ai nuclei con bisogni reali, come timidamente accennato da Monti quando nei giorni scorsi ha riconosciuto il valore del 'fattore famiglia', è in tal senso un segnale preoccupante. Che si ritrovi in fretta il senso della realtà e delle priorità è l’auspicio che torniamo a esprimere.
 

Massimo Calvi
Avvenire, 25/3/12

Il credito che ci serve


Quando si discute di banche, costi bancari, credito alle imprese o alle famiglie, sarebbe bene fare memoria di una lezione che deriva proprio dalla crisi nella quale siamo ancora immersi, ma che è andata dimenticata forse troppo in fretta. Tornando indietro di qualche anno è possibile vedere come molti dei problemi di oggi nascono da un comportamento preciso: le banche, anche per volontà politica, hanno concesso troppo credito, e a costi troppo bassi, proprio alle imprese e alle famiglie. È su questa distorsione iniziale del mercato che è stato possibile gonfiare la bolla immobiliare negli Stati Uniti e costruire quel gigantesco cartello di carte dei mutui subprime, la cui caduta ha finito per precipitare l'Occidente nella peggiore crisi (finora) dagli anni Trenta del secolo scorso.
Questo per dire che manovrare la leva del credito è operazione molto delicata: concedere un finanziamento può essere spesso più dannoso che non concederlo affatto.
Allo stesso modo si potrebbe ricordare agli smemorati della finanza demagogica che quegli istituti bancari tanto elogiati in passato perché i loro costi erano da favola e i loro prestiti da primato, hanno poi dovuto essere salvati a uno a uno dagli Stati, impiegando migliaia di miliardi di euro di risorse pubbliche. Insomma, la banca che non costa nulla e regala soldi a tutti coloro che li chiedono non è mai un "segnale" positivo né rassicurante.
Gli istituti di credito sono imprese, che come tutte le altre devono innanzitutto reggersi in piedi. Fuor di metafora: a nessuno verrebbe in mente di chiedere alla Fiat di vendere le auto a metà prezzo o a Marchionne di non provare nemmeno a realizzare un utile. Ciò detto, va riconosciuto che la situazione è profondamente mutata rispetto a qualche tempo fa. A causa della seconda fase recessiva in soli due anni, le imprese sono tornate a corto di liquidità e molte di loro faticano non solo a investire, ma persino a reggere il peso di un mercato sostanzialmente stagnante. È in questo scenario che la Banca centrale europea, guidata dall'italiano Mario Draghi, ha concesso da dicembre a oggi oltre mille miliardi di prestiti triennali a tassi da outlet (l'1%) alle banche europee.
L'operazione è servita a ridare ossigeno e fiducia al sistema economico e finanziario. Con quei soldi gli istituti di credito hanno trovato il modo di sistemarsi i bilanci e rafforzare i patrimoni, investendo i soldi ricevuti in bond con rendimenti più alti e speculando persino sui derivati del petrolio. Manovre comprensibili, considerato che una banca sull'orlo del fallimento non serve a nessuno, ma solo fino a un certo punto. Proprio ieri Draghi ha ricordato agli istituti che i conti si possono sistemare anche risparmiando sui bonus ai manager o contenendo la distribuzione di dividendi agli azionisti. Una reprimenda evidente, che si traduce in un invito non formale a rimettersi ? ora ? a fare le banche, cioè a finanziare le famiglie e le imprese che lo meritano.
Ecco il punto. Perché dopo quasi un lustro dallo scoppio della crisi è forse venuto il momento di tornare ciascuno a svolgere quello che dovrebbe essere il proprio ruolo. Erigendo il principio di responsabilità a faro della nuova rotta da seguire.
Le banche ? ma c'è banca e banca, ovviamente ? si dimentichino della finanza speculativa che gonfiava bonus, cedole e parametri di redditività e riscoprano la capacità di valutare il merito di credito, diventando guida e sostegno reale per le imprese, ed evitando quelle forme di guadagno fatte di costi nascosti o commissioni indebite.
Le aziende comprendano che il salto di qualità è anche accrescere le proprie dimensioni o creare salde alleanze, saper guardare a forme alternative di finanziamento, recuperare la correttezza di tutti gli adempimenti e gli obblighi morali verso il contesto in cui operano.
La politica esca dal corto circuito del calcolato disimpegno e del facile populismo, adoperandosi per quelle riforme che possano rendere concretamente meno doloroso per le persone e le famiglie il tragitto che dovrebbe condurre al superamento della crisi. Perché ha poca ragione alzare a più riprese le tasse sulla benzina e poi chiedere alle banche di rinunciare alle commissioni sui pagamenti al distributore. O lasciare che lo Stato non saldi in tempi ragionevoli i suoi debiti con i fornitori e, poi, chiedere agli istituti di regalare il denaro allo sportello.
Il senso di responsabilità presuppone uno sforzo diffuso a evitare le zuffe da cortile, recuperando la capacità di guardare, tutti, all'interesse generale e a quello che si chiama bene comune.

Massimo Calvi
Avvenire, 14.03.2012

Harley Road King

Ci sono moto che si comprano perché piacciono. E moto che vengono scelte perché ci si piace. La Road King è una moto del secondo tipo. Una delle poche. Desiderarla vuol dire amarsi, piacersi a fondo, sapersi coccolare. Significa aver già provato molto nella vita, sentirsi arrivati. Ma avere ancora tanta voglia di sognare. Non è una moto per tutti, è una Harley Davidson. L’assegno da staccare per averla a casa con il pieno di benzina e le cromature splendenti – 21mila euro e rotti - è già un fattore importante nell’orientare le scelte. Ma non il solo. La Road King ha una cilindrata di 1.450 centimetri cubi, poco meno di 67 cavalli, una sella a 68 centimetri da terra, pesa 340 chili con il pieno e supera a stento i 155 chilometri all’ora. Sono queste, alla fine, le cifre che guidano la vera selezione: dopo averle lette c’è una larga fetta di motociclisti che volta pagina e passa ad altro. Un errore. Perché se pensate che una Road King sia solo un oggetto per cultori dell’ostentazione, o un mezzo nato giusto per lo struscio motorizzato della domenica, allora avete ancora molto da imparare. Sulle persone e sulle moto. Certo, chi sceglie una Road King - in più nella versione Classic di questa prova - lo fa anche per apparire. E molto. Ma poi anche il più inguaribile dei narcisi, il più convinto adepto del culto del lusso è costretto a cedere, ad abbassare tutte le proprie barriere, a lasciare che la vera natura di questo meraviglioso oggetto a due ruote prenda il sopravvento su tutto, e renda uomo e motore una cosa sola, un’emozione in movimento. Sì, la Road King è anche questo. E lo sa essere all’ennesima potenza.
Incominciate a guardarla. Può non piacere a seconda del proprio temperamento, del carattere, ma non si può non dire che non sia perfetta, regale, seducente. È tonda nei punti giusti. E l’armonia delle forme spinge ad avere sempre più voglia di osservarla. Di studiarla a fondo. Di capire come e perché. Il fanale anteriore è un gigantesco occhio cromato che sembra indicare la rotta. Il parabrezza è alto e segue in armonia la linea delle forcelle. Il serbatoio è una goccia che si perde nella morbida sella-poltrona. Le borse di cuoio nero con le grandi fibbie, le ruote bicolore e il simbolo della casa in rilievo sui lati del serbatoio sono il vezzo rétro della versione Classic. La linea dell’insieme è filante: la coda si abbassa dolcemente, come il profilo di un animale che si mette docile piedi del padrone per conquistarlo. Al centro di tutto, i due immensi e cilindri a V, il vero senso di ogni cosa.


La Road King appartiene alla categoria delle Touring, ai vertici della grande famiglia Harley. Lo si capisce anche solo salendo a moto ferma. Affondati in poltrona, con le mani appena appoggiate sul manubrio ad afferrare le grandi manopole, il peso e la massa di questa moto diventano subito amici. Il pulsante dell’accensione non chiede che di essere premuto. Il motore parte subito e incomincia a frullare imperioso, regolare, con un suono pieno, potente, cupo e dolce allo stesso tempo. C’è chi le chiama vibrazioni. Ma è come definire onde le bolle prodotte da una Jacuzzi. E non è un caso che appena in movimento venga voglia di ricercare subito quel “massaggio” un po’ speciale e unico, inserendo una marcia più alta e dosando il gas tenendo basso, più basso, il numero dei giri.


L’iniezione è elettronica. Il motore borbotta e tira che è un piacere, ma sempre con rispetto. Sotto, nei due cilindri, sembra avvenire di tutto: spade che si incrociano, catene che sbattono, fabbri che forgiano… Più che un rumore è un suono rispettoso che ispira simpatia, il battito di un grande cuore di metallo. Musica di Milwaukee, Wisconsin.
È una moto fatta per essere guardata e ascoltata. Al passaggio in strada tanti osservano e molti di più ostentano indifferenza. È difficile passare inosservati ed è impegnativo sentirsi sempre al centro dell’attenzione. Eppure la prima vera emozione, il primo accenno di sorriso, arriva non appena si è fatto il pieno di benzina, circa 19 litri, e si è chiuso il tappo avvitandolo a mano. E’ questo il momento in cui la forza dell’essere ha definitivamente la meglio sull’avere e sull’apparire. Le cromature perdono significato, il lusso si fa da parte. La Road King ricorda di essere una Harley, e di essere pronta a tutto. Ma a una sola condizione: che non abbiate fretta. Più dello spazio, qui conta il tempo.
A bordo l’unica posizione da tenere è quella che permette a ogni singola parte del corpo di non essere in tensione. Una volta trovata, niente e nessuno può trattenere dal partire per andare lontano. È una moto immaginata per i lunghi tragitti autostradali, per interminabili viaggi nella leggenda delle vecchie “higway” nordamericane. In realtà in Italia la si gusta forse meglio sulle strade miste, sui percorsi con tante morbide curve, tra le colline, persino sui passi alpini. Ovunque ci sia una strada che porti lontano dalla mediocrità.
Viaggiando, le gambe sono leggermente allungate, salde su due larghe pedane. In quella posizione l’aria entra facilmente dalle caviglie e se si fa molta strada è meglio avere uno stivale chiuso al polpaccio o pantaloni stretti in fondo. Il parabrezza copre benissimo il busto e il viso, non genera mai turbolenze e permette di tenere alzata la visiera del casco o di girare a faccia scoperta anche se accanto alla strada tutto è coperto di neve. Dopo pochi chilometri i cilindri diventano caldi e informano di essere pronti a tutto. Il motore è fluido, sobbalza se strapazzato, anche se non si ribella mai. I cavalli sono pochi, ma hanno muscoli possenti. Non si deve aggredire la strada, ma chiedere alla moto di danzare. E non importa se chi conduce non conosce alla perfezione tutti i passi.
Eccolo, un grande pregio di questo mezzo. La Road King è una moto che perdona molto. Non perché sia perfetta, ma perché non invita mai a strafare. Tutto viene naturale, e le cose che altrove diventano violenze qui si traducono in reazioni ammorbidite e ovattate. La velocità migliore da tenere è sempre quella del codice e, fatto strano, è come se fosse la moto a deciderla. Con il motore ai giusti regimi si possono fare anche oltre 20 chilometri con un litro.
Tutto è più grande sull’astronave Road King. Ma il peso e la lunghezza superiori alla media non rappresentano un problema, grazie al baricentro basso e al manubrio morbido, e nelle curve a gomito gli oltre 2,3 metri di lunghezza non si avvertono come un ostacolo. L’asfalto, anche quello rattoppato da chi ha portato il metano o i cavi a fibre ottiche, non stressa mai le sospensioni. Le frecce si disinnestano da sole dopo le svolte, ma per controllare la spia lampeggiante bisogna abbassare lo sguardo un po’ troppo. I freni? Tenendo conto che devono rallentare ben più di 400 chili, funzionano a dovere. La leva dell’anteriore va solo tirata con maggiore convinzione per ottenere una frenata più efficace in casi critici, mentre il grande pedale del freno posteriore si usa per rallentare.
Quando i chilometri passano e non ci si fa caso, allora una moto ha superato uno dei test più severi. La Road King chiede solo di andare, ed è a suo agio anche in mezzo al branco. Gli altri harleysti salutano con calore, salutano anche i veri motociclisti, e i bambini ai finestrini delle auto. Ma su questa moto succede una cosa strana: automobili e bici escluse, viene voglia di salutare anche i pullman, i Tir, i treni che passano vicini. Il popolo che viaggia diventa famiglia. E non si vorrebbe più scendere. La fluidità di tutto è il vero piacere. Su statali e provinciali si può viaggiare sempre in 5a, se la strada sale un po’ o impone rallentamenti basta la 4a. Semafori, incroci e rotonde, alla lunga, incominciano però a stancare. Dopo circa 400 chilometri la leva della frizione si trasforma in un attrezzo da palestra. E la voglia di autostrada aumenta. È la moto a chiederlo, come una bestia che fiuta il suo ambiente naturale e vuole raggiungerlo.
L’autostrada esalta ancora di più la vera natura della Road King, che è quella di invitare a restare nei limiti: del codice e della ragione. Una condizione che permette di apprezzare meglio che su tanti altri mezzi a due ruote il senso del viaggio. Le autostrade italiane, purtroppo, hanno poco delle mitiche e solitarie “highway”. Il vento, se è forte, e soprattutto le turbolenze generate dai tanti veicoli che sorpassano vicini, incidono non poco sulla massa della moto. Col tempo si impara a tenere nervi saldi e braccia ferme. Alle velocità più alte la sporgenza del filtro dell’aria, che tocca il polpaccio destro, diventa fastidiosa perché il vento tende a far allargare la gamba. Gli specchietti offrono sempre un’ottima visibilità. Il pulsante del «cruise control» rende i lunghi viaggi ancora più rilassanti.
Spiace dover smettere di farsi portare in giro da una moto di questo tipo. Ma il rientro in città permette di scoprire che anche nei centri urbani non si incontrano i problemi che tanti raccontano. Chi è già abituato a girare con le valige laterali non noterà grandi differenze nel traffico, anche se, certo, la Road King non è moto da slalom tra le lamiere. Il cambio a bilanciere permette a chi è vestito a modo di non rovinare la punta delle scarpe. Gli unici veri problemi, nel traffico, sono due: la durezza della leva della frizione e il calore dei cilindri in estate, comunque non superiore a quello di una moto catalizzata (la Road King non lo è).
Come usare una moto così? Come si vuole. Va bene se ci si accontenta di ammirarla e lucidarla, è perfetta se si desidera fare solo tappa al bar, è l’ideale se ci si diverte a gironzolare per la campagna nelle domeniche di sole, o se si vuole andare a prendere il gelato sul lago come sul vicino lungomare. Diventa ancora più godibile se la gita si allunga e si trasforma in una giornata lontano da casa. Ma come un tranquillo cavallo da maneggio sa riconoscere il cavaliere esperto, la Road King è una moto pronta ad assecondare i desideri più nobili. Non serve altro che l’abbigliamento adatto. E anche il viaggio più lungo e impegnativo diventa possibile. E’ naturale, molte piccole cose potrebbero essere migliorate. Ma in fondo perché? Sono una chiave sul tappo della benzina o un vano sottosella a rendere più intenso il piacere della libertà? Qui, se si vuole scappare, non resta che fare il pieno. Le due borse laterali possono contenere tutto ciò che serve per un week-end in due lontano da casa, o l’indispensabile per una vera vacanza in moto. In ogni caso si può montare un portapacchi posteriore e caricare tutto il guardaroba del più esigente dei passeggeri.
Già, il passeggero. Come si trova il secondo a bordo? La seduta è comoda, la sella è un po’ corta ma non troppo alta rispetto a chi guida. Quando i chilometri sono tanti si avverte il bisogno di appoggiare la schiena. Ma niente drammi: per fare il passeggero su questa moto c’è sempre la fila.

Massimo Calvi - Motociclismo