Con il fisco o con l'assegno


Il dibattito sulla natalità da ricondurre sui giusti binari Il dibattito sulla natalità non fa primavera, ma è ormai un fatto che in Italia in questa stagione ci si metta a parlare di nascite e di famiglie più di quanto non si faccia durante gli altri periodi dell’anno. È un buon segno, e una parte del merito può essere attribuita all’ex presidente del Forum delle Famiglie, Gigi De Palo, l’inventore delle piazze con i passeggini vuoti, l’animatore politico del cammino che ha portato alla nascita dell’Assegno unico, e da qualche tempo organizzatore degli Stati generali della natalità (i prossimi sono a Roma l’11 e il 12 maggio). Il problema di quest’anno è che il confronto su demografia, nascite e aiuti alle famiglie è partito col piede sbagliato.

La proposta avanzata dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti di introdurre una forma di sconti fiscali per sostenere la natalità, che fa seguito alla richiesta della premier Giorgia Meloni di focalizzare l’attenzione del governo sul tema della risposta all’inverno demografico, ha finito per essere avvolta dal fumo di un dibattito tanto ideologico quanto tossico. L’Italia sembra un Paese incapace di liberarsi dal giogo di un passato caricaturale che forza ad attribuire alle misure per la natalità una missione dai connotati etnici (c’è chi lo pensa veramente), o dall’altro lato a cogliere in ogni tentativo premiale verso la genitorialità rigurgiti di un fascismo paternalista, lesivo dei diritti e persino delle libertà (si è sentito pure questo).

Forse allora è necessario resettare tutto e provare a fare un po’ di (sano) ordine. Un intervento ulteriore sulle misure per la natalità è necessario, perché il cammino che ha portato alla riforma dell’Assegno va, a detta di tutti, completato. Come? Questo è il punto, sul quale si dovrebbero concentrare le energie del confronto. Se guardiamo a due Paesi vicini che spesso si prendono come riferimento, e che tanti, a destra quanto a sinistra, citano come possibili esempi, le misure di tipo economico seguono un principio abbastanza chiaro e semplice: tutte le famiglie devono avere un sostegno di base consistente per ogni figlio.

Che questo aiuto arrivi attraverso uno sconto fiscale o un assegno, o con entrambi i metodi, poco dovrebbe contare. In Francia c’è un assegno che scatta solo dal secondo figlio e a questo si aggiunge il quoziente fiscale familiare che abbatte di molto le tasse per tutti coloro che hanno figli. In Germania si può scegliere tra assegno o deduzione fiscale. In entrambi i Paesi il beneficio che tutte le famiglie ottengono, rispetto a chi è single o non ha prole a carico, è all’incirca di 2-3.000 euro per ogni figlio. In Italia con l’Assegno unico si va da un massimo di 2.400, che non è poco, a un minimo di 660 euro annui a figlio (330 se maggiorenne), che non è molto.

Ora, se ci si concentra solo sul tema economico-fiscale, e si congela il dibattito attorno ai servizi, alla conciliazione, al lavoro femminile, al diritto alla casa e altre questioni fondamentali che pure servono a sostenere la natalità, la prima vera domanda cui ogni politico dovrebbe rispondere con chiarezza è la seguente: l’Italia vuole dotarsi oppure no di un aiuto economico significativo di base per ogni figlio a carico? Se la risposta è sì, allora la seconda domanda viene scontata: quanto? Una volta che ci si è messi d’accordo, tra rivali politici ma anche con sé stessi, sulla direzione da seguire, il metodo di intervento diventa solo tecnicamente rilevante.

Se il principio, sacrosanto, espresso da Giorgetti è che single e famiglie non possono essere tassati allo stesso modo, il percorso per arrivaci può essere una deduzione, una detrazione, o anche molto semplicemente una correzione dell’Assegno unico. Basterebbe cioè aumentare l’importo di base universale, e raggiungere una cifra equiparabile a quanto concesso in Francia e Germania, per chiudere la partita e passare ad altro. Un intervento sui figli avrebbe molto più significato, in termini di giustizia fiscale, di una più costosa e quasi impercettibile riduzione generalizzata del cuneo. A beneficio della sanificazione di un dibattito che ha preso una connotazione cupa, non sarebbe male provare a liberarsi anche dall’ossessione demografica, se non altro per un po’. Non c’è veramente una patria che ha bisogno di figli, come non c’è un sistema che deve importare braccia a basso costo.

Ci sono invece coppie con desideri e progetti famigliari che in Italia sono con evidenza molto più difficili da realizzare, a causa di un contesto economicamente ma anche culturalmente ostile. Vogliamo provare a cambiare qualcosa?

Massimo Calvi

Avvenire, 23.4.2023

Otto miliardi. Ma non siamo troppi!

Contrordine, il mondo non sta scoppiando, non c’è alcun motivo di essere in ansia per la crescita della popolazione, che convenzionalmente il 15 novembre 2022 ha raggiunto gli 8 miliardi, e non ci sono nemmeno ragioni per temere che l’espansione demografica rappresenti un problema per il clima. La visione neo-malthusiana, che tende a vedere in ogni nuova nascita un problema per la disponibilità delle risorse, e da qualche tempo ha esteso la sua ombra sul dibattito attorno alla natura della crisi climatica, può essere archiviata. A provare a cambiare le narrazioni semplicistiche sulle tendenze demografiche è l’ultimo rapporto dell’Unfpa, il fondo delle Nazioni Unite per la popolazione.
Si tratta dell’agenzia per la salute sessuale e riproduttiva, l’organismo che dal 1969 opera perché ogni gravidanza sia effettivamente desiderata e i parti sicuri, dunque interviene in vari ambiti problematici e controversi, dalla “prevenzione” delle gravidanze indesiderate alle mutilazioni genitali, dall’assistenza sanitaria riproduttiva all’accesso alla contraccezione sicura fino alla protezione dalla violenza di genere o alle campagne contro i matrimoni precoci. Il fatto che questo organismo oggi si esprima in modo così netto per contrastare il pessimismo che nutre le narrative sull’esplosione demografica merita più di una riflessione. Il rapporto, sgombrando il campo dagli equivoci e da alcuni aspetti non condivisibili, pone il problema dell’alta percentuale di donne, il 44% in 68 Paesi, che non è in grado di assumere decisioni consapevoli riguardo il proprio corpo se si tratta di avere un rapporto sessuale (il 25% non può dire di no), ma anche di accedere a metodi contraccettivi sicuri o avere assistenza sanitaria.
Ampliando lo sguardo, a emergere è anche una prospettiva di ragionevole ottimismo per lo stato del mondo, contrastando tante retoriche allarmistiche: quelle che seminano il terrore per la crescita della popolazione, ma anche quelle eccessivamente preoccupate per il declino demografico o l’insostenibilità della pressione migratoria. L’esagerazione attorno a queste visioni, si spiega, e gli sforzi per influenzare i tassi di fecondità, «sono spesso inefficaci» e possono «erodere i diritti delle donne» tenendo «prigionieri i loro corpi» in virtù degli obiettivi della popolazione. Nel mirino finiscono così anche «gli sforzi per rallentare la crescita della popolazione attraverso la sterilizzazione forzata e la contraccezione coercitiva, una violazione dei diritti umani». Siamo troppi? No, sostiene l’Unfpa, il pianeta non sta scoppiando, e se la Terra ha raggiunto gli 8 miliardi vuol dire che più neonati sopravvivono, più bambini e bambine vanno a scuola, ricevono assistenza sanitaria, raggiungono l’età adulta e vivono mediamente più a lungo, e questo è un segno di progresso umano. L’aspettativa di vita nel mondo nel 2019 ha raggiunto i 72,8 anni, quasi 9 anni in più dal 1990, e arriverà a 77,2 anni entro il 2050: un traguardo che andrebbe celebrato.
La crescita della popolazione, oltretutto, sta rallentando, i tassi di fecondità sono in caduta quasi ovunque e il numero medio di figli per donna a livello globale è sceso dai 5 degli anni Cinquanta ai 2,3 attuali. Insomma, per il prossimo quarto di secolo l’aumento della popolazione sarà dovuto per due terzi alla crescita passata, dunque non sono necessari programmi per limitarne l’espansione: oltre ad essere inutili finiscono per colpevolizzare comunità povere ed emarginate. Interessante, a questo proposito, è la valutazione della crisi climatica. Nonostante le preoccupazioni, «le prove di una correlazione tra dimensioni della popolazione e protezione dell’ambiente sono sorprendentemente scarse» e «nessun modello può, né ha mai potuto, calcolare o prevedere correttamente l’impatto ambientale complessivo delle sole dimensioni della popolazione globale».
Attribuire alle nascite i problemi ambientali del mondo, mette in guardia il rapporto, rischia di far passare l’idea che «l’utero delle donne debba essere preso di mira dalle politiche climatiche». Nella realtà, i Paesi con i tassi di fecondità più alti sono quelli che meno contribuiscono al riscaldamento globale, mentre ne soffriranno maggiormente gli impatti. «Su 8 miliardi di persone – si legge nel rapporto – circa 5,5 miliardi non guadagnano abbastanza, circa 10 dollari al giorno, per contribuire in modo significativo alle emissioni di carbonio». È vero, invece, che la responsabilità di metà di tutte le emissioni di gas serra è imputabile al 10% più ricco della popolazione che vive nei Paesi con i tassi di fecondità più bassi e col problema di dover far fronte all’inverno demografico. La soluzione contro l’emergenza ambientale, insomma, non si esprime nel contenimento delle nascite, ma con la necessità di «ridurre le disuguaglianze e investire in fonti energetiche pulite».
Il rapporto tenta anche di smontare la narrazione opposta nel momento in cui esprime eccessiva preoccupazione per il crollo delle nascite. Non che il problema non sia reale, anche se riguarda solo l’Europa, unica area al mondo che entro il 2050 dovrebbe vedere calare il numero di abitanti del 7%, ma se amplificato oltre misura rischia di sortire effetti controproducenti e suscitare sentimenti colpevolizzanti verso la popolazione più anziana, mentre una gestione responsabile delle migrazioni può favorire quella che il rapporto definisce «resilienza demografica». Anche in questo caso non occorre forzare: al desiderio compresso di figli si risponde promuovendo politiche per favorire la parità di genere e i diritti, ampliando i congedi parentali, concedendo sconti fiscali. Con impegno, ma senza ansie.

Massimo Calvi
Avvenire, 20.04.23

Assegno unico aumenti in arrivo

 Il governo intende aumentare l’importo della quota base dell’Assegno unico e universale. Lo aveva annunciato nei giorni scorsi la ministra per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità, Eugenia Roccella, e ora la conferma arriva per iscritto nel Piano nazionale di riforme che accompagna il Def, il documento di economia e finanza per i prossimi tre anni. Per quota base si intende la cifra uguale per tutti erogata a chi non allega la dichiarazione Isee o questa è superiore a 43.246 euro, e che attualmente corrisponde a 54,1 euro al mese a figlio. Sembra un dettaglio, ma non lo è, perché un intervento su questa cifra, che riguarda i nuclei con redditi più alti, può riflettersi positivamente sugli importi degli altri assegni inferiori alla quota massima di 189,2 euro al mese. Un passaggio significativo, alla luce del fatto che con la transizione dal regime precedente di detrazioni e assegni familiari a quello dell’Assegno unico solo un quarto delle famiglie ha ottenuto un vantaggio economico.

Proprio ieri in tema di Assegno unico l’Inps ha diffuso i dati dell’Osservatorio statistico relativo a questa misura entrata stabilmente in vigore (dopo la versione “temporanea”) dal marzo 2022: si tratta dunque del primo vero bilancio annuale. Dal marzo scorso a febbraio 2023 sono stati erogati 15,2 miliardi in assegni a 5,3 milioni di famiglie per un totale medio mensile di 8,5 milioni di figli dal settimo mese di gravidanza ai 20 anni. L’importo medio degli assegni ricevuto dai genitori è stato di 233 euro al mese nel 2022 e di 262 euro nei primi due mesi del 2023 per effetto degli aumenti previsti dalla legge di Bilancio.

Ogni figlio ha ricevuto 146 euro al mese nel 2022 e 165 nel 2023. L’importo per i 300mila nuclei con figli disabili è stato superiore del 50%. L’effetto degli aumenti voluti dal governo per le famiglie numerose e i nuovi nati è ancora più evidente guardando alla composizione dei nuclei: l’importo medio per i nuclei con un figlio è salito da 129 a 146 euro, per quelle con 4 figli (che però sono appena 60mila) da 917 a 1.070 euro al mese, e da 1.580 a 1.816 euro per le coppie con 6 figli (sono solo 3.200). Essendo legato all’Isee, cioè a reddito e patrimonio dichiarati, gli assegni sono stati più alti al Sud (176 euro al mese) e più bassi al Nord (157 euro), con il Centro e le Isole a metà strada (159 euro).

Quasi la metà dei beneficiari (49%), posizionandosi sotto i 16.215 Isee, ottiene la quota massima dell’assegno, in media 215 euro al mese a famiglia, il 23% la quota minima, 55 euro circa. La spesa per l’Auu che ha integrato il Reddito di cittadinanza è stata invece di 721 milioni, per 360mila famiglie e 589mila figli interessati e 166 euro pagati in media per ogni nucleo. Le cifre di richiedenti e beneficiari variano di mese in mese in base ai figli che nascono e a quelli che crescono, perdendo i benefici. In tutto il 2022 i figli interessati sono stati 9,6 milioni su un totale di quasi 11 milioni di potenziali beneficiari; dunque, l’assegno è andato all’88% di chi avrebbe potuto ottenerlo. Una buona percentuale di famiglie, in sostanza, non lo ha richiesto. Fa riflettere, a questo proposito, che prima dell’entrata in vigore dell’Assegno unico lo Stato spendesse più di 18 miliardi per tutte le misure che sono confluite nel nuovo strumento, dai vecchi Anf alle detrazioni familiari fino al bonus nascite, e ora l’uscita è attorno ai 16 miliardi.

La riforma, in sostanza, ha consentito risparmio per le casse pubbliche, offrendo un margine al governo per incrementare importi e sostegni. Tornando al Def, l’impegno, coerentemente con l’attenzione che nella delega fiscale verrà riservata alle famiglie, parla di misure allo studio che mirano ad «aumentare gli importi base dell'assegno unico, aiutare le famiglie con figli neonati e le famiglie numerose». Inoltre si parla di «potenziare i servizi educativi per l’infanzia, promuovere iniziative di conciliazione dei tempi lavoro-famiglia e incrementare i congedi parentali».

Massimo Calvi

Avvenire, 14.4.2023

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Un vero fisco per le famiglie

Gran parte del dibattito sulla riforma fiscale ha avuto come oggetto il tema della progressività. Una riforma che si propone di ridurre il numero di aliquote da quattro a tre e guarda a un’ipotesi di flat tax unica come approdo finale tende, infatti, a diluire il tasso di progressività, principio affermato e tutelato dalla Costituzione. Tuttavia, la progressività, cioè il principio per cui al crescere del reddito deve aumentare anche la percentuale del prelievo, può essere garantita in vari modi: prevedendo molte aliquote con percentuali crescenti, oppure attraverso detrazioni o deduzioni sulle spese per alleggerire il carico fiscale a beneficio dei redditi più bassi.

Il progetto di legge delega varato dal governo dice che l’orientamento sarà proprio quello di semplificare le aliquote e assicurare la progressività modulando gli “sconti” fiscali. Per capire come questo avverrà bisognerà conoscere i decreti attuativi, ma può essere utile piantare qualche paletto per definire il perimetro dei valori e dei princìpi che è auspicabile vengano garantiti. Un aspetto meritevole di riflessione riguarda l’opportunità di porre tutta l’attenzione e le richieste di equità sulla sola Irpef. L’evasione di questa imposta raggiunge infatti livelli molto elevati, in particolare nell’ambito del lavoro autonomo e delle imprese, dove il divario tra gettito atteso e reale sfiora il 70%. Inoltre, i redditi da lavoro dipendente rappresentano una parte minoritaria, attorno al 40%, della ricchezza delle famiglie. Una quota sempre più alta riguarda i redditi da capitale, con gli affitti che ormai valgono il 13%, e sui quali si applica una tassazione molto agevolata rispetto al lavoro, senza progressività.

Questo spiega in parte come mai chi vive del solo stipendio fatichi a percepirsi “ricco”, nel confronto con altre famiglie, pure se il suo reddito non è basso. In un Paese col record europeo di evasione quale è l’Italia, e solo il 13% delle dichiarazioni fiscali che superano i 35.000 euro lordi l’anno, andrebbe colto il limite di un approccio che tende a concentrarsi solo sull’Irpef per assicurare l’equità del sistema, o per parametrare sconti ed elargizioni. C’è un altro aspetto di cui non si è parlato a sufficienza: il sostegno alle famiglie con figli, questione centrale anche come risposta alla crisi demografica. La vera domanda che oggi in Italia ci si dovrebbe porre è se si vuole o no un sistema fiscale in cui le tasse siano pagate da chi è realmente più ricco, e nel quale il principale merito per ottenere un beneficio è rappresentato dall’avere figli.

L'indicazione che emerge dalla delega è che ci sarà un’attenzione speciale alle famiglie, attraverso un sistema di deduzioni o detrazioni collegate al reddito e al numero della prole. Non è però chiaro se la riforma garantirà gli stessi effetti che il fisco produce in Paesi come la Francia o la Germania, dove ogni figlio permette sempre, e a tutti i genitori, di beneficiare di un consistente e tangibile risparmio fiscale rispetto a chi non ha carichi di famiglia. A quanto ammonterà lo “sconto-figli” in Italia?

È importante che su questo argomento vi siano impegni e chiarezza. L’Assegno unico ha avuto un ruolo importante nel contrastare la povertà delle famiglie, ma proprio la sua natura altamente progressiva ne ha limitato l’universalità e la semplicità, e di conseguenza ne ha ridotto l’efficacia come misura contro il calo delle nascite. Con l’introduzione dell’Assegno, e la contestuale cancellazione delle detrazioni per i figli, circa un quarto delle famiglie ha percepito più di prima, ma più due terzi dei nuclei non hanno avuto alcun beneficio, mentre uno su dieci, anche tra i poveri, ha peggiorato la propria situazione. Per quasi otto famiglie su dieci l’Assegno unico ha rappresentato un problema economico o burocratico.

Nella valutazione della riforma fiscale la prima preoccupazione dovrebbe essere quella di capire come questa potrà integrarsi con l’Assegno unico per assicurare, tra sconti fiscali ed erogazioni monetarie, una dote fissa per ogni figlio non inferiore a quella dei vicini europei, così da sostenere i genitori nel compito di crescere e educare la prole, e allo stesso tempo servire l’obiettivo di far ripartire le nascite. Una vera emergenza nazionale.

Massimo Calvi

Avvenire, 8.4.2023

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