Piccoli Weinstein crescono

In Francia sta facendo discutere la proposta di legge che punta a elevare la prescrizione per la denuncia di abusi subiti dai minorenni, portandola fino a 30 anni dal compimento della maggiore età. In pratica una ragazza (o un ragazzo) vittima di una violenza avrebbe tempo fino ai 48 anni per denunciare. Il cambiamento comporterebbe una serie di problemi, a partire da quello del reperimento delle prove, ma si giustifica con una considerazione per nulla ideologica: spesso le donne vittime di un abuso acquisiscono piena consapevolezza di quello che hanno vissuto solo una volta diventate madri. Il tempo, insomma, è un fattore importante, ma più ancora lo è la "rivoluzione" che una persona, come una società, possono trovarsi ad affrontare.
Nella Giornata mondiale contro la violenza sulle donne questo esempio può servire a interpretare da una prospettiva un po' diversa lo tsunami emblematico che si è generato con lo scoppio del "caso Weinstein", il produttore di Hollywood accusato di abusi sessuali da decine di attrici per fatti accaduti diversi anni fa. Come è noto la marea si è estesa in breve tempo ad altri personaggi dello spettacolo, ad altri ambiti professionali (dalla politica al giornalismo), finendo per sommergere o almeno toccare moltissimi Paesi, compresa l'Italia. E non sembra destinata a esaurirsi in fretta. Con tutta evidenza quello che sta avvenendo è un passaggio epocale, un momento nel quale le donne, soprattutto in Occidente, stanno scorgendo la possibilità di liberarsi dalle violenze e dai soprusi che sono state costrette a subire per lungo tempo negli ambiti in cui si esercita il potere, soprattutto dove questo è gestito dagli uomini, cioè quasi ovunque.
La "transizione" sta lasciando sul campo morti e feriti e in tanti casi si riescono a vedere tutti i rischi e i limiti di un'operazione che può alimentare speculazioni, ritorsioni, ansie di protagonismo, che emette spesso sentenze senza processi, senza appelli, né prove, che fa cadere teste e carriere e tremare le gambe a chiunque abbia vissuto nel passato interpretando il potere secondo gli schemi peggiori di un'epoca senza che vi fosse una percezione di colpevolezza. Ma è proprio questo il punto, il lato quasi più difficile da interpretare da parte di molti uomini e di non poche donne nel momento in cui si legge il passato con gli occhiali del presente: è cambiato il mondo, è cambiato forse troppo in fretta, ma almeno in qualcosa è cambiato in meglio. Quanto ai danni collaterali, questi ricordano molto ciò che accade nei terremoti: se tra le rocce nel sottosuolo per lungo tempo si accumula tanta energia, viene un momento in cui questa si deve scaricare con tutta la sua forza devastante.
Ci sono comportamenti che erano sbagliati anche prima, ma la cultura dominante consigliava di sopire e non lasciava margini di comprensione: si fa così, così è la vita, così fan tutti. Bene, oggi improvvisamente non è più così, fine. Prendiamone atto. Come per le sigarette nei vecchi film, è sufficiente guardare una innocente pellicola degli anni 80 o 90, non solo le copertine dei settimanali di allora, per rendersi conto di quale fosse l'immagine e il "posto" della donna nella società. E di come fosse giusto evolversi. Oltre che per rendersi conto che oggi è in atto un cambio di paradigma, necessario, dovuto anche a una transizione generazionale.
Dunque la questione non è tanto chiedersi se gli uomini potranno ancora corteggiare una donna (certo che potranno farlo: le parole non sono mai fuori moda); ma è utile provare a domandarsi a cosa porterà questa Tangentopoli sessuale, l'inquietante possibilità che una molestia, una prevaricazione, o anche solo un tentativo inelegante di giocare impropriamente su più campi possano essere portati alla ribalta persino dopo molti anni. Evitando di scomodare termini come libertà o spontaneità, è difficile immaginarne gli esiti a medio termine, ma di sicuro nell'immediato la dinamica del potere dovrebbe tradursi in una stagione un po' più casta o se non altro meno sbracata nei rapporti tra i sessi. Il che per chi è genitore, ma genitore sul serio, e non solo di figlie femmine, è una bella prospettiva.
Ci sarebbe un altro aspetto, che riguarda più i maschi e chi o cosa li ha portati a essere in un certo modo. Perché in tutta questa vicenda è stato facile mettere gli uomini sul banco degli imputati e le donne su quello delle vittime. Senza considerare fino in fondo il ruolo giocato dall'educazione in una società ipersessualizzata, dove gli schemi umilianti della pornografia sono diventati accessibili ovunque e grazie alla rete a qualunque età, e nella quale il pericolo di crescere bambini viziati che guardano ai corpi altrui come fossero giocattoli da possedere e dominare è forse più alto oggi che un tempo. E dunque la domanda che ci si dovrebbe porre nella Giornata contro la violenza sulle donne forse è anche questa: cosa stiamo facendo oggi per non rischiare di crescere i molestatori di domani?

Massimo Calvi
Avvenire, 25.11.2017
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Il Fmi chiede aiuto alle donne giapponesi

Per rianimare l’economia giapponese gli esperti del Fondo monetario chiedono aiuto alle donne. La richiesta è particolare e solo apparentemente contraddittoria: cercate lavori a tempo pieno e fate più figli.
Da anni il Giappone è un osservato speciale tra le economie più avanzate: è un Paese anziano, con più di un quarto della popolazione sopra i 65 anni, un tasso di natalità tra i più bassi al mondo (1,4 figli per donna), una disoccupazione quasi inesistente (2,8%), una crescita che resta debole nonostante pesanti stimoli monetari, una spesa pubblica che ha prodotto uno dei debiti più alti al mondo (il 250% del Pil), mentre consumi, salari e inflazione faticano a prendere il passo che dovrebbero avere in un’economia in salute. Un Paese dove non si sta male, insomma, e che la politica economica iper-keynesiana del primo ministro Shinzo Abe ha contribuito a risollevare, ma che invecchia rapidamente, perde mezzo milione di abitanti all’anno e non brilla per dinamismo: tutte condizioni che non lasciano presagire un futuro radioso.
Due limiti evidenti alle potenzialità di crescita del Giappone sono rappresentati dall’età della popolazione e dalla difficoltà delle imprese a reperire manodopera. Criticità che secondo uno studio curato da tre economisti del Fondo monetario internazionale, Naoko Miake, Kalpana Kochar e Yuko Kinoshita, potrebbero essere rimosse proprio aiutando le donne a lavorare di più e a diventare anche madri. I due obiettivi sono solo in apparenza in contrasto, e per capirlo, dice la ricerca, è sufficiente guardare al modello sociale scandinavo. In realtà le cose non sono così semplici. Le tradizioni sono difficili da intaccare e in Giappone da sempre sono gli uomini ad avere la certezza di un’occupazione a vita, mentre più della metà delle donne che lavora lo fa con contratti part-time o a termine, per potersi prendere cura dei figli, degli anziani, della casa. Cosa che riduce l’offerta di manodopera e frena gli aumenti nelle retribuzioni. Le donne con impieghi a tempo pieno, inoltre, difficilmente diventano anche madri, considerati i ritmi di lavoro "giapponesi", con l’abitudine a fare molte ore di straordinario anche non pagato.
La strada indicata degli economisti del Fmi guarda al Nord Europa e comporta soprattutto un cambio culturale. L’invito è a rimuovere gli ostacoli fiscali che disincentivano il lavoro a tempo pieno delle mogli, a cambiare la cultura aziendale e le norme sociali che frenano l’occupazione femminile, a investire nelle strutture pubbliche per la cura dei figli. Resta un ultimo aspetto, che riguarda gli uomini: perché la ricetta possa funzionare, cioè perché le donne possano essere allo stesso tempo madri e lavoratrici, i padri devono mettere limiti agli straordinari e incominciare a stare di più con la famiglia. Se gli uomini passano più tempo a casa, notano gli esperti, aumentano anche le possibilità che le coppie abbiano un secondo figlio. Non vale solo per il Giappone.

Massimo Calvi
Avvenire, 25.11.2017
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Milano, la sfida oltre l'Ema

Milano non ha perso la gara per l’Ema, l’Agenzia europea del farmaco: l’ha vinta, insieme ad Amsterdam. A stabilire la nuova sede dell’authority, come si sa, è stata un’estrazione a sorte, un meccanismo più crudele della lotteria dei rigori con la quale si vincono e si perdono le grandi finali. Tuttavia i paragoni sportivi che molti hanno fatto ricamando sulla competizione per l’agenzia europea funzionano fino a un certo punto, perché la Milano che è arrivata in finale è il contrario di una squadra, una città, che sta declinando. Dieci anni fa probabilmente non ci sarebbe stata nemmeno gara, oggi il capoluogo lombardo dimostra di essere diventato competitivo e attraente come forse mai lo è stato in passato, una metropoli che negli ultimi anni ha accelerato arrivando non solo a superare molte città modello in Europa, ma avvicinandosi moltissimo al livello delle grandi capitali mondiali.
Proprio in questo senso, ossia nella direzione di una metropoli che da una possibilità sfumata sa cogliere un’opportunità per migliorarsi, può essere interessante tentare di capire quale lezione può essere tratta dall’occasione mancata dell’Ema. E un aiuto può venire dalla classifica delle preferenze che proprio i dipendenti dell’Agenzia del farmaco avevano compilato una volta interpellati sulla destinazione preferita. La domanda in buona sostanza era: dovendo lasciare Londra, in quale tra le città candidate vorreste trasferirvi con le vostre famiglie? Bene, i funzionari Ema avevano messo al primo posto proprio Amsterdam, seguita da Barcellona, poi Vienna, Milano, Copenaghen, e via via le altre città. La cosa positiva è che Milano, seppur distanziata di 12 punti percentuali, era stata di fatto messa tra le mete per niente sgradite, tutt’altro. Una città top, insomma. A pensarci bene, però, questa graduatoria può bruciare più della bocciatura arrivata per un’estrazione a sorte. Perché costringe ad aprire gli occhi e superare quel velo di legittima retorica nazionale che accompagna necessariamente ogni competizione.
Andiamo oltre l’Ema, ora, seppelliamo la questione dell’Agenzia del farmaco, che tutto sommato possiamo archiviare come una vittoria morale, e chiediamoci invece: cosa possiamo fare perché tra dieci anni Milano possa essere in testa anche a una semplice classifica compilata dai cittadini, dai suoi abitanti e da quelli che potrebbero sceglierla per vivere? È a questo che dovrebbe pensare chi governa una grande metropoli, a prescindere dal fatto che qualcuno vi si debba trasferire per semplici ragioni di lavoro. Ed è da questa prospettiva che probabilmente si colgono meglio i margini di miglioramento di una città. Certo, Amsterdam è vicina a Londra, a Bruxelles, a Francoforte, è vicina al cuore pulsante dell’Europa. L’Olanda inoltre è un Paese che oggi offre prospettive finanziarie più stabili e rassicuranti di quanto non riesca a fare l’Italia. Ma queste sono condizioni di fondo e di contesto che non sono gestibili dalla città. Quello a cui invece Milano può e deve guardare è un argomento che tocca più da vicino la vita dei suoi cittadini e di chi in qualche modo grava sulla metropoli: la qualità della vita. Qualità della vita intesa come bellezza dei suoi ambienti urbani, del centro come delle periferie; come facilità e sostenibilità ecologica degli spostamenti al suo interno; come capacità di inclusione sociale anche nella fruizione di servizi e spazi urbani di qualità.
Il problema di Milano non è solo lo smog che ogni anno si ripropone in tutta la Pianura Padana come emergenza, è anche e soprattutto la capacità di guardare al suo stesso sviluppo e al suo stesso tessuto connettivo mettendo sul medesimo piano le opportunità edilizie con quelle ambientali, il business e gli affari con la vivibilità, la ricerca del profitto con la lotta all’emarginazione. È un passo che richiama la necessità di pensare al proprio destino come area metropolitana, una capitale del Nord da quasi 4 milioni di abitanti governata e pensata nel suo insieme, non come un piccolo centro delimitato dall’"Area C". Questo salto culturale in parte è già stato fatto, in verità, Milano è oggi un esempio virtuoso in termini di innovazione urbana, il problema è che il processo è partito tardi e oggi ha bisogno di una decisa accelerazione politica. La forza di una città non si misura solo dalle partite che vince, ma dai suoi valori, dalla capacità di progettare per attrarre le persone, le famiglie, e anche i sogni.

Massimo Calvi
Avvenire, 23.11.2017
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Pensioni, le proposte di Dalla Zuanna

Giusto adeguare l’età della pensione alle speranze di vita, ma il meccanismo può diventare più equo e si dovrebbe aumentare la flessibilità in uscita per chi è in età avanzata. Gianpiero Dalla Zuanna, demografo, senatore Pd, guarda il dibattito sulle pensioni con gli occhi di chi conosce bene i rischi, anche previdenziali, di un Paese nel quale nascono sempre meno bambini, che invecchia, e che non riesce a compensare lo squilibrio generazionale con i flussi migratori.
Perché va difesa la riforma che prevede di alzare di 5 mesi l’età per la pensione di vecchiaia, portandola a 67 anni?
L’adeguamento automatico dell’età pensionabile alle speranze di vita ha stabilizzato la quota di Pil destinata alla previdenza ed è irrinunciabile. Un mancato adeguamento avrebbe costi elevatissimi: un solo mese di "sconto" vale 600 milioni, dunque senza scatto la maggiore spesa sarebbe di 3 miliardi. Risorse che vanno trovate attingendo alla fiscalità generale, cioè a carico di tutti, dei giovani e delle generazioni future. Evitare l’aumento produce un "danno" doppio, perché non solo si dovrebbero pagare 5 mesi di pensione in più, ma si perderebbero anche i contributi che verrebbero versati da chi lavora.
Come valuta l’osservazione che ci sono lavori più pesanti di altri?
Intanto va detto che se la speranza di vita sale è un bene, una bella cosa, non dovrebbe essere visto come un problema. Ma siccome la speranza di vita non è uguale per tutte le categorie, l’età della pensione deve tenerne conto: vanno introdotti correttivi legati all’effettiva speranza di vita. Il termine lavori "usuranti" non significa che sono "noiosi", la definizione sta a significare che hanno un impatto sulla durata della vita. Una commissione che studi seriamente la questione è un bene, in passato questo non è mai stato fatto anche perché il sindacato ha sempre inteso porre tutti i lavoratori sullo stesso piano. Ma oggi è una questione di equità.
Come si può correggere la riforma senza vanificarne gli effetti?
Si dovrebbe cambiare il meccanismo che oggi calcola l’età pensionabile in base a quanto è salita l’aspettativa di vita in un solo anno rispetto a 2 o 3 anni prima. Ho proposto che il calcolo sia fatto su una media nel biennio, ed è l’idea che il governo sta portando avanti. Con una popolazione con molti anziani la mortalità può variare significativamente da un anno all’altro anche solo per fattori climatici. Se si tenesse conto di questo sistema di calcolo l’aumento dal 2019 sarebbe di 3 mesi e non di 5.
Al di là di tutto, però, la pensione a 67 anni…
In Italia oggi l’età effettiva del pensionamento è di 62 anni, sotto la media europea. Però la questione è seria e andrebbe aperto un confronto vero sulla flessibilità in uscita. Dovremmo incominciare a pensare a un sistema che dopo una certa età preveda ad esempio la possibilità di lavorare part-time e incominciare ad avere una parte di pensione. In certe professioni è oggettivamente difficile restare al lavoro a tempo pieno fino a una certa età.

Massimo Calvi
Avvenire, 14 novembre 2017
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Più pensioni, meno bambini

Quando il cancelliere dell’impero tedesco, Otto Von Bismarck, nel 1891, introdusse per la prima volta nel Paese un’assicurazione previdenziale e sanitaria, lo fece con la nobile intenzione di migliorare le condizioni di vita di tutti i cittadini. Cosa che si verificò. Eppure Bismarck, cui dobbiamo la nascita del welfare in Europa, non poteva immaginare che l’assicurazione pensionistica avrebbe prodotto anche un altro effetto: la caduta della natalità. È triste da pensare, ma la necessità di destinare una parte del proprio reddito ai contributi necessari per godere di una vecchiaia serena aveva probabilmente reso i figli più "costosi" e allo stesso tempo meno "necessari". A mostrare l’esistenza di un legame tra il "welfare alla Bismark" e la diminuzione delle nascite in Germania è una ricerca di due economisti, Robert Fenge, del Centro per gli Studi demografici di Rostok, e Beatrice Scheubel, della Banca centrale europea. A considerazioni analoghe era giunto già una decina di anni fa il lavoro di ricerca dell’economista Vincenzo Galasso e del demografo Francesco Billari, entrambi alla Bocconi, valutando che le generazioni interessate dalle riforme previdenziali di Amato e Dini del 1992 e del 1995 avevano aumentato del 20% la fecondità rispetto alle persone cresciute nella stagione delle pensioni baby.
La promessa di una rendita previdenziale capace di mettere al sicuro il proprio avvenire tenderebbe dunque a svuotare le culle, mentre un welfare più austero e attento alla sostenibilità del sistema riporta l’attenzione sulla famiglia e sui figli. È veramente così? La questione è complessa e sarebbe un errore ragionare di previdenza solo in chiave demografica. Tuttavia, nel momento in cui la politica discute se ammorbidire gli effetti dell’ultima riforma previdenziale – quella che dal 2011 ha agganciato l’età pensionabile alle aspettative di vita – si può tener conto anche di queste valutazioni per capire cosa comporti destinare risorse pubbliche alla voce previdenza piuttosto che ad altri capitoli. Come è noto dal 2019 l’età per la pensione di vecchiaia aumenterà di altri 6 mesi, a 67 anni. Un livello record, che ha spinto i sindacati e diversi esponenti politici a chiedere di bloccare l’automatismo. Il governo si è opposto anche perché, come ha segnalato il presidente dell’Inps, Tito Boeri, il rischio è che la spesa aumenti di 141 miliardi da qui al 2035. Così in queste ore sul tavolo non c’è più uno stop generalizzato, ma uno sconto "chirurgico" solo per determinate categorie di lavoratori.
A prescindere dalle soluzioni, il tema riporta ancora una volta a riflettere sull’effetto di interpretare i diritti pensionistici guardando più a chi vota oggi rispetto a chi dovrà farlo domani. Perché la partita previdenziale non riguarda solo i diretti interessati, ma anche i più giovani, chi sta versando contributi oggi, chi sta crescendo figli e cerca di capire che Paese sarà l’Italia tra vent’anni. Generazioni cui l’evoluzione demografica ha già reso la pensione un benefit assai ridimensionato. In gioco è l’idea stessa di futuro: in un Paese con un debito pubblico elevato ogni nuova spesa va giudicata anche per le rinunce che produce. In questo senso il legame tra welfare e nascite è solo un campanello, ma può rivelare molto. Fino a metà anni 70 il tasso di fecondità in Italia era rimasto sopra i 2 figli per donna, ma nel 1995 era sceso al livello di 1,19, e c’è chi, come il demografo Alessandro Rosina, dell’Università Cattolica, ha mostrato la specularità del declino della natalità con il progresso del debito pubblico durante gli spensierati anni Ottanta. Nel decennio successivo, in contemporanea con le misure per il risanamento dei conti finalizzate all’ingresso nell’euro, la natalità è lentamente tornata a salire fino a raggiungere nel 2010 il livello di 1,46 figli per donna. Una ripresa durata poco: il nuovo e decisivo colpo al tasso di fecondità, oggi sceso a 1,34 figli, è stato assestato dalla crisi economica, che ha portato alla caduta dell’occupazione e, per un certo periodo, alle tensioni sugli spread e al logoramento delle prospettive di stabilità dei conti pubblici.
Nello scenario attuale di relativa calma, dovuta alle recenti riforme e alla politica monetaria della Bce, che in Italia si sta tornando a parlare di "sconti" sulle pensioni. Tra opportunità e qualche rischio. Perché se il tasso di fiducia in un Paese si misura anche dalla vitalità della sua popolazione, ad aver sottratto porzioni di speranza alle generazioni più giovani non sembra essere stata l’insicurezza previdenziale, quanto la carenza di competenze adeguate, la fragilità dei percorsi di formazione, il legame debole tra scuola e lavoro, le prospettive incerte sulla tenuta dei conti pubblici. L’ultimo rapporto dell’Ocse sulla "National skills strategy" ha rivelato che il 40% degli adulti italiani ha bassi livelli di competenze linguistiche e matematiche, più della media degli altri Paesi, al 27%; che il 21% dei lavoratori ha competenze inferiori a quelle normalmente richieste; che solo il 35% dei giovani italiani, contro una media del 50%, si iscrive all’Università.
Di fronte a queste cifre l’Ocse ha invitato Roma a dare piena attuazione a riforme come la Buona scuola e il Jobs act per migliorare i percorsi di formazione, aumentare le risorse per le politiche attive nel mercato del lavoro, l’istruzione, la formazione professionale, per incrementare i percorsi di alternanza scuola-lavoro. L’idea di concentrare molti più sforzi sui limiti del sistema formativo emerge da un altro rapporto, ancora dell’Ocse, che dimostra come il nostro sistema pensionistico mantenga intatta tutta la disuguaglianza conosciuta nella vita lavorativa. Giovani poveri oggi, cioè, saranno al 100% poveri anche domani. Il consiglio? Investire sui bambini, nelle opportunità di apprendimento e di formazione già dai primi anni di vita. È questa la migliore assicurazione per un futuro previdenziale sereno, più delle riforme che anticipano l’età per il ritiro.
Nei giorni scorsi il premio Nobel per l’economia James Heckman ha invitato il Congresso americano a introdurre un credito d’imposta rimborsabile per i contribuenti più poveri, così che possano sostenere le spese per la cura e l’istruzione dei bambini. L’idea di fondo è sempre la stessa: disuguaglianza e povertà si vincono aiutando adesso i più piccoli e i giovani a costruirsi le competenze necessarie, e l’autostima, per affrontare la vita da adulti. Forse la correlazione "più pensione meno figli" non deriva necessariamente da un rapporto di causa-effetto dettato dall’interesse. L’esperienza sembra dire che quando a migliorare è solo la sicurezza individuale, allora le persone prediligono comportamenti individualistici, quando a prevalere è la sicurezza collettiva, cioè la stabilità presente e futura di tutti, a imporsi è una visione di futuro che conduce anche alla famiglia e ai figli. La scelta, insomma, può essere tra un futuro che scarica i suoi costi sul presente e un presente che produce futuro. Se ne esce solo con un vero patto fra generazioni.

Massimo Calvi 
Avvenire 8.11.2017
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Bonus bebè addio? E' fare harakiri

«Il declino demografico del nostro Paese rappresenta la sfida più grande da affrontare per la crescita economica, e un tema centrale in queste elezioni è stato anche il calo del tasso di natalità: dobbiamo fare qualche cosa subito o sarà troppo tardi». Questa frase è stata pronunciata due settimane fa dal premier giapponese Shinzo Abe dopo essere stato rieletto per il quarto mandato. Il Giappone è un Paese che dal punto di vista demografico ha molto in comune con l’Italia: un tasso di natalità tra i più bassi al mondo, una popolazione che invecchia, un numero di giovani attivi che si riduce.
La differenza sostanziale tra Italia e Giappone è che a Tokyo, se scarseggiano le soluzioni, i leader politici hanno le idee abbastanza chiare sui rischi che corre un Paese con una dinamica demografica di quel tipo. Una consapevolezza che sembra invece mancare all’Italia. Dove le misure a favore delle famiglie con figli e per il sostegno della natalità sono limitate e meno significative rispetto ai principali Paesi europei. E dove quel poco che c’è viene messo in discussione da un anno all’altro, da una manovra all’altra. Come se le misure pro famiglia non avessero un valore strategico legato alle prospettive di sviluppo e di tenuta sociale di una nazione, ma rispondessero solo a calcoli dal sapore elettorale.
Può essere letto così il "buco" che si è appalesato nella legge di bilancio per il 2018, dalla quale è scomparso a sorpresa il bonus bebè da 80 euro al mese, mille euro all’anno per tre anni. Il contributo era stato introdotto nel 2015 dal governo Renzi come misura per dare un segnale ai giovani intenzionati a metter su famiglia. Una spesa limitata, circa 200 milioni, all’interno di uno stanziamento che avrebbe dovuto salire a 600 milioni quest’anno fino a un miliardo nel 2018. Invece dopo due anni di bonus, via, si ritorna da capo.
Ora, prima di trarre una conclusione definitiva, considerato anche l’iter che hanno le manovre, è bene tenere conto di alcuni aspetti che attengono alla questione natalità-famiglia-figli. Il fattore più incisivo nella decisione di avere una famiglia riguarda la disponibilità o meno di lavoro, d’altra parte uno dei molti motivi che scoraggiano la natalità è proprio l’assenza di fiducia nel futuro così come la percezione di vivere in un Paese indebitato e instabile dal punto di vista finanziario. Dunque, l’attenzione alla tenuta dei conti pubblici così come le misure, per quanto non strutturali, destinate a sostenere l’occupazione, sono elementi di positività.
L’Italia è però un Paese che quanto a sostegni alle famiglie (con figli, s’intende) concede pochissimo, e che si distingue per avere una fiscalità che penalizza proprio i genitori. Chi ha prole in Italia vede salire drammaticamente il rischio di cadere in povertà e anche quando le entrate sono maggiori non va meglio, considerato che il ceto medio italiano in Europa è quello che vede calare maggiormente il proprio reddito disponibile dopo la nascita dei figli. È in questo contesto già altamente penalizzante che si inserisce l’uscita di scena, tra i tanti bonus spuntati in questi anni e in questa stessa legge di bilancio, proprio di quello destinato ai bebè. Un taglio che beffardamente arriva a poche settimane dalla Conferenza sulla Famiglia, che sul tavolo aveva sparso qualche futuribile impegno ed evocato, da subito, qualche soldo in più. Quadro capovolto, insomma. L’ennesima conferma di come in gran parte della classe dirigente non vi sia una chiara e reale percezione della gravità del problema.
Le misure per la famiglia in Italia sono insufficienti e allo stesso tempo hanno bisogno di essere riordinate in un quadro coerente capace di inviare un messaggio chiaro e decifrabile: occorre trasmettere l’idea di uno Stato che è pronto a sostenere chi intende farsi carico del futuro e delle nuove generazioni. Tagliare il bonus bebè e allo stesso tempo stanziare più risorse per permettere agli statali che hanno ricevuto l’aumento di incassare comunque il bonus da 80 euro è uno dei segnali meno sensati che si potevano inviare in questo momento. Con tutto il rispetto per il Giappone, è fare harakiri, a colpi di forbici. Meglio ripensarci. 

Massimo Calvi
Avvenire 1.11.2017