Il calo delle nascite permette allo Stato di risparmiare nella spesa dell’Assegno unico e universale per i figli. Nel 2025 l’Inps ha infatti erogato in tutto 19,7 miliardi di euro per l’Assegno, quasi 180 milioni in meno rispetto alla spesa del 2024. La riduzione è sostanzialmente dovuta al fatto che è calato il numero di persone per le quali è stato pagato il bonus lo scorso anno, cioè 9.976.274 figli da 0 a 21 anni, contro i 10.134.568 del 2024, mentre sono diminuiti anche i nuclei familiari che lo hanno richiesto, cioè 6.305.023 contro 6.393.065. Certo, qualche famiglia può aver rinunciato a inoltrare la domanda per l’Assegno, o se ne è dimenticata, più realisticamente a incidere è stato l’impatto delle minori nascite, unito al fatto che superando i 21 anni diversi giovani abbiano perso il diritto al bonus. Nello spazio di due anni, se cioè si confrontano gli assegni erogati a gennaio 2024 con quelli del dicembre 2025, sono usciti dal perimetro del beneficio più di 250mila figli e 120mila famiglie. Per certi aspetti può essere paradossale che un contributo pensato anche (ma non solo) per sostenere le coppie nel desiderio di diventare genitori, sortisca un effetto di questo tipo a quasi quattro anni dal suo debutto. In realtà, non è un segreto che le erogazioni monetarie da sole non riescano a sostenere più di tanto la natalità: questo accade perché le “misure” per la famiglia si confrontano oggi con un contesto culturale in profonda trasformazione, oltre che con uno scenario economico non facile per le giovani generazioni, se si pensa alla realtà degli stipendi in Italia e la si confronta con i valori del mercato immobiliare oltre che con i costi dell’educazione, per non parlare delle prospettive previdenziali nel nostro Paese.
A questo insieme di ragioni, si può aggiungere un ulteriore
elemento ricordando quella che è stata una delle principali critiche rivolte
alla struttura dell’Assegno unico, e cioè la sua accentuata progressività, che
ne ha fatto più uno strumento di redistribuzione che una misura “pronatalista”.
L’importo varia infatti dal minimo di 57,50 euro al mese a figlio per i nuclei
con Isee superiore a 45.939,56 euro, al massimo di 201 euro al mese per gli
Isee sotto i 17.227,33 euro. Nell’aggiornamento dell’Osservatorio Statistico
sull’Assegno unico e universale, che l’Inps ha diffuso ieri, si legge che
l’importo medio nel 2025 è stato, comprese le maggiorazioni, di 173 euro al
mese a figlio, ma con grandi differenze: 58 euro per i redditi più alti o per
chi non presenta l’Isee, 224 euro per i redditi più bassi. Ogni famiglia che ha
chiesto il bonus, in media, ha percepito 273 euro al mese, in virtù di 1,6
figli per ogni nucleo. Da questo punto di vista il sostegno alle fasce deboli,
e a quelle con redditi dichiarati più bassi, è stato significativo: se si
guarda il mese di dicembre, ad esempio, quasi la metà delle famiglie che hanno
beneficiato del bonus, il 46%, rientra nella fascia Isee più bassa, che con
1,67 figli a carico ha percepito un importo medio di 373 euro al mese, cifra
che sale a 396 euro al mese per le dichiarazioni sotto i 5.742,44 euro Isee.
L’Assegno unico e universale, insomma, sembra stia svolgendo bene il compito di
sostenere il reddito dei genitori con minori disponibilità economiche, disoccupati
compresi, contribuendo a contenere gli effetti della povertà. Quanto all’essere
un sostengo alle nascite, è evidente che servirebbe molto, ma molto altro, non
solo in termini economici.
Massimo Calvi
Avvenire, 18.2.2026
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