Per quanto movimento facciano, ci sta la libertà di chiedere che stiano buoni e buone, dir loro in certi momenti di riposare, anche se non sono figli nostri. È la vita come dovrebbe essere, non come la stiamo spegnendo. Non tutti i posti sono per bambini, chiaro, e si soffre nel vederli condotti ovunque desiderino stare i loro genitori nei casi in cui l’urlo della loro nascita non è riuscito a provocare un minimo vento di cambiamento, ma tutti dovremmo riuscire a “convivere” con l’entropia di un bambino. Perché è il passo dell’esistenza, da sempre. Un giorno un guru dei social dirà che l’esercizio aiuta, magari che fa bene allo spirito e alla ricerca di sé, o ad addominali e glutei, e allora forse ci capiremo.
Il ristorante che non vuole bambini ci serve un triste antipasto di futuro
Per quanto movimento facciano, ci sta la libertà di chiedere che stiano buoni e buone, dir loro in certi momenti di riposare, anche se non sono figli nostri. È la vita come dovrebbe essere, non come la stiamo spegnendo. Non tutti i posti sono per bambini, chiaro, e si soffre nel vederli condotti ovunque desiderino stare i loro genitori nei casi in cui l’urlo della loro nascita non è riuscito a provocare un minimo vento di cambiamento, ma tutti dovremmo riuscire a “convivere” con l’entropia di un bambino. Perché è il passo dell’esistenza, da sempre. Un giorno un guru dei social dirà che l’esercizio aiuta, magari che fa bene allo spirito e alla ricerca di sé, o ad addominali e glutei, e allora forse ci capiremo.
Roccella: Sulla famiglia il governo fa squadra
«Questo governo ha messo al centro la famiglia come non era mai avvenuto prima. Lo ha fatto con i criteri di indirizzo politico, con importanti investimenti, e con un potente messaggio culturale che ha fatto sì, ad esempio, che oggi tutti parlino di demografia quando fino a poco tempo fa l’argomento era residuale o addirittura tabù. E lo ha fatto con un grande gioco di squadra, perché la famiglia è sì materia del mio ministero, ma è una priorità trasversale all’azione di tutto il governo». Risponde così, Eugenia Roccella, ministra per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità, a quanti sostengono che il governo non stia facendo abbastanza per agevolare le famiglie e le coppie che desiderano figli. E assicura che la famiglia è, e resterà centrale nell’azione di governo.
Domanda: da cosa nascono le critiche?
C’è sempre chi, per polemica politica o ideologica,
suggerisce che su un tema quello che si fa è poco, e che bisognerebbe fare “ben
altro”. A chi è afflitto da questa sindrome consiglio un rimedio molto
efficace: la realtà dei fatti. Poi è ovvio che se non ci fossimo trovati nel
pieno di una grave crisi internazionale, e soprattutto se i superbonus edilizi
non avessero divorato l’equivalente di dieci manovre finanziarie, gli
investimenti avrebbero potuto essere ancora superiori. Ma nelle condizioni date,
non capire quello che ho detto denota nel migliore dei casi scarsa
consapevolezza.
C’è un tema di comunicazione, o di comprensione, di
quanto si sta facendo?
Con il nostro governo la famiglia non è solo destinataria di
misure specifiche, ma rappresenta un parametro per le politiche in ogni ambito.
Faccio un esempio: se aumentiamo l’Assegno unico e i congedi parentali,
rendiamo sostanzialmente gratuite le rette degli asili nido e ne realizziamo di
nuovi, rifinanziamo i centri estivi e apriamo le scuole d’estate, aiutiamo le
mamme lavoratrici, diamo un contributo per ogni nuovo nato – tutte cose che
abbiamo fatto – si tratta di interventi diretti per le famiglie. Se al posto
del reddito di cittadinanza introduciamo l’assegno di inclusione tarato
fortemente sui figli, se nel fronteggiare il caro bollette potenziamo i
sostegni alle famiglie numerose, nel riformare gli incentivi alle imprese
inseriamo il welfare per la natalità fra i criteri premiali – tutte cose che
abbiamo fatto – significa che il governo considera la composizione del nucleo
familiare un elemento centrale anche per politiche che non riguardano in modo
diretto la famiglia.
Si può quantificare questo impegno?
L’Ufficio parlamentare di bilancio, che come è noto è un
organismo indipendente, ha quantificato in oltre 16 miliardi i benefici diretti
e indiretti che nel 2024 sono arrivati alle famiglie. Le famiglie se ne sono
accorte, e infatti la maggioranza mantiene tutto il suo consenso. Ma forse è
vero, dovremmo raccontarlo di più.
La sensazione però è che le risorse economiche destinate
al sostegno della natalità non siano molte…
È una sensazione sbagliata. Solo con le nostre tre leggi di
bilancio, sono stati stanziati 4 miliardi, a cui si aggiungono tutti gli altri
interventi, dall’assegno di inclusione cumulabile con l’assegno unico alla
famiglia, ai fringe benefit aziendali mirati per i lavoratori
con figli.
Lo scorso maggio è stato presentato il nuovo Piano
Nazionale per la famiglia 2025-2027. Quali sono i punti centrali?
Il Piano segna una svolta rispetto al passato. Alla famiglia
non ci si rivolge più segregandone per categorie i componenti e le loro
specifiche fragilità: gli anziani, i minori, i lavoratori, i disabili, e via
dicendo. Ovviamente ciascuno di questi sottoinsiemi ha esigenze particolari, e
ce ne stiamo occupando anche in modo mirato. Ma la nostra visione guarda al
nucleo familiare nella sua interezza, nel complesso delle sue relazioni,
cercando di dare a quel nucleo gli strumenti per vivere il mondo ed evitare per
quanto possibile le disfunzionalità. Alle condizioni di fragilità bisogna dare
risposte efficaci in termini di politiche sociali, è evidente. Ma queste non
esauriscono gli interventi a sostegno delle famiglie, altrimenti non faremmo
altro che continuare a frammentare una società già minata dalla crisi
demografica e alimentare le nuove solitudini, grande problema del nostro tempo.
L’approccio del Piano, che ruota attorno ai Centri per la Famiglia, è proprio
questo.
Qual è la strategia attorno ai Centri per la Famiglia?
I Centri esistono per legge da molti anni, ma privi di
funzioni ben definite e quindi molto discontinui come presenza sul territorio e
come riconoscibilità. Noi vogliamo potenziare questa rete e rendere i Centri
una sorta di “Caf” per le famiglie, a cui rivolgersi sia per avere servizi
diretti, sia per orientarsi meglio tra le opportunità e i sostegni che ci sono
a disposizione. Come funzioni, si va dal supporto ai genitori
nell’alfabetizzazione digitale fino ai servizi di accompagnamento come
l’assistente materna, il supporto nei primi mille giorni di vita del bambino,
il sostegno informativo per affidi e adozioni e così via. Abbiamo già stanziato
115 milioni: 60 con erogazioni dirette alle regioni, 55 attraverso un bando
appena emesso, sempre rivolto alle regioni perché questa rete non deve essere
calata dall’alto ma realizzata attraverso i territori, con approccio
sussidiario, tenendo conto delle esigenze e delle specificità.
Lei sostiene spesso che all’origine della crisi
demografica vi sia una questione culturale. Si deve anche a questo la
difficoltà nel presentare misure a favore della famiglia?
Non lo dico io, lo dicono i numeri: dovunque c’è una
correlazione diretta tra sviluppo e denatalità. È come se la denatalità fosse
la conseguenza negativa dello sviluppo, non solo economico ma anche sociale e
tecnologico. Tanto è vero che la crisi demografica colpisce non solo l’Italia
ma tutta l’Europa, comprese nazioni come la Francia che hanno una lunga
tradizione di politiche nataliste. È un problema che di cui ho discusso in un
recente incontro proprio con la ministra francese. La Francia parte da numeri
migliori ma adesso cala più velocemente di noi. Significa forse che gli
interventi economici sono inutili? Certo che no, tanto è vero che li stiamo
mettendo in campo. Significa che bisogna tifare per la decrescita? Ovviamente
no. Il grande lavoro da fare, che passa anche attraverso le politiche materiali
ma non può limitarsi a queste, è promuovere una visione della genitorialità
attrattiva alla luce dei nuovi bisogni e dei nuovi stili di vita. Oggi è come
se lo sviluppo, e la cultura marcatamente individualista che spesso lo
accompagna, portasse con sé una sazietà di vita, un’idea dell’esistenza come un
bene di consumo. Dobbiamo trasformare questa sazietà in una sovrabbondanza, che
faccia percepire che dare la vita ad altri è qualcosa che aggiunge e non
sottrae.
Converrà che in Italia il problema della denatalità sia
un po’ più grave rispetto ad altri Paesi…
Quello che in numeri assoluti penalizza l’Italia è che la
disattenzione nei confronti della famiglia ha portato i tassi demografici a
calare già decenni fa, anche sulla scia di ideologie anti-nataliste all’epoca
molto in voga. Basta ricordare quando si parlava di “sovrappopolazione” e in
molti paesi, come in Cina, si puntava sui piani di controllo delle nascite. La
diminuzione delle donne in età fertile significa che nel 1995, quando il tasso
di fecondità in Italia era molto simile a quello attuale, 1,19 figli per donna
corrispondeva a circa 500mila bambini l’anno. Oggi a poco più di 300mila. Il
confronto con gli altri Paesi è importante, e ricordo che il nostro governo ha
organizzato a Roma una conferenza europea sulla demografia. L’Europa dovrebbe
avere a cuore la natalità almeno quanto l’ambiente e il digitale. Anche perché,
senza nuovi giovani, l’ambiente si spopola e si deteriora, e lo sviluppo
tecnologico si ferma.
L’estate è la stagione delle promesse. C’è una novità in
arrivo? Cosa possono aspettarsi le famiglie?
La commissione sulla riforma dell’Isee, che presiedo, sta
terminando il suo lavoro dopo aver individuato alcune soluzioni di favore
rivolte proprio alle famiglie con figli, ora dobbiamo confidare nel cammino
della legge di Bilancio. Le risposte alle attese delle famiglie possono
giungere dalle politiche, ma anche attraverso il coinvolgimento del mondo del
lavoro e dell’impresa, dei territori, dell’associazionismo, dobbiamo costruire
sempre di più una società che accolga genitori e figli e li consideri un patrimonio
di tutti, per sconfiggere la solitudine del presente e costruire il futuro.
Massimo Calvi
Avvenire, 27.8.2025
La famiglia resti al centro con misure vere
Si è parlato ad esempio di un fisco favorevole per i giovani, o di imposte progressive in base all’età: perché non farlo veramente e lasciare che le tasse restino basse se dopo arrivano i figli? Per chi altrimenti dovrebbero calare queste tasse, e per quale ragione? È anche sul tavolo la riforma dell’indicatore Isee, tra l’idea di scontare la prima casa o altri sostegni, ma la vera riforma sarebbe poter registrare tutti i figli per quello che “pesano” realmente, non come “zerivirgola”: un tempo, quando cresceva la famiglia, si allungava il brodo, oggi libri, computer, telefoni, autobus, pizzate, corsi e viaggi sono spese fisse senza economie di scala possibili, ne vogliamo prendere atto o continuare a far finta di essere in guerra? E poi c’è la ripresa della scuola: chi ha il coraggio di parlare di trasporti gratuiti, o a tariffe simboliche, per tutti gli studenti nelle aree metropolitane e delle città universitarie? O di mense gratuite alla scuola dell’obbligo? O di tassa rifiuti: veramente un bambino piccolo in casa “inquina”, e lo fa più di un cane o di un gatto? Alla vera ripresa servono una retribuzione adeguata, una casa anche se non si dispone di patrimoni, occorrono servizi. Poi sarebbe non solo giusto, ma anche bellissimo – una grande sfida – provare a prendere sul serio la crisi demografica, o la fatica di diventare genitori, e dare alle possibili misure “per la famiglia” lo stesso credito che si attribuisce a tagli del cuneo, anticipi previdenziali, rottamazioni di cartelle e via dicendo. I margini di bilancio potrebbero persino esserci. L’occasione è dimostrare che, dopo i convegni, si fa tutti sul serio. Se nessuno volesse più figli, allora pace, zero costi. Ma se per caso il desiderio latente aspettasse solo una spinta, una scintilla, per tornare a correre, e oltre? È proprio anche una questione di mentalità, di cultura: forse vale la pena dare più fiducia alle nuove generazioni, e non costringerle a pensare come noi che abbiamo una certa età.