Lo smog fa male alla salute, è causa di malattie importanti, accorcia l’aspettativa di vita. Tutti sanno che l’inquinamento aumenta il rischio di tumori, può dare problemi cardiovascolari ed essere associato a un numero elevato di morti premature: 90mila l’anno in Italia, secondo l’Agenzia europea per l’ambiente. Fino ad oggi, tuttavia, gran parte dell’opinione pubblica ha guardato al problema dello smog accettando l’idea che il rischio per la salute è un po’ il prezzo che si deve pagare al progresso e allo sviluppo, dunque a una qualità della vita e a una libertà complessivamente superiori. Come a dire: riconosco il pericolo, ma nel frattempo ho un lavoro, posso girare liberamente in auto, tenere il riscaldamento al massimo, e via dicendo. L’aria inquinata, in effetti, interessa soprattutto le città, dove gli standard sanitari più elevati riescono a mantenere alta la durata media della vita.
Nei contesti più avanzati questa visione, tuttavia, ha lasciato da tempo il campo a considerazioni meno superficiali. E anche dove si tende a privilegiare la libertà individuale rispetto a obiettivi di benessere comune, le antiche convinzioni vacillano. Un ruolo in questa trasformazione possono averlo diversi studi scientifici che dimostrano come lo smog, oltre ai problemi già noti può compromettere la qualità della vita in modo molto serio provocando malattie come la depressione, la schizofrenia, disturbi mentali di vario genere, forse persino l’autismo, oltre a deficit di tipo cognitivo già nei bambini.
Queste ricerche vanno lette con cautela, perché si tratta di un filone ancora tutto da esplorare in profondità. Ma i risultati sono già significativi. Uno studio condotto su quasi 300 bambini di Londra, monitorati all’età di 12 anni e poi a 18, ha dimostrato che crescere in zone particolarmente inquinate aumenta di 3-4 volte il rischio di depressione nella maggiore età, ma anche ansia o disturbi dell’attenzione. L’incidenza di questi problemi, oltretutto, sembra aumentare più peggiora la qualità dell’aria. Gli inquinanti presi in esame dallo studio, il particolato fine (Pm2,5) e il disossido d’azoto (NO2), chiamano in causa soprattutto il traffico dei veicoli nei centri urbani.
La ragione che porta lo smog a incidere sul cervello, e sulle aree che condizionano la felicità, sembra dovuta al fatto che le particelle fini sono in grado di oltrepassare la barriera emato-encefalica. Su fronti di studio diversi si è anche notato che le polveri ultrafini riescono a penetrare la placenta e provocano danni già al feto. Altri ricercatori, a Barcellona, hanno trovato una correlazione forte tra disturbi depressivi e aumento degli inquinanti. E sempre nella capitale della Catalogna una ricerca di qualche anno fa aveva rilevato un legame tra la risposta ad alcuni test cognitivi dei bambini e i livelli di smog nella via dove ha sede la scuola che frequentano. In questo ambito di ricerca c’è anche chi si è spinto a indagare e ipotizzare un legame tra lo smog e i disturbi dello spettro autistico, ma si tratta di una supposizione che ha bisogno di essere rafforzata.
Una cosa va detta: il fatto che esista una correlazione tra smog e problemi di salute mentale non vuol dire che ci sia un rapporto di causa-effetto, ma solo che vi sono prove neurobiologiche da tenere in considerazione. Questo è comunque un valido motivo per analizzare questioni di attualità con uno sguardo più ampio. A Milano, ad esempio, sta per essere inaugurata la cosiddetta "Area B", la zona a traffico limitato più grande d’Italia e l’area chiusa ai diesel più estesa d’Europa, col blocco dei veicoli maggiormente inquinanti. Si tratta di un passaggio che fa discutere perché può risolvere molti problemi, ma paradossalmente ne può generare altri, quando si considera la complessità dell’area metropolitana e la difficoltà storica a gestire il sistema dei trasporti pubblici in un territorio frammentato dal punto di vista amministrativo. L’esperimento rappresenta tuttavia una sfida importante, se è vero che nelle aree urbane il 50-70% dell’inquinamento è imputabile al traffico: una volta a regime la nuova Ztl, sarà finalmente possibile anche valutarne gli effetti.
L’accettazione delle politiche ambientali da parte della popolazione, tuttavia, non è un tema di secondo piano, anzi, può valere quanto l’impegno nella lotta all’inquinamento. La classe politica dovrebbe avere imparato che i sacrifici in nome dell’ambiente e della salute, che si tratti di nuove tasse o di blocchi della circolazione, devono poter contare su un ventaglio ampio di alternative valide e sostenibili. E i benefici non essere causa di nuove disuguaglianze, come avviene dove le municipalità si muovono in ordine sparso. Le indagini sulla qualità della vita nei territori, quando oltre alle valutazioni economiche o legate ad aspetti materiali si spingono a valutare uno spetto più ampio di fattori, mostrano che i tassi di felicità sono sempre più alti dove gli standard ambientali sono maggiori. Le ricerche sul legame tra smog e salute, anche mentale, dovrebbero incentivare tutti ad avere uno sguardo meno individualista e più preoccupato per l’interesse collettivo. Soprattutto di fronte all’evidenza che vede nei bambini i soggetti più fragili e più esposti ai problemi causati dallo smog.
Massimo Calvi
Avvenire, 24.2.2019
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Fridays For Future
Una delle cose peggiori che un giovane può fare pensando al proprio futuro e a quello della comunità in cui vive è smettere di studiare. Tuttavia non è su questo piano che andrebbe letta la protesta che sta unendo giovani e giovanissimi di vari Paesi europei in nome della lotta ai cambiamenti climatici. In diverse città francesi e britanniche, in Germania, ma anche in Italia, centinaia di studenti hanno "scioperato" nuovamente ieri e manifestato davanti a scuole e sedi istituzionali per chiedere azioni più incisive al fine di evitare la catastrofe ecologica. La mobilitazione prende il nome di "Fridays For Future", i Venerdì per il futuro, e ha tutte le caratteristiche di un movimento informale, cresciuto con il passaparola in rete. Proteste sparse si erano tenute già lo scorso anno, poi la delusione per gli esiti della Conferenza sul clima in Polonia del dicembre 2018 ha impresso una spinta decisiva. La richiesta è per una riduzione più netta dei gas serra contro il riscaldamento climatico. In assenza di risposte è già stata fissata una nuova data per incrociare le braccia: il 15 marzo, venerdì ovviamente. La provocazione dello sciopero scolastico fa quasi star male. Non abbiamo forse bisogno di più sapere, di intelligenza, di conoscenza, di scuola e innovazione per affrontare le sfide globali? La frase che spiega tutto dei Venerdì per il futuro è stata pronunciata dalla sedicenne svedese Greta Thunberg, la ragazza che ha ispirato il movimento per aver incrociato le braccia davanti al Parlamento di Stoccolma a partire dallo scorso agosto: «Perché dovrei andare a scuola? Se i politici non ascoltano gli scienziati perché mai dovrei studiare?». Nel contesto in cui sono espresse, queste parole non andrebbero prese alla leggera. Intanto perché marcano una differenza generazionale impressionante anche rispetto a quello che oggi si considera "nuovo", ma che di fronte a un’affermazione così appare di colpo vecchio e stantìo: per ragazzi neanche maggiorenni la scienza e la conoscenza hanno un valore, lo studio è importante, non sembrano esserci margini per negazionismi, scie chimiche, leggende metropolitane o saltimbanchi. La politica ne prenda atto e agisca. E poi nella rinuncia simbolica (e temporanea) allo studio sembra andare in scena più la rappresentazione del sacrificio di qualcosa che si considera prezioso e necessario, non un atto definitivo di auto-annientamento. Come dire: siamo pronti a fare la nostra parte.
Molte ricerche dimostrano come le generazioni più giovani abbiano una consapevolezza diffusa e trasversale della questione ecologica, non sembrano cioè divise nei blocchi ideologici e un po’ naif che ancora sopravvivono, dove ci si attribuisce il diritto di inquinare o il privilegio di vivere a impatto zero in base al colore politico o all’area culturale di appartenenza. Altri studi evidenziano poi un ritorno di passione politica e di desiderio di impegno proprio tra gli "under 20". Un’aria nuova, insomma, che pone la difesa dell’ambiente e della casa comune come dato irrinunciabile, tutt’altro che piegato sul presente. «Forse un giorno i miei figli mi chiederanno come mai non avete fatto niente quando c’era ancora il tempo di agire» ha detto Greta Thunberg ai rappresentanti delle Nazioni alla Cop24 di Katowice, esprimendo un desiderio di futuro e di generatività lontano dalla disillusione che si respira altrove.
Secondo le più recenti stime delle Nazioni Unite nell’ultimo decennio in Africa gli eventi atmosferici estremi hanno colpito in media 16 milioni di persone l’anno e l’aumento delle temperature ha danneggiato in modo devastante i raccolti nelle aree più povere, affamando milioni di persone e inducendole a migrazioni disperate. Nell’enciclica Laudato si’, in cui la tensione per la promozione di un’ecologia integrale si accompagna all’indicazione di azioni concrete con le quali confrontarsi per il bene del Creato e dell’umanità, papa Francesco ha dato prova di saper cogliere più di tanti il senso di una questione che è anche generazionale: «I giovani – ha scritto – esigono da noi un cambiamento. Essi si domandano com’è possibile che si pretenda di costruire un futuro migliore senza pensare alla crisi ambientale e alle sofferenze degli esclusi». Soprattutto, ha sottolineato Francesco, questi giovani «hanno una nuova sensibilità ecologica e uno spirito generoso, e alcuni di loro lottano in modo ammirevole per la difesa dell’ambiente, ma sono cresciuti in un contesto di altissimo consumo e di benessere che rende difficile la maturazione di altre abitudini. Per questo ci troviamo davanti ad una sfida educativa». Una sfida che chiama anche al cambio degli stili di vita e di fronte alla quale i giovani non possono essere lasciati soli. Perché a un certo punto i libri e le ricerche vanno riaperti e dovremmo tutti ricominciare a leggerli.
Massimo Calvi
Molte ricerche dimostrano come le generazioni più giovani abbiano una consapevolezza diffusa e trasversale della questione ecologica, non sembrano cioè divise nei blocchi ideologici e un po’ naif che ancora sopravvivono, dove ci si attribuisce il diritto di inquinare o il privilegio di vivere a impatto zero in base al colore politico o all’area culturale di appartenenza. Altri studi evidenziano poi un ritorno di passione politica e di desiderio di impegno proprio tra gli "under 20". Un’aria nuova, insomma, che pone la difesa dell’ambiente e della casa comune come dato irrinunciabile, tutt’altro che piegato sul presente. «Forse un giorno i miei figli mi chiederanno come mai non avete fatto niente quando c’era ancora il tempo di agire» ha detto Greta Thunberg ai rappresentanti delle Nazioni alla Cop24 di Katowice, esprimendo un desiderio di futuro e di generatività lontano dalla disillusione che si respira altrove.
Secondo le più recenti stime delle Nazioni Unite nell’ultimo decennio in Africa gli eventi atmosferici estremi hanno colpito in media 16 milioni di persone l’anno e l’aumento delle temperature ha danneggiato in modo devastante i raccolti nelle aree più povere, affamando milioni di persone e inducendole a migrazioni disperate. Nell’enciclica Laudato si’, in cui la tensione per la promozione di un’ecologia integrale si accompagna all’indicazione di azioni concrete con le quali confrontarsi per il bene del Creato e dell’umanità, papa Francesco ha dato prova di saper cogliere più di tanti il senso di una questione che è anche generazionale: «I giovani – ha scritto – esigono da noi un cambiamento. Essi si domandano com’è possibile che si pretenda di costruire un futuro migliore senza pensare alla crisi ambientale e alle sofferenze degli esclusi». Soprattutto, ha sottolineato Francesco, questi giovani «hanno una nuova sensibilità ecologica e uno spirito generoso, e alcuni di loro lottano in modo ammirevole per la difesa dell’ambiente, ma sono cresciuti in un contesto di altissimo consumo e di benessere che rende difficile la maturazione di altre abitudini. Per questo ci troviamo davanti ad una sfida educativa». Una sfida che chiama anche al cambio degli stili di vita e di fronte alla quale i giovani non possono essere lasciati soli. Perché a un certo punto i libri e le ricerche vanno riaperti e dovremmo tutti ricominciare a leggerli.
Massimo Calvi
Avvenire, 16.2.2019
Massimo Recalcati e il lessico amoroso
«Ho capito in un secondo che tu da me volevi solo soldi»
canta Mahmood, il vincitore di Sanremo 2019. «Se solamente Dio inventasse delle
nuove parole potrei dirti che...», si ascolta nella canzone di Ultimo, il
secondo classificato. Se l’amore in musica è questo, forse c’è un problema di
alfabetizzazione. Massimo Recalcati, psicoanalista e scrittore, a febbraio ha
iniziato a condurre su Rai 3, il lunedì sera, Lessico amoroso, viaggio in sette
puntate nelle tappe fondamentali del rapporto d’amore. La domanda viene da sé.
Perché improvvisamente abbiamo bisogno di ricostruire un
lessico sull’amore?
Perché non sappiamo più parlare d’amore. Come se la retorica
stile Twitter da una parte e il cinismo materialistico dall’altra avessero
spezzato le gambe alla lingua poetica dell’amore. Aggiungiamo la sentenza delle
neuroscienze che vorrebbero ridurre l’amore a scosse biochimiche del cervello
destinate fatalmente a esaurirsi col passare del tempo. Aggiungiamo anche il
neo-libertinismo del nostro tempo che vorrebbe rendere risibile il “per sempre”
dell’amore. Abbiamo bisogno di ricostruire un lessico amoroso che ci indichi
che le ragioni del cuore hanno un peso senza il quale la vita umana appare
mutilata. Il nostro tempo sputa sulla promessa di eternità che si ripete in
ogni amore. Preferisce il disincanto che riduce l’amore al sesso o al cosiddetto
poliamore. Bisognerebbe rileggere i poeti per ritrovare le parole più profonde
dell’amore. Quel «duro desiderio di durare», come diceva Paul Éluard, in cui
consiste la promessa coraggiosa degli amanti
Lei ha indagato a fondo la dissoluzione della figura del
padre nell’era ipermoderna e la ridefinizione della funzione materna. C’è un
legame tra l’analfabetismo amoroso e la crisi dei ruoli nella famiglia?
La famiglia svolge a mio giudizio un ruolo fondamentale e
insostituibile nel processo di umanizzazione della vita. Oggi il suo
indebolimento non deriva tanto dal superamento in corso di una concezione solo
naturale del legame familiare, ma dalla intrusione traumatica dei miraggi del
mercato, del mito del successo individuale, del profitto a ogni costo che
sembra distruggano alle fondamenta ogni discorso educativo. La famiglia deve
fronteggiare una deriva che sembra destituirne ogni ruolo simbolico. Ma la sua
funzione resta fondamentale. Pensiamo per esempio all’importanza della testimonianza
che un figlio può ricevere dall’amore che unisce i suoi genitori. È quella la
prima versione dell’amore che lascia fatalmente delle tracce. Respirare l’amore
nel legame familiare prepara all’amore.
Dunque l’amore non ha sempre bisogno di parole per essere
insegnato?
Credo che l’analfabetismo amoroso sia il risultato del venir
meno della dimensione del segreto e del mistero che dovrebbe invece
accompagnare la vita amorosa. Mettere tutto in trasparenza, abolire il mistero,
accorciare le distanze, favorisce disinibizione, ma spesso anche lo spegnimento
del desiderio verso l’altro. Una delle illusioni più atroci del nostro tempo è
che tutto sia accessibile senza sforzo: il sesso, l’amore, il desiderio... Ma
non è così. Solo se si impara l’esistenza dell’inaccessibile si può imparare
davvero la lingua singolare dell’amore. Il senso profondo della preghiera
prepara all’amore meglio di qualunque educazione sessuale...
In un’epoca in cui i passaggi della vita sono diluiti, i
legami fluidi e i rapporti (anche economici) precari, la difficoltà tra
genitori e figli oggi non è anche nel saper suscitare un desiderio di
autonomia?
Esistono due sintomi egualmente pericolosi. Il primo lo ha
appena evocato: tutto è liquido, nulla può durare nel tempo, ogni cosa è
destinata a una precarietà irrisolvibile. Il secondo è quello nostalgico:
restaurare la solidità della figura genitoriale ereditata dal patriarcato. Il
nostro tempo non è più il tempo dove la parola del padre chiudeva ogni discorso.
Questa erosione dell’autorevolezza non è solo un motivo deprimente o
angosciante ma anche una grande opportunità. Ogni lessico amoroso implica,
infatti, un rapporto di amicizia con la fragilità e la mancanza, con l’erosione
dell’identità. Per parlare d’amore bisogna non avere paura della mancanza.
Quando amiamo siamo scoperti nella nostra vulnerabilità. Per questo a volte è
meglio rifugiarsi attraverso la menzogna, oggi condivisa, dell’autonomia e
dell’indipendenza, del farsi un nome da sé. Una vita non è pienamente matura
quando è indipendente, ma solo quando sa riconoscere che senza la presenza
dell’altro dell’amore è nulla.
Desiderio, miracolo, esperienza di assoluto, dono, incontro,
promessa, per sempre... Il “lessico amoroso” di Recalcati ripropone molti
termini della formazione cristiana. Che cosa insegna il Vangelo alla
psicoanalisi?
Il mio lessico si muove in direzione contraria allo spirito
del nostro tempo. Non rinuncia alla promessa che ogni incontro d’amore porta
con sé: trasformare la casualità dell’incontro in un destino. È lo sforzo
(impossibile?) di ogni amore. Ogni amore vuole infatti ripetere la gioia del
primo incontro infinitamente. Il Vangelo insegna alla psicoanalisi il valore
insostituibile della fede. È la fede che salva. È la fede che nutre la forza
del desiderio senza la quale la vita appassisce. La psicoanalisi riprende
questa idea di fondo del desiderio animato dalla fede: l’inconscio è infatti,
diversamente da quel che comunemente si pensa, il luogo di una luce e non delle
tenebre del sottosuolo. Senza questa esperienza della luce che nutre il
desiderio la vita si spegne e muore.
Qual è il suo rapporto personale con il cristianesimo? Che
ruolo ha il cristianesimo con la storia della psicoanalisi?
La psicoanalisi affonda storicamente le sue radici
nell’illuminismo e nel positivismo. Freud era rigorosamente ateo. L’ateismo
resta la cultura di fondo della psicoanalisi, nel senso che l’uomo è “solo e
senza scuse” e non può essere salvato da Dio in quanto Dio è solo l’immagine
idealizzata del padre dell’infanzia. La religione è, infatti, almeno nella
prospettiva della psicoanalisi, una illusione infantile. Il cristianesimo rompe
però con ogni rappresentazione religiosa di Dio. Il suo passo più sconcertante
– quello che più mi convince e mi affascina – è che Dio ha il volto del
prossimo; è che il volto del padre si può vedere solo nel volto del figlio. Di
qui l’idea – per me decisiva – che il cristianesimo sia una grande etica del
desiderio, anti-sacrificale, fondata sulla Legge dell’amore e sull’immanenza
del Regno, che sia un’etica che oppone la Legge dell’amore all’odio e alla
morte. In questo passo, paradossalmente, esso si avvicina profondamente al
pensiero di Freud che pone in Eros la sola salvezza possibile nei confronti
delle terribili devastazioni di Thanatos. È per me abbastanza per ripensare
l’insieme dei rapporti tra testo biblico e psicoanalisi. È quello che sto
facendo da anni.
Uscirà presto un mio grosso volume sui rapporti tra Bibbia e
psicoanalisi che spero di finire entro l’anno.
Quale aspetto la interroga di più della riflessione
cristiana su corpo e affetti? Quali punti di contatto ci sono tra il messaggio
cristiano e la riflessione lacaniana sul desiderio?
Non esiste anima senza incarnazione. Non esiste spirito che
non sia corpo. Il cristianesimo rompe la tradizione gnostico-spiritualistica:
il corpo non è un involucro dell’anima, ma è carne dell’anima, incarnazione
dell’anima. Cristo è un uomo. Ma questa umanità non è solo un grumo di spinte
pulsionali, ma porta con sé anche il fuoco del desiderio, la sua trascendenza.
È la fede nel desiderio che può spostare le montagne. Una vita non si giudica
dalla sua razza, dai suoi attributi ontologici, dalla sua essenza, ma solo da
quello che essa fa del proprio desiderio, del proprio talento. È questo il
punto di massima convergenza tra psicoanalisi e cristianesimo: un albero si
giudica sempre e solo dai suoi frutti.
Avvenire, 14.2.2018
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Contrordine: il mondo si spopola
Nei fumetti e nella fantasia i supereroi combattono sempre per difendere la popolazione e la Terra dai cattivi o dagli invasori. Nel film Avengers - the Infinity War, uscito nel 2018, il conflitto tra il bene e il male riesce invece a suscitare nello spettatore qualche dubbio prima di stabilire che il Cattivo, l’orribile Thanos, stia veramente facendo la cosa sbagliata. La sua lotta contro i supereroi, infatti, è sostenuta da quello che decenni di malthusianesimo hanno contribuito a far apparire come un obiettivo sano e accettato: salvare il mondo dal sovrappopolamento. Quasi una “giusta causa”, insomma, se non fosse che il prezzo da pagare prevede di sterminare la metà degli abitanti della Terra, supereroi compresi.
La cosa interessante è il rapido decadimento di questa prospettiva, ben prima dell’uscita del sequel: oggi la grande emergenza planetaria non è più la crescita della popolazione mondiale, ma la sua implosione. Dopo anni di previsioni apocalittiche si sta facendo largo la convinzione che i calcoli vadano rifatti: probabilmente la Terra non raggiungerà nel 2100 quegli 11-13 miliardi di abitanti che l’Onu aveva previsto come scenario estremo, ma per quella data si sarà già tornati al livello odierno di 7 miliardi e rotti, dopo un picco di 9 miliardi a metà percorso. Previsioni di questo tipo sono difficili da maneggiare. E anche per quanto riguarda gli effetti si può discutere a lungo: se c’è chi sostiene che più persone sul pianeta aumentano in modo drammatico la pressione sulle risorse disponibili è anche vero che più intelligenze all’opera possono individuare soluzioni innovative. Lo stesso problema del riscaldamento globale è più una questione di tecnologie e modelli di sviluppo che di numero di abitanti della Terra e di consumo di risorse.
Uno dei contributi più decisi al ribaltamento del modo in cui si è sempre guardato all’emergenza demografica planetaria si deve a un libro uscito da poco, Empty Planet-The shock of Global population decline di John Ibbitson e Darrell Bricker. Il passaggio dalla prospettiva di un mondo che esplode a quello di un "pianeta vuoto" si deve in buona parte all’avanzamento più rapido del previsto dell’urbanizzazione, con gli effetti che questo ha sulla fecondità. Per la prima volta nella storia del genere umano, notano gli autori, nel 2007 più della metà degli abitanti del globo viveva ormai in città. Oggi la percentuale è già salita al 55% e tra un trentennio si prevede arrivi al 66%. La vita urbana, così come un maggiore tasso di sviluppo, tende a ridurre il numero di figli a causa dell’aumento degli anni di studio, dell’organizzazione del lavoro, delle esigenze economiche delle coppie, dei mutamenti culturali o anche di fattori come lo smog, lo stress e comportamenti che riducono la potenzialità riproduttiva.
La preoccupazione per gli effetti che avrà lo sboom demografico planetario è sempre più diffusa. Jorgen Randers, accademico norvegese noto per i suoi allarmi sul rischio di un’esplosione demografica, oggi ha cambiato radicalmente idea e sostiene che nel 2040 la popolazione arriverà a "soli" 8 miliardi e poi incomincerà a declinare. A una conclusione simile giunge un rapporto della Deutsche Bank citato dagli stessi autori di Empty Planet. Lyman Stone, brillante demografo americano con visioni spesso controcorrente, sostiene che le preoccupazioni delle Nazioni Unite e di molte Ong attive nei programmi di salute riproduttiva circa l’insufficiente rallentamento demografico del continente africano sarebbero prive di fondamento alla luce degli indicatori di sviluppo di molti Paesi dell’area. A detta di Wolgang Lutz, demografo austriaco citato dall’"Economist", se il mondo occidentale in questi anni ha sviluppato un’ossessione per i tassi di fecondità africani è solo perché questi sono stati un po’ più alti del previsto a causa di un rallentamento temporaneo dei programmi di istruzione durante gli anni 90.
L’educazione, insomma, l’avanzata dello sviluppo, l’urbanizzazione, sono i fattori più importanti nel ridefinire gli scenari demografici sulla Terra. Il problema è che un mondo meno affollato di esseri umani non sarà necessariamente un mondo più pacifico. Certo, si possono immaginare effetti positivi come la riduzione dell’inquinamento, una minore pressione sulle risorse o una riconquista della natura in territori che si spopolano. Ma è tutto da dimostrare, considerato che il maggiore contributo alle emissioni di CO2 arriva dai consumi delle persone più ricche, a prescindere dai Paesi in cui vivono. Inoltre, c’è un altro lato della medaglia. Un altro libro che sta facendo discutere, The Human Tide - How Population Shaped the Modern World, di Paul Morland, mostra quanto le grandi pressioni demografiche hanno determinato la storia degli ultimi due secoli e continueranno a farlo. Una popolazione mondiale che invecchia andrà incontro a problemi di sostenibilità fiscale, previdenziale e sanitaria. Se ci sono aree in cui un numero più elevato di giovani potrebbe risollevare le sorti di un Paese, come l’Italia o il Giappone, in altre meno stabili l’eccesso di giovani può essere un fattore di tensione. Inoltre, quali conseguenze potrà avere la frizione tra una popolazione urbana che cresce a fronte di territori rurali che si svuotano? Non serve la boccia di cristallo per capire cosa avviene quando la gente che vive in aree in declino demografico come l’Europa, o l’insieme dei Paesi sviluppati riuniti nell’Ocse, dove il numero medio di figli per donna è ampiamente sotto il tasso di sostituzione di 2,1, incrocia il suo destino con una popolazione molto più povera ma con tassi di fecondità assai più vivaci.
Il passaggio dalla dimensione globale a quella locale è doveroso. In Italiani poca gente (Ed. Luiss), il demografo Antonio Golini e il giornalista Marco Valerio Lo Prete equiparano il sistema economico e sociale italiano a «un acrobata in piedi su una corda sospesa in aria» agitato da «scompensi demografici sempre più gravosi che rendono difficilissimo rimanere in equilibrio». Un’immagine non molto diversa da quella di un’Italia «sdraiata sul fondo come un sottomarino in avaria» usata dal forum dei demografi italiani, Neodemos.it, nel commentare i dati Istat sulla popolazione nel 2018. Non è solo un problema di scompensi dello Stato sociale o di debito pubblico esplosivo. Golini ricorda a chi è disposto ad accettare passivamente l’idea che gli italiani possano anche scomparire, che «una popolazione non può essere vista soltanto come mero aggregato demografico, ma deve essere considerata anche come storia e cultura». Molte delle manifestazioni più inquietanti di questa epoca, non a caso, possono essere efficacemente riassunte in quello che è definito il «circolo vizioso del liberalismo moderno»: Paesi ricchi con meno bambini manifestano il bisogno di immigrati per aumentare la forza lavoro, salvo trovarsi poi a dover fare i conti con spinte xenofobe.
In un altro prezioso saggio fresco di stampa, scritto ancora da due demografi, Letizia Mencarini e Daniele Vignali, Genitori cercasi (Egea), le ragioni che hanno costretto l’Italia nella «trappola demografica» in cui si trova sono ripercorse in modo puntuale fino alla condivisione delle ricette che le conoscenze mettono a disposizione. L’aspetto inquietante non è solo il fatto che una popolazione con una fecondità come quella italiana di 1,3 figli per donna, senza immigrazione si dimezzerà nel giro di soli 48 anni, e che una fetta sempre più ampia di persone non sarà mai genitore. Il rischio sono l’inazione, il disinteresse della politica, quel laissez-faire che ha prodotto elevati dosi di «infelicità individuale e di coppia», costringendo le persone ad avere meno figli di quelli che desidererebbero.
Più vecchi, più soli, meno felici. Sicuri che andrà tutto bene? Le tensioni che prefigura una dinamica della popolazione segnata da grandi squilibri non sono più di tanto governabili, come suggerisce il libro di Morland, ma è quantomeno imbarazzante il contrasto che si registra tra il grido d’allarme corale dei demografi e il silenzio assordante di economisti e politici. Un mondo nel quale non nascono più bambini, dilaniato da tensioni xenofobe e conflitti armati è lo scenario inquietante descritto in un film del 2006, I figli degli uomini, di Alfonso Cuaròn. Non ci sono supereroi in questo caso, e la speranza è affidata ancora una volta a un vagito, a una nascita inattesa, a un piccolo profugo.
Massimo Calvi
Avvenire 13.2.2018
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La cosa interessante è il rapido decadimento di questa prospettiva, ben prima dell’uscita del sequel: oggi la grande emergenza planetaria non è più la crescita della popolazione mondiale, ma la sua implosione. Dopo anni di previsioni apocalittiche si sta facendo largo la convinzione che i calcoli vadano rifatti: probabilmente la Terra non raggiungerà nel 2100 quegli 11-13 miliardi di abitanti che l’Onu aveva previsto come scenario estremo, ma per quella data si sarà già tornati al livello odierno di 7 miliardi e rotti, dopo un picco di 9 miliardi a metà percorso. Previsioni di questo tipo sono difficili da maneggiare. E anche per quanto riguarda gli effetti si può discutere a lungo: se c’è chi sostiene che più persone sul pianeta aumentano in modo drammatico la pressione sulle risorse disponibili è anche vero che più intelligenze all’opera possono individuare soluzioni innovative. Lo stesso problema del riscaldamento globale è più una questione di tecnologie e modelli di sviluppo che di numero di abitanti della Terra e di consumo di risorse.
Uno dei contributi più decisi al ribaltamento del modo in cui si è sempre guardato all’emergenza demografica planetaria si deve a un libro uscito da poco, Empty Planet-The shock of Global population decline di John Ibbitson e Darrell Bricker. Il passaggio dalla prospettiva di un mondo che esplode a quello di un "pianeta vuoto" si deve in buona parte all’avanzamento più rapido del previsto dell’urbanizzazione, con gli effetti che questo ha sulla fecondità. Per la prima volta nella storia del genere umano, notano gli autori, nel 2007 più della metà degli abitanti del globo viveva ormai in città. Oggi la percentuale è già salita al 55% e tra un trentennio si prevede arrivi al 66%. La vita urbana, così come un maggiore tasso di sviluppo, tende a ridurre il numero di figli a causa dell’aumento degli anni di studio, dell’organizzazione del lavoro, delle esigenze economiche delle coppie, dei mutamenti culturali o anche di fattori come lo smog, lo stress e comportamenti che riducono la potenzialità riproduttiva.
La preoccupazione per gli effetti che avrà lo sboom demografico planetario è sempre più diffusa. Jorgen Randers, accademico norvegese noto per i suoi allarmi sul rischio di un’esplosione demografica, oggi ha cambiato radicalmente idea e sostiene che nel 2040 la popolazione arriverà a "soli" 8 miliardi e poi incomincerà a declinare. A una conclusione simile giunge un rapporto della Deutsche Bank citato dagli stessi autori di Empty Planet. Lyman Stone, brillante demografo americano con visioni spesso controcorrente, sostiene che le preoccupazioni delle Nazioni Unite e di molte Ong attive nei programmi di salute riproduttiva circa l’insufficiente rallentamento demografico del continente africano sarebbero prive di fondamento alla luce degli indicatori di sviluppo di molti Paesi dell’area. A detta di Wolgang Lutz, demografo austriaco citato dall’"Economist", se il mondo occidentale in questi anni ha sviluppato un’ossessione per i tassi di fecondità africani è solo perché questi sono stati un po’ più alti del previsto a causa di un rallentamento temporaneo dei programmi di istruzione durante gli anni 90.
L’educazione, insomma, l’avanzata dello sviluppo, l’urbanizzazione, sono i fattori più importanti nel ridefinire gli scenari demografici sulla Terra. Il problema è che un mondo meno affollato di esseri umani non sarà necessariamente un mondo più pacifico. Certo, si possono immaginare effetti positivi come la riduzione dell’inquinamento, una minore pressione sulle risorse o una riconquista della natura in territori che si spopolano. Ma è tutto da dimostrare, considerato che il maggiore contributo alle emissioni di CO2 arriva dai consumi delle persone più ricche, a prescindere dai Paesi in cui vivono. Inoltre, c’è un altro lato della medaglia. Un altro libro che sta facendo discutere, The Human Tide - How Population Shaped the Modern World, di Paul Morland, mostra quanto le grandi pressioni demografiche hanno determinato la storia degli ultimi due secoli e continueranno a farlo. Una popolazione mondiale che invecchia andrà incontro a problemi di sostenibilità fiscale, previdenziale e sanitaria. Se ci sono aree in cui un numero più elevato di giovani potrebbe risollevare le sorti di un Paese, come l’Italia o il Giappone, in altre meno stabili l’eccesso di giovani può essere un fattore di tensione. Inoltre, quali conseguenze potrà avere la frizione tra una popolazione urbana che cresce a fronte di territori rurali che si svuotano? Non serve la boccia di cristallo per capire cosa avviene quando la gente che vive in aree in declino demografico come l’Europa, o l’insieme dei Paesi sviluppati riuniti nell’Ocse, dove il numero medio di figli per donna è ampiamente sotto il tasso di sostituzione di 2,1, incrocia il suo destino con una popolazione molto più povera ma con tassi di fecondità assai più vivaci.
Il passaggio dalla dimensione globale a quella locale è doveroso. In Italiani poca gente (Ed. Luiss), il demografo Antonio Golini e il giornalista Marco Valerio Lo Prete equiparano il sistema economico e sociale italiano a «un acrobata in piedi su una corda sospesa in aria» agitato da «scompensi demografici sempre più gravosi che rendono difficilissimo rimanere in equilibrio». Un’immagine non molto diversa da quella di un’Italia «sdraiata sul fondo come un sottomarino in avaria» usata dal forum dei demografi italiani, Neodemos.it, nel commentare i dati Istat sulla popolazione nel 2018. Non è solo un problema di scompensi dello Stato sociale o di debito pubblico esplosivo. Golini ricorda a chi è disposto ad accettare passivamente l’idea che gli italiani possano anche scomparire, che «una popolazione non può essere vista soltanto come mero aggregato demografico, ma deve essere considerata anche come storia e cultura». Molte delle manifestazioni più inquietanti di questa epoca, non a caso, possono essere efficacemente riassunte in quello che è definito il «circolo vizioso del liberalismo moderno»: Paesi ricchi con meno bambini manifestano il bisogno di immigrati per aumentare la forza lavoro, salvo trovarsi poi a dover fare i conti con spinte xenofobe.
In un altro prezioso saggio fresco di stampa, scritto ancora da due demografi, Letizia Mencarini e Daniele Vignali, Genitori cercasi (Egea), le ragioni che hanno costretto l’Italia nella «trappola demografica» in cui si trova sono ripercorse in modo puntuale fino alla condivisione delle ricette che le conoscenze mettono a disposizione. L’aspetto inquietante non è solo il fatto che una popolazione con una fecondità come quella italiana di 1,3 figli per donna, senza immigrazione si dimezzerà nel giro di soli 48 anni, e che una fetta sempre più ampia di persone non sarà mai genitore. Il rischio sono l’inazione, il disinteresse della politica, quel laissez-faire che ha prodotto elevati dosi di «infelicità individuale e di coppia», costringendo le persone ad avere meno figli di quelli che desidererebbero.
Più vecchi, più soli, meno felici. Sicuri che andrà tutto bene? Le tensioni che prefigura una dinamica della popolazione segnata da grandi squilibri non sono più di tanto governabili, come suggerisce il libro di Morland, ma è quantomeno imbarazzante il contrasto che si registra tra il grido d’allarme corale dei demografi e il silenzio assordante di economisti e politici. Un mondo nel quale non nascono più bambini, dilaniato da tensioni xenofobe e conflitti armati è lo scenario inquietante descritto in un film del 2006, I figli degli uomini, di Alfonso Cuaròn. Non ci sono supereroi in questo caso, e la speranza è affidata ancora una volta a un vagito, a una nascita inattesa, a un piccolo profugo.
Massimo Calvi
Avvenire 13.2.2018
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Il Reddito di cittadinanza contro il matrimonio
Immaginate se uno Stato concedesse sconti sulle mense scolastiche solo ai figli di coppie sposate. O se impedisse a chi convive di beneficiare delle detrazioni per i figli. Pensate poi a cosa vorrebbe dire vivere in un Paese in cui le persone coniugate sono favorite rispetto a chi non lo è quando devono pagare le tasse sulla casa, sui rifiuti o i ticket sanitari. Di certo il tasso di matrimoni schizzerebbe verso l’alto, probabilmente i single diventerebbero esemplari rari, anche la natalità ne beneficerebbe, e forse anche i consumi e il Pil.
Ovvio, non tutte le coppie sposate sarebbero veramente convinte della loro scelta e pienamente felici, in molti casi si tratterebbe di matrimoni di sola convenienza fiscale, le tensioni familiari cambierebbero forma e intensità, eppure chissà che l’incentivo alle nozze, pur forzando la mano, non riuscisse a far riscoprire qualcosa che la cultura contemporanea intrisa di individualismo e caratterizzata dalla fragilità dei legami sembra aver dimenticato, ossia il valore di una relazione stabile nella prospettiva di una famiglia unita.
Alt, fermiamoci: in una società moderna e avanzata, e soprattutto libera, uno Stato non può arrogarsi il diritto di una visione etica così marcatamente orientata. E nemmeno un quotidiano cattolico può spingersi a chiedere tanto. Il problema su cui si dovrebbe riflettere è che oggi in Italia avviene esattamente l’opposto: il sistema fiscale e di parte del welfare sono pensati per disincentivare il matrimonio, favorire le convivenze e premiare la separazione. Lo si sa e lo si denuncia da tempo, e ora con l’avvio del Reddito di cittadinanza questa forma di Stato etico in negativo è diventata ancora più evidente. Non tanto per le code agli sportelli dei Caf o le interrogazioni affidate a Internet su come fare per separarsi e lucrare l’assegno, di cui le cronache già ci informano, dato che la norma è stata pensata per scoraggiare i furbetti, quanto per il modello di società che lo Stato sociale e il sistema fiscale stanno indirettamente promuovendo.
Già oggi a detta degli avvocati matrimonialisti una buona percentuale delle separazioni sarebbe fittizia. I motivi sono comprensibili: una coppia con figli che si divide può pagare meno tasse sul reddito più elevato, grazie al finto assegno di mantenimento può godere di detrazioni per i figli a carico più alte, può abbattere le tasse sulla seconda casa, ma anche pagare minori imposte sui rifiuti e poi entrare da privilegiata in quella giungla di sostegni minori o locali che spaziano dalle mense scolastiche fino alle tasse universitarie o ai ticket sanitari. Cioè in quello spazio misterioso e oscuro dove le dichiarazioni Isee infedeli alimentano una politica sociale spesso squilibrata rispetto ai veri bisogni.
Separarsi, insomma, conviene. Ma in Italia conviene ancora di più non sposarsi affatto e risultare tutti divisi. Con il Reddito di cittadinanza in realtà non basta separarsi per meritare l’assegno, bisogna avere due residenze effettivamente diverse, i figli sono considerati sempre a carico sotto i 26 anni (anche se chi ne ha di più è sfavorito), e chi dichiara il falso rischia il carcere. I correttivi, insomma, per una volta ci sono tutti.
Ma proviamo a immaginare che cosa significa per un giovane affacciarsi alla vita adulta in un Paese in cui le tasse e i sostegni sono pensati disincentivando a priori la costituzione di una famiglia dalle sue fondamenta e premiando l’instabilità. Il messaggio dello Stato etico in negativo è evidente: vivi da solo, se hai una relazione affettiva meglio abitare in case diverse, se nascono figli fateli risultare altrove, non abbiate una famiglia numerosa, cercate solo lavori in nero e soprattutto rendetevi irreperibili. È il modello perfetto di una società che si autodistrugge, e non è un caso che anche da un punto di vista demografico questo stia già avvenendo, come confermano con regolarità le rilevazioni dell’Istat.
Il problema non è il Reddito, come non lo sono in sé le altre forme di sostegno alla povertà che, per fortuna, esistono a prescindere dallo stato di famiglia. La distorsione che confina il matrimonio e la stabilità dei legami in una scelta totalmente ideale, quasi folle e profetica per la sua irrazionalità economica, verrebbe annullata con misure semplici che non limiterebbero la libertà di alcuno. Basterebbe consentire vantaggi economici di base a tutte le famiglie, sostegni universali legati ai figli, a prescindere da parametri che disincentivano l’impegno e premiano la cultura del sommerso in ogni sua forma.
La costruzione di un sistema in cui chi produce, investe sul futuro, cresce dei figli, paga le tasse e vive in modo trasparente non rischia di essere messo sempre in secondo piano, penalizzato, o di sentirsi tradito dallo Stato, è un sistema più inclusivo e meglio capace di rispondere ai bisogni dei soggetti fragili. Soprattutto, sarebbe un sistema più ricco di risorse da redistribuire e non la causa di una permanente guerra tra poveri, dove le persone sono spinte a contendersi quel poco che rimane, escludendo dalla mensa chi è arrivato per ultimo.
Massimo Calvi
Avvenire 9.2.2018
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Ovvio, non tutte le coppie sposate sarebbero veramente convinte della loro scelta e pienamente felici, in molti casi si tratterebbe di matrimoni di sola convenienza fiscale, le tensioni familiari cambierebbero forma e intensità, eppure chissà che l’incentivo alle nozze, pur forzando la mano, non riuscisse a far riscoprire qualcosa che la cultura contemporanea intrisa di individualismo e caratterizzata dalla fragilità dei legami sembra aver dimenticato, ossia il valore di una relazione stabile nella prospettiva di una famiglia unita.
Alt, fermiamoci: in una società moderna e avanzata, e soprattutto libera, uno Stato non può arrogarsi il diritto di una visione etica così marcatamente orientata. E nemmeno un quotidiano cattolico può spingersi a chiedere tanto. Il problema su cui si dovrebbe riflettere è che oggi in Italia avviene esattamente l’opposto: il sistema fiscale e di parte del welfare sono pensati per disincentivare il matrimonio, favorire le convivenze e premiare la separazione. Lo si sa e lo si denuncia da tempo, e ora con l’avvio del Reddito di cittadinanza questa forma di Stato etico in negativo è diventata ancora più evidente. Non tanto per le code agli sportelli dei Caf o le interrogazioni affidate a Internet su come fare per separarsi e lucrare l’assegno, di cui le cronache già ci informano, dato che la norma è stata pensata per scoraggiare i furbetti, quanto per il modello di società che lo Stato sociale e il sistema fiscale stanno indirettamente promuovendo.
Già oggi a detta degli avvocati matrimonialisti una buona percentuale delle separazioni sarebbe fittizia. I motivi sono comprensibili: una coppia con figli che si divide può pagare meno tasse sul reddito più elevato, grazie al finto assegno di mantenimento può godere di detrazioni per i figli a carico più alte, può abbattere le tasse sulla seconda casa, ma anche pagare minori imposte sui rifiuti e poi entrare da privilegiata in quella giungla di sostegni minori o locali che spaziano dalle mense scolastiche fino alle tasse universitarie o ai ticket sanitari. Cioè in quello spazio misterioso e oscuro dove le dichiarazioni Isee infedeli alimentano una politica sociale spesso squilibrata rispetto ai veri bisogni.
Separarsi, insomma, conviene. Ma in Italia conviene ancora di più non sposarsi affatto e risultare tutti divisi. Con il Reddito di cittadinanza in realtà non basta separarsi per meritare l’assegno, bisogna avere due residenze effettivamente diverse, i figli sono considerati sempre a carico sotto i 26 anni (anche se chi ne ha di più è sfavorito), e chi dichiara il falso rischia il carcere. I correttivi, insomma, per una volta ci sono tutti.
Ma proviamo a immaginare che cosa significa per un giovane affacciarsi alla vita adulta in un Paese in cui le tasse e i sostegni sono pensati disincentivando a priori la costituzione di una famiglia dalle sue fondamenta e premiando l’instabilità. Il messaggio dello Stato etico in negativo è evidente: vivi da solo, se hai una relazione affettiva meglio abitare in case diverse, se nascono figli fateli risultare altrove, non abbiate una famiglia numerosa, cercate solo lavori in nero e soprattutto rendetevi irreperibili. È il modello perfetto di una società che si autodistrugge, e non è un caso che anche da un punto di vista demografico questo stia già avvenendo, come confermano con regolarità le rilevazioni dell’Istat.
Il problema non è il Reddito, come non lo sono in sé le altre forme di sostegno alla povertà che, per fortuna, esistono a prescindere dallo stato di famiglia. La distorsione che confina il matrimonio e la stabilità dei legami in una scelta totalmente ideale, quasi folle e profetica per la sua irrazionalità economica, verrebbe annullata con misure semplici che non limiterebbero la libertà di alcuno. Basterebbe consentire vantaggi economici di base a tutte le famiglie, sostegni universali legati ai figli, a prescindere da parametri che disincentivano l’impegno e premiano la cultura del sommerso in ogni sua forma.
La costruzione di un sistema in cui chi produce, investe sul futuro, cresce dei figli, paga le tasse e vive in modo trasparente non rischia di essere messo sempre in secondo piano, penalizzato, o di sentirsi tradito dallo Stato, è un sistema più inclusivo e meglio capace di rispondere ai bisogni dei soggetti fragili. Soprattutto, sarebbe un sistema più ricco di risorse da redistribuire e non la causa di una permanente guerra tra poveri, dove le persone sono spinte a contendersi quel poco che rimane, escludendo dalla mensa chi è arrivato per ultimo.
Massimo Calvi
Avvenire 9.2.2018
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