Imprese sociali. C'è la crisi, meglio cooperare

C'è la crisi? Meglio cooperare. A suggerirlo non è solo il buon senso, o una lettura morale delle recenti vicende economiche. Il valore della forma cooperativa emerge con chiarezza se si confrontano i risultati ottenuti in Italia da coop, Spa e Srl nel periodo 2006-2012. Cioè dall'anno precedente allo scoppio della crisi dei mutui subprime negli Stati Uniti fino al superamento delle tensioni sui debiti sovrani in Europa.
In questo lasso di tempo le cooperative hanno presentato tassi di crescita maggiori quanto a ricchezza creata, incremento dei redditi da lavoro dipendente, andamento del capitale investito e crescita del patrimonio netto. Risultati tutt'altro che casuali: la ragione di questa differenza, se non altro in tempi di crisi, si deve proprio alla forma cooperativa rispetto a Spa e Srl.
La funzione «anticiclica» svolta dalle coop italiane in questi anni, e la loro maggior tenuta di fronte alle difficoltà, era già stata dimostrata dal Secondo Rapporto sulla Cooperazione presentato lo scorso gennaio dall'Alleanza delle cooperative con il centro di ricerca Euricse. La novità di oggi è che lo studio è stato ampliato anche alle società a responsabilità limitata, e i dati stati estesi al 2012, due anni in più di analisi. La ricerca è stata condotta da Carlo Borzaga, dell'Università di Trento e presidente di Euricse, con Eddi Fontanari, dell'Università dell'Insubria.
Il primo dato che spicca riguarda la ricchezza prodotta: +28,8% le cooperative, +5,2% le Spa, +10,5% le Srl. E il punto di forza delle coop sembra legato proprio al loro Dna, cioè alla struttura proprietaria e al tipo di governance dell'impresa: la forma cooperativa è infatti responsabile di quasi un terzo (il 9,9% sul 28,8%) della crescita del valore aggiunto, contro il contributo del 2,1% dato dalla forma Srl, mentre la Spa sembra aver addirittura penalizzato l'impresa rispetto alle sue potenzialità, con un calo del 2,5%.
Le società a responsabilità limitata (oltre i 500mila euro di fatturato) si dimostrano più vicine alle prestazioni delle coop guardando all'andamento del patrimonio netto: nel periodo è cresciuto del 46,3% per le coop, solo del 24,8% per le Spa, e ben del 54,7% per le Srl. A favore delle cooperative vi è però il fatto che nel periodo considerato l'andamento del patrimonio netto è stato molto più equilibrato e le risorse sottratte all'impresa a causa della crisi sono state molto limitate (-0,3% solo nel 2012), mentre le Srl tendono a procedere più a "strappi". Confronto nettamente a favore delle cooperative quello sul fronte dei redditi da lavoro dipendente: in questi anni sono aumentati del 35,5% nelle coop, del 17,5% nelle Spa, del 26,9% nelle Srl.
Interessante l'analisi del livello di patrimonializzazione, che per tutti gli anni della crisi per le coop è sempre stato inferiore a quello di Spa ed Srl, fino alla prima perdita di esercizio registrata nel 2012. La riduzione dei margini, spiegano i ricercatori, si deve «alla conformazione propria delle cooperative che distribuiscono una parte maggiore della ricchezza generata attraverso l'attività produttiva a favore di fattori diversi dal capitale». In buona sostanza, le coop hanno dimostrato di aver reagito molto meglio di fronte all'inasprimento della crisi rispetto alle società di capitali. E sono riuscite a mantenere sempre in crescita il valore aggiunto, i redditi per i dipendenti e le risorse finanziarie impiegate nell'attività di impresa.
Avvenire 22.3.14

Contro il non profit?

Che cos'è il non profit? A questa domanda in genere la maggior parte delle persone risponde che si tratta di un mondo che unisce realtà impegnate a fare del bene. Qualcuno aggiunge che vi sono anche molti furbi.
Pochi sanno dire perché il non profit si chiama così, e cosa rientra in questa definizione.
Il problema della scarsa comprensione di quell'universo che offre servizi di interesse pubblico in forma privata e con il vincolo della "non" distribuzione dei profitti, esiste da sempre. O almeno da quando lo Stato e il Mercato si sono impadroniti della scena, costringendo tutto ciò che nasce dalla società civile organizzata a un ruolo residuale, una specie di "altro da" che non a caso viene anche definito "Terzo" settore.

Al tema della "conoscenza" del non profit si lega un'altra questione, particolarmente attuale in questo momento: la necessità di dare una nuova casa all'"utilità sociale" e alle attività orientate al bene comune, superando il recinto del non profit. Un'esigenza che la Caritas in veritate di Benedetto XVI ha espresso in modo netto, affrontando il tema dell'etica dell'impresa: «Sembra che la distinzione finora invalsa tra imprese finalizzate al profitto (profit) e organizzazioni non finalizzate al profitto (non profit) non sia più in grado di dar conto completo della realtà, né di orientare efficacemente il futuro».
Nel dibattito si inserisce ora un libro pubblicato da Laterza, Contro il non profit (pagine 182, euro 12,00), del sociologo Giovanni Moro, già presidente di Cittadinanzattiva. Rifacendosi al genere del "genus turpe", Moro si dice «animato da uno spirito costruttivo» nel muovere le sue critiche.
La tesi provocatoria è che il non profit «non esiste», ma è stato «inventato» dai ricercatori della Johns Hopkins University di Baltimora, artefici negli anni '90 della prima grande ricerca internazionale su questo settore. Il perimetro eccessivamente ampio avrebbe prodotto «dati abnormi» nella fotografia di questo mondo ? in Italia l'Istat conta trecentomila enti, un milione di occupati, quattro milioni di volontari ? generando vari problemi. Tra le moltissime criticità, Moro segnala la «definizione residuale e negativa del non profit», la sua riduzione alla «dimensione economica», il «nocivo fiscalismo», il fatto di aver prodotto «un senso comune che attribuisce al Terzo settore virtù intrinseche» per cui tutto quello che fa «è considerato buono di per sé», mentre esiste un «dark side» molto ampio, dove «un po' tutto è possibile».
Per mettere ordine nel «magma del non profit» ? universo che spazia dalle mense per i poveri alle fondazioni ex bancarie, dalle società sportive alle coop sociali, dalle cliniche ai sindacati, dalle società sportive ai circoli ricreativi, ed regolato da una vera «babele normativa» ? Moro propone una «decostruzione» finalizzata a «superare la logica del primato delle forme» e arrivare così a «graduare i benefici in relazione al tipo di attività svolta». Depurando la solidarietà dal business.
Troppo duro? Secondo Gian Paolo Barbetta, che è stato il coordinatore italiano della ricerca della Johns Hopkins (si veda Senza scopo di lucro, Il Mulino 1998), il problema della definizione c'è, ma non è di facile soluzione: «Il merito di quel lavoro è stato di organizzare e portare alla luce un mondo che non era mai stato misurato prima. Ora una migliore selezione si può fare stringendo i criteri, ma sapendo che definizioni che si basano su giudizi di valore più forti, difficilmente potranno essere condivise da persone con retroterra ideologici, culturali o religiosi differenti».
L'assenza dello scopo del profitto, per Barbetta, resta comunque un dato distintivo di un modo di operare.
Questione non da poco, in un momento in cui anche l'impresa sociale, come prevede un progetto di legge appena depositato, si sta aprendo alla possibilità di remunerare il capitale investito.
«Il fatto è che l'utilità sociale ha rotto gli argini e su questo terreno l'economia capitalistica sfida sempre di più il Terzo settore ? conviene Flaviano Zandonai, ricercatore esperto di imprese sociali e segretario di Iris Network ?. Guardare all'impatto sociale più che alla forma giuridica oggi può essere molto utile. Tuttavia nella ricerca di indicatori ex ante della bontà e del valore sociale, la non massimizzazione del profitto, come anche la governance aperta restano precondizioni molto importanti».

C'è un'accusa che Zandonai respinge con forza: l'idea che l'«invenzione» del non profit sia funzionale a imporre un modello di welfare all'americana nel quale lo Stato non è più centrale. «Il presupposto per cui il non profit ha avuto spazio perché il "pubblico" ha deciso di esternalizzare certi servizi è errato ? dice Zandonai ?. Lo sviluppo del non profit non è legato allo smantellamento dello Stato sociale, ma al fatto che ha innovato e proposto cose nuove che lo Stato non faceva».
Luigi Corbella, commercialista milanese e consulente di molti enti, concorda sul fatto che non profit sia un termine "negativo" e che incorpora una visione aziendalista, preferendo chiamarlo «privato sociale». Mette però in guardia sul punto dell'area grigia. «Nella confusione normativa qualcuno che sfrutta la situazione c'è, lo sappiamo. Ma è un problema di controlli, non di norme. I famosi ristoranti abusivi dei circoli culturali, il fitness e le attività di somministrazione e ricettive in generale, i casi più citati, sono attività commerciali per il fisco». C'è differenza, cioè, tra l'insieme eterogeneo del Terzo settore e le agevolazioni, che operano già una selezione, per quanto riformabile.
Non tutto è Onlus, insomma. Ma come superare «la logica del primato delle forme con cui ? come argomenta Moro ? le burocrazie dominano il mondo»? L'idea è riorganizzare le attività «ex non profit» in nuovi gruppi dove l'interesse generale è valutato «in base al modo in cui si realizza» e agli effetti che produce.
Riccardo Bonacina, direttore editoriale di "Vita", magazine del non profit, appoggia in tutto le tesi di Moro, ad eccezione della «tentazione statalista» che comunque percorre il libro. «Un cambiamento è necessario ? dice ? a partire dalla riforma del Codice civile che non prevede questo mondo. È ora di uscire dagli schemi americani, decidiamo quali sono le public obligations di questo Paese, quali gli interessi generali, a quali bisogni vogliamo rispondere e chi lo deve fare. Il cantiere va aperto».
Ai "lavori", peraltro già in corso, Moro fornisce un contributo interessante. C'è forse un rischio, in un'operazione che non vorrebbe accodarsi al filone che da qualche tempo ha messo il non profit nel mirino: regalare il piccone a quegli interessi economici e ideologici ostili alla società civile quando diventa "impresa" e che negano a priori il valore del principio di sussidiarietà.
Avvenire, 18,3.14

Aria nuova nel non profit italiano

Si respira un'aria nuova nell'economia sociale italiana e molti segnali indicano che si è aperta una fase di grandi cambiamenti. Una stagione nella quale ciò che si definisce non profit, o anche Terzo settore, ha l'occasione di compiere quel salto di qualità imprenditoriale che gli si chiede da tempo, pensionando vecchi schemi culturali e residuati ideologici per contribuire a sostenere un modello di sviluppo più adatto alla fase che l'Occidente sta attraversando. Una parte del merito di questo scatto va riconosciuta al governo Renzi: il presidente del Consiglio ha chiamato al ministero del Lavoro un esponente del mondo della cooperazione come Giuliano Poletti, ha citato espressamente il Terzo settore nel suo primo intervento pubblico, e quando ha illustrato i contenuti della "svolta buona" ha annunciato l'avvio dal primo giugno di un «Fondo per non andare a fondo», 500 milioni di euro a disposizione delle imprese sociali.

Non è ancora deciso come questo fondo dovrà operare e, soprattutto, chi finanzierà. Ma un primo risultato sembra averlo prodotto nell'accelerazione impressa a un'altra riforma fondamentale, quella per la riforma dell'impresa sociale. Settimana prossima verrà presentato un disegno di legge che punta a superare i limiti della normativa precedente (legge 155/2006), ponendo le basi per un nuovo scenario di mercato. L'iniziativa si deve al sottosegretario al Lavoro, Luigi Bobba, già presidente delle Acli e politico di riferimento per il Terzo settore italiano, che da onorevole aveva lavorato al progetto insieme al senatore Stefano Lepri. Il passaggio potrebbe rappresentare una rivoluzione per il nostro Paese, che è stato l'inventore in Europa della formula della cooperativa sociale (legge 381/91), ma che negli ultimi anni si è visto superare dal Regno Unito sul terreno dell'innovazione finanziaria per il non profit. Poletti e Bobba ieri, durante un evento organizzato da Vita e dal Cergas Bocconi, hanno dato voce al nuovo fermento. «In questa fase l'economia sociale ha una grandissima opportunità e credo che possa essere una parte essenziale delle politiche di sviluppo», ha detto il ministro. Diretto anche il sottosegretario: «Ora abbiamo poco più di due mesi di tempo per trasformare una slide in una politica, un disegno organico».

Occasione unica, insomma. Ma che cos'è, come cambierà, e soprattutto perché deve cambiare, l'impresa sociale? Il punto è che il contesto economico, rispetto a qualche anno fa, è profondamente mutato.
La crisi ha reso sempre più evidente quanto sia fondamentale lo sviluppo di un sistema di welfare sussidiario, inclusivo e universale, a fronte di un ridimensionamento del ruolo dello Stato. Una prospettiva che l'Europa ha inquadrato con chiarezza. Nel 2011, con la Social Business Initiative, l'Ue ha varato un piano d'azione per lo sviluppo dell'impresa sociale per sostenere occupazione e crescita. Lo scorso gennaio, con il Manifesto di Strasburgo, sono state poste le basi per quella che Letizia Moratti, ambasciatrice della Comunità di San Patrignano, definisce la «fase due, necessaria a implementare l'infrastruttura sociale e arrivare alla misurabilità dei risultati dell'impatto sociale». Nel giugno 2013, su impulso di sir Ronald Cohen, presidente di Big Society Capital, è stato costituito un gruppo di lavoro del G8 per favorire la costituzione di un quadro internazionale capace di promuovere il mercato dell'investimento ad alto impatto sociale, del quale fa parte la presidente di Human Foundation, Giovanna Melandri.


Lo scenario è quello di un'Europa dove la social economy vale il 10% del Pil, conta 11 milioni di lavoratori, e punta sull'impresa sociale come volano di sviluppo sostenibile, provando a creare un contesto per attirare buoni capitali privati. Il punto è che in Italia le imprese sociali vere e proprie, cioè quelle iscritte ai registri delle Camere di commercio in virtù della legge che le istituisce, non sono molte, circa 600. Segno evidente che la norma non ha fatto il suo dovere. Molto più vasto è invece il mondo delle cooperative sociali ? circa 13mila, con 400mila occupati e 7 milioni di famiglie interessate con l'offerta di servizi di welfare ? e che rappresentano il vero nucleo dell'economia sociale italiana. Fatturano 7 miliardi di euro, come ricorda Giuseppe Guerini di Federsolidarietà, a fronte degli 8 miliardi di spesa sociale dei comuni e dei 16 miliardi spesi per il welfare dalla famiglie, cifre che ne fotografano bene la potenzialità. Il loro ambito di intervento è soprattutto quello della sanità e dell'assistenza sociale, oltre che dell'inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati.
E sono in espansione costante. Negli ultimi 10 anni, rileva una ricerca Aiccon, sono cresciute del 53%. Un rapporto del Censis ha registrato che l'occupazione è cresciuta in questo ambito del 17% dal 2003 al 2011. Inoltre, nell'ultimo anno, il 60% ha registrato risultati positivi e il 30% ha aumentato l'occupazione. Se poi si dovessero considerare anche le imprese "for profit", che già operano nelle attività previste dalla legge 155, ma non si sono registrate come tali, e sono circa 85.000, ecco che il numero di potenziali imprese sociali in Italia salirebbe a 120mila.

Nasce anche da queste considerazioni l'intervento sulla normativa. Le modifiche fondamentali della proposta di Bobba mirano a rendere il recinto più ampio, generando una contaminazione, quasi un'ibridazione, tra profit e non profit. Oltre alle coop sociali e alle imprese con le caratteristiche richieste, ne faranno parte ad esempio il commercio equo e solidale, le iniziative di housing sociale, il microcredito, le iniziative di reinserimento lavorativo. Tra le nuove misure proposte vi è poi l'obbligatorietà dell'assunzione dello status di impresa sociale per chi ne ha le caratteristiche, o la possibilità di remunerare il capitale ? anche se in misura limitata e non speculativa ? a l fine di attirare nuovi investitori. Decisivi saranno altri due aspetti: l'estensione alle imprese sociali del regime fiscale delle Onlus e, soprattutto, dei vantaggi riconosciuti alle "start up" innovative; la possibilità che una quota del patrimonio trasferito dallo Stato a comuni, province, città metropolitane, e regioni, sia destinato allo sviluppo delle imprese sociali.

Quella che si annuncia è una rivoluzione sociale. E questo avviene mentre un grande cantiere di idee e proposte sembra essersi aperto. Andrea Rapaccini, di Make a Change, propone ad esempio di coinvolgere le imprese sociali nei processi della nuova ondata di privatizzazioni che si annuncia, in particolare a livello di servizi locali. Il direttore generale di Federcasse, Sergio Gatti, avanza l'idea di un social supporting factor affinché nell'erogare credito sia richiesta alle banche un'esposizione patrimoniale inferiore se si tratta di imprese sociali. Enzo Manes, imprenditore con Intek Group e imprenditore sociale con Dynamo Camp, suggerisce all'amico Renzi la formula di quello che chiamerebbe «Fondo strategico italiano per l'impresa sociale»: dotazione di 500-1.000 milioni, capace di fare da moltiplicatore per attirare altri fondi privati, con restituzione del capitale investito, e decisamente orientato a sostenere la creazione di posti di lavoro.
Il motore dell'economia sociale si è rimesso in moto. O, per usare un'immagine di Bobba, dopo un lungo periodo durante il quale è stata riscaldata, «l'acqua ora ha incominciato a bollire».
Massimo Calvi
Avvenire 15.3.14

Banca Etica, 15 anni

L'8 marzo 1999, a Padova, apriva una nuova banca, piccola, ma con un nome ambizioso e anche un po' provocatorio: Banca Popolare Etica. Sono passati 15 anni, e quella che molti avevano giudicato una sfida impossibile è diventata una realtà creditizia completa, affermata e in crescita. Con 36mila soci, 40mila clienti, 17 filiali, una raccolta di 883 milioni di euro e impieghi per 775 milioni, Banca Etica oggi è ancora una piccola banca, la più piccola tra le popolari, ma è il perno di un "sistema" che contempla anche una società di gestione (Etica Sgr), una Fondazione culturale (Responsabilità Etica), persino un'azienda agricola (La Costigliola), e aderisce a una rete europea di finanza alternativa. La sua vicenda è un segmento importante della storia del non profit italiano, oltre che della formazione di un'identità di parte della società civile nazionale. Capirne l'evoluzione aiuta a leggere il cambiamento in corso in un universo economico più ampio della stessa banca.

Un salto indietro è però necessario, non di 15, ma di 20 anni, perché è nel 1994 che nasce la «Cooperativa Verso la Banca Etica». Lo scopo era quello di dare vita a un soggetto in grado di finanziare in modo efficace e trasparente il settore non profit, che stava "esplodendo" proprio in quegli anni in termini di visibilità, innovazione e importanza nel processo di ridefinizione del welfare. Un mondo diventato troppo grande per le Mutue di autogestione, e che tuttavia le banche tradizionali non riuscivano a capire né valutare. Banca Etica avrebbe voluto essere un istituto di credito cooperativo, ma le norme non lo consentivano, così ci vollero ben 5 anni per raccogliere i 12 miliardi di lire necessari a costituire il capitale sociale e dare vita a una Popolare. I tempi lunghi di quel cammino, caratterizzato dalla collaborazione e dall'impegno di soggetti del mondo cattolico e laico come le Acli guidate da Luigi Bobba, l'Arci di Giampiero Rasimelli e Nuccio Iovene, realtà del volontariato, del sindacato, della cooperazione, uniti dall'ostinazione e dalla passione di Fabio Salviato, "padre" della banca e primo presidente, servirono a loro modo a rendere più solida la costituzione di una rappresentanza del Terzo Settore. Negli anni sono state molte le sfide superate da Banca Etica. Ugo Biggeri, il presidente di oggi, ne conta almeno cinque: «La prima sfida, ovviamente, è stata diventare una banca.
La seconda, essere un movimento consumerista in grado di influire con i propri comportamenti economici sul modo di fare impresa. La terza, non scontata, che i crediti concessi tornassero indietro. Superata anche questa: abbiamo sofferenze 3-5 volte più basse della media. L'ultima sfida, erogare credito in modo ancora più forte. Per ogni euro che entra in banca c'è un euro accreditato».

Il vero successo, a ben vedere, è però stato quello di esserci al momento giusto, allo scoppio della Grande crisi, quando più persone hanno maturato la consapevolezza dei guasti che una finanza male orientata può provocare, e a esigere di più dal sistema finanziario. Una fortuna per Banca Etica. Solo nell'ultimo anno la raccolta è cresciuta dell'11%, a fronte di un calo dell'1,9% del resto del sistema bancario.
Ma l'impatto sociale della banca, misurato da una ricerca di Altis dell'Università Cattolica, va ben oltre le sue dimensioni. Il 70% degli impieghi di Banca Etica è andato al settore non profit, contro una media del sistema bancario dell'1%. E ha "premiato" attività e servizi che più di altri contribuiscono all'aumento della qualità della vita e del Pil del benessere. In nome del fatto che «l'interesse più alto è quello di tutti», la raccolta viene remunerata meno e così il credito può essere erogato a tassi inferiori alla media (il 3,57% nel 2013). Soprattutto, Banca Etica ha dimostrato di saper fare bene la banca al servizio dell'economia reale: il rapporto tra crediti verso i clienti e totale dell'attivo è pari al 63,5%, quasi tre punti in più della media, e il tasso di soddisfazione dei clienti (all'80%) raggiunge livelli da primato. Tutto nel segno di una trasparenza che non ha paragoni: sul sito della banca si può verificare chi è stato finanziato, dove, perché, con quanti soldi e con quale tasso.
«Banca Etica è come le banche dovrebbero essere ? sostiene Leonardo Becchetti, economista di Tor Vergata e presidente del Comitato etico ?. Concede credito, ha poche sofferenze e, non dovendo pagare bonus e massimizzare il profitto, non specula e non fa trading.
All'inizio il resto del sistema era scettico. Oggi si è compreso che l'etica non è un assurdo, ma un buon predittore di stabilità, un'informazione importante sulla rischiosità dell'azienda, e molti hanno fatto tesoro di questa lezione».


Il periodo in cui banca Etica ha inziato ad operare si è contraddistinto per la fioritura di un numero consistente di iniziative ispirate all'etica e alla responsabilità, alcune autentiche, molte di facciata. Nel bene e nel male, il trend da allora è sempre stato in crescita. Nel 2001 i fondi investimento etici in Europa gestivano un patrimonio di 14 miliardi di euro, oggi si è attorno ai 110 miliardi. Eppure è proprio dagli anni 2000 che sono state varate le misure più significative per la deregolamentazione dei mercati finanziari e la liberalizzazione di strumenti potenzialmente tossici, e che negli Stati Uniti si è incominciata a gonfiare la bolla del credito immobiliare. Due tendenze parallele, quella dell'etica e del suo contrario, che si sono incontrate violentemente nel 2007, con il crollo del sistema. Spingendo molte realtà a convertirsi a una responsabilità meno di facciata e più di sostanza. «Forse solo la crisi ha reso più persone consapevoli dell'importanza di determinate pratiche, portando a recuperare il valore sociale delle banche ? sostiene Jacopo Schettini Gherardini, direttore dell'Ufficio ricerche di Standard Ethics, una delle maggiori e più affidabili agenzie di rating etico, avviata proprio dal 2001 ?. Ma il senso di iniziative come la Banca, o la nostra, è stato anche quello di far uscire l'etica dai circoli elitari, dalle tante piccole "etiche casalinghe" nate attorno al marketing della responsabilità sociale, portandola a essere qualcosa di tangibile, popolare, democratico, visibile, sul mercato e a disposizione delle persone. Così, quando la crisi ha presentato il suo conto, ci siamo trovati con gli anticorpi pronti e l'aspirina nel cassetto».


Molto è cambiato in 20 anni. Il Terzo Settore, in costante trasformazione, è sempre alla ricerca di nuove ed evolute fonti di finanziamento, ma ha molti più riferimenti. Da Banca Prossima di Intesa Sanpaolo alle divisioni specializzate in imprese sociali di tanti istituti fino agli emergenti Social impact bond, oggi la concorrenza è molto più forte. In questo scenario quali possono essere le prossime e "profetiche" sfide di Banca Etica? «Più che inventare nuovi strumenti occorre far crescere la consapevolezza dei cittadini su quanto può valere il voto col portafoglio ? sostiene ancora Becchetti ?. Banca Etica deve saper cambiare marcia, imparare a comunicare meglio quello che è e sfidare i grandi istituti sul credito a settori più ampi del solo non profit». L'ex presidente Salviato una volta disse, ricorrendo a un paradosso, che l'assolvimento della missione della banca ne avrebbe dovuto comportare la chiusura: perché quando tutte le banche sarebbero diventate etiche, allora l'obiettivo sarebbe stato raggiunto. Il mercato ha modificato molte aspettative, fatto saltare tanti steccati. Oggi Biggeri delinea due linee strategiche, di per sé valide per tutto il sistema creditizio.
«Nei prossimi anni ? argomenta ? dovremo darci una struttura ancora più partecipata dai soci, sul territorio. Ma vorremmo anche operare per aiutare a ricostruire quella fiducia che le banche un tempo si meritavano nelle comunità. Per questo auspichiamo una maggiore collaborazione con il mondo delle Banche di Credito Cooperativo e delle Popolari». Secondo punto, il "superamento" del non profit, per guardare alle nuove imprese sociali, a quelle che danno valore alla reciprocità, alle piccole imprese artigiane.
«Non c'è un algoritmo per individuare l'economia del bene comune ? dice Biggeri ?. Quello che serve è avere valutatori sociali ancora più preparati, capaci di avere un approccio relazionale con i territori e bravi nel costruire reti di fiducia». La sfida, per tutti, è quella di sempre: far capire alle persone che il risparmio può essere una risorsa immensa per la comunità.
Massimo Calvi
Avvenire
1.3.14