L’Italia è uno dei tre Paesi al mondo in cui è più costoso
crescere un figlio. Al primo posto c’è la Corea del Sud, al secondo la Cina e
l’Italia, praticamente appaiate. E forse non a caso Corea, Cina e Italia sono
anche tre nazioni con tassi di fecondità straordinariamente bassi e una
prospettiva demografica particolarmente critica. Il dato è contenuto nel
rapporto sui costi della fecondità in Cina pubblicato nei giorni scorsi a
Pechino e curato da un gruppo di ricercatori dello YuWa Population Research Institute.
Della ricerca si è parlato un po’ in tutto il mondo (ne ha scritto qui anche
“Avvenire”) perché gli esperti del think tank, Liang Jianzhang, Huang Wenzheng,
He Yafu, hanno collegato gli alti costi di assistenza all’infanzia alla crisi
della natalità in Cina, in particolare alla luce del fatto che la popolazione
nel 2023 è diminuita per il secondo anno consecutivo e il numero di nuove
nascite è sceso a circa la metà rispetto a quello del 2016.
Nel rapporto, di non facile consultazione perché scritto in
sinogrammi, è tuttavia contenuto un confronto internazionale dal quale emerge
che l’Italia contende alla Cina il secondo posto come nazione dove il costo del
mantenimento di un figlio dalla nascita ai 17 anni è più gravoso in relazione
al Pil pro capite. Dunque, se in Corea del Sud, che con circa 0,8 figli per
donna è il Paese col tasso di fecondità più basso al mondo, portare un figlio
fino alla maggiore età richiede una spesa pari a 7,8 volte il Pil pro capite,
in Cina questo costo arriva ammonta 6,3 volte, poco più dell’Italia, il cui
valore risulta di 6,28.
Nel gigante asiatico il numero medio di figli per donna è di
circa 1, nel nostro Paese di 1,24. Il confronto con le nazioni con tassi di
fecondità molto più alti lascia intendere che, effettivamente, dove i figli
costano di più le nascite sono poche e dove invece costano meno la natalità è
decisamente più vivace. In Australia per mantenere un figlio da 0 a 17 anni
servono solo 2 quote di Pil pro capite, in Francia la spesa è di 2,2 volte la
ricchezza pro capite, in Svezia 2,9 volte, in Germania 3,6, negli Usa 4,1, in
Giappone 4,3, nel Regno Unito 5,25. In coda, come detto, l’Italia e la Cina con
6,3, e la Corea con 7,8.
Vale la pena ricordare che il tasso di fecondità in
Australia, Svezia e Usa è di 1,6 figli, in Francia di 1,7, in Germania di
1,5...
C’è un limite in questo studio, che va evidenziato. I
ricercatori non hanno calcolato in modo scientifico qual è il costo effettivo
di un figlio per ogni Paese, ma hanno fatto riferimento a dati già disponibili
e forniti da soggetti diversi per ciascun Paese. Ad esempio, per l’Italia si è
tenuto conto dell’indagine 2021 dell’Osservatorio Nazionale di
Federconsumatori, che ha calcolato in 175.642 euro il costo medio di
mantenimento di un figlio fino a 18 anni. Per altre nazioni hanno fatto fede
altre fonti e altre ricerche, peraltro realizzate in anni diversi. Questo
aspetto rende meno precisa la classifica, tuttavia resta valido e interessante
il confronto tra i Paesi, soprattutto se rapportato alla ricchezza pro capite.
La ricerca sembra sgombrare il campo dai molti dubbi che
animano il dibattito sulla natalità. Si può discutere a lungo, e giustamente,
di servizi che mancano o di bonus, di parità di genere, di conciliazione o di
approccio culturale, di sicurezze e prospettive di speranza, perché si tratta
di questioni fondamentali nella decisioni che riguardano la genitorialità. Ma se in Italia un figlio costa il triplo
rispetto alla Francia, il doppio rispetto alla Svezia o il 50% in più nel
confronto con la Germania, in relazione alla ricchezza prodotta, resterà sempre
difficile poter immaginare un’inversione di tendenza nella natalità.
Massimo Calvi
Avvenire.it 23.2.24