La notizia migliore del rapporto Istat sulle condizioni di vita delle famiglie che vivono in Italia, quella che certifica la «crescita diffusa del reddito disponibile e del potere d’acquisto» registrata nel 2015, è anche la più preoccupante. Perché dice che in media siamo più ricchi. Il problema è che nella realtà ci sono molti più poveri di prima ed è aumentata la disuguaglianza.
Ciò che è successo è chiaro: il 20% più ricco della popolazione ha visto salire così tanto le proprie entrate che ha fatto alzare la media per tutti, mentre le famiglie a rischio di povertà o esclusione sociale sono aumentate dal 28,7% al 30%. È un’Italia sempre più polarizzata, insomma, con gli estremi che si allontanano e in cui i dati medi dicono sempre meno.
Va precisato che le cifre delle dichiarazioni dei redditi 2015 non tengono conto della ripresa dei due anni successivi e nemmeno dei nuovi strumenti per il contrasto alla povertà, come il Reddito di inclusione varato proprio quest’anno. Tuttavia il tema di un Paese che si divide in estremi resta una questione centrale cui la politica dovrebbe guardare con sguardo più attento.
L’ultimo rapporto Censis ha fotografato bene la polarizzazione che sta trasformando il mondo del lavoro, con un forte aumento negli ultimi cinque anni delle professioni intellettuali e allo stesso tempo di quelle che richiedono basse qualifiche come la consegna delle merci, a fronte di un calo netto di dirigenti, operai e artigiani: fenomeno, questo, che probabilmente è responsabile anche della divaricazione degli stipendi certificata dall’Istat.
Ma l’Italia che si divide lo fa in più direzioni. A rischio di povertà o esclusione sociale sono la metà delle famiglie del Sud, la metà di quelle che dipendono da un solo stipendio, la metà dei nuclei con tre o più figli, la metà di quelle con almeno un componente straniero. Gruppi sociali ad alto rischio sono anche le donne anziane sole e i giovani disoccupati. Eppure non è solo un problema di disoccupazione: la maggioranza delle famiglie in difficoltà ha un lavoro, il problema è che è pagato troppo poco.
L’emergenza è trasversale, insomma, e per essere affrontata richiede una buona dose di onestà intellettuale. Nell’Italia che sta meglio ci sono molte famiglie e molti minori che stanno peggio, anche perché, che si sia italiani o stranieri, chi ha figli scivola automaticamente verso la povertà. Laddove non bastassero la ripresa economica o il welfare ad alleviare il carico, la differenza la può fare solo una politica che anziché alimentare ulteriori polarizzazioni e guerre tra poveri incominciasse a guardare con attenzione a tutti coloro che vivono in Italia e tra mille difficoltà cercano di dare un futuro a questo Paese.
Massimo Calvi
Avvenire, 7.12.2017