Le ragioni per mantenere alta l'attenzione sugli effetti del lavoro da casa non si fermano qui. Uno studio condotto da una ricercatrice del Gran Sasso Science Institute (Jansen, 2025), di cui avevamo scritto lo scorso marzo, aveva rilevato che se anche uno solo dei componenti della coppia ha la possibilità di lavorare da remoto, le probabilità di pianificare una gravidanza aumentano del 40%. Altre ricerche hanno dimostrato un impatto significativo dell’impiego a distanza quanto a soddisfazione lavorativa delle donne (Esposito, 2024), o fatto capire che se si vogliono coinvolgere di più i padri nei compiti di casa e nella cura dei figli, il lavoro da remoto è molto più efficace rispetto alla semplice flessibilità oraria nell’ingresso o nell’uscita dall'ufficio, che di fatto si rivela ininfluente (Brega, 2025). Ovviamente, il lavoro da casa non è per tutti, e già questo restringe molto il campo in Italia, mentre gli aspetti problematici non devono essere trascurati: si pensi al possibile calo della produttività in alcuni contesti, al rischio di isolamento dei lavoratori “in smart”, a quanto la formazione dei giovani può risentirne, o alle difficoltà dei manager nel gestire gruppi di lavoro. Tuttavia, in uno scenario di figli che non nascono, e di cervelli che non restano, e di fronte a una nuova crisi energetica, la fretta di fischiare la fine dei giochi per il lavoro a distanza può far perdere un’occasione per riflettere meglio sulle strade che portano ad avere un Paese più moderno e competitivo.
Lo smart working fa nascere più figli dei bonus. Perché impedirlo?
Le ragioni per mantenere alta l'attenzione sugli effetti del lavoro da casa non si fermano qui. Uno studio condotto da una ricercatrice del Gran Sasso Science Institute (Jansen, 2025), di cui avevamo scritto lo scorso marzo, aveva rilevato che se anche uno solo dei componenti della coppia ha la possibilità di lavorare da remoto, le probabilità di pianificare una gravidanza aumentano del 40%. Altre ricerche hanno dimostrato un impatto significativo dell’impiego a distanza quanto a soddisfazione lavorativa delle donne (Esposito, 2024), o fatto capire che se si vogliono coinvolgere di più i padri nei compiti di casa e nella cura dei figli, il lavoro da remoto è molto più efficace rispetto alla semplice flessibilità oraria nell’ingresso o nell’uscita dall'ufficio, che di fatto si rivela ininfluente (Brega, 2025). Ovviamente, il lavoro da casa non è per tutti, e già questo restringe molto il campo in Italia, mentre gli aspetti problematici non devono essere trascurati: si pensi al possibile calo della produttività in alcuni contesti, al rischio di isolamento dei lavoratori “in smart”, a quanto la formazione dei giovani può risentirne, o alle difficoltà dei manager nel gestire gruppi di lavoro. Tuttavia, in uno scenario di figli che non nascono, e di cervelli che non restano, e di fronte a una nuova crisi energetica, la fretta di fischiare la fine dei giochi per il lavoro a distanza può far perdere un’occasione per riflettere meglio sulle strade che portano ad avere un Paese più moderno e competitivo.
Alle famiglie danesi non piacciono i nuovi congedi paritari
In Europa sono in tanti a fare meglio, e anche per questo dal centrosinistra è stata avanzata recentemente la proposta di estendere a 5 mesi anche il congedo di paternità obbligatorio, al 100% dello stipendio, parificandolo dunque con quello delle madri; proposta che è caduta per la mancanza di coperture economiche. Al di là del caso specifico, e del contesto italiano ancora abbastanza arretrato, la materia è delicata. Intervenire sui congedi, ad esempio, può aumentare il benessere dei genitori e delle famiglie, con molte ricadute in altri ambiti, economici e culturali, ma difficilmente avrà effetti diretti e immediati sulle nascite. Anche se, ovviamente, un contesto favorevole alle coppie con figli, quanto a disponibilità di tempo, è uno dei vari prerequisiti fondamentali per aiutare il desiderio di diventare genitori ad esprimersi liberamente.
Se la direzione dovrebbe essere chiara, a volte gli effetti di una riforma arrivano a superare le aspettative. In Danimarca, ad esempio, fino a quattro anni fa le coppie di genitori potevano disporre di 48 settimane di congedi post-parto, 2 settimane riservate ai padri e 46 alle madri, anche se 32 di queste erano liberamente “trasferibili” al papà. Dal 2022 il sistema è stato modificato portando a 11 settimane il periodo di congedo riservato ai padri, ben 9 in più, ma rendendo questo periodo non trasferibile alla madre. Se il padre non sta a casa, cioè, il tempo a disposizione viene perso. Anche la donna ora ha 11 mesi non trasferibili al partner, in un equilibrio perfettamente paritario. Di conseguenza, siccome le settimane totali sono rimaste 48, il periodo che i due genitori possono scegliere di ripartirsi come meglio ritengono è sceso da 32 a 26 settimane. Il caso danese può essere visto con invidia dalle coppie italiane, anche perché i congedi sono usufruiti praticamente al massimo della retribuzione, e raggiungere questo modello sembra un miraggio. L’effetto sulle famiglie della riforma ha in ogni caso prodotto una serie di risultati che meritano di essere conosciuti. A raccontarli è uno studio pubblicato lo scorso febbraio dal National Bureau of Economic Research, prestigioso istituto di ricerche statunitense con sede a Cambridge, nel Massachussetts (www.nber.org/papers/w34862).
Innanzitutto, nel primo anno del congedo il divario retributivo di genere si è ridotto del 34%, e il gap nelle ore lavorate del 33%. In tutto, dopo il congedo, la disparità tra i genitori danesi è scesa del 14%, soprattutto grazie al fatto che sono migliorati i guadagni delle madri. Un altro effetto è stato di tipo culturale, in senso chiaramente “progressista”, come emerso dalle opinioni espresse. Ad esempio, è risultata meno diffusa di prima la convinzione che la madre abbia un legame più forte rispetto al padre verso i figli, che sia indiscutibilmente meglio che le donne usufruiscano maggiormente dei congedi, che i bambini piccoli soffrano se la madre lavora a tempo pieno, o che l’allattamento al seno sia fondamentale. Secondo i ricercatori, più della metà della riduzione del divario salariale è dipeso proprio da questo cambiamento di mentalità. La riforma ha però avuto un effetto che non era previsto da chi l’ha pensata: i genitori oggi sono molto meno contenti di prima. La soddisfazione per le regole dei congedi in vigore, infatti, è crollata dal 90% al 50%. Come mai? Semplice: la mancanza di libertà di scelta, e il fatto che l’intervento è percepito da molti come eccessivamente “paternalista”. In tanti hanno infatti visto i periodi obbligatori come un’imposizione, dato che per estendere forzosamente il periodo riservato ai padri si è ridotto il tempo massimo del quale prima potevano beneficiare le madri che lo volevano. Un aspetto non di poco conto: diversi genitori hanno criticato la riduzione imposta del periodo disponibile per l’allattamento al seno e hanno detto di preferire in ogni caso che sia la madre a prendersi più tempo per stare con i figli quando sono piccoli.
Sarebbe un errore raccogliere questi spunti e catapultarli nel dibattito italiano, considerata la distanza che esiste tra Roma e Copenaghen in fatto di sostegni pubblici alla genitorialità e di congedi parentali. Un articolo scientifico pubblicato lo scorso anno sull'annuario dell'Istituto superiore di Sanità, analizzando i tanti ostacoli che limitano la diffusione dei congedi dei padri in Italia, spiega bene quanto invece il coinvolgimento paterno fin dai primi anni di vita del bambino favorisca il benessere cognitivo e relazionale dei figli. Ampliare questa possibilità, insomma, e favorire una cura della prole condivisa è doveroso e necessario. Le riforme che interessano la famiglia, però, dovrebbero essere in grado di fissare obiettivi di benessere, soddisfazione, e avanzamento civile, capaci di rispettare sempre la libertà delle scelte personali. E' un equilibrio delicato, una materia da maneggiare con cura. Se i padri hanno voglia di esserci (o di tornare in scena), il paternalismo del welfare potrebbe non essere l'approccio migliore.
Perché il nome Palantir, l'azienda di Thiel, è più di un programma (ispirato a Tolkien)
Andiamo con ordine. Quando nel 2003 nasce Palantir Technologies, l’ambizione di Thiel è chiara: costruire strumenti in grado di analizzare enormi quantità di dati e trasformarli in conoscenza operativa. Le sue piattaforme (Gotham, Foundry, Apollo) permettono a governi, agenzie di intelligence, eserciti e grandi aziende di individuare schemi nascosti, anticipare minacce, prendere decisioni in contesti complessi, dal controllo delle migrazioni alle strategie di guerra. In altre parole, aiuta a “vedere” ciò che normalmente resta invisibile. Il nome, però, non nasce nel mondo della tecnologia, ma arriva dalla letteratura: dai Palantir del Signore degli Anelli di J. R. R. Tolkien. Nell’universo tolkieniano, i Palantir sono le “Pietre Veggenti”, sfere di cristallo nero, antichissime e indistruttibili, create dagli Elfi. Il loro nome, in lingua quenya, significa “coloro che sorvegliano da lontano”. E la loro funzione è proprio questa: osservare luoghi lontani, comunicare a distanza, accedere a visioni che attraversano lo spazio, e talvolta il tempo. In sostanza, per usare il linguaggio dei giorni nostri, sono strumenti di conoscenza avanzata. Il problema è che non si tratta di strumenti “innocenti”. E qui viene l’aspetto interessante, pensando a Thiel e a Palantir: per Tolkien, infatti, “vedere di più” non equivale automaticamente a “capire meglio”. Le pietre infatti non mentono, ma non mostrano tutto. E, soprattutto, possono essere dominate da chi possiede una volontà più forte. Così succede che chi le usa senza sufficiente equilibrio finisce poi per esserne travolto.
È quello che capita a Saruman, che crede di poter controllare la visione e viene invece manipolato da Sauron. È il caso di Denethor, che cercando lucidità trova solo disperazione. Anche il più ingenuo degli sguardi, come quello di Pipino, può diventare pericoloso. Solo Aragorn riesce a sostenere il confronto con la pietra, perché alla capacità di vedere unisce la forza di interpretare e di agire. In questo si può cogliere bene il punto che interessa Thiel, e che rende il nome della sua azienda molto più che una citazione colta, aggiungendo elementi inquietanti. I Palantir non sono semplicemente strumenti per raccogliere informazioni, ma dispositivi che amplificano il potere di chi li usa: la conquista di una visione più ampia espone infatti anche al rischio di distorcere e manipolare, eccedendo nel controllo. Guardando ai giorni nostri, il riferimento è affascinante e allo stesso tempo problematico: le tecnologie di analisi dei dati promettono infatti una maggiore sicurezza, efficienza, e capacità decisionale. Ma pongono anche questioni molto serie relative alla sorveglianza, pensando alla concentrazione del potere informativo cui stiamo assistendo in questi anni con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, e dunque sui confini tra ciò che è legittimo vedere e ciò che dovrebbe restare sfumato se non sconosciuto. In questo senso, il nome Palantir è quasi un programma: esprime l’ambizione di “vedere lontano" e “vedere tutto", ma lascia intravedere anche i rischi di tutto questo: nel mondo di Tolkien non è la pietra a decidere, ma lo sguardo che la attraversa, nel senso che la tecnologia non è mai decisiva, perché ad essere determinante è l’uso che se ne fa. E, oggi, qual è l’occhio che ci osserva? Chi “tiene lo sguardo”? E, soprattutto, sappiamo di essere osservati?
Rose Villain aspetta un bambino e il suo video ha un certo valore
La cantante italiana Rose Villain aspetta un bambino. Lo ha annunciato in questi giorni con una canzone dedicata all’emozione dell’attesa, Tuttaluce, e un video in cui mostra il pancione e la gioia del momento. Quando persone del mondo dello spettacolo, e Vip in generale, condividono esperienze intime si espongono al rischio, sempre più alto in epoca social, che insieme all’autenticità dei sentimenti vengano lette in filigrana anche le intenzioni promozionali. Questa, però, è una considerazione generazionalmente datata, da preistoria analogica, e le immagini di una gravidanza così condivisa arrivano a veicolare un significato che oltrepassa il caso specifico. Perché, tra tante narrazioni ostili e problematiche, c’è una grande bellezza da cogliere quando a farsi spazio è uno storytelling finalmente positivo, e felice, e dolce, della maternità e di quello che le ruota attorno. Sembra passata un’era da quando, nel 1991, l’attrice Demi Moore si mostrava al naturale sulla copertina di Vanity Fair, come a pochi minuti dall’ingresso in sala parto, in un celebre scatto della fotografa Annie Leibovitz. Già: quale effetto avrebbe, oggi, un’immagine simile?
Rose Villain ha costruito il suo video per restituire tutta
l’emozione dell’annuncio ai familiari, la felicità dei momenti condivisi col
marito e futuro padre (il produttore Sixpm), l’affetto e la dolcezza che
animano una coppia che aspetta, baci ed ecografie, la grande trepidazione per
quello che sarà. Non è un’esperienza unica e isolata, appartiene a milioni di
persone, ma è diventato sempre più raro incontrarne la forma, perché ormai poco
frequente, o presentata come tappa di affermazione personale. Tutto questo non
è irrilevante, e dà più valore alle storie autentiche. La studiosa finlandese
Anna Rotkirch, direttrice dell’Istituto nazionale di ricerca sulla popolazione,
esperta di famiglia, relazioni sociali e politiche demografiche, ha ipotizzato
in un saggio recente che vi possa essere un
effetto negativo globale sulle nascite dovuto all’impatto che social network
come TikTok o Instagram hanno sull’immaginario dei giovanissimi. L’idea è che,
oltre alle conseguenze provocate dall’isolamento digitale e dall’abuso dei
social in fatto di benessere e salute mentale – come sostiene il sociologo
americano della Generazione ansiosa, Jonathan Haidt – anche
contenuti video di un certo tipo possano condizionare fortemente il desiderio
di figli. Lo scorrimento passivo delle storie, le immagini velocissime che
annientano l’empatia e incoraggiano la negatività, «lo stile emotivo distaccato,
divertito, sciocco o indignato», tipico di molte storie, insieme agli stili di
vita esibiti, potrebbero cioè essere un po’ responsabili della maggiore fatica
nel mantenere una relazione, come dei timori che minano la decisione di
diventare genitori.
In una società dominata dalle immagini, insomma, le immagini
sono all’origine di molte delle scelte che crediamo di compiere liberamente.
Come quella di avere o non avere figli. La Rotkirch cita il lavoro di due altre
ricercatrici, Katherine Nelson-Coffey e Lisa Cavanaugh, le quali in uno studio di
qualche anno fa hanno messo in discussione la convinzione che il desiderio di
avere figli derivi solo da impulsi biologici o decisioni razionali, quando in
realtà può essere facilmente influenzato da pubblicità o feed sui social media.
Un’intuizione scaturita da una serie di esperimenti condotti mostrando a
giovani adulti immagini positive di genitori e di figli e registrando poi la
crescita conseguente e duratura del desiderio di diventare padri o madri. Da un
certo punto di vista, che questo avvenga è scontato: quanti figli sono nati
grazie all’esempio di amici e parenti? Ma in una fase storica in cui
l’esperienza della maternità è sempre meno visibile, o narrata in modo
problematico, ecco che il ruolo di immagini positive acquisisce una certa
importanza. Ora, non trasferiamo troppe responsabilità a un’artista di successo
e alla sua personale e bellissima avventura umana. Quando però la gioia per la
vita e l’amore traboccano, il contagio non fa male.
Massimo Calvi
Avvenire, 12.3.2026
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