L'Europa fischia contro il rigore

A volerla riassumere con una battuta, si potrebbe ricordare la celebre frase di Vujadin Boskov, l’allenatore di calcio che alle domande dei giornalisti sulle decisio­ni relative ai calci di rigore, rispondeva flem­matico: «Rigore è quando arbitro fischia». Niente di più vero. E ciò che sta accadendo in Europa sembra confermarlo in pieno. Dopo la stagione dell’austerità dominata dal dogma del 'rigore espansivo', oggi si sta aprendo con evidenza un nuovo corso. Non è un 'liberi tut­ti', in nome del ritorno alle spese incontrolla­te e all’indebitamento come regola, ma un do­veroso ripensamento di una politica che, alla prova dei fatti e alla luce della recessione e del­la disoccupazione che mordono l’Europa, sta mostrando più di un limite.

L’ultimo atto di questa inversione a 'U' è di ie­ri, con la Commissione europea che ha dato l’ok al programma di stabilità della Spagna con­cedendole due anni in più di tempo per il rien­tro del deficit al 3% del Pil, obiettivo che potrà essere raggiunto nel 2016. La decisione era at­tesa, e la possibilità di una deroga prevista an­che per Francia e Portogallo, ma a segnare che qualcosa sta cambiando sono molti più ele­menti. «L’austerità ha raggiunto il limite», ha riconosciuto di recente il presidente della Commissione Ue, Josè Manuel Barroso, men­tre lo stesso concetto è stato ribadito dal com­missario agli Affari economici, Olli Rehn: «Il rallentamento del consolidamento è possibi­le ora grazie agli sforzi fatti dai paesi in diffi­coltà ». Prese di posizione che continuano a non es­sere gradite alla Germania, severa custode del totem del rigore, anche perché ne appare la principale beneficiaria, ma molto potrebbe cambiare dopo le elezioni tedesche di settem­bre. Tantopiù che il fronte per un’austerità mor­bida cresce e si fa più battagliero, rischiando persino di alimentare un sentimento anti-te­desco. Ieri il quotidiano francese Le Mondeha pubblicato un documento dei socialisti fran­cesi nel quale si attacca duramente «l’intran­sigenza egoista della cancelliera Merkel». In I­talia premier incaricato, Enrico Letta, ha già anticipato che vuole rapportarsi a un’Europa capace di pensare più alla crescita che al rigo­re.Il Fondo monetario internazionale, quasi tra­dendo se stesso, da tempo ormai evidenzia la capacità della spesa pubblica, in certe condi­zioni, di produrre effetti espansivi. Ma non è una riflessione semplice: due opposte visioni economiche si contrappongono in modo an­che estremo. A complicarele cose il fatto è che la teoria sugli effetti nefasti dell’indebitamen­to per gli Stati, di Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart, per la quale non vi potrebbe quasi es­sere crescita oltre il 90% del debito sul Pil, è stata sostanzialmente smontata proprio in questi giorni dalla verifica di uno studente che ha scovato un banale errore statistico.


Facendo un salto indietro, tutto ha origine con la decisione di combattere la crisi del debito in Europa attraverso il risanamento dei conti e un più severo controllo delle spese da parte degli Stati. Un principio di necessità oltre che di buon senso, constatato l’impatto della crisi finanziaria sui paesi meno virtuosi. Il lungo cammino per il rigore ha portato alla firma del Patto di bilancio europeo, il 2 marzo 2012, con il rafforzamento degli obblighi di rientro nei parametri del deficit (3%) e del debito pubbli­co (60%) in rapporto al Pil e la previsione di un duro piano di abbattimento del debito (5% l’anno). Fino all’approvazione anche in Italia, nell’aprile dello scorso anno, della legge che ha introdotto l’obbligo del pareggio di bilan­cio in Costituzione a partire dal 2014.


La sottomissione dell’Europa alla disciplina dell’austerità non ha però tenuto conto del fat­to che molti dei problemi a carico dei paesi de­bitori erano dovuti alla fuga di capitali causa­ta più dalla fragile costruzione dell’euro e dal­la mancanza di meccanismi di difesa e di so­lidarietà, che al debito stesso. E ha mostrato col tempo che imporre il risanamento, con taglio di spese e aumento delle tasse, in una fase di recessione economica, ha effetti persino con­troproducenti: aggrava il problema nei paesi in crisi, risolve lo squilibrio nei paesi in surplus commerciale come la Germania. Avvenire ha sempre difeso la necessità, per una nazione come l’Italia, di mantenere un percorso vir­tuoso nella gestione della finanza pubblica, anche per responsabilità nei confronti delle generazioni future, ma allo stesso tempo, con gli articoli di Leonardo Becchetti e Giancarlo Marini, ha più volte evidenziato le contraddi­zioni dell’«ideologia del rigore» in Europa, con­sigliando una serena revisione dei parametri di valutazione della virtù di bilancio.


Di come riformare il Fiscal Compact si parlerà già nei vertici europei di maggio. Per l’Italia non si tratterà di tornare ai tempi della spesa allegra che finanzia rendite o sprechi, ma di accogliere l’idea che anche all’interno delle re­gole sul pareggio di bilancio, vi sono i margini per una spesa che sostenga lo sviluppo. Il ver­detto dell’arbitro sul rigore, per una volta, può essere discusso. 


Massimo Calvi

Avvenire 27.4.13