L’ultimo atto di questa inversione a 'U' è di ieri, con la Commissione europea che ha dato l’ok al programma di stabilità della Spagna concedendole due anni in più di tempo per il rientro del deficit al 3% del Pil, obiettivo che potrà essere raggiunto nel 2016. La decisione era attesa, e la possibilità di una deroga prevista anche per Francia e Portogallo, ma a segnare che qualcosa sta cambiando sono molti più elementi. «L’austerità ha raggiunto il limite», ha riconosciuto di recente il presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso, mentre lo stesso concetto è stato ribadito dal commissario agli Affari economici, Olli Rehn: «Il rallentamento del consolidamento è possibile ora grazie agli sforzi fatti dai paesi in difficoltà ». Prese di posizione che continuano a non essere gradite alla Germania, severa custode del totem del rigore, anche perché ne appare la principale beneficiaria, ma molto potrebbe cambiare dopo le elezioni tedesche di settembre. Tantopiù che il fronte per un’austerità morbida cresce e si fa più battagliero, rischiando persino di alimentare un sentimento anti-tedesco. Ieri il quotidiano francese Le Mondeha pubblicato un documento dei socialisti francesi nel quale si attacca duramente «l’intransigenza egoista della cancelliera Merkel». In Italia premier incaricato, Enrico Letta, ha già anticipato che vuole rapportarsi a un’Europa capace di pensare più alla crescita che al rigore.Il Fondo monetario internazionale, quasi tradendo se stesso, da tempo ormai evidenzia la capacità della spesa pubblica, in certe condizioni, di produrre effetti espansivi. Ma non è una riflessione semplice: due opposte visioni economiche si contrappongono in modo anche estremo. A complicarele cose il fatto è che la teoria sugli effetti nefasti dell’indebitamento per gli Stati, di Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart, per la quale non vi potrebbe quasi essere crescita oltre il 90% del debito sul Pil, è stata sostanzialmente smontata proprio in questi giorni dalla verifica di uno studente che ha scovato un banale errore statistico.
Facendo un salto indietro, tutto ha origine con la decisione di combattere la crisi del debito in Europa attraverso il risanamento dei conti e un più severo controllo delle spese da parte degli Stati. Un principio di necessità oltre che di buon senso, constatato l’impatto della crisi finanziaria sui paesi meno virtuosi. Il lungo cammino per il rigore ha portato alla firma del Patto di bilancio europeo, il 2 marzo 2012, con il rafforzamento degli obblighi di rientro nei parametri del deficit (3%) e del debito pubblico (60%) in rapporto al Pil e la previsione di un duro piano di abbattimento del debito (5% l’anno). Fino all’approvazione anche in Italia, nell’aprile dello scorso anno, della legge che ha introdotto l’obbligo del pareggio di bilancio in Costituzione a partire dal 2014.
La sottomissione dell’Europa alla disciplina dell’austerità non ha però tenuto conto del fatto che molti dei problemi a carico dei paesi debitori erano dovuti alla fuga di capitali causata più dalla fragile costruzione dell’euro e dalla mancanza di meccanismi di difesa e di solidarietà, che al debito stesso. E ha mostrato col tempo che imporre il risanamento, con taglio di spese e aumento delle tasse, in una fase di recessione economica, ha effetti persino controproducenti: aggrava il problema nei paesi in crisi, risolve lo squilibrio nei paesi in surplus commerciale come la Germania. Avvenire ha sempre difeso la necessità, per una nazione come l’Italia, di mantenere un percorso virtuoso nella gestione della finanza pubblica, anche per responsabilità nei confronti delle generazioni future, ma allo stesso tempo, con gli articoli di Leonardo Becchetti e Giancarlo Marini, ha più volte evidenziato le contraddizioni dell’«ideologia del rigore» in Europa, consigliando una serena revisione dei parametri di valutazione della virtù di bilancio.
Di come riformare il Fiscal Compact si parlerà già nei vertici europei di maggio. Per l’Italia non si tratterà di tornare ai tempi della spesa allegra che finanzia rendite o sprechi, ma di accogliere l’idea che anche all’interno delle regole sul pareggio di bilancio, vi sono i margini per una spesa che sostenga lo sviluppo. Il verdetto dell’arbitro sul rigore, per una volta, può essere discusso.
Massimo Calvi
Avvenire 27.4.13