di Massimo Calvi
L'accelerazione improvvisa della crisi di governo apre uno scenario non facile da gestire dal punto di vista economico, finanziario e dei rapporti con l'Europa. La rottura del quadro di stabilità non è solo un fatto di politica interna, ma nel contesto europeo diventa una seria minaccia per i conti pubblici e una fonte di preoccupazione per gli altri Paesi, oltre che per la Commissione. È anche per questo che da ieri sera il ministro per gli Affari europei Enzo Moavero Milanesi ha incominciato a prendere contatti con le principali capitali per tentare una non facile opera di rassicurazione sulla possibilità che l'Italia rispetti comunque gli impegni presi.
Uno dei problemi maggiori ? dopo la reazione dei mercati, le tensioni sullo spread e i rischi di declassamento del rating, ovviamente ? riguarda ad esempio la Legge di Stabilità. Lo scenario peggiore evocato dal vice ministro all'Economia, Stefano Fassina, è che a scriverla sia la Troika composta da Fmi, Bce e Commissione Ue. Ma questo potrebbe verificarsi ad esempio in una situazione di totale ingovernabilità come in caso di elezioni. Al momento non se ne parla.
Il fatto è che comunque, per la prima volta da quest'anno, le "manovre" dei Paesi dell'Eurozona vanno presentate entro il 15 ottobre alla Commissione europea e all'Eurogruppo, perché venga verificata la loro sostenibilità e corrispondenza alle regole dei trattati.
Il parere deve essere emesso al più tardi entro il 30 novembre e nel corso di questo periodo la Commissione può indicare al governo le cose che non vanno e suggerire le possibili modifiche. Poi, le leggi di Stabilità vanno adottate entro il 31 dicembre. Un calendario difficile da rispettare.
L'Italia non ha preparato la sua "finanziaria", né ha completato la definizione delle coperture dell'abolizione dell'Imu che Bruxelles si aspetta entro il 15 ottobre. Anche l'intervento sull'Iva dovrebbe trovare giustificazione, dato che il limite del 3% nel rapporto deficit/Pil è invalicabile, a maggior ragione per un Paese che è appena uscito dalla procedura per deficit eccessivo.
Quella della procedura è un'altra faccenda serissima, perché a questo punto tutto potrebbe riaprirsi. L'Italia ha superato il 3% nel rapporto deficit/Pil, non ha iniziato a ridurre il debito e procede a rilento sulle riforme.
La crisi di governo, dunque, metterebbe in stand-by i conti, e con le previsioni economiche del 5 novembre la Commissione Ue non potrebbe fare altro che confermare lo sforamento e rimandare a maggio per una eventuale riapertura della procedura per deficit eccessivo. Tradotto in soldoni: perderemmo i 12 miliardi di euro di risorse finanziarie per il 2014 e il 2015 rese disponibili dalla chiusura a maggio scorso della precedente procedura.
Non è solo una questione di numeri: altri Paesi, come la Francia, hanno un deficit/Pil molto più alto del nostro (Parigi è al 4,1%) e non centreranno l'obiettivo di riduzione per il 2013 concordato con Bruxelles. Tuttavia l'Ue darà comunque l'ok perché il piano di riforme presentato da Parigi è convincente, procede spedito e il Paese è solido. Soprattutto, al momento, si presenta stabile politicamente. Difficilmente, invece, le istituzioni europee potranno essere comprensive nei confronti di Roma, nel momento in cui il cammino per le riforme procede a rilento, le coperture degli interventi non sono credibili, non vi sono risorse da investire sulla competitività e, soprattutto, il debito ? secondo più alto d'Europa ? continua ad aumentare.
I primi mesi del 2014, inoltre, ci conducono verso il Consiglio europeo di marzo, cioè il vertice dei capi di Stato e di governo nel quale si compiono quei passi e quelle verifiche che poi conducono alle previsioni di primavera della Commissione europea e alle raccomandazioni ai Paesi. Per l'Italia sarebbe stato importante confermare i risultati ottenuti fin qui, tra l'altro in vista della seconda parte dell'anno, quando inizierà il semestre italiano di presidenza dell'Ue.
Il quadro di stabilità in Italia si è improvvisamente rotto, quando ormai la stabilità politica in un Paese è considerata da più parti un valore aggiunto, quasi un valore in sé. La crisi ha dimostrato infatti che vi è una fortissima interdipendenza tra i Paesi: i problemi e le virtù di uno, in Europa diventano velocemente i problemi e le virtù degli altri. Nessuno può più giocare da solo. Una lezione che ha portato una trasformazione significativa negli assetti politici e di governo.
Come si è visto, nelle situazioni dove gli esiti elettorali hanno prodotto risultati incerti ? oppure chiari, ma non sufficientemente forti ? la strada seguita è sempre più spesso quella delle "grandi coalizioni". Alleanze, cioè, tra le forze politiche che storicamente si sono fronteggiate, per rendere più lineare, e condiviso, il cammino delle riforme necessarie a fronteggiare le difficoltà. È successo in Germania, Olanda, Grecia. Si è provato in Italia, ma l'esperimento non è durato.
Avvenire, 29.9.13
Telecom e Alitalia spolpate e svendute
Può sembrare paradossale che mentre il governo si preoccupa di sostenere un piano ambizioso per attrarre investimenti esteri nel nostro Paese – "Destinazione Italia" è stato chiamato – con il presidente del Consiglio, Enrico Letta, impegnato oltre confine a vendere un’immagine attraente e competitiva della Penisola, gli stranieri si stiano comprando pezzi rilevantissimi di made in Italy e colossi attivi in settori strategici come le telecomunicazioni e il trasporto aereo. In realtà il paradosso è tale solo nella coincidenza dei tempi, e può offrire diversi spunti di riflessione.
La vendita di Telecom Italia agli spagnoli di Telefonica e di Alitalia all’Air France sono operazioni che giungono a maturazione in queste ore e rappresentano l’esito di un percorso molto più lungo e per certi versi inevitabile, se si valutano anni e anni di errori politici e imprenditoriali. La cosa che colpisce, e che non può lasciare indifferenti, è che noi italiani stiamo quasi rischiando di assuefarci alla consuetudine dello shopping straniero, mai così attivo e visibile. I marchi della moda come Bulgari, Gucci o Loro Piana, i nomi dell’alimentare come la Parmalat, ora gli ex giganti pubblici Telecom e Alitalia, le aziende dell’energia e dei trasporti di Finmeccanica, squadre di calcio come l’Inter e la Roma.
Una dismissione lenta e inesorabile, in tutti i campi, che è difficile bilanciare – per peso e valore simbolico – con le operazioni che il migliore made in Italy sta comunque compiendo all’estero, e che restituisce senza troppi sconti l’immagine drammatica di un Paese in svendita. Lo spettro di un "Outlet-Italia", agitato da Letta nei giorni scorsi, rischia di essere già una realtà molto tangibile. E sono perfettamente comprensibili le reazioni preoccupate di buona parte del mondo politico, dei sindacati, dei consumatori.
Più che lo straniero, tuttavia, il sistema Italia dovrebbe temere – vigilando per evitarla – una possibile cattiva gestione delle operazioni che si presentano, guardarsi dagli eventuali effetti negativi per le persone, il lavoro e gli investimenti nel nostro Paese. Pensare che nella dimensione europea possano resistere e competere campioni italiani e solo italiani, in fondo, è esercizio abbastanza illusorio. Il consolidamento di grandi gruppi in settori importanti, se le condizioni di mercato sono assicurate, e se le authority assolvono il loro compito, è una strada lecita e legittima. La storia di Telecom e Alitalia, come della Parmalat, ci insegna invece che troppo spesso i peggiori nemici dell’interesse nazionale siamo proprio noi stessi.
Limitandoci al caso Telecom, siamo stati noi, è stato il nostro capitalismo con le sue aderenze politiche, a caricare l’azienda di debiti insostenibili e a spolparla pezzo dopo pezzo, fino a renderla una preda naturale e a basso prezzo per un gruppo straniero. Il quadro che restituisce la vicenda nazionale del capitalismo senza capitali è quello di un Paese che ha ricchezze innegabili eppure non dispone di grandi mezzi economici, ma che soprattutto ha un pesantissimo deficit a livello di classe dirigente. E che un Paese così continui a "espellere" tanti dei suoi giovani migliori e più promettenti è, al tempo stesso, spiegabile e incredibile.
Durante la fase più acuta della crisi e della speculazione dei mercati contro l’Italia, qualcuno – anche su queste colonne – diceva: «Questa è una guerra, per sapere chi l’ha scatenata basterà aspettare di conoscere chi avrà comprato le aziende tra le macerie». Erano, e sono, parole forti, ma è un dato di fatto che la crisi finanziaria scoppiata nel 2007 ha messo in ginocchio il sistema bancario nazionale, privandolo della capacità oltre che della voglia di dare credito a operazioni più grandi delle competenze gestionali e morali che le muovevano.
Non si può dire ora se questo sia un bene oppure no. Quello che la politica può fare, oggi, se ne ha le forze e l’intelligenza e se si concede un tempo davvero "di servizio", è evitare che l’Italia si riduca a un terreno di conquista, fare in modo cioè che i capitali che qui venissero destinati non servano a saccheggiare, fare spezzatini e poi spolpare ciò che resta – ed è molto – di buono. La storia ci ha insegnato che ci sono stati investimenti che hanno saputo rispettare contesti, tradizioni e posti di lavoro, altri che hanno bruciato competenze e desertificato. A prescindere dai colori. È solo la buona politica che riesce ad assicurare gli interessi dell’Italia e degli italiani nelle rivoluzioni degli assetti di mercato. Ma come dimostrano i Paesi che in Europa meno hanno conosciuto l’onta del saccheggio, e che non a caso continuano a giocare un ruolo di locomotiva, la politica da sola non può nulla se non è supportata dal contributo di parti sociali realmente all’altezza del compito. E meno furore ideologico, in un senso come nell’altro, si usa in questi frangenti, e meglio è per tutti.
Massimo Calvi
Avvenire 25.9.13
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