Pochi figli e tanta evasione, i veri problemi del Fisco italiano

Una tassa o un sistema fiscale non sono giusti o sbagliati in sé. Possono essere più o meno equi in funzione dei valori che una comunità riconosce. Un’imposta, un bonus o una riforma del fisco vanno giudicati in base all’effetto che producono. Per fare un esempio, se il Fisco rende particolarmente vantaggiose le ristrutturazioni degli immobili, si avrà un impatto positivo sui bilanci familiari di chi più può spendere per i lavori in casa e sull’economia in generale. Se invece lo Stato rendesse totalmente detassabili le spese per corsi di musica classica, il Pil forse crescerebbe meno, ma ci sarebbero filarmoniche in ogni città e probabilmente più violinisti che muratori. 

Due emergenze. Sono scelte, insomma, e sta alla politica orientare i tecnici perché sappiano trovare il giusto equilibrio per assicurare che in un Paese ci sia chi costruisce i teatri, ma anche chi li riempie e li fa vivere. O chi costruisce asili, ma anche chi farà in modo che non restino vuoti. In questo senso, può essere utile fare il ragionamento inverso e ricorrere al metodo induttivo per capire come correggere le norme guardando a cosa vorremmo cambiare perché riteniamo non funzioni. Ora, se si pensa alle “emergenze” che caratterizzano l’Italia nel contesto europeo, e che possono avere un qualche collegamento con il sistema fiscale, due in particolare vengono alla mente: l’emergenza demografica e l’elevato tasso di evasione.

Demografia fragile. L’Italia sta attraversando una crisi della popolazione che non ha paragoni nel mondo a causa dello squilibrio nel peso tra le generazioni che si è creato dopo decenni di bassa natalità. Quest’anno le nascite scenderanno sotto quota 400.000 (nel 1964 erano 1 milione) ma non è più nemmeno questo il problema di un Paese in cui i giovani e la popolazione in età da lavoro si sta riducendo così tanto che già ora è possibile capire cosa questo significhi per il mercato del lavoro, dove le imprese faticano a trovare manodopera e talenti, o per il sistema sociale, nel momento in cui viene a mancare la generazione in grado di pagare le tasse per mantenere in piedi le pensioni, la sanità, i servizi pubblici. L’aspetto economico non è l’unico motore della natalità, ma un Paese che si distingue per un sistema fiscale che non ha mai contemplato una vera attenzione alla famiglia, e allo stesso tempo sperimenta un declino demografico tale da essere un caso di studio internazionale, forse è bene che si ponga il problema. E pensi a come risolverlo.

Non solo Assegno unico. La riforma dell’Assegno unico e universale ha provato a colmare un vuoto (tinyurl.com/assecal), estendendo un benefit economico a cittadini finora trascurati dai benefici, come i disoccupati, gli incapienti e i lavoratori autonomi. Ma resta un contributo il cui importo da solo non inciderà molto nella scelta che porta alla realizzazione del desiderio di famiglia: 50-100 euro al mese, per i redditi Isee dai 30.000 euro in su, quando un figlio ne costa 700 (tinyurl.com/settec), sono giusto il primo passo di un cammino ancora tutto da fare. I principali sistemi fiscali nel mondo sviluppato prevedono per i genitori, oltre ad un assegno veramente universale, una tassazione che tiene conto in modo significativo e per tutti dei carichi familiari. Anche la Costituzione italiana suggerisce di agire in questo modo, all’articolo 53, quando dice che ciascuno è tenuto a «concorrere alle spese pubbliche» in ragione della propria «capacità contributiva». Prima della riforma dell’Assegno unico il compito di garantire l’“equità orizzontale” era affidato alle (modeste) detrazioni per i figli a carico; ora che sono state incorporare nell’assegno questa funzione è venuta meno. L’orientamento della maggioranza è di alleggerire un po’ per tutti il carico fiscale, rimodulando le aliquote, ma senza distinguere tra famiglie con figli, coppie senza o singoli.

Il nodo dell’evasione. Un sistema fiscale che non si pone obiettivi di sostenibilità nel rapporto tra le generazioni, difficilmente riesce ad essere anche un sistema efficiente. Il capitolo problematico dell’evasione fiscale sembra esserne una conferma. Negli ultimi anni il livello di somme nascoste al fisco è andato diminuendo, grazie all’introduzione di misure come la fattura elettronica o lo split payment, tuttavia, l’ultima relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva, allegata alla Nadef, indica che il tax gap in Italia ammonta ancora a circa 103 miliardi di euro, e che la propensione all’evasione è attorno al 19,3%. Come rilevato in un intervento dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani della Cattolica (tinyurl.com/6nyupy7f), guidato da Carlo Cottarelli, l’81% dell’evasione riguarda l’Iva e soprattutto l’Irpef da lavoro autonomo. L’effetto di questo si ritrova in parte nella mappa delle dichiarazioni fiscali degli italiani elaborata da Itinerari previdenziali (tinyurl.com/itinprev). Che tra le altre cose mette in luce come il 43,7% delle dichiarazioni non superi i 15.000 euro di reddito lordo, cioè poco più di mille euro al mese, contribuendo a versare appena il 2,3% di tutta l’Irpef. A guadagnare o dichiarare più di 35 mila euro lordi è solo il 13,22% dei contribuenti, al quale si deve il 60% dell’imposta sulle persone fisiche. Sono cifre che raccontano di un Paese con molte sacche di povertà autentica, ma che sembra anche poco credibile nella fotografia delle reali situazioni di bisogno.

Il cantiere del Fisco. Una domanda che ci si può porre è se non sia anche la struttura stessa di aliquote, sconti e agevolazioni, a “impoverire” fiscalmente il Paese. Un’analisi sulla riforma fiscale fatta dall’Associazione famiglie numerose ha portato un esempio emblematico: se si prendono un reddito da 40.000 euro lordi e uno da 28.000, una volta calcolati Irpef, bonus, assegni, detrazioni e benefici vari legati anche all’Isee, il netto percepito diventa, rispettivamente, di 2.422 e di 2.271 euro. Per far avere solo 150 euro di aumento al lavoratore di questo esempio, inoltre, l’azienda deve spendere 16.000 euro in più l’anno. Il sistema sembra programmato per tenere bassi i profili di reddito. Le ipotesi di riforma, allo stato delle cose, non paiono voler correggere questa criticità e tantomeno quelle attinenti ai carichi familiari. Ma sarebbe un errore pensare di aver risolto tutto con l’Assegno unico, che se da un lato ha colmato un vuoto, dall’altro, col décalage che lo caratterizza, ha mantenuto l’anomalia di un fisco che non concede vantaggi, come invece avviene ovunque, a tutti coloro che crescono figli.

Una vera equità. Nel mettere mano al sistema fiscale l’articolo 53 della Costituzione dovrebbe rappresentare un faro. L’effetto dell’intervento sugli scaglioni di reddito va verificato alla luce del principio della progressività, che va difeso e non annacquato. Allo stesso tempo la compensazione in termini di equità deve avvenire tenendo conto che la “capacità contributiva” di chi ha figli è molto diversa da chi non ne ha, a ogni livello di reddito. Non è solo un discorso di giustizia: si tratta di definire un modello di sviluppo con una visione di futuro che agevoli le nascite. Una demografia sostenibile significa anche una crescita sostenibile, ovvero un Paese che non ha bisogno di ricorrere continuamente a sconti a pioggia per rilanciare i consumi o a bonus per sostenere settori economici che soffrono anche a causa della riduzione della dimensione delle famiglie.

Massimo Calvi

Avvenire, 26.11.2021

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Ecco le cifre dell'assegno unico

 Il nuovo Assegno unico e universale ha appena svelato le carte e insieme alla festa si è sollevato un polverone. Le famiglie faticano a orientarsi perché, in effetti, la materia è complessa. Ad aumentare la confusione, ecco poi una serie di elaborazioni diffuse da alcuni quotidiani e sui social con dati imprecisi o sbagliati. Una situazione ai limiti del paradossale, se si pensa che un giornale è arrivato a denunciare il fatto che il nuovo assegno penalizzerà le fasce deboli, un altro a dire che invece ci perderà il ceto medio-alto. Proviamo a fare un po' di chiarezza.

Cosa c'è di nuovo?

L'assegno unico e universale debutterà da marzo 2022. Le domande, corredate da dichiarazione Isee, vanno presentate ogni anno all'Inps da gennaio a febbraio. Chi non avrà l'Isee potrà comunque ottenere il minimo, cioè la quota universale riconosciuta a tutti (50 euro al mese a figlio). Sono interessati oltre 7 milioni di nuclei e 11 milioni di figli, dal 7° mese di gravidanza al 21° anno di età. Il costo totale è di circa 25 miliardi: 19 miliardi la cifra già impiegata nelle varie misure per la famiglia, 6-7 miliardi sono aggiuntivi. L'assegno incorpora in una sola misura i vecchi assegni dei lavoratori dipendenti (Anf), le detrazioni per figli a carico, il premio alla nascita per le neo-mamme (800 euro, ma può tornare), il bonus bebè per il primo anno. Rimane in vigore il bonus nido. L'assegno arriverà sul conto corrente e non più in busta paga. Ne hanno diritto tutti i cittadini italiani con domicilio fiscale nel Paese e gli stranieri residenti da almeno due anni.

Quali sono gli importi?

Fino a 15mila di reddito Isee, fascia in cui si colloca il 50% delle famiglie, si percepiscono ogni mese 175 euro a figlio. Per i figli dal terzo in su la cifra è aumentata di 85 euro (260 euro). Oltre i 15mila Isee l'importo scende gradualmente fino a 50 euro a figlio per gli Isee pari o superiori a 40.000 euro (il décalage è di 50 centesimi ogni 100 euro in più di Isee). Dai 18 ai 21 anni di età la cifra è dimezzata. Le famiglie con più di 4 figli beneficiano di 100 euro in più al mese, 1.200 l'anno, un forfait che di fatto corrisponde alla vecchia detrazione Irpef. Maggiorazioni fisse sono previste per i figli disabili (da 100 a 50 euro a seconda del grado ed età), per le madri under 21 (20 euro fissi), per il secondo percettore di reddito (30 euro a scalare, ma solo per Isee fino a 25.000). Per i figli sopra i 21 anni restano le detrazioni Irpef.

Chi guadagna?

Dall'impostazione data all'assegno ci guadagnano tutti i lavoratori autonomi, che prima percepivano solo le detrazioni fiscali, i disoccupati che non avevano diritto a nulla, gli incapienti che non riuscivano a beneficiare delle detrazioni. Non è una cosa da poco. Tra i lavoratori dipendenti la valutazione su chi guadagna rispetto agli assegni pagati fino allo scorso giugno e alle detrazioni, ora incorporate, è più complessa, perché passando da sostegni elargiti sulla base del reddito Irpef a una misura legata all'Isee, che fotografa anche il patrimonio, molte cose possono cambiare e riservare sorprese rispetto a prima: famiglie con reddito medio-basso possono avere risparmi elevati o altri immobili, e dunque trovarsi con in Isee alto che fa perdere benefici rispetto a prima; famiglie con reddito medio-alto possono vivere solo dello stipendio, e trovarsi con una sorpresa positiva. Dai calcoli fatti al Ministero delle finanze emerge che la stragrande maggioranza delle famiglie avrà aumenti, soprattutto tra i redditi medi, o al limite prenderà la stessa cifra di prima.

Chi perde?

Le elaborazioni mostrano che 400.000 nuclei potrebbero perdere qualche decina di euro rispetto agli Anf pagati fino a giugno 2021. I casi limite si concentrano tra i lavoratori dipendenti nella fascia di reddito Irpef attorno ai 15.000 euro, che in precedenza percepivano il massimo dell'assegno e il massimo delle detrazioni per figli a carico, per un totale che poteva arrivare a 200-220 euro con 1 figlio. Chi guadagna meno di 14.000 euro lordi invece non ci perderà, perché prima veniva meno l'effetto delle detrazioni fiscali, diventando incapienti. Chi guadagna di più è difficile perda molto, perché vecchi assegni e detrazioni decrescevano rapidamente: le simulazioni circolate su alcuni giornali che mostrano i redditi alti rimetterci rispetto a prima non tengono conto del fatto che le detrazioni da 950 euro annui calavano fino ad azzerarsi a 95mila euro lordi. Le simulazioni che, al contrario, indicano perdite nei redditi bassi, sono state fatte non con un paragone sugli assegni precedenti, ma sugli Anf aumentati da luglio 2021, che di fatto erano già Assegno unico. Altri casi al limite sono i nuclei con figli tra 18 e 21 anni, per i quali l'assegno si dimezza. In ogni caso c'è la clausola di salvaguardia per i dipendenti sotto i 25.000 Isee: l'Inps effettuerà la compensazione in automatico, e durerà tre anni, un tempo nel quale si potranno introdurre correttivi. La platea di chi può ricevere meno si ridurrebbe a 100.000 famiglie.

Che problemi con l'Isee?

La decisione di erogare l'assegno sulla base dell'Isee non è un'invenzione del momento, ma è prevista dalla delega sull'Assegno unico votata all'unanimità da tutti i partiti. L'aggancio all'Isee è stato previsto soprattutto per scongiurare il rischio di trasferire risorse da chi paga le tasse a chi le evade. In ogni caso aggirare l'ostacolo può non essere difficile per molti "professionisti" della materia. Un'ulteriore criticità riguarda il fatto che molti nuclei possono non essere disposti a far sottoporre a un esame ai raggi X ogni anno tutti i propri averi, e dunque si limiteranno ad accettare l'assegno minimo. Valutazione politica a parte, il principio di un assegno universale si contraddice un po' di fronte a quella che può sembrare una patrimoniale sui figli. Soprattutto se l'Isee ha bisogno di una profonda revisione nei coefficienti di calcolo della prole a carico.

Cosa si può cambiare?

Più che discutere su chi perde e chi no, che, come si è visto, è questione di pochi euro e si risolve facilmente, la vera questione è che l'assegno decresce assai rapidamente e non riconosce un valore adeguato a tutte le famiglie del ceto medio. Questo perché i 6 miliardi stanziati dal governo precedente per ampliare la platea dei beneficiari, come abbiamo sostenuto in più occasioni, hanno dato una coperta troppo corta. Dimezzare l'assegno a 30.000 Isee significa considerare "ricca" una fascia di popolazione che non lo è. Il nuovo beneficio, che resta un passo importante, si caratterizza così come una misura sociale e di ulteriore redistribuzione, e non come un vero incentivo alla natalità. Chi ha un Isee basso beneficia già di molte agevolazioni tariffarie nei servizi per i figli, dalle mense agli asili fino alle università; chi ha un Isee alto, e paga molte tasse, incontra ovunque rette massime. Questa distorsione, che non ha paragoni in Europa, può essere nel tempo corretta in due modi: o alzando anche la quota minima di assegno, oppure con la riforma fiscale alleggerendo il carico attraverso un sistema di deduzioni legate ai figli. Ma questo è un altro discorso. Di certo, chi oggi critica l'assegno e non ne coglie la portata innovativa dovrebbe anche proporre come cambiare. E la prima cosa è destinare maggiori risorse.

Come e quando si fa domanda?

Le modalità di presentazione delle richieste per l'assegno universale saranno dettagliate dall'Inps entro 20 giorni dal varo del decreto (che ora va in Parlamento per ricevere entro 30 giorni i pareri delle commissioni competenti). Come sempre, oltre a farla in proprio sul sito dell'Inps, ci si potrà rivolgere ai Caf e ai patronati. Precisazione importante: si potrà fare domanda fino a giugno 2022 mantenendo il diritto agli arretrati a partire dal mese di marzo 2022. Da luglio, i ritardatari percepiranno invece il sussidio solo dal mese di presentazione della domanda. A gennaio dell'anno successivo bisognerà richiedere l'aggiornamento dell'Isee (sui dati 2022) e rinnovare la domanda per l'assegno. Il cui importo verrà per l'appunto aggiornato sulla base dell'Isee così ricalcolato. Come già noto, la durata dell'annualità va infatti da marzo dell'anno di presentazione dell'istanza al febbraio dell'anno seguente.

Massimo Calvi

Avvenire, 20.11.2021

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Morti a causa del vaccino? Uno studio col "trucco"

I vaccini contro il Covid funzionano? Sì. L’esperienza ci dice che i vaccini riducono moltissimo il rischio di essere contagiati, di contagiare, di ammalarci gravemente, finire in terapia intensiva o morire. La protezione, ovviamente, non è al 100%, e abbiamo imparato che cala col passare del tempo e dunque diventa utile fare un richiamo. Ma i vaccini sono anche sicuri? Sembra proprio di sì. Essendo stati resi disponibili in tempi rapidi, a causa dell’emergenza planetaria, un po’ di apprensione è comprensibile, ma ormai ci sono migliaia di ottime ricerche che dimostrano che i vantaggi sono ampiamente superiori ai possibili problemi: gli eventi avversi ci possono essere, ci sono stati e ci saranno, ma sono assai rari. Come per l’efficacia, anche la sicurezza del vaccino (e di ogni rimedio medico) non potrà mai essere al 100%.

È accettando questa incertezza strutturale, capace di ricalcare l’indeterminatezza dell’esistenza, che stiamo affrontando la crisi sanitaria, gestendo le paure, valutando le opportunità che si aprono, tentando come comunità umana di raggiungere, non senza fatiche, nuovi approdi che chiamiamo certezze. E anche qui, sul fronte dell’impegno cui è chiamato chi può avere un ruolo decisivo nell’affrontare la pandemia – personale sanitario, mondo della ricerca o dell’informazione, politica – però, il 100% non è dato. Consapevoli di questo limite, abbiamo provato a capire qualcosa in più di uno studio allarmante, curato dal divulgatore scientifico Mario Menichella, della Fondazione Hume, diffuso in questi giorni e ripreso da alcuni organi di stampa (tinyurl.com/humerice). Nel lungo e documentato articolo si vuole offrire «una stima realistica degli effetti avversi dei vaccini anti-Covid e del rapporto rischi-benefici». I risultati sono terribili, perché emerge che dopo aver inoculato dosi di Pfizer, Moderna o Astrazeneca ci sono stati molti più morti rispetto a quelli registrati con altri vaccini. Non è una ricerca sottoposta a revisione tra pari, né è stata pubblicata da riviste scientifiche, ma un articolo nel quale, pur sottolineando «l’enorme importanza della vaccinazione contro il Covid degli over 50 e dei soggetti fragili», tra le altre cose «viene tentata una stima del rapporto rischi-benefici, che pare spostare il punto in cui essi si bilanciano verso i 40-45 anni di età», e in cui si definisce «la vaccinazione dei giovani poco sensata» e quella dei bambini «poco responsabile».

Sono questioni non da poco. Ma il dato centrale dell’articolo, tuttavia, è questo: se la mortalità da vaccini antinfluenzali è stata di circa 0,26 morti per milione di dosi, per i vaccini anti-Covid, Pfizer e Moderna, si sono registrati 22,7 morti per milione di dosi somministrate. I conti sono stati effettuati attingendo al grande database americano del Vaers, che – si legge – «da oltre 30 anni raccoglie le segnalazioni di effetti avversi relative a tutti i vaccini somministrati». Ma per capire come funziona esattamente il Vaers è bene andare sul sito dei Cdc americani (i "Center of disease control & prevention"), dove una scheda in punti spiega che: «1) Vaers è un programma nazionale di sorveglianza della sicurezza dei vaccini che aiuta a rilevare modelli di segnalazione insoliti o imprevisti di eventi avversi per i vaccini. 2) Vaers è un sistema di sorveglianza passiva, il che significa che si basa su persone che inviano resoconti delle loro esperienze dopo la vaccinazione. 3) Vaers accetta segnalazioni da chiunque, inclusi pazienti, familiari, operatori sanitari e produttori di vaccini. 4) Vaers non è progettato per determinare se un vaccino ha causato o contribuito a un evento avverso: un rapporto al Vaers non significa che il vaccino abbia causato l’evento» (tinyurl.com/cdcvaers).

Nelle scorse settimane su "Query", la rivista ufficiale del Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze (Cicap), è stato pubblicato un articolo dal titolo emblematico: «Vaers: come un database del governo degli Stati Uniti alimenta una pericolosa disinformazione sui vaccini». Nel testo, Graziella Morace scrive: «Si può trovare di tutto, anche segnalazioni prive di un collegamento plausibile con un vaccino, come casi di persone morte in un incidente stradale mentre tornavano a casa dopo essere state vaccinate», e si cita il caso dell’anestesista James Laidler, che nel 2004 «per dimostrare che chiunque può scrivere ciò che vuole sul Vaers e mostrare quindi la necessità di cautela nell’interpretazione dei dati da parte dei non esperti, pubblicò una segnalazione in cui affermava che il vaccino antinfluenzale lo aveva trasformato nell’incredibile Hulk» (tinyurl.com/queryon).

Stiamo attraversando un momento delicato della pandemia. Abbiamo costantemente bisogno di capire di più, di capire meglio e di capire bene, per raggiungere il prossimo approdo e prepararci a un’altra partenza. E per questo occorre umiltà, ed essere anche pronti ad accettare verità scomode e inattese. Di certo, per difenderci dal Covid, non servirà l’aiuto dell’incredibile Hulk, ma di tanta buona ricerca sì, di ottima ricerca. E di nessun fuorviante sensazionalismo.

Massimo Calvi

Avvenire, 13.11.2021

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Lombardia, l'effetto vaccino sulla mortalità in eccesso

La massiccia campagna vaccinale lombarda e l'adesione convinta dei cittadini ? a oggi gli immunizzati con due dosi sono prossimi al 90% ? ha "salvato" migliaia di vite umane. Nel 2020, infatti, si può stimare che vi siano stati circa 35.000 morti in più del previsto tra le persone oltre i 14 anni di età. Nel 2021, invece, l'eccesso di mortalità, da un punto di vista statistico, risulta molto ridotto e prossimo allo zero per alcune fasce di età. Il dato emerge da una ricerca in via di pubblicazione che ha stimato la mortalità in eccesso in Lombardia tra il 2020 e il 2021.

Dall'inizio della pandemia in regione si sono avuti circa 900mila contagi e 34mila morti di Covid-19 su 10 milioni di abitanti. I morti "in eccesso", cioè i decessi indotti dalla pandemia soprattutto per le conseguenze della maggiore pressione sul sistema sanitario, sono più difficili da calcolare. La ricerca ha provato a farlo elaborando un modello statistico in grado di tenere conto delle tendenze dell'anno, della stagionalità dei decessi e di altri fattori, compresi i diversi tassi di mortalità riferiti a cinque diverse classi di età.

Il primo dato che emerge riguarda i minori di 14 anni: per loro non c'è stato alcun eccesso di mortalità né nel 2020 né tantomeno nei primi 8 mesi del 2021, a riprova del fatto che i piccoli hanno rischi bassi di complicazioni da Covid (anzi, i morti sono stati meno, probabilmente a causa della riduzione degli spostamenti o per il minore rischio di infezioni dovuto alle varie precauzioni). Lo scorso anno, invece, l'eccesso di mortalità era stato in media del 28% per le persone tra i 65 e gli 84 anni, del 25% per gli over-85, del 18% dai 14 ai 64 anni. La conferma, insomma, che il Covid è molto più pericoloso per chi ha oltre 64 anni.

L'analisi dei dati delle prime 34 settimane del 2021 indica non solo che non c'è stata alcuna mortalità in eccesso tra i bambini ? che, tra l'altro, non avendo ricevuto il vaccino dimostrano di essere una categoria a bassissimo rischio ? ma anche sotto i 64 anni e tra chi ha più di 85 anni, cioè i primi a ricevere le dosi. I nonni, si potrebbe quasi dire, grazie al vaccino hanno potuto beneficiare delle difese di cui godono i nipoti più giovani. Un eccesso di mortalità, purtroppo, si è invece avuto, seppur limitato rispetto al 2020, nelle fasce di età 75-84 anni (+7,8%) e 65-74 anni (+14,2). Come mai? Probabilmente, come spiegano i ricercatori, il dato è dovuto al fatto che sono stati vaccinati più tardi e, inoltre, qui si trovano molte persone contrarie al vaccino.

La ricerca, che come detto riguarda solo la mortalità in eccesso, è di Antonello Maruotti (Lumsa), Giovanna Jona-Lasinio (Sapienza), Fabio Divino (Università del Molise), Gianfranco Lovison (Palermo), Massimo Ciccozzi (Campus Biomedico) e Alessio Farcomeni (Tor Vergata). La conclusione cui giungono i ricercatori esalta il valore della campagna vaccinale: la riprova sta anche nel fatto che i morti in più del previsto sono stati pochissimi nel 2021, anno caratterizzato da restrizioni minime rispetto al 2020, quando invece l'unica vera arma a disposizione contro il Covid erano i rigidissimi lockdown.

Sempre in tema di immunizzazioni, ieri la vice presidente della Regione Lombardia, e assessore alla Sanità, Letizia Moratti, ha fatto sapere che entro la terza settimana di novembre tutti gli ospiti delle Rsa riceveranno la terza dose.

Massimo Calvi 
5.11.2021