Il caldo estremo farà crollare il numero di nascite

Tutti sanno che le ondate di calore provocano un aumento della mortalità. Da quando la crisi climatica è diventata argomento attuale e preoccupazione globale, la diffusione di rapporti e stime sui morti aggiuntivi a causa del surriscaldamento si è fatta molto più frequente e degna di attenzione. Quello che meno si sa, invece, è che il caldo estremo avrà nei prossimi anni un impatto sulla popolazione del mondo così forte da provocarne una riduzione di milioni e milioni di persone, ma non tanto per i decessi, quanto per i figli non nati. Una stima recentissima parla addirittura di 3,7 miliardi di esseri umani che mancheranno entro l’anno 2100 e una conseguente riduzione del Pil tra il 40 e il 65% nei Paesi più vulnerabili agli sbalzi di temperatura. La previsione è contenuta in uno studio condotto da alcuni ricercatori dell’Imperial College di Londra, The missing climate millions: demographic penalties of extreme heat (Bolton 2026), nel quale i milioni di esseri umani mancanti, o meglio persi, a causa del clima, e i costi demografici del caldo estremo, sono calcolati sommando per la prima volta alla mortalità in eccesso anche le attese sulla riduzione della fertilità che si può collegare alle temperature più alte e agli sbalzi del termometro. Se infatti si tiene conto degli attuali modelli climatici, e ipotizzando che non vi siano cambiamenti significativi, le sole morti dovute al caldo potrebbero essere circa 200 milioni entro fine secolo. Il problema è che il calore eccessivo ha effetti anche sulla fisiologia umana e sui comportamenti delle persone, al punto da rendere la riduzione della fertilità molto più impattante sulla demografia rispetto ai decessi.

Questo accade perché i picchi di calore, tra le altre cose, rappresentano un fattore di stress fisiologico capace di compromettere la spermatogenesi maschile, di aumentare il rischio di aborti “naturali” e, intuitivamente, di disincentivare i “rapporti”, con cali delle nascite che si possono registrare già 8-10 mesi dopo i periodi di caldo estremo, senza che vi sia un vero recupero nei mesi successivi. Le perdite di popolazione saranno consistenti già entro il 2050, ma alla cifra di 3,7 miliardi in meno entro il 2100 si arriva perché, nelle simulazioni dei ricercatori e in assenza di forti politiche di adattamento, la riduzione di popolazione produrrà il classico circolo vizioso della demografia, per cui diminuendo drasticamente il numero di persone che possono avere figli, il calo delle nascite col tempo si alimenta da solo. In un libro uscito in Italia nel 2022, Countdown (Fazi Editore), l’epidemiologa ambientale e riproduttiva Shanna H. Swan, ricorrendo a una mole notevole di dati, ipotizzava la fine della fertilità umana già nel 2045 a causa degli stili di vita tipici delle società moderne, tra inquinamento, stress, alimentazione, fumo, alcool e droghe, ma soprattutto per l’alterazione della produzione di ormoni sessuali dovuta all’esposizione verso sostanze chimiche come gli Ftalati e i Pfas. L’aggiunta della questione climatica, ora, rende lo scenario ancora più cupo.

Prendere atto che il calo della fertilità è il canale principale dei costi demografici attribuibili agli sbalzi di temperatura, giacché i decessi per il caldo impattano soprattutto sulla popolazione anziana, ha una serie di implicazioni economiche e sociali. Nelle regioni equatoriali e a bassa latitudine ci sono Paesi, infatti, che si troveranno a pagare un conto molto più elevato, soprattutto in Asia meridionale, Africa Occidentale o America Centrale, generando problemi di disuguaglianza geografica. Peraltro si tratta di nazioni che generalmente hanno meno responsabilità nelle emissioni di CO2. La popolazione dell’India, ad esempio, che oggi ammonta a 1,4 miliardi di persone, potrebbe dimezzarsi entro il 2100 proprio a causa della ridotta fertilità legata alle temperature. Per i tifosi della riduzione della popolazione mondiale questa potrebbe essere una buona notizia, ma le ricadute economiche e sociali rischiano di essere notevoli: meno persone in età da lavoro significa meno capacità produttiva, meno entrate fiscali, riduzione del Prodotto interno lordo e dunque un rischio molto più alto di default per nazioni già economicamente fragili. Secondo la ricerca, Paesi come India, Nigeria, Pakistan, Bangladesh, Egitto, subiranno cali del Pil tra il 40 e il 65%. Per Cina e Stati uniti la flessione sarà ridotta al 10-15%, in Europa il calo previsto è solo del 5%, ma con enormi differenze, dato che nelle nazioni mediterranee come Italia, Spagna e Grecia la perdita di crescita economica potrebbe essere doppia o tripla rispetto alla media del Continente. Risparmiati dagli effetti del caldo sul Pil, invece, dovrebbero essere paesi come il Regno Unito, la Russia o il Canada. Una delle soluzioni al problema passa dalla diffusione massiccia di impianti di aria condizionata, e in effetti si è visto che ad esempio negli Stati Uniti la climatizzazione può ridurre l’impatto del caldo sulla fertilità di un terzo, ma pensare che 4 miliardi di persone possano accedere a tecnologie di raffreddamento in pochi anni, e senza ricadute sul clima, è pura utopia.

Se ci si limita a guardare i soli decessi attribuiti al caldo, il rapporto Lancet Countdown 2025 parla di 546.000 morti l’anno nel mondo, il 63% in più rispetto alla media degli anni Novanta. In Europa, il Continente che si sta riscaldando di più e dove le ondate di calore sono l’evento climatico estremo più letale, responsabile del 95% delle vittime, nel 2024 la stima è stata di 62.775 decessi. L’Italia è tra i Paesi più colpiti, con un tasso di mortalità in eccesso del 2,47% dei decessi totali, contro una media europea dell’1,96%. Se a queste vittime aggiungiamo però l’impatto dei figli non nati, si capisce quanto sia importante pensare seriamente a politiche di adattamento e mitigazione degli effetti del caldo, e ovviamente a impegni globali per tentare di arginare il surriscaldamento climatico.

Massimo Calvi
Avvenire, 30.5.2026
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Lo stress dei genitori del nord

Essere genitori, abitare in uno dei territori più ricchi e sviluppati del Paese, avere un reddito più che dignitoso, poter disporre di servizi considerati essenziali come i nidi o i sostegni post-partum, ed essere calati in un contesto gravido di opportunità culturali da poter offrire ai figli per la loro crescita, come musei, teatri, cinema… eppure non farcela. Sentirsi, cioè, non esattamente poveri, ma nemmeno in grado di trarre beneficio da quello che il territorio offre, perché se tante volte i costi di quello che si vorrebbe sono troppo alti, più spesso è invece una questione di tempo, di organizzazione, di burocrazia, di troppi impegni, di distanze, di trasporti, di un lavoro che non riesce a incastrarsi con i ritmi della vita familiare e di un’esistenza piena, ma sempre di corsa, e quasi in apnea. Ecco una bella – nel senso di veritiera – fotografia dei genitori dell’ex ceto medio settentrionale, un’immagine che restituisce più stanchezza che ansia, più frustrazione che delusione. A scattarla è un’indagine che la Fondazione Cariplo ha affidato all’Evaluation Lab della Fondazione Social Venture Giordano Dell’Amore, condotta intervistando 1.700 cittadini del Nord Italia dai 18 ai 49 anni, il 55,6% genitori, il 44,4% no. E dalla quale a emergere con forza è proprio lo “scarto” tra l’importanza che qui le persone attribuiscono a determinati servizi e la fatica ad usufruirne. Uno “spread” che fa dell’avere figli «un progetto ad alta intensità di risorse».

Al primo posto dell’elenco dei “vorrei ma non riesco” ci sono gli asili nido, fondamentali per il 92% delle famiglie, ma di fatto preclusi a quattro nuclei su dieci. La difficoltà nell’accesso non è solo economica, per quanto molti debbano o vogliano rivolgersi a strutture private, a pesare è quella che sembra più una complessità strutturale del sistema, che rende faticoso per i genitori destreggiarsi tra liste d’attesa, orari incompatibili con gli impegni di lavoro, difficoltà a spostarsi e tempo che non c’è. Il discorso non è diverso in fatto di accompagnamento dei genitori dopo la nascita di un figlio, un servizio che l’87% delle famiglie sente come un diritto, perché interviene nel momento in cui si è più vulnerabili, eppure solo il 35% ce l’ha fatta ad essere aiutato. Perché? Carenza di informazioni, organizzazione inadeguata – ad esempio nell’integrazione tra l’ospedale e i servizi sul territorio – o una distribuzione a macchia di leopardo delle opportunità di aiuto. Che è un po’ come dire: i sostegni al Nord ci sono, fortunato chi li intercetta. E poi la cultura. Dove le famiglie hanno alzato l’asticella delle aspettative vorrebbero portare i bambini a teatro, nei musei, al cinema, o a concerti per loro, eppure riescono a farlo di rado, e ancora una volta perché manca il tempo, gli orari sono terribili, biglietti, trasporti e parcheggi costano uno sproposito. Meno male che ci sono ancora gli oratori e le biblioteche, quasi unico vero welfare culturale di base.

L’indagine distingue tra il territorio in cui opera Fondazione Cariplo, cioè Lombardia e le province piemontesi di Novara e Verbano-Cusio-Ossola, e alcune province limitrofe, Vercelli, Alessandria, Biella, Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Modena, Ferrara, Rovigo, Verona e Trento. Le differenze ci sono – perché dove la densità è maggiore i servizi sono presenti ma è complicato ottenerli, quando c’è più rarefazione il problema è la distanza – ma la fatica è molto simile. La denatalità a queste latitudini può essere dovuta a una «mancanza di sicurezza economica», all’«incertezza sul futuro», ai «problemi del lavoro» o ai «costi delle case», come emerge, ma in fin dei conti è tutto l’ecosistema legato alla prima infanzia che al Nord appare molto difficile da abitare. E che agli occhi di chi genitore (ancora) non è si presenta come una “barriera” così alta che può scoraggiare dal metter su famiglia. C’è un ultimo aspetto che la ricerca considera, ed è forse quello dal quale ri-partire: riguarda proprio il racconto che si fa della famiglia, che per tanti dovrebbe superare la polarizzazione tra narrazioni idealizzanti e toni allarmistici. Non ci sono, cioè, famiglie perfette e felici, o case abitate da genitori inadeguati e figli male-educati. La realtà – parliamone di più se possibile – è fatta di tanta cura, dei figli e degli anziani, e poi di tempo che manca, orari che non quadrano, tutto che costa troppo, distanze, liste di attesa. Comprendere la natura pratica dei problemi è il modo migliore per liberarsi dalle immagini stereotipate di cui si serve spesso chi fa informazione, e incominciare ad aiutare veramente le famiglie.

Massimo Calvi
Avvenire, 15.5.2026

Il telefonino e le gravidanze adolescenziali

Tra le tante conseguenze che la diffusione degli smartphone ha prodotto ce n’è una che può essere valutata in modo benevolo: il crollo delle gravidanze adolescenziali. Da quando l’iPhone ha fatto il suo debutto, nel 2007, negli Stati Uniti la fecondità delle ragazze tra i 15 e i 19 anni è calata del 70%. Il caso americano potrebbe fare un po’ storia a sé, per il particolare contesto sociale, tuttavia lo stesso fenomeno ha riguardato moltissime altre nazioni sviluppate a partire da quell’anno. Il fatto è che il legame con la diffusione degli smartphone non sembra essere una semplice coincidenza: uno studio pubblicato lo scorso aprile da ricercatori dell’Università di Cincinnati (The collapse of teen fertility in the digital era) ha provato a dimostrare che esiste un rapporto causale robusto tra la possibilità di essere connessi online in ogni momento e il “collasso” della fecondità adolescenziale, anche tenendo conto dei cambiamenti culturali ed educativi che si sono avuti negli ultimi anni.

Che il telefonino possa avere un effetto contraccettivo indiretto, un po’ come avviene con l’accesso all’istruzione, non dovrebbe essere una cattiva notizia. Le cose cambiano nel momento in cui la natalità tra i teenager cessa di essere trattata per quello che è, ma viene vista come un “indicatore relazionale”, ossia una delle tante conseguenze possibili della frequenza con cui i giovani escono di casa, si incontrano, stanno insieme, vivono relazioni dirette e non filtrate dalla tecnologia digitale, arrivando così a misurare il crollo della socializzazione “in presenza” e la crescita del rischio di isolamento sociale. Ecco, da questo punto di vista, lo scenario si fa un po’ più cupo, perché un altro effetto della accresciuta reclusione domestica dei giovani registrata a partire dalla diffusione degli smartphone è stata la svolta in fatto di aumento della depressione e dei suicidi tra gli adolescenti.

L’obiettivo della ricerca non è criminalizzare i telefonini, ma analizzare come la tecnologia, in particolare la diffusione della banda larga mobile, e la facilità di connessione in ogni momento, abbia provocato, o comunque accelerato, una trasformazione profonda nei comportamenti dei giovanissimi. Dal 2007 al 2024 il tasso di natalità delle adolescenti americane è sceso del 71%, a fronte di aumenti in fasce di età più avanzate. Nelle altre 128 nazioni considerate dal paper si può fare invece una distinzione tra i contesti più ricchi, dove il calo è stato mediamente del 2,9% l’anno, e quelli in cui l’acquisto di tecnologia è più oneroso e meno diffuso, con una diminuzione contenuta all’1,2%. In Italia il problema delle gravidanze adolescenziali è abbastanza marginale, ma osservando i dati del sistema informativo Health for All Italia dell’Istat, si vede che il tasso di fecondità totale nel periodo è calato del 14%, mentre nella fascia di età tra i 15 e i 19 anni del 60%. Naturalmente il fenomeno ha cause molteplici, ma nello studio il legame di causa-effetto tra le connessioni digitali e le minori nascite è stato provato analizzando a fondo il territorio e trovando variazioni significative indipendenti sia dalle politiche sanitarie nazionali, che dalle tradizioni religiose o dagli andamenti dell’economia.
Cosa è successo, dunque, ai ragazzi e alle ragazze? In America dal 2003 al 2019 il tempo dedicato alla socializzazione in presenza si è dimezzato, il tempo libero trascorso nel mondo digitale invece è triplicato, mentre sono rimaste stabili le attività strutturate all’aperto, come lo sport. La tendenza non è nuova, e comune a molti altri contesti, la novità sta nell’aver fotografato quello “choc tecnologico” capace di accelerare l’isolamento fisico nel momento in cui la maggior parte degli adolescenti ha avuto in tasca uno smartphone: i ricercatori lo chiamano “tipping point”, “punto di svolta”, il passaggio a una fase in cui per continuare a far parte del gruppo ci si deve spostare nel mondo digitale, perché è lì che si sono trasferite le relazioni, e restarne fuori diventa socialmente difficile, oltre che penalizzante. Quasi un paradosso: per restare "connessi" con gli amici, ci si deve "connettere" da casa.

Se il maggiore isolamento arriva a prevenire le gravidanze precoci, che già risultavano in flessione anche per altri motivi, il vero problema riguarda la salute mentale. Negli Stati Uniti i suicidi degli adolescenti erano in calo costante dal 1996, invece dal 2007 c’è stata una vera e propria “inversione a U”, con una ripresa del fenomeno e un aumento dei casi che è stato in media del 5% annuo. Situazione non diversa in altri Paesi: su venti nazioni in grado di fornire dati sufficienti, in 15 la crescita dei suicidi nella fascia 15-19 anni è stata del 4,4%, mostrando anche qui una relazione diretta tra la diffusione della banda larga mobile e il peggioramento della salute mentale. L’aumento delle visite psichiatriche e del ricorso a farmaci antidepressivi da parte dei giovani, correlato alla diffusione della rete 3G, è stato registrato anche in Italia da una ricerca citata dal nuovo studio americano, Lost in the net? Broadband internet and youth mental health, pubblicata nel settembre 2025 sul Journal of Health of Economics.

Analisi di questo tipo non vanno usate per lanciare allarmi contro l’innovazione. Gli smartphone e gli schermi sempre connessi alla rete sfidano una fase delicata della vita, l’adolescenza, in cui cervello, identità e relazioni sono in piena trasformazione. Analizzare come gli strumenti impattano sul modo di vivere e di pensare è il primo passo per tutelarci dagli effetti negativi, trattenendo il meglio delle novità. Ma serve anche a comprendere come molte delle scelte che facciamo, o che faremo in futuro, ad esempio in fatto di legami e di famiglia, possano essere meno “libere” di quanto si pensi.

Massimo Calvi
Avvenire 8.5.2026
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Basta, spegniamo il Var

Dall’arbitro all’arbitrio il passo è breve. L’origine latina dei termini in effetti è la stessa, arbiter, il giudice, chi dirime una controversia. Ma nell’italiano moderno basta aggiungere una «i» e dall’idea di un giudizio imparziale il passaggio alla libertà di scelta che conduce al libero arbitrio, e poi eventualmente all’abuso di una decisione totalmente arbitraria, è proprio rapido. Chi segue il calcio nel suo percorso di declino nazionale, anche senza padroneggiare le lingue antiche, questa differenza di significati la elabora da sempre. E con l’inchiesta avviata dalla procura di Milano sul mondo arbitrale, cioè giudici di un tribunale che giudicano giudici di gara, per capire come mai alcuni rigori siano stati dati e altri no, o perché le gomitate non sono tutte uguali, a prescindere dalle evidenze video, ci stiamo avvicinando alla fusione dei significati.

Diciamolo subito: tutta questa storia fa venire voglia di sospendere immediatamente l’intera macchina del Var, arbitri assistenti e video correlati, se non ora dal prossimo campionato. Un anno sabbatico di purificazione, perché giunti a quella fase tipica di ogni rivoluzione umana in cui si incomincia a dire che «si stava meglio quando si stava peggio», l’opportunità è ripartire proprio da zero. In realtà c’è chi vorrebbe spingere ancora di più nell’innovazione. Ma come può una tecnologia supplire a un vuoto umano? La crisi del calcio italiano lo hanno capito tutti che appartiene alla categoria delle derive morali, e finché nei campi di gioco dei bambini i genitori non impareranno ad applaudire anche ai gol più belli della squadra avversaria, o a condividere sempre la merenda pure in caso di sconfitta, sarà dura migliorare tutta la filiera: quella ad esempio che alla viglia di ogni partita scruta le statistiche degli arbitri assegnati, e dopo non parla più di grandi azioni o schemi di gioco, ma solo di braccia larghe o lungo il corpo, di fuorigioco per una stringa, di piedi che toccano tibie o palloni, di tacchetti che fanno pestoni, di tuffi e simulazioni.

Non che negli anni antecedenti l’era Variana fosse molto diverso, ma ripartire dall’origine dei tempi può agevolare il discernimento. È vero, la fabbrica dei sospetti c’è sempre stata, vicende come Calciopoli insegnano che a pensar male si farà pure peccato, ma a volte ci si azzecca. Il grande problema è che rendere giustizia sportiva non è semplice. Anzi. Riassegnare scudetti non pacifica, amplifica i rancori. Moltiplicare moviole e arbitri non risolve, aumenta gli interessi in gioco e accresce le congetture, esponenzialmente. La stagione richiede un pensiero etico e anche ecologico, di risparmio energetico: la giustizia faccia il suo corso, intanto spegniamo tutto, i monitor in campo e quelli a Lissone, magari anche gli smartphone dei tifosi allo stadio. D’altronde se nel video il piede tocca la gamba, ma per il giudice tocca la palla, perché consumare elettricità invano? La moviola soltanto serale faceva discutere e recriminare per anni, quella in campo è fisica quantistica: l’osservatore fa parte dell’esperimento e, guardando, lo modifica. Oltretutto a seguire il Var, fotogramma per fotogramma, nemmeno Achille raggiungerebbe mai la tartaruga, figurarsi fare gol.

Allora, lungi dal rievocare il clima austero dell’harpastum romano, anni luce dalla tentazione di voler replicare la festosità innocente di improponibili match tra scapoli e sempre più rari ammogliati, il senso è cogliere l’occasione per l’ennesima e faticosa ripartenza da capo. Accettando però una grande verità: il calcio non è come la vita dovrebbe essere, o vorremmo che fosse, ma come la vita è. E dunque sì, ora ci arriviamo, a che serve il Var se comunque «Rigore è quando arbitro fischia»?

Massimo Calvi
Avvenire, 1.5.2026