«Il declino demografico del nostro Paese rappresenta la
sfida più grande da affrontare per la crescita economica, e un tema centrale in
queste elezioni è stato anche il calo del tasso di natalità: dobbiamo fare
qualche cosa subito o sarà troppo tardi». Questa frase è stata pronunciata due
settimane fa dal premier giapponese Shinzo Abe dopo essere stato rieletto per
il quarto mandato. Il Giappone è un Paese che dal punto di vista demografico ha
molto in comune con l’Italia: un tasso di natalità tra i più bassi al mondo,
una popolazione che invecchia, un numero di giovani attivi che si riduce.
La differenza sostanziale tra Italia e Giappone è che a
Tokyo, se scarseggiano le soluzioni, i leader politici hanno le idee abbastanza
chiare sui rischi che corre un Paese con una dinamica demografica di quel tipo.
Una consapevolezza che sembra invece mancare all’Italia. Dove le misure a
favore delle famiglie con figli e per il sostegno della natalità sono limitate
e meno significative rispetto ai principali Paesi europei. E dove quel poco che
c’è viene messo in discussione da un anno all’altro, da una manovra all’altra.
Come se le misure pro famiglia non avessero un valore strategico legato alle
prospettive di sviluppo e di tenuta sociale di una nazione, ma rispondessero solo a calcoli dal
sapore elettorale.
Può essere letto così il "buco" che si è
appalesato nella legge di bilancio per il 2018, dalla quale è scomparso a
sorpresa il bonus bebè da 80 euro al mese, mille euro all’anno per tre anni. Il
contributo era stato introdotto nel 2015 dal governo Renzi come misura per dare
un segnale ai giovani intenzionati a metter su famiglia. Una spesa limitata,
circa 200 milioni, all’interno di uno stanziamento che avrebbe dovuto salire a
600 milioni quest’anno fino a un miliardo nel 2018. Invece dopo due anni di
bonus, via, si ritorna da capo.
Ora, prima di trarre una conclusione definitiva, considerato
anche l’iter che hanno le manovre, è bene tenere conto di alcuni aspetti che
attengono alla questione natalità-famiglia-figli. Il fattore più incisivo nella
decisione di avere una famiglia riguarda la disponibilità o meno di lavoro,
d’altra parte uno dei molti motivi che scoraggiano la natalità è proprio
l’assenza di fiducia nel futuro così come la percezione di vivere in un Paese
indebitato e instabile dal punto di vista finanziario. Dunque, l’attenzione
alla tenuta dei conti pubblici così come le misure, per quanto non strutturali,
destinate a sostenere l’occupazione, sono elementi di positività.
L’Italia è però un Paese che quanto a sostegni alle famiglie
(con figli, s’intende) concede pochissimo, e che si distingue per avere una
fiscalità che penalizza proprio i genitori. Chi ha prole in Italia vede salire
drammaticamente il rischio di cadere in povertà e anche quando le entrate sono
maggiori non va meglio, considerato che il ceto medio italiano in Europa è
quello che vede calare maggiormente il proprio reddito disponibile dopo la
nascita dei figli. È in questo contesto già altamente penalizzante che si inserisce
l’uscita di scena, tra i tanti bonus spuntati in questi anni e in questa stessa
legge di bilancio, proprio di quello destinato ai bebè. Un taglio che
beffardamente arriva a poche settimane dalla Conferenza sulla Famiglia, che sul
tavolo aveva sparso qualche futuribile impegno ed evocato, da subito, qualche
soldo in più. Quadro capovolto, insomma. L’ennesima conferma di come in gran
parte della classe dirigente non vi sia una chiara e reale percezione della
gravità del problema.
Le misure per la famiglia in Italia sono insufficienti e
allo stesso tempo hanno bisogno di essere riordinate in un quadro coerente
capace di inviare un messaggio chiaro e decifrabile: occorre trasmettere l’idea
di uno Stato che è pronto a sostenere chi intende farsi carico del futuro e
delle nuove generazioni. Tagliare il bonus bebè e allo stesso tempo stanziare
più risorse per permettere agli statali che hanno ricevuto l’aumento di
incassare comunque il bonus da 80 euro è uno dei segnali meno sensati che si
potevano inviare in questo momento. Con tutto il rispetto per il Giappone, è
fare harakiri, a colpi di forbici. Meglio ripensarci.
Massimo Calvi
Avvenire 1.11.2017