Resistere alla seduzione della guerra

 C’è una forma di resistenza necessaria durante un conflitto come quello che sta dilaniando l’Ucraina, e che non riguarda direttamente la popolazione del Paese invaso e aggredito da un esercito straniero, ma coinvolge anche chi di tutto questo è solo spettatore, per quanto coinvolto emotivamente o impegnato in azioni di solidarietà: è la resistenza all’estetica della guerra.

Perché ciascuno di noi può dirsi a favore della pace o per una soluzione diplomatica delle controversie, può ripudiare la guerra dentro di sé, ma non è sempre solo una questione di parole o di impegni: la «logica della guerra» è qualcosa che può investire le persone con la violenza di una raffica o di un’esplosione, oppure insinuarsi come un virus silenzioso nei cuori e nelle menti, entrare dagli occhi con un video o un’immagine, dalle orecchie per la via di un’opinione leggera, ma poi corrompere piano piano l’anima e lo sguardo sulla vita e sul mondo.

La resistenza alla logica e all’estetica del conflitto armato è necessaria, perché la guerra ha una potenza seduttiva impressionante, è la via breve del male, e da sempre le scorciatoie che permettono di aggirare la complessità e la delicatezza della dimensione umana più autentica attirano le persone. 'Colpisci per primo' è il comandamento numero uno della guerra, e il suo fascino può catturare quando il codice educativo di base è fondato sulla prevaricazione, è definito dalla cultura del possesso e dal diritto del più forte.

La guerra in questo senso può essere ovunque, da sempre, ed è anche facilmente riconoscibile, ma il male ha la capacità di travestirsi e di presentarsi talvolta come bene, per questo la resistenza ha bisogno di essere nutrita con convinzione e metodo. Un tempo si diceva di non regalare armi giocattolo ai bambini, ma la distanza dalla guerra dei padri e dei nonni ha permesso di allentare la fatica educativa, la violenza negli anni ha pervaso quasi ogni aspetto della vita.

Come se la violenza bellica fosse una forma di libertà, di innocente evasione, persino confinata nella dimensione dell’intrattenimento. Ma il vaso dove è stata seminata è pieno di buchi. L’estetica della guerra avanza in modo ancora più subdolo, ed è capace di trasformare la visione del mondo a piccole dosi. Una borsa alla moda ha lo stesso colore della maglietta del capo della resistenza, e curiosamente la pubblicità compare nella stessa pagina del leader 'buono'.

La descrizione minuziosa e precisa di come le armi degli eserciti in lotta possono fare male educa piano piano a godere della loro intelligenza distruttiva, celando però i volti delle vittime. Nel titolo di un giornale una leader politica che resiste è passata 'dal tailleur alla mimetica', come si fosse cambiata per la passerella di una fashion week. Perché stupirsi, allora, se un capo di Stato europeo sceglie un look ispirato alla frugalità battagliera della divisa del presidente ucraino che lotta e si nasconde nella martoriata Kiev.

Una bambina col lecca-lecca e il fucile può sembrare un’eroina della resistenza, non solo una vittima della violenza più estrema. I bambini in Occidente hanno ripreso a vedere guerra, a pensare guerra, a fare giochi di guerra: chi saranno i cow-boy e gli indiani, oggi? E mentre ne parliamo, mentre i grandi giocano ai soldatini e si dividono il puzzle del mondo, le bombe cadono veramente sugli innocenti, ammazzano i piccoli, dividono le famiglie, seppelliscono civili e militari di ogni età.

La resistenza, perciò, è anche continuare a rifiutare tutto questo, a vedere orrore e solo orrore in ognuna delle forme che la guerra sa assumere, anche la più seducente, la più bella, la meno terribile impersonata dal cattivo. Si può prendere atto, con fatica, che ci sia una guerra. Ma non lasciare mai che la coscienza ne venga assuefatta e arrivi a considerarla una parte di noi, nemmeno la peggiore.

Massimo Calvi

Avvenire 18.3.22

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Il conto alla rovescia verso un mondo senza nascite

Il futuro dell’umanità è a rischio. Di fronte a un’affermazione come questa la stragrande maggioranza delle persone penserebbe immediatamente alla crisi ambientale, imputando a essa la responsabilità di una possibile estinzione del genere umano. Poco invece si dice di un altro fenomeno: la crisi della fertilità. Non è un problema da poco, perché l’impegno che stiamo profondendo per mettere al sicuro la Terra rischia di dover essere riconsiderato se nel frattempo non facessimo altrettanto per evitare che gli esseri umani perdano la capacità di riprodursi.

Non si tratta di una visione da romanzo o film distopico, ma di ricerche scientifiche. A raccogliere le più significative e inquietanti, comprese quelle condotte in prima persona col suo gruppo di ricercatori, è stata Shanna H. Swan, epidemiologa ambientale e riproduttiva che da tempo indaga la crisi della fertilità, autrice di un saggio di recente pubblicazione e dal titolo inequivocabile: Countdown. Come il nostro stile di vita minaccia la fertilità, la riproduzione e il futuro dell’umanità (Fazi editore, 380 pagine, 22 euro). Swan fa rilevazioni inquietanti. Dal 1973 al 2011 la conta spermatica totale degli uomini dei Paesi occidentali è diminuita del 60% e continua a calare, tanto che oggi un maschio adulto avrebbe la metà degli spermatozoi di suo nonno: un tasso di riduzione che in teoria porterebbe all’azzeramento della possibilità riproduttiva entro il 2045.

Swan parla di "effetto 1%", una percentuale che ricorre in diversi studi: l’1% è il tasso di riduzione annua della conta spermatica, il calo del livello di testosterone, l’aumento dei casi di cancro ai testicoli, la diffusione dei problemi di disfunzione erettile, l’aumento degli aborti spontanei, e persino – va da sé – il ricorso alla maternità surrogata. Dietro il crollo dei tassi di fecondità, insomma, non ci sono solo scelte guidate dai valori e dalla cultura contemporanea, ma un problema strutturale imputabile agli stili di vita del mondo sviluppato. Countdown individua la causa di tutto questo in fattori come l’inquinamento, lo stress, l’alimentazione, il fumo, l’alcool e le droghe, ma soprattutto porta una mole impressionante di prove contro sostanze chimiche come gli Ftalati e i Pfas che alterano la produzione di ormoni sessuali.

Sotto accusa finiscono così una montagna di prodotti di uso comune: contenitori di plastica per bevande e alimenti, impermeabilizzanti per tessuti, fragranze, sciampi, smalti per unghie, saponi, prodotti elettrici, giocattoli per bambini, lozioni, plastiche di bassa qualità... Swan – che offre una lunga lista di azioni per affrontare il problema – cita studi che mostrano come l’esposizione a sostanze chimiche in grado di alterare il sistema endocrino possa influenzare lo sviluppo dei genitali, la definizione del sesso, e persino il modo in cui i bambini giocano, modificando ruoli maschili e femminili, lasciando pensare a un effetto sull’identità di genere e le preferenze sessuali. Forse l’amore non è solo una questione di "chimica", ma il futuro dell’umanità potrebbe esserlo.

Massimo Calvi

Avvenire, 17.3.22

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