Diciamolo subito: tutta questa storia fa venire voglia di sospendere immediatamente l’intera macchina del Var, arbitri assistenti e video correlati, se non ora dal prossimo campionato. Un anno sabbatico di purificazione, perché giunti a quella fase tipica di ogni rivoluzione umana in cui si incomincia a dire che «si stava meglio quando si stava peggio», l’opportunità è ripartire proprio da zero. In realtà c’è chi vorrebbe spingere ancora di più nell’innovazione. Ma come può una tecnologia supplire a un vuoto umano? La crisi del calcio italiano lo hanno capito tutti che appartiene alla categoria delle derive morali, e finché nei campi di gioco dei bambini i genitori non impareranno ad applaudire anche ai gol più belli della squadra avversaria, o a condividere sempre la merenda pure in caso di sconfitta, sarà dura migliorare tutta la filiera: quella ad esempio che alla viglia di ogni partita scruta le statistiche degli arbitri assegnati, e dopo non parla più di grandi azioni o schemi di gioco, ma solo di braccia larghe o lungo il corpo, di fuorigioco per una stringa, di piedi che toccano tibie o palloni, di tacchetti che fanno pestoni, di tuffi e simulazioni.
Non che negli anni antecedenti l’era Variana fosse molto diverso, ma ripartire dall’origine dei tempi può agevolare il discernimento. È vero, la fabbrica dei sospetti c’è sempre stata, vicende come Calciopoli insegnano che a pensar male si farà pure peccato, ma a volte ci si azzecca. Il grande problema è che rendere giustizia sportiva non è semplice. Anzi. Riassegnare scudetti non pacifica, amplifica i rancori. Moltiplicare moviole e arbitri non risolve, aumenta gli interessi in gioco e accresce le congetture, esponenzialmente. La stagione richiede un pensiero etico e anche ecologico, di risparmio energetico: la giustizia faccia il suo corso, intanto spegniamo tutto, i monitor in campo e quelli a Lissone, magari anche gli smartphone dei tifosi allo stadio. D’altronde se nel video il piede tocca la gamba, ma per il giudice tocca la palla, perché consumare elettricità invano? La moviola soltanto serale faceva discutere e recriminare per anni, quella in campo è fisica quantistica: l’osservatore fa parte dell’esperimento e, guardando, lo modifica. Oltretutto a seguire il Var, fotogramma per fotogramma, nemmeno Achille raggiungerebbe mai la tartaruga, figurarsi fare gol.
Allora, lungi dal rievocare il clima austero dell’harpastum romano, anni luce dalla tentazione di voler replicare la festosità innocente di improponibili match tra scapoli e sempre più rari ammogliati, il senso è cogliere l’occasione per l’ennesima e faticosa ripartenza da capo. Accettando però una grande verità: il calcio non è come la vita dovrebbe essere, o vorremmo che fosse, ma come la vita è. E dunque sì, ora ci arriviamo, a che serve il Var se comunque «Rigore è quando arbitro fischia»?
Massimo Calvi
Avvenire, 1.5.2026