Presepi e canti, no alla strumentalizzazione

Dopo lo spettacolo triste e mediocre del presepe negato o proibito, dei canti di Natale oscurati a scuola per una maldestra idea di rispetto o di par condicio, non poteva mancare il fenomeno opposto: il presepe imposto, eretto e brandito come una spada di civiltà, simbolo di difesa delle tradizioni se non addirittura di orgoglio occidentale.

È amaro avvicinarsi così al Natale: nello spettacolo di oscuri esponenti politici locali (magari anche uomini o donne di scuola) che colgono nei simboli cristiani, nella loro esibizione come nel loro nascondimento, l’opportunità di una facile e istantanea fama; e nella sfilata di volti più noti e leader di partito impegnati nella corsa a farsi paladini dell’esposizione forzata del Bambinello come in una decisiva e finale battaglia identitaria.

Sulla vicenda di Rozzano, dove una «misera caricatura della laicità» ha spinto un dirigente scolastico a cancellare la festa e i canti della tradizione religiosa, abbiamo già detto e scritto. Sul seguito inadeguato e sulla colorita risposta fatta di canti natalizi intonati come cori da stadio e di presepi esposti come vessilli di battaglia lo facciamo ora per dire: basta, per favore.

Alla religione usata per offendere chiediamo di non opporre, neanche solo a parole, una religione usata per sorprendere l’avversario e per alzare recinti. La pace, nei periodi in cui è rara, non si nutre di derive ideologiche e strumentali, ma di un supplemento di saggezza e intelligenza. Dopotutto viviamo in una stagione dal cortocircuito facile e dalla tensione al paradosso se, come accaduto a Sassari, la dialogante motivazione con cui è stata chiusa la scuola a un incontro con l’arcivescovo riguarda il fatto che «non tutti sono cattolici». E allora silenzio e porte chiuse, ovviamente nel nome dell’accoglienza e del rispetto delle differenze.

Non è tardi per chiederci: è veramente in questo clima di indisponibilità e intolleranze incrociate (e spesso politicizzate) che vogliamo avvicinarci al mistero del Natale? Alla nascita di un Bambino che tutti salva e rende fratelli? La guerra ha già troppe armi a disposizione. Lasciamo che i canti natalizi e il presepe siano emanazione della parte migliore di noi: preparati per i bambini, con cuore di bambini.


Massimo Calvi
Avvenire 1.12.15

Quale fiducia senza bambini?

A novembre la fiducia dei consumatori italiani è salita al livello più alto dal 1995, cioè da quando viene calcolato l’indice. Un buon segno per le speranze di ripresa.

Purtroppo un altro indicatore di fiducia, in realtà molto più importante del primo, è crollato: quello delle nascite di bambini. Lo scorso anno sono stati registrati all’anagrafe 502.596 bimbi, 12.000 in meno rispetto al 2013.

È un nuovo minimo storico. Il calo della natalità in Italia dura da tempo e al punto cui è giunto produrrà conseguenze serie negli anni a venire. Le donne in età riproduttiva sono sempre di meno, il tasso di fecondità è sceso a 1,37 figli per donna (dagli 1,39 precedenti), sale ancora l’età in cui si mette al mondo un figlio. Su 100 bambini, 8 nascono da donne con più di 40 anni, solo uno ha una mamma sotto i 25.

Considerata la caduta della fecondità femminile dopo i 35 anni significa che per ogni mamma 40enne ci sono almeno due donne che non sono riuscite a mettere al mondo il figlio che desideravano. La crisi economica e il contesto di incertezza hanno inciso in modo netto nel condurci in questo inverno demografico che sembra non avere fine, anche perché in questi anni è mancata del tutto una politica di sostegno e di promozione culturale della natalità, oltre che di aiuto economico a chi diventa genitore.

È una visione di corto periodo che arriva da lontano, ma che sta presentando il suo conto pesantissimo oggi. I 'consumatori' possono decidere di spendere di più questo mese o fare ancora meglio il prossimo, ma c’è un momento in cui il loro numero e soprattutto la loro età diventano un ostacolo insormontabile a ogni prospettiva di sviluppo o quantomeno di tenuta sociale.

L’Italia è un Paese anziano, dal quale se ne vanno i giovani, che interessa sempre meno agli stranieri, disertato persino dalle cicogne. Se la fiducia nel futuro si misura da questo, dovremmo impegnarci a fare molto di più.

Massimo Calvi
Avvenire 28.11.15

La nostra guerra è continuare a vivere

Martedì 8 dicembre papa Francesco aprirà la Porta Santa di San Pietro, momento che segna l'avvio del Giubileo dedicato alla Misericordia. La capitale e i luoghi della cristianità, lo sappiamo, sono obiettivi sensibili. Forse è persino inutile segnalarlo. 
Tutti i luoghi di aggregazione ormai lo sono, dopo gli attentati terroristici di Parigi: le sale concerto, gli stadi, i ristoranti, le stazioni, gli aeroporti e i voli aerei, i mezzi pubblici, le scuole, le cattedrali, le sinagoghe, le moschee sgradite... È la nostra stessa vita a essere diventata a rischio, se la minaccia segue logiche indecifrabili e ha il solo scopo di generare terrore e alimentare paura nella popolazione. C'è una guerra mondiale "a pezzi", dopotutto, e un frammento purtroppo è finito anche qui. Nessuno sa dire quante volte, e dove, potrà accadere ancora. 
Ma una cosa è certa: anche se la guerra non è ufficialmente dichiarata nella guerra ci siamo 'entrati' nel momento in cui, nonostante le rassicurazioni, siamo arrivati ad avere paura di fare le scale della metropolitana, di sedere a fianco di uno straniero, di mescolarci a una folla. In guerra ci siamo quando decidiamo di fermare tutto e di fermarci a ogni pacco sospetto. 
C'è però un aspetto che dovremmo incominciare a valutare di fronte a un conflitto con tali caratteristiche: considerarci tutti in qualche modo 'soldati'. Arruolati, in difesa pacifica e disarmata della libertà, dei valori fraterni, della convivenza civile. Non lo possiamo spiegare fino in fondo ai più piccoli o ai nostri figli, ma siamo perfettamente in grado di dare l'esempio di 'soldati di pace': continuare a fare fino in fondo le cose che vale la pena fare, sapendo che come i soldati possiamo anche morire. Non dobbiamo arrenderci all'idea che chi ci spara addosso abbia già vinto. La consapevolezza della paura può voler dire anche imparare a maneggiare il codice della responsabilità in un modo nuovo. 
Nello spazio di pochi giorni siamo passati dal temere la morte in anticipo a causa di carne rossa e prosciutto, alla possibilità di veder finire tutto all'improvviso, brutalmente, mentre siamo al bar, al ristorante o a un concerto. Per questo abbiamo il diritto di chiedere il massimo da chi ha il compito di garantire la sicurezza dentro e fuori le città. Ma, trovando difficile poter esigere la certezza assoluta di quiete, ecco che non possiamo esimerci dal comportarci come parti di un pacifico esercito di cittadini. Incontrarsi, andare a Messa, frequentare i luoghi della cultura, condividere il pasto, essere pellegrini, studiare: tutto questo può volere dire anche morire? Tutt'altro, perché non è questo il livello di rischio al quale siamo sottomessi - l'Istat ci informa che continua a essere drammaticamente più pericoloso guidare l'automobile o passeggiare - e comunque questo non è mai morire, ma vivere. 
Come le ginestre di Leopardi sulle pendici del Vesuvio non è il caso di piegarsi all'orgoglio o alla codardia, abbiamo l'obbligo della saggezza. Lunedì 7 dicembre, festa di Sant'Ambrogio, come ogni anno a Milano è anche il giorno della Prima della Scala, altro obiettivo considerato a rischio. L'opera che apre la stagione è la verdiana Giovanna d'Arco, santa patrona di Francia. Nella coincidenza sarà difficile non farsi catturare dal desiderio di ascoltare anche lì la Marsigliese, o fare nostra qualche strofa. Ma i "cittadini alle armi" che vogliamo essere non spargono sangue: promuovono la pace e difendono la libertà, combattono l'odio e testimoniano il valore della fratellanza, soprattutto continuando a fare le cose di sempre, le più belle e quelle per cui vale la pena spendere tempo. In una parola: vivono.

Massimo Calvi
Avvenire 20.11.2015

Figlio unico, la Cina e noi

C'è un calcolo economico dietro la scelta della Cina di abbandonare la tragica politica del figlio unico. La storica decisione, annunciata dal Partito comunista giovedì 29 ottobre, dopo 35 anni di vincolo disumano, era attesa da diverso tempo. Ma è emblematico che sia arrivata a poca distanza dalla revisione al ribasso della crescita del Pil attesa quest’anno (dal 7 al 6,9%) e dall’ennesimo taglio dei tassi di interesse per sostenere l’economia. Pechino ci restituisce l’immagine di un impero che di fronte all’inevitabile frenata della sua espansione si aggrappa alla risorsa della popolazione per scongiurare un’implosione del suo modello sociale ed economico.

La dittatura del figlio unico ha avuto come effetto quello di non far nascere 400 milioni di bambini, oltre a produrre una serie di atrocità e aberrazioni nella cifra umana del Paese, a partire dai milioni di aborti (quasi tutti selettivi e anti-femminili) praticati per evitare le sanzioni. I casi di corruzione di funzionari sono stati all’ordine del giorno. E sono emersi fenomeni insoliti per aggirare la legge, come il boom dei parti gemellari, ricercati con le tecniche di fecondazione, o persino le registrazioni all’anagrafe di gemelli di altezza e peso eccessivamente diversi, evidentemente non nati nello stesso anno.

Ora la Cina cambia, per puro e cinico calcolo economico. La sua finestra demografica, cioè la felice condizione per cui la popolazione attiva è superiore a quella che si fa mantenere, si è già chiusa da qualche anno, e la casa sta scricchiolando. Pechino chiede alle coppie di avere due bambini, preoccupata di un tasso di fertilità sceso a 1,19 figli per donna. Un dato angosciante, ma che ha uno suono famigliare quanto sinistro: in Italia siamo a 1,39 figli. In buona sostanza, pur senza imposizioni di partito, nel nostro Paese riusciamo ad avere solo 0,2 bambini in più della Cina. E purtroppo, a differenza di altri contesti sociali, questo non è l’esatto desiderio della popolazione: una recente indagine Istat indica che le donne italiane sognano ancora di poter avere almeno due figli (la media dice 2,3 figli a testa). Cioè quasi uno in più di quello che riescono a fare nella realtà.

Siamo diventati una nazione di figli unici, senza che nessun potere centrale lo imponesse. Come si legge nell’ultima relazione del Garante per l’infanzia e l’adolescenza, ormai la maggioranza delle famiglie con minori (il 51,6%) ha un solo bambino. Genitori con pochi figli, bimbi e bimbe senza fratelli e sorelle. Una circostanza che ci avvicina paurosamente alla Cina irregimentata e che si presta a due considerazioni. La prima è di carattere economico: come mai in Italia non c’è un serio dibattito pubblico sui costi della denatalità? Perché nel ragionare di come sostenere la crescita di lungo periodo non si parla mai del capitale umano e della popolazione? Uno studio della Banca centrale spagnola ha calcolato che all’Italia lo squilibrio demografico nel decennio 2010-2019 costerà in media 0,6 punti di crescita ogni anno rispetto al periodo precedente. Come mai le tante "vestali" del Pil non se ne curano?

La seconda considerazione è necessariamente di carattere umano. Quello che manca oggi all’Italia, statisticamente parlando, non sono tanto le madri, quanto le madri di più bambini. A trattenere le coppie dal mettere al mondo quel figlio in più che desiderano, i fattori determinanti possono essere molti: di carattere economico, in termini di servizi che mancano, di politiche fiscali storicamente penalizzanti, di contesti di lavoro ostili alla dinamica famigliare, di educazione, di ambiente culturale sfavorevole in sé alla natalità o a una visione non individualista della vita. Li conosciamo da tempo, li analizziamo da anni, e ogni volta che se ne ragiona sembra di tornare al punto di partenza: niente riesce a smuovere lo status quo, quella condizione che, nonostante i tanti e promettenti segnali di ripresa che si presentano, ci costringe a fare i conti ogni volta con una prospettiva di declino. Siamo un Paese forte, libero e democratico, eppure l’insieme di tutti questi fattori ci ha resi di fronte alla natalità come sudditi di un regime. La Cina, pur con molti limiti, ha detto fine alla politica del figlio unico. E noi?

Massimo Calvi
Avvenire 31.10.15

Arriva Netflix, il bello della disdetta

Le rivoluzioni in genere non si annunciano, ma quando si tratta di tecnologia agli esseri umani piace interrogarsi a fondo per capire se l'ultima novità sarà destinata a cambiare le loro vite, e in che modo. È naturale che sia così, e nella società dei consumi i mezzi di comunicazione sono il veicolo che amplifica questa spasmodica ricerca di (non)senso. Eppure la storia di invenzioni come il telefono cellulare o i Google Glass, l'iPad o il Segway (già, ricordate?) insegna che le vere rivoluzioni sono in realtà quelle meno annunciate e meno gonfiate all'inizio.
L'ultimo tormentone in tema è l'arrivo anche in Italia di Netflix, il servizio made in Usa che permette di accedere a un ampio catalogo di film, documentari e serie televisive collegandosi via Internet da una tv, un computer, uno smartphone o un tablet. Per abbonarsi bastano due minuti, per disdire due secondi.
Sarà il tempo a dire se convincerà gli italiani, trasformando questa forma di business in rivoluzione. Al momento la novità più attraente, come per altri servizi simili di intrattenimento on line, sembra essere soprattutto una: la velocità e la semplicità con cui è possibile la disdetta. È lo specchio di un approccio nell'offerta di un servizio a pagamento che tende a riflettere uno dei lati migliori della cultura ostile alla burocrazia, alle complicazioni, alle lungaggini che possono trasformare il cliente in suddito, se non in pollo da spennare. Il boom del cellulare in Italia si deve proprio a un'intuizione simile: la scheda ricaricabile.
La tecnologia oggi non rende solo possibile vedere la tv via Internet (dove la banda larga arriva), ma permetterebbe di disdire un contratto telefonico, un fastidioso servizio non richiesto, un abbonamento tv, un contratto bancario, elettrico o altro in pochissimo tempo. Forse non con un semplice "clic", in ogni caso con molti meno ostacoli di quelli che ancora si incontrano tra moduli, fax, fotocopie e angoscianti call center. Il bello di Netflix non è ancora il suo ricco catalogo o la comodità dello streaming ma, quale tributo al dogma della concorrenza e del mercato, la libertà di andarsene in un istante, se si vuole. Per chi ? come noi ? concede il privilegio e il valore dell'indissolubilità a un solo tipo di relazione, la rivoluzione è proprio qui.

Massimo Calvi
Avvenire, 24.10.2015

Figli e consumi degli altri, in crisi il modello tedesco

Non è un bel momento per la Germania. Dallo scandalo dei motori truccati alla Volkswagen, i tedeschi hanno incassato un filotto impressionante di notizie negative, tanto che oggi si incomincia a parlare di fine di un modello, di inversione di tendenza di un ciclo positivo che durava da almeno un decennio. Nel mese di ottobre Berlino ha dovuto fare i conti con il calo degli ordini dell’industria (-1,8%), la caduta della produzione industriale (-1,2%), il crollo delle esportazioni (-5,2%), tutti dati riferiti ad agosto. Anche considerando i fattori stagionali, il rallentamento dell’attività, dovuto in larga parte alla frenata dell’economia cinese, è stato più forte del previsto. Non solo: a ottobre è precipitato anche l’indice che misura la fiducia degli investitori, mentre il governo ha rivisto al ribasso la previsione del Pil per il 2015, dall’1,8 all’1,7%. 

UN MODELLO CHE VACILLA 
Può dirsi preoccupato un Paese la cui espansione del prodotto viaggia a un ritmo che per altri vorrebbe dire la fine di ogni problema e con una disoccupazione al 4,5%, ai minimi dalla riunificazione? Il punto è che ad essere in crisi sono i principali punti di forza del sistema tedesco: la struttura del modello di sviluppo, la pretesa superiorità morale, la dinamica della popolazione. Capire le difficoltà della locomotiva europea può aiutare a comprendere la natura di molti problemi comuni. Il caso Volkswagen, inteso come fallimento di uno stile di gestione e di approccio al mercato, ha compromesso l’immagine di un’intera classe dirigente. E la perdita di 6,2 miliardi di euro annunciata nei giorni scorsi da Deutsche Bank nel terzo trimestre è in fondo un’altra faccia dello stesso problema: il 'rosso' è stato motivato con le necessità di pulizia nei conti di una banca che, come il gruppo automobilistico di Wolfsburg, appartiene alla cerchia dei 'campioni nazionali', sostenuti e protetti, ma che si è dimostrata essere anche 'campione' di speculazioni, di derivati e titoli tossici, di leva finanziaria, di scandali, come nel caso della manipolazione truffaldina del tasso di interesse Libor. 

IL DECLINO MORALE
Il dato etico, per il Paese che a colpi di austerity e di lotta all’'azzardo morale' ha voluto impartire lezioni di rigore a tutta Europa, non è questione da poco. Le attuali difficoltà tedesche mettono in discussione un modello economico e di sviluppo che non è riproponibile in eterno. Le riforme nella direzione della flessibilità e della riduzione del costo del lavoro di questa stagione hanno reso l’industria tedesca più competitiva, ma hanno minato il potere d’acquisto dei suoi lavoratori. Non è un caso se Berlino ha registrato per lungo tempo consumi nazionali prossimi allo zero ed esportazioni a livelli record. Lo scorso anno il surplus della bilancia commerciale, cioè il rapporto tra esportazioni ed importazioni, ha sfiorato i 220 miliardi di euro, e per l’ottavo anno consecutivo ha sfondato il tetto del 6% sul Pil previsto dagli accordi europei. Buon per la Germania, se non fosse che la forza delle esportazioni tedesche l’abbiamo sostenuta (e pagata) tutti, con l’euro. Nessun Paese avrebbe potuto mantenere simili livelli di export in un regime di cambi flessibili: prima o poi la sua moneta si sarebbe rafforzata a tal punto da farlo rientrare dallo squilibrio e dal vantaggio rispetto ai suoi concorrenti. 

L’INVERNO DEMOGRAFICO
Oggi molti nodi sembrano essere venuti al pettine: i campioni nazionali vacillano, la fiducia nella forza morale è scalfita, la frenata della Cina e dei Paesi emergenti sta trasformando il modello tutto-export in un fattore di fragilità, le riforme interne e il proliferare dei mini-jobs a bassi salari si stanno rivelando un problema: una ripresa dei consumi interni c’è stata, eppure l’ultima revisione del Pil ha indicato che a frenare sono state le spese delle famiglie. Quello che più preoccupa, tuttavia, in una prospettiva di medio termine, è la struttura demografica del Paese. In Germania nascono solo 8,2 bambini ogni mille abitanti, il dato più basso al mondo, un quinto della popolazione ha più di 65 anni e solo il 14% meno di 15. Nessuna nazione può mantenere a lungo una leadership con una tale dinamica della popolazione. All’ultimo forum di Davos la cancelliera Angela Merkel ha spiegato che nei prossimi 15 anni il Paese perderà 6 milioni di lavoratori, rendendo sempre meno sostenibile il suo sistema di welfare. L’inverno demografico ha un costo elevato: uno studio della Banca di Spagna (Demographic structure and macroeconomic trends) ha calcolato che nel decennio 2010-2019 la Germania perderà quasi un punto di Pil all’anno in media a causa dei figli che non nascono. La denatalità tedesca, peraltro, sembra un paradosso: con 195 miliardi stanziati ogni anno la Germania è tra i Paesi più generosi in termini di spesa per la famiglia e la natalità, eppure le donne hanno in media 1,36 figli a testa, le famiglie con bambini sono meno di una ogni tre e il 43% dei nuclei è composto da single. 

LA RISORSA IMMIGRAZIONE 
Perché i tedeschi non fanno figli? Una delle spiegazioni è che i soldi contano fino a un certo punto nella decisione di generare, e la Germania del benessere conquistato, diffuso e acquisito non appare più di tanto disposta a farsi carico di questo tipo di 'sacrificio'. Una sorta di ammorbidimento nel carattere morale non molto diverso dagli altri tratti declinanti. La questione è seria. La Germania, ha sentenziato qualche tempo fa l’Istituto per l’economia internazionale di Amburgo, non sarà in grado di gestire la bomba demografica se non importando nuova immigrazione. Ed è proprio in questa opzione che si può trovare una delle strade più convincenti contro il rischio declino. In questi anni la crescita della Germania, oltre che sulla robustezza delle esportazioni, si è basata sulla capacità di attrarre popolazione, in particolare giovane e altamente qualificata. Il modello di sviluppo tedesco, in buona sostanza, si è fondato sui consumi degli altri e sui figli degli altri. Funzionale, ma in fondo fragile. Lo scorso anno la popolazione tedesca è aumentata di 500.000 unità solo grazie al milione e mezzo di immigrati entrati nel Paese (il 20% in più rispetto al 2013). E l’80% dei richiedenti asilo nei primi sei mesi di quest’anno aveva meno di 35 anni. Quanto potrà durare? Per quanto ancora la Germania riuscirà a presentarsi come una meta ambita e accogliente, arginando l’ostilità crescente verso gli stranieri? 

TENSIONI E SPERANZE 
Attrarre persone e lavoratori è una vocazione antica per il Paese: è quello che Berlino ha fatto negli anni 50 con italiani, spagnoli, greci e turchi, negli anni 90 con i 'fratelli' dell’Est, durante la crisi del debito con gli europei più preparati. Ed è ciò che sta continuando a fare nella crisi di oggi, seppur con modalità diverse. In una fase in cui l’Europa è diventata terra di speranza e di approdo per milioni di profughi, la svolta nella direzione dell’accoglienza indicata da Angela Merkel ha le caratteristiche della risposta capace di unire alla componente emotiva quella di una visione solidale e perfettamente razionale allo stesso tempo. Difficile dire ora se pagherà o peserà politicamente. Ma nell’inverno demografico che sta congelando l’Europa, la Germania ha individuato una strada contro il declino e per continuare a proporsi come guida e modello. Il problema è convincere l’opinione pubblica. Non solo in Germania.

Massimo Calvi
Avvenire 21.10.15
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La mensa che nutre l'Expo

Sono passati poco più di cinque mesi dall’inaugurazione dell’Expo di Milano. Era il primo maggio, una giornata dai colori grigi e una pioggia leggera, poche le persone a vagare curiose e un po’ spaesate tra Cardo e Decumano, tra i padiglioni semivuoti o non esattamente completi e i ristoranti con le cucine ancora fredde. Niente a che vedere con le code e le attese di oggi, la ressa, i selfie a ripetizione, ma anche il clima di stupore e di festa che si respira negli appuntamenti a cui gli italiani decidono di partecipare in massa, trasformando la partecipazione in evento popolare e occasione di gioia.
C’era molta attesa, il primo maggio, per quello che sarebbe stato l’Expo, appuntamento dal tema alto e ambizioso, "Nutrire il pianeta, energia per la vita". E quel giorno, con l’intervento di papa Francesco, arrivò un segnale bellissimo e importante, un messaggio capace di imporre una scansione di temi in profondità a una manifestazione ancora in cerca di un vero significato oltre la dimensione ludica e commerciale.
L’Expo, aveva suggerito il Papa, sia «un’occasione propizia per globalizzare la solidarietà», per avere «coscienza dei volti», i volti di quei «milioni di persone che oggi hanno fame e non mangeranno in modo degno». In questi mesi le occasioni per parlare di quei volti e pensare a quelle persone non sono mancate, soprattutto attorno all’attività del padiglione della Santa Sede o agli eventi Caritas. E proprio domani si terrà il momento forse a maggiore impatto di tutta l’Expo, la "Mensa dei popoli", organizzata da Diocesi di Milano, Caritas e Duomo Viaggi: 3mila pasti serviti a 1.800 persone in difficoltà che arriveranno da tutta la Lombardia, in una tavolata aperta ai visitatori che vorranno partecipare offrendo 10 euro.
Un tappeto rosso accompagnerà gli ospiti ai tavoli, come nelle grandi occasioni, per un menù semplice e sobrio, a base di cous cous. Una festa nella festa, una festa speciale: i "volti" di chi ha fame alla stessa tavola con i "volti" dell’Expo, una giornata di pensieri e di spensieratezza, di condivisione e presa di coscienza. L’esposizione di Milano non è stata solo questo, ma è anche questo. Globalizzare la solidarietà, come ha chiesto il Papa, è sapere che questa mensa non chiuderà con l’Expo.


Massimo Calvi
Avvenire 3.10.15

Né lavoratrici né madri. Ora un piano per la famiglia

Due ricercatori americani di Princeton, Janet Currie e Hannes Schwandt, hanno calcolato quanti bambini nasceranno in meno negli Stati Uniti nei prossimi anni a causa della Grande Recessione: 400mila. Il legame tra disoccupazione e natalità è noto, ma il contributo di questa ricerca (Short and Long-Term Effects of Unemployment on Fertility)
apre una strada poco esplorata: dimostra che le difficoltà economiche hanno un effetto negativo sulla maternità anche dopo molto tempo. In sostanza chi è restato escluso dal mercato del lavoro attorno ai 20 anni avrà più probabilità di trovarsi senza figli anche a 40. Donne con una carriera dimezzata, ma anche con una maternità negata. Non sarebbe corretto applicare le conclusioni dello studio americano alla situazione italiana, per le troppe differenze tra i due Paesi, tuttavia il problema della minore natalità a causa della crisi, e dei figli e delle madri che mancano oggi e mancheranno tra 20 anni, alimenta molte inquietudini. L’Italia è il Paese più vecchio d’Europa, secondo al mondo dopo il Giappone. E con un tasso di fecondità tra i più bassi sul pianeta si candida a un futuro quantomeno problematico: una popolazione che non si riproduce indica una scarsa fiducia nel futuro, mentre la dinamica di sviluppo del Paese è destinata ad avvitarsi in un circolo vizioso.

«Insieme al dato dell’occupazione – ha scritto il cardinale Angelo Bagnasco nella prolusione al Consiglio Permanente Cei del 30 settembre – vi è un altro indicatore che, almeno nei Paesi occidentali, rileva lo stato di salute di una società: i figli. (...) La natalità è la prova più evidente e sicura dello sviluppo e del futuro». Dopo anni di depressione, in Italia si incominciano a notare timidi segnali di ripresa. L’occupazione e il Pil, merito delle recenti riforme varate dal governo, mostrano cenni di vitalità, anche se le condizioni dell’economia globale, tra i problemi della Cina e le incognite del caso Volkswagen, continuano a restare molto incerte. Il punto è che se dovessimo misurare le prospettive dalla dinamica della natalità, allora ci sono poche ragioni per essere ottimisti. L’Italia, con un tasso fermo a 1,39 figli per donna e con il 21,4% della popolazione oltre i 65 anni, è un osservato speciale: con questa dinamica della popolazione i costi sanitari e pensionistici
diventeranno insostenibili.

L'attenzione della politica in una situazione di questo tipo è fondamentale. La promessa del premier Matteo Renzi di introdurre nuove misure di contrasto alla povertà infantile, il Family Act di Alleanza Popolare, il disegno di legge delega dei senatori Pd che mira a riunire in un quadro coerente le misure per incentivare la natalità e incrementare i sostegni ai figli a carico, dimostrano che il problema non è sottovalutato (si veda box in pagina). Cambiare è necessario, ma per invertire il ciclo negativo della fiducia è bene che la prospettiva sia molto ambiziosa. Un solo esempio: si pensi a cosa vorrebbe dire far entrare l’Italia in Europa introducendo quello che in quasi tutti gli altri Paesi è già in vigore: un assegno fisso per il mantenimento dei figli minorenni, indipendente dal reddito. Una misura capace di aumentare considerevolmente le dotazioni per le famiglie povere, ma che non escluderebbe il ceto medio configurandosi come alternativa alle detrazioni già riconosciute. Tecnicamente si potrebbe arrivare ad avere, a puro titolo di esempio, un assegno da 250 euro al mese per ogni figlio minore. Senza costi aggiuntivi per lo Stato. Come? Attualmente la spesa per i 'sussidi' ai figli è così distribuita: 10,5 miliardi l’anno per le detrazioni fiscali per i minori, non riconosciute a chi ha redditi bassi o nulli; 6,5 miliardi per gli assegni al nucleo familiare, pagati solo ai lavoratori dipendenti e ai pensionati, e non ai disoccupati né ai lavoratori autonomi; 800 milioni per l’assegno a chi ha 3 o più figli minori. Il totale di queste misure vale circa 20 miliardi. Se si decidesse di destinare i 10 miliardi del bonus da 80 euro a questa nobile missione, la dotazione salirebbe a 30 miliardi l’anno. Ora, dato che i minorenni in Italia sono 10 milioni, ecco 3.000 euro all’anno per ogni figlio.

È solo un’idea, uno spunto per riflettere su risorse e possibilità. Qualcuno potrebbe eccepire per l’assenza di limiti di reddito. In realtà di questi stanziamenti beneficiano in parte già oggi le fasce medie, mentre l’assegno aumenterebbe le dotazioni riconosciute ai nuclei bisognosi, e oltretutto finirebbe nelle tasche anche di disoccupati e incapienti, oggi esclusi. Si potrebbe poi rilevare che il bonus da 80 euro non può essere snaturato nella sua funzione, quella di rilanciare i consumi. Eppure un assegno ai figli dovrebbe avere un impatto molto più forte sui consumi e sugli investimenti delle famiglie di quanto non abbia avuto il bonus, che ha escluso le fasce deboli, cioè quelle più capaci di incidere sui consumi, e premiato i lavoratori dipendenti a reddito medio. In Europa misure di questo tipo, che hanno la forza di imporre una priorità e determinare culturalmente un contesto favorevole alla famiglia con un impatto molto netto, sono assai diffuse e non procurano alcuno scandalo. In Francia, in aggiunta alle detrazioni, si ricevono ad esempio 130 euro al mese per due figli, 295 per 3, 470 euro per 4… In Germania arrivano 184 euro a figlio fino a 2 bambini, 190 per il terzo, 215 per il quarto. Dall’Austria all’Olanda, dal Belgio alla Danimarca, in pressoché tutti i maggiori Paesi esiste la pratica dell’'assegno universale', in aggiunta ad altri sostegni più specifici.

Paesi in declino di natalità come l’Italia non hanno molte opzioni se vogliono incidere positivamente sul proprio futuro, invertendo il ciclo negativo e svincolandosi dalla dipendenza delle riprese altrui. Le strade possibili sono due: una prevede di trovare un modo efficace per convincere le donne ad avere figli (e poi tornare al lavoro); l’altra passa da una seria politica migratoria. Che si voglia o no l’Italia, come il resto d’Europa, ha un disperato bisogno di immigrati, di popolazione attiva. Il punto non è come farli arrivare, ma come trattenerli evitando che scelgano di andare altrove. Un Paese con le nostre prospettive demografiche e di sostenibilità del welfare è tutto fuorché attraente. In altri termini: per quale ragione un giovane straniero (come un giovane italiano) dovrebbe fermarsi qui a pagare le nostre pensioni?
L’argomento dei sostegni alla famiglia, e di un riequilibrio demografico capace di garantire un futuro a tutti, è uno dei più importanti.
La forza di una città, sosteneva nel 400 a.c. lo storico e filosofo Tucidide, non si misura dalla robustezza delle sue mura o dalla forza del suo esercito, ma dal carattere e dalla vitalità della sua popolazione. Se considerassimo i parametri attuali, l’Italia non appare in buono stato. Possiamo fare molto meglio.


Massimo Calvi
Avvenire 2.10.2015

Le lezioni del dieselgate

Come la Enron, come la Lehman, come la Grecia. La truffa delle centraline manomesse su 11 milioni di veicoli diesel ha inserito di diritto la Volkswagen nella classifica dei grandi scandali internazionali. Un caso dalle implicazioni, industriali, morali, ambientali che può essere meglio compreso proprio se analizzato in relazione ad altre vicende già entrate nei libri di storia. Il diesel-gate, innanzitutto, può essere paragonato alla vicenda Enron, la multinazionale americana fallita nel 2001 dopo aver truccato per anni i bilanci gonfiando fatturati e profitti.

Enron era considerata un modello di responsabilità sociale, proprio come Volkswagen, nonostante molto del suo operato procedesse in una direzione diametralmente opposta alla tutela dell’ambiente. Il gruppo automobilistico tedesco si è reso protagonista di un’azione nello specifico meno grave di quelle riconducibili alla Enron, tuttavia pensare a come è stata distrutta l’immagine di impresa modello di sostenibilità e responsabilità che si era conquistato negli anni pone non pochi interrogativi su quanto il 'marketing sociale' riesca troppo spesso a ingannare l’opinione pubblica, anche quella più attenta e sensibile. Un intero sistema ora vacilla paurosamente, insieme al modello di gestione aziendale partecipato (e sorvegliato) da sindacati, dipendenti ed enti pubblici, per cui Volkswagen era diventata un riferimento mondiale. A che serve tutto questo, ci si chiede oggi, se non riesce a mettere al riparo da eventi come il dieselgate?

Il caso Volkswagen ricorda poi inevitabilmente lo scandalo Lehman Brothers, la banca d’affari americana fallita (o meglio: lasciata fallire) nel settembre 2008, e alla quale si può imputare la crisi di fiducia planetaria e il congelamento dell’attività creditizia globale che portarono alla caduta del sistema fondato sui mutui subprime e sui titoli tossici ad essi collegati, anticamera della Grande Crisi. La 'colpa' di Lehman non era tuttavia molto diversa da quella delle altre grandi banche internazionali, considerato il sistema in vigore sui mercati da almeno un decennio, e che oltretutto contemplava la complicità delle agenzie di ratingincaricate di effettuare i test di affidabilità su quei prodotti finanziari. Il parallelo con l’opaco sistema di controlli sui motori delle auto, per i consumi oltre che per l’inquinamento, non è azzardato. Difficile dire ora se la stessa crisi di fiducia scoppiata dopo Lehman contagerà l’intero mercato dell’auto, di certo le analogie sono troppe e preoccupanti. Non solo per Volkswagen.

Lo scandalo dei motori diesel assomiglia ancora di più a quanto fatto dalla Grecia per entrare nell’euro, quando nel 2001 truccò le cifre dei conti pubblici sottoscrivendo uno swap (uno scambio di partite finanziarie) con la banca d’affari americana Goldman Sachs, così da rispettare i parametri per l’ingresso nel club della moneta unica. Quello che è successo poi è storia nota, considerato che stiamo ancora pagando le conseguenze degli errori nella gestione della crisi. In ogni caso è importante ricordare che ad Atene – e non solo ad Atene – l’operazione di maquillage dei conti era stata di fatto consentita nel momento in cui Paesi come Germania e Francia si opposero ai controlli preventivi sui bilanci.

Tutti in realtà avevano bisogno della Grecia nell’Euro, in particolare la Germania, per poter contare su una moneta comune competitiva e capace di facilitare le esportazioni dei Paesi virtuosi e allo stesso tempo l’indebitamento degli altri. Il parallelo con l’auto, anche per i troppi silenzi, è forte: la Volkswagen ha truccato i dati dei motori per sostenere quelle esportazioni che rappresentano l’unica vera benzina del Pil tedesco e consentono all’economia europea di avere in Berlino la sua locomotiva.

Ma se tra lo scandalo Volkswagen e le vicende precedenti ci sono molte analogie, quali insegnamenti si possono trarre? L’analisi può considerare tre piani: 1) gli effetti sul mercato; 2) la ricaduta sulle regole; 3) le implicazioni per la responsabilità, pubblica e personale.
Per prima cosa, dunque, è assodato che le ricadute del dieselgate sul mercato dell’auto e sull’intera economia europea, anche per l’importanza industriale e occupazionale dell’indotto, saranno significative. La ripresa che si incomincia a vedere deve moltissimo alla ripartenza del mercato dell’auto: uno stop in questo settore, proprio ora, è l’ultima cosa di cui c’è bisogno. Lo scandalo, oltretutto, cade in un momento particolare e per certi aspetti 'perfetto'. Stati Uniti ed Europa sono impegnati nella complessa negoziazione dell’accordo transatlantico (Ttip) sulle regole del commercio globale, inoltre gli Usa si preparano a rialzare i tassi di interesse e a rafforzare il dollaro: trovare indebolito in questa fase il gigante industriale del maggiore Paese esportatore in euro non è cosa da poco. In tal senso il caso Volkswagen, per le connessioni che ha con l’economia e l’occupazione in tutta Europa, richiede la massima attenzione della politica. Lasciare che la casa tedesca finisca come Lehman o la Grecia sarebbe un errore gravissimo. Una Volkswagen che non crolla, piaccia o no, è interesse di tutti. Anche dei concorrenti.

Il piano delle regole è altrettanto importante. Gli scandali Enron, Lehman e Grecia sono serviti a rivedere il sistema di norme e garanzie. Restano ancora molti passi da compiere, ma il mondo dei mercati e l’architettura dell’euro oggi sono decisamente migliori rispetto a una decina di anni fa. Il dieselgate, allora, può essere l’occasione per rendere ancora più rigorosi o quantomeno 'credibili' i test sui veicoli. Tutti noi abbiamo comprato un’auto che consuma molto più di quanto dichiarato dal costruttore. E tutti sappiamo bene che le varie normative 'EuroX' hanno sì l’obiettivo di ridurre l’impatto ambientale, ma allo stesso tempo servono a rendere obsolete automobili che forse impatterebbero meno sul pianeta se non venissero rottamate così di frequente.

Ultimo piano da considerare, quello della responsabilità. Il caso Volkswagen insegna che non possiamo permetterci sconti sul rispetto delle norme e nell’elevare gli standard ambientali. Ma gli scandali del passato ricordano che non si può delegare tutto alle regole per considerare chiuso il discorso e mettersi la coscienza a posto. La delega 'irresponsabile' al semplice rispetto della norma è proprio ciò che ha permesso l’organizzazione della truffa Volkswagen, orchestrata in modo così meticoloso, scientifico e sistematico da aver fatto perdere ai singoli – come per altre vicende storiche ben più tragiche – il senso della gravità di quello che insieme stavano compiendo. È lo stesso meccanismo che rischia di rendere ciascuno di noi potenzialmente pericoloso quando si attribuisce alle regole una virtù risolutiva e salvifica. Ben prima che caso ambientale, quello della Volkswagen è uno scandalo industriale.

L’impatto ecologico delle auto col software incriminato può persino essere giudicato marginale rispetto ad altro genere di comportamenti considerati invece leciti e legittimi. È bene evidenziarlo, anche alla luce dell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco e delle attese per la conferenza sul clima che si aprirà a Parigi a dicembre.

Restando nel mondo delle quattro ruote si pensi a quante risorse pubbliche vengono impiegate ad esempio per realizzare strade e autostrade di dubbia utilità rispetto a quante ne vengono impiegate per incentivare il trasporto pubblico o una mobilità urbana veramente alternativa all’auto. A quanto poco viene fatto per rendere le città più vivibili, meno congestionate e anche meno inquinate da fonti diverse da quelle automobilistiche. E di certo non è comprando un veicolo 'Euro6' o un nuovo condizionatore 'ecologico', per poi usarli tutto il giorno, anche quando se ne può fare a meno, che possiamo considerare risolto il nostro rapporto con la 'casa comune'. Lo scandalo Volkswagen, figlio di una crisi morale come gli scandali precedenti, insegna che la ricostruzione di un clima di fiducia e di un ambiente favorevole alla vita e all’attività produttiva passa per un’assunzione di responsabilità collettiva, richiede cioè un sistema efficace di norme e controlli unito a una disponibilità personale a cambiare gli stili di vita.


Massimo Calvi
Avvenire 29.9.2015

Papa, famiglia e proprietà privata

In una vera famiglia non c'è proprietà privata. Nel senso che è abbastanza difficile imporre l'idea a chi vive sotto lo stesso tetto che qualcosa appartiene esclusivamente a qualcuno. In un nucleo numeroso, poi, dove i figli sono tanti e magari nella condivisione degli spazi entrano in gioco anche altri parenti, è praticamente impossibile avanzare qualunque diritto di proprietà esclusiva. Lo si capisce presto e ci si abitua in fretta.
Ci sono dei margini, d'accordo: c'è la camera dei genitori da difendere, i fratelli tendono ad avere i loro giochi e i loro spazi preferiti, ci sono i cassetti da non toccare, gli oggetti personali. Ma diciamo che più la famiglia è grande e unita e più il concetto di condivisione, dei beni e degli spazi, di abbandono delle pretese di esclusività, diventa un dato acquisito, scontato, naturale.
Chissà, forse papa Francesco avrà avuto in mente qualche situazione specifica, viva e reale, di famiglia numerosa e anche un po' chiassosa quando nell'incontro con la società civile a Quito, in Ecuador, martedì ha parlato di famiglia come della cellula sociale in cui le persone vengono educate ai «valori fondamentali dell'amore, della fraternità e del reciproco rispetto», che nella pratica si traducono nei «valori sociali essenziali: la gratuità, la solidarietà, la sussidiarietà».
Sì, perché è solo pensando a una situazione di famiglia autentica, il luogo dove ogni persona con tutti i suoi limiti «si sente veramente a casa», che si può leggere e interpretare uno dei molti spunti consegnati alla riflessione, quello che lega il concetto di gratuità a quello di proprietà privata.
«I beni sono destinati a tutti - ha rimarcato il Papa - e per quanto uno ostenti la sua proprietà, pesa su di essi un'ipoteca sociale.
Così si supera il concetto economico di giustizia, basato sul principio di compravendita, con il concetto di giustizia sociale, che difende il diritto fondamentale dell'individuo a una vita degna».
È bello vedere in queste parole, freschi di lettura dell'enciclica Laudato si', l'invito ripetuto al mondo perché tutti possano riconoscere di appartenere a un'unica famiglia umana, figli dello stesso padre, abitanti della stessa casa comune.
Ma è guardando i volti di una famiglia vera, magari come quelle che a decine, numerosissime tra figli, zii e nonni, ogni giorno affollano l'aeroporto di Quito aspettando l'arrivo di un parente, che si può trovare una chiave per leggere alcuni messaggi. Ce n'è uno, volendo, rivolto all'Europa alle prese con la crisi greca, dove Francesco ricorda che in una vera famiglia «se uno ha una difficoltà, anche grave, anche quando "se l'è cercata", gli altri vengono in suo aiuto, lo sostengono»; e uno ancora più grande, che racconta di molte sofferenze in Sudamerica e in tanti Paesi in via di sviluppo, nel passaggio in cui si toccano i concetti di «proprietà» e «dignità». Più che ai limiti e alle opportunità della proprietà privata all'europea, Francesco dall'America Latina guarda allo scandalo della sottrazione di terre o allo «sfruttamento delle risorse naturali» nei Paesi in via di sviluppo, fenomeni che comprimono il diritto a una vita degna dei poveri ? che assai spesso coincidono con i popoli indigeni ? condannano intere popolazioni alla fame o alla migrazione, generano conflitti. Sono temi forti della Laudato si', dove i problemi dell'Amazzonia o del bacino fluviale del Congo, delle risorse sfruttate in Patagonia, dalle grandi falde acquifere ai ghiacciai, vengono elencati come esempi di una dinamica distorta nei rapporti di forza del mondo. Terre e ambiti in cui il dominio di multinazionali senza volto (ma con artigli) trova la Chiesa al fianco delle popolazioni locali in una battaglia in difesa della giustizia e della dignità, ovvero nella custodia del significato più autentico di famiglia umana.
È dai «nostri genitori», dunque da una famiglia, che abbiamo ricevuto il mondo in eredità, ci ricorda il Papa, ed è alle generazioni future, ai figli, che lo dobbiamo consegnare. Ed è nella vita familiare che impariamo a essere «responsabili l'uno dell'altro», a «rispettare l'altro», a riconoscere «ciò che c'è di buono negli altri, anche con i loro limiti», scorgendo tutta «la ricchezza che caratterizza la diversità e il valore di complementarietà». Custodiamo questa famiglia, salveremo l'umanità e la terra.

Massimo Calvi, Avvenire, 9 luglio 2015

L'Expo dei volti

L’immensa area dell’Expo di Milano dall’alto ha la forma di un pesce, da dentro trasmette la sensazione di un’isola. Un’isola felice, di colori, musiche, popoli, tradizioni e, soprattutto, cibi. Il primo maggio, giorno dell’inaugurazione, la sensazione di trovarsi in un’altra città, in un’area protetta e per certi aspetti privilegiata, è stata netta: mentre la Milano di sempre faceva i conti con la coda violenta del corteo no-Expo, la Milano dei nuovi padiglioni viveva una giornata di festa, curiosità, musiche e degustazioni.
Uno spettacolo universale in ogni senso, quello della seconda Milano, costruita grazie al genio di tanti, soprattutto grazie al genio, alla competenza e al lavoro di italiani, degno in ogni sua parte del tema ambizioso che l’ispira: «Nutrire il pianeta, energia per la vita».
La dimensione di “città parallela” dell’Expo non può essere biasimata, è l’originalità e il bello dell’esposizione.
La magia unica dello spazio protetto è un aspetto importante se si pensa a quanto abbiamo bisogno di trovare simboli e occasioni forti per spezzare la linea della sfiducia e della negatività che la crisi continua a tracciare. Questo isolamento necessario può però rappresentare un grande limite, fino a svuotare l’Expo di ogni significato e promessa. Quella di Milano è la prima esposizione universale ad aver attirato un così alto numero di Paesi africani, è la prima a ospitare un padiglione interamente dedicato alla società civile, è l’evento che al suo termine proporrà al mondo la sottoscrizione di una Carta di impegni per sconfiggere la fame nel mondo in una dimensione di sostenibilità e rispetto per l’ambiente.
C’è tuttavia un solo modo autentico perché tutte le migliori intenzioni e l’ambizione del tema possano dare i frutti sperati. È sforzarsi di mettere in pratica l’invito che papa Francesco ha consegnato nel discorso per l’inaugurazione definendo l’Expo «un’occasione propizia per globalizzare la solidarietà»: è avere «coscienza dei volti», i volti di quei «milioni di persone che oggi hanno fame e non mangeranno in modo degno di un essere umano». Non solo averne coscienza, di più: «Percepire la presenza nascosta di quei volti, pensare all’umanità che ha fame, che per la cattiva alimentazione si ammala o muore», non dimenticare mai la «moltitudine di bambini che muoiono di fame nel mondo».
Siamo tanti sulla terra, 7 miliardi: c’è chi dice troppi, senza sapere che produciamo cibo per 12 miliardi di persone, sprecandone una quantità immensa, e lasciando che 800mila abitanti del pianeta soffrano la fame. L’umanità ha tutti i mezzi, le capacità e l’intelligenza per affrontare e vincere questa sfida, trasformandola in «energia per la vita», non in un progetto di morte. Ma è difficile che qualcosa possa cambiare se varcando i cancelli dell’Expo non avremo il coraggio di pensare a quei volti che gridano giustizia. E a fare un passo ulteriore, per quel «cambiamento di mentalità» che ha chiesto il Papa, svolta necessaria a frantumare abitudini, pigrizie, automatismi e incrostazioni degli stili di vita: «Smettere di pensare che le nostre azioni quotidiane, ad ogni grado di responsabilità, non abbiano un impatto sulla vita di chi, vicino o lontano, soffre la fame».
L’Expo di Milano, con 150 punti per mangiare, è il più grande ristorante del mondo, dalle architetture meravigliose e a forma di pesce, l’antico simbolo dei cristiani. Può restare solo un ristorante, un circo luminoso, come vorrebbero in tanti, compresi antagonisti e "black bloc" interessati a mantenere viva la ragione del loro conflitto. Ma può diventare molto di più. Decisivo, ha suggerito Francesco, è che tutto parta da lì, dalla percezione chiara di «quei volti» di uomini e di donne.

Massimo Calvi, Avvenire, 3 maggio 2015

Il prestito che dà speranza

Da qualche tempo diversi indicatori economici segnalano che sull’Italia si sta finalmente per aprire una fase meno cupa. Le esportazioni, la produzione delle industrie, l’occupazione, mostrano cenni di ripresa che, nel contesto reso più favorevole dagli stimoli della Banca centrale europea, dall’euro più debole e dal calo dei prezzi petroliferi, possono far pensare a un 2015 di "ripartenza". Un altro elemento si è aggiunto ieri al quadro di moderato ottimismo, la fiducia dei consumatori tornata a salire dopo anni di depressione. La fiducia è un elemento decisivo in economia, e il segnale non è da sottovalutare, tuttavia questo scatto è più legato alle prospettive di lungo periodo che alla situazione attuale. Che resta abbastanza complicata, in molti casi drammatica.

Prima che i segnali positivi possano trasformarsi in una condizione strutturale risollevando un Paese in ginocchio, dove un italiano su quattro è a rischio povertà, servirà del tempo. Saranno necessarie, soprattutto, piccole e grandi azioni capaci di aiutare dal basso, di tenere unite le comunità, di rafforzare le reti di sostegno vicino alle famiglie, di dare una mano in senso letterale alle persone quando il loro stato di bisogno diventa di ostacolo alla sopravvivenza e alla dignità. È, questo, il terreno dell’impegno delle nostre parrocchie, delle Caritas e delle migliaia di persone di buona volontà che fanno ricca l’Italia, persino più di tanti altri Paesi con Pil brillanti e conti pubblici virtuosi.

Ed è l’esatta prospettiva nella quale si inserisce, coronando tante iniziative avviate nelle diocesi, il "Prestito della speranza", il progetto di microcredito sociale promosso dalla Conferenza episcopale italiana in collaborazione con Banca Intesa Sanpaolo-Banca Prossima. Proposto la prima volta nel 2009, a "Grande crisi" appena iniziata, il progetto ha erogato nelle sue prime fasi prestiti a 4.500 famiglie altrimenti escluse dal credito. Ora la Chiesa italiana assieme alla Banca partner, alimentando con l’8 per mille un fondo di garanzia di 25 milioni, punta molto più in alto: arrivare a prestare in due anni almeno 100 milioni di euro a 15mila soggetti, famiglie e coppie di fidanzati, ma anche piccole imprese, artigiani, nuove attività, giovani impegnati nel cercare o costruirsi un lavoro.

Ci sono molti segnali di ripresa, oggi in Italia, ma la realtà, come ha ricordato il presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco, resta quella di «un Paese in affanno, che fatica a interpretare la ripresa e, quindi, a costruire il suo domani». Un contesto ancora caratterizzato, nonostante le previsioni incoraggianti, da disperazione, da una forte «incidenza della povertà e una diseguaglianza nella distribuzione del reddito».

È per questo che il "Prestito della speranza", nella sua riproposizione, ha deciso di portare in primo piano l’emergenza drammatica del lavoro. Perché se la fiducia è una forma di credito che si attribuisce fondamentalmente a qualcun altro, una sorta di patto tra adulti destinato a migliorare la superficie dei rapporti, la speranza – virtù spontanea per natura – è come un credito che si concede alla propria anima, nella più profonda delle relazioni, ciò che rende possibile non solo rimettersi in cammino, ma l’idea stessa di futuro.

Il microcredito è uno strumento semplice. Occorrono una dotazione iniziale e un istituto bancario disposto a superare gli schemi tradizionali dell’attività creditizia, oltre alla disponibilità di persone desiderose e capaci di accompagnare – e non di abbandonare, come accade in altri casi – chi ottiene il sostegno (qui i volontari di "Vobis", tutti bancari in pensione). L’esemplarità del "Prestito della speranza" è nella sua spinta a rendere universale l’accesso al credito, guardando in basso, tra i più deboli del tessuto sociale ed economico, dove la positività degli indicatori non riesce a farsi sentire né a essere capita. Ma dove è la rinascita della speranza, in genere, ad anticipare ogni altro tipo di ripresa, nella consapevolezza che se non si riparte dagli ultimi, nessuno di noi riparte veramente.

Massimo Calvi, Avvenire, 27.02.15

Scalvini: Brescia città senza gare

Brescia si prepara a diventare la prima città italiana libera dalle gare d’appalto e dalla competizione al ribasso nei servizi sociali. Una novità che, se avrà successo, ha tutte le caratteristiche per fare scuola e rivoluzionare l’ambito dei rapporti tra le amministrazioni locali, i soggetti che operano sul territorio e le comunità. La parola chiave è «co-progettazione». Che significa: uscire da una logica in cui l’amministrazione comunale individua il bisogno del territorio e affida la gestione del servizio attraverso una gara, per passare a una prospettiva nella quale il Comune incentiva la comunità a progettare insieme e a collaborare.  A lanciare la sfida è l’assessore ai Servizi sociali e alla famiglia di Brescia, Felice Scalvini, 63 anni, uno dei padri della cooperazione sociale italiana e promotore di alcune delle più importanti iniziative di finanza per non profit. Il 'cantiere' è stato aperto un anno fa e merita di essere seguito, se non altro per la portata innovativa in un ambito, quello delle gare comunali per i servizi di welfare, che la cronaca recente – si pensi agli scandali di «Mafia Capitale» – ha mostrato aver bisogno di molta manutenzione. Scalvini, che cosa vi ha spinti a lanciare l’obiettivo 'zero gare'? Il contesto è profondamente cambiato rispetto a un tempo. Facciamo un esempio classico, quello delle badanti: è un welfare fai-da-te che in una città come Brescia costa alle famiglie 40 milioni l’anno, più di tutto il bilancio dei servizi sociali del Comune, che è di 27 milioni. Di fronte all’emergere di bisogni nuovi si tratta di trovare nuove modalità di intervento per essere ancora più vicini alle necessità del territorio. Il welfare non può più essere una questione della sola amministrazione comunale, come vorrebbe una visione ideologica superata, ma è la città nel suo complesso, la comunità, che deve mobilitarsi e organizzarsi con le sue istituzioni e le sue realtà locali. Da che cosa si deve partire per incominciare a cambiare approccio? Il primo cambiamento è di mentalità. Il Comune deve favorire la collaborazione sul territorio, non la competizione, deve sviluppare cioè la capacità di lavorare insieme. Non si può chiedere ai soggetti del sociale di competere tra loro al massimo ribasso, magari tagliando le buste paga dei lavoratori o lesinando sui servizi che offrono. Non parliamo di eliminare i bandi, che sono il modo per chiamare a raccolta le disponibilità del territorio, ciò di cui vogliamo fare a meno sono le gare, e trattandosi di co-progettazione la normativa lo consente. Il primo passaggio è stato istituire un Consiglio di indirizzo del welfare cittadino, al quale partecipano i 'portatori di bisogni', cioè le famiglie, e i 'produttori', le fondazioni, le cooperative sociali, gli organismi di volontariato, le associazioni. Quali sono i primi risultati? Può fare qualche esempio di cosa è cambiato? Nell’assistenza domiciliare e nel sostegno multiprofessionale ai minori in difficoltà la prassi era indire una gara e poi acquistare ore-lavoro da alcune cooperative sociali che fornivano il personale per il servizio. Al nuovo bando hanno risposto le stesse tre cooperative di prima, ma è cambiato il modo di lavorare. Ci siamo messi a un tavolo insieme, il Comune ha indicato il budget a disposizione, e proprio in questi giorni abbiamo incominciato a ragionare su vari aspetti: le eventuali risorse aggiuntive delle cooperative, la possibilità di attirare altri finanziamenti, la ricerca di soluzioni nuove. Ora partirà una fase di lavoro per progettare insieme gli interventi necessari, con un orizzonte temporale di più di tre anni. In questo processo scompare la competizione, che tuttavia può anche produrre efficienza e minori costi. L’efficienza ha molti modi per declinarsi. Se non sono più in competizione tra loro le cooperative possono pensare di riorganizzarsi e anche fondersi per dare alla città soggetti molto più robusti e, soprattutto, specializzati su aree di bisogno e non sull’intermediazione di forza lavoro, capaci di risposte più complete. In questo senso l’amministrazione non 'chiede' più persone per fare, ma incentiva la qualificazione dei produttori. Il medesimo approccio di co-progettazione è applicato in diversi programmi rivolti ai giovani e per gli anziani di una zona. Stiamo anche lavorando per promuovere 'punti comunità' in ogni quartiere, gestiti in forma auto-organizzata dai soggetti sociali presenti e disponibili: l’obiettivo è ridisegnare le maglie della nostra presenza sul territorio in modo totalmente sussidiario. Un’altra novità riguarda le attività estive (Grest, camp, cre...), intendiamo dare alle famiglie un servizio di informazioni completo, così che sei mesi prima della chiusura delle scuole possano disporre di una grande guida di tutte le iniziative che la città offre per i loro figli, e magari un centro unico di iscrizione. Per farlo abbiamo chiamato a raccolta tutti i soggetti che organizzano centri estivi, associazioni, privati, parrocchie. Il processo ha spinto le realtà a incontrarsi, a riunirsi, a discutere tra loro per avviare forme di collaborazione. Questo è già un grande risultato. La traduzione di certi principi richiede un cambio culturale forte. Come si comunica la novità e come si superano gli ostacoli? L’intenzione è superare l’idea di amministrazione comunale come un Grande Vecchio che capisce i bisogni della gente e si preoccupa di ridistribuire le risorse dei cittadini affidandosi al meccanismo competitivo del libero mercato. La concorrenza non è necessariamente sinonimo di trasparenza e imparzialità. Si tratta di evolvere verso un meccanismo di collaborazione e dibattito nella comunità, dove la prima risorsa è la condivisione delle informazioni. Tutti i soggetti devono avere il massimo delle informazioni relative agli ambiti in cui operano, e tutti i buoni progetti dovrebbero essere messi in comune senza il timore che qualcuno li rubi, senza gelosie e con l’idea che insieme possiamo realizzare progetti migliori. Che cosa la preoccupa più di tutto? Da un lato si tratta di rimodellare la macchina pubblica, chiamata, nell’insieme e come singoli operatori, a saper svolgere una forte, costante e diffusa azione promozionale. Vi è poi la preoccupazione di fondo che il settore non profit, abituato a rapportarsi in termini competitivi sul territorio, fatichi ad aggiornarsi ora che è scoppiata la pace. Storicamente in Italia il mondo del sociale ha avuto due cattivi maestri: il primo sono le amministrazioni pubbliche, che troppe volte hanno generato relazioni solamente competitive o, peggio ancora, creato canali di relazione privilegiati e poco trasparenti, generando legami collusivi; il secondo è una certa cultura di management proposta al mondo cooperativo e al non profit, per la quale i bravi manager non devono tanto essere organizzatori di risorse e legami del territorio, ma piuttosto far crescere dimensioni e fatturati alla ricerca di presunte economie di scala. Questa impostazione, intrisa di una visione manageriale liberista, ha creato molte distorsioni e tanti problemi al sociale. Il welfare di un territorio ha invece bisogno di coprogettazione e collaborazione, perché questo non è un pezzo di mercato pubblico da conquistare. È per tale ragione che stiamo cercando di cambiare.

Massimo Calvi
Avvenire, 7.2.2015
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Il bonus c'è, ma non si vede

Il bonus da 80 euro è entrato nelle tasche degli italiani, il problema è che al momento è fermo lì. L’aumento in busta paga scattato dallo scorso maggio è cioè servito ad aumentare il reddito e il potere d’acquisto dei circa 10 milioni di italiani che lo hanno ricevuto (i lavoratori dipendenti con entrate tra 8mila e 26mila euro annui) ma non ce l’ha ancora fatta a rilanciare i consumi come sperava il governo nel tentativo di risollevare il Pil. Gli 80 euro si sono trasformati quasi tutti in risparmio. Per ora. Una misura dell’effetto-bonus è arrivata ieri con l’indagine Istat su reddito e risparmio delle famiglie italiane. Nel terzo trimestre 2014, da luglio a settembre, il reddito disponibile è cresciuto dell’1,8% sul trimestre precedente (+1,4% rispetto a un anno prima). Un balzo dovuto in parte all’aumento dei redditi da lavoro, ma in parte proprio all’effetto degli 80 euro che hanno incominciato a materializzarsi nelle buste paga. Più soldi in tasca in un periodo di inflazione bassa e tendente alla deflazione, con molti prezzi che calano, hanno però un’altra conseguenza: l’aumento del potere d’acquisto, che infatti è salito dell’1,9%.
Tutto questo, come detto, non è però riuscito a rilanciare i consumi, al palo rispetto al trimestre precedente (e cresciuti solo dello 0,4% sull’anno prima), mentre la propensione al risparmio è aumentata dell’1,6%, al 10,8%. Nessuna sorpresa per il ministero dell’Economia, che invita ad attendere perché, come ha già avuto occasione di spiegare il ministro Pier Carlo Padoan, in fasi come queste «le famiglie tendono a ricostruire lo stock di risparmio intaccato durante la crisi prima di riprendere il livello adeguato di consumi e investimenti ». Un sondaggio Confesercenti-Swg indica come solo il 26% di chi ha beneficiato del bonus Irpef lo ha poi destinato alla spesa, mentre il restante 74% lo ha usato o per ricostituire il risparmio (il 35%) oppure per pagare debiti pregressi (il 39%).
La fotografia sull’effetto-bonus sembra d’altra parte confermare molte indicazioni già emerse: la difficoltà a trasformare in consumi un aumento del reddito disponibile se manca una condizione fondamentale come la fiducia, molto più legata all’andamento del mercato del lavoro (e qui bisognerà attendere gli effetti del Jobs act), o del contesto fiscale (ambito proprio della delega fiscale).
Per la Confesercenti, alla luce delle previsioni Ref che per il 2015 vedrebbero i consumi salire solo dello 0,7% e il Pil dello 0,9%, diventa sempre più «centrale» un intervento sul fisco, con il taglio di almeno due punti delle aliquote fiscali e l’estensione del bonus ai pensionati. Anche la Cisl, con il segretario confederale Maurizio Petriccioli, chiede «l’estensione del bonus ai pensionati, oltre agli incapienti e a chi percepisce redditi superiori ai 26.000 euro attuali». Edo Patriarca, deputato del Pd, invita invece a concentrare l’attenzione su chi ha maggiori capacità di attivare un circolo virtuoso per l’economia, le famiglie con figli: «Dopo l’opera di redistribuzione del reddito effettuata con gli 80 euro dobbiamo gettare le basi per un fisco a misura di famiglia, che tenga sempre più in considerazione il numero di componenti di un nucleo. Sarebbe questa una vera svolta europea».
Massimo Calvi, Avvenire, 10.01.15

Le pensioni assistenziali ai finti poveri

Un terzo delle pensioni sociali erogate dall’Inps è destinato a famiglie con una ricchezza netta superiore a 202mila euro. Un assegno sociale ogni cinque arriva invece a nuclei con una ricchezza superiore a 301mila euro. A beneficiarne di questo tipo di prestazioni, in sostanza, se anche non si tratta di veri 'benestanti' non si può nemmeno dire siano persone in stato di bisogno: la ricchezza media delle famiglie italiane, tra case e attività finanziarie di vario tipo, ammonta infatti a circa 356mila euro.
Questa 'distorsione' ha un costo in termini di risorse sprecate: 1,25 miliardi ogni anno per i circa 240mila assegni sociali percepiti dalle famiglie con più di 202mila euro. Anche guardando alle integrazioni al minimo delle pensioni da lavoro – circa 3,7 milioni in tutto, cioè gran parte delle pensioni 'sotto i mille euro al mese' – non va meglio: 1 miliardo e mezzo di spesa è destinata a 'integrare' assegni di chi ha una ricchezza superiore a 215mila euro. L’analisi è contenuta nel rapporto 2014 sulla lotta alla povertà della Fondazione Zancan («Welfare generativo. Responsabilizzare, rendere, rigenerare », Il Mulino) e si basa sui dati dell’indagine campionaria della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie italiane 2012. «È evidente che una parte rilevante della spesa per le pensioni assistenziali è destinata a soggetti che non sono a rischio di povertà – spiega Tiziano Vecchiato, direttore della Fondazione Zancan –. Questi trattamenti vengono erogati per diritto a chi non ne ha bisogno, visto che viene valutato il suo reddito e non il patrimonio di cui dispone. Ma così si determina una perdita di efficacia redistributiva delle pensioni assistenziali e si conferma l’inefficienza di questo comparto dellaspesa sociale». Il problema delle pensioni sociali erogate a soggetti che potrebbero non avere le caratteristiche per riceverle si collega al grande tema dell’evasione. La soluzione, secondo Vecchiato, passa dunque dal cambio dei criteri di valutazione del bisogno «applicando un parametro di accesso ai trattamenti di tipo misto, reddituale e patrimoniale, anziché il solo criterio del reddito». Nello squilibrio del welfare italiano, dove ad esempio la spesa per «famiglia, salute, infanzia e occupazione» è inferiore alle media Ue, a differenza della spesa previdenziale per «vecchiaia e superstiti», secondo la Zancan serve un’opera di profonda revisione delle pensioni assistenziali: «La possibilità di rendere e rigenerare le risorse c’è, ma con scelte coraggiose e capaci di rimettere in discussione i privilegi e le soluzioni che danno ad alcuni togliendo a chi ne ha più bisogno»
Massimo Calvi

Avvenire, 8.1.15