I comuni amici della famiglia

Parte dal basso, dai territori, la risposta alla crisi della natalità e allo spopolamento dell'Italia.
È una reazione importante, considerata la carenza di risorse a disposizione, e di sostanza: la nascita di una rete nazionale di Comuni "amici della famiglia", pronti a sostenere, rafforzare e implementare una serie di misure per aiutare i nuclei con figli a pagare meno i costi di alcuni servizi.
Al momento sono una cinquantina le città e i paesi che da Nord a Sud hanno aderito al progetto o che lo stanno facendo.
La novità, lanciata ieri in occasione di un seminario di studio a Pontremoli, e sostenuta con decisione dal Forum nazionale delle Famiglie, presieduto da Gianluigi De Palo, riguarda la volontà di creare una vera e propria struttura nazionale capace se non di colmare il vuoto nazionale, almeno di promuovere la diffusione di una consapevolezza circa l'importanza di misure che contrastino la crisi di natalità e faccia sentire meno soli i genitori. «Il dato sul calo delle nascite in Italia fornito dall'Istat è preoccupante ? ha detto proprio De Palo ? anche perché si accompagna alla fuga dei giovani, dei nostri figli, all'estero. Eppure i giovani continuano a sognare una famiglia e di mettere al mondo almeno due figli, un desiderio represso a causa di troppi ostacoli. Le 4 milioni di famiglie che il Forum rappresenta chiedono una riforma fiscale forte, per mettere più risorse a disposizione di chi ha figli. E la rete dei Comuni può servire a promuovere più attenzione, ad avere quello choc che serve al Paese».
Il Comune di Pontremoli nel 2014 ha introdotto, ispirandosi al modello Parma, il fattore famiglia nelle tariffe degli asili nido e sta partendo una sperimentazione per applicarlo al trasporto. Come ha spiegato il sindaco, Lucia Baracchini, viene applicato un parametro all'indicatore Isee che permette di far avere sconti più consistenti alle famiglie con più figli e a quelle in maggiore stato di bisogno, «senza elevare le tariffe agli altri utenti», perché la creazione di un contesto favorevole alla natalità «è essenziale nelle zone marginali del Paese, vittime dello spopolamento».
Il Comune modello, in questo momento, è Castelnuovo del Garda, in provincia di Verona: è proprio l'ex sindaco, e ora consigliere comunale con delega al fattore famiglia, Maurizio Bernardi, a candidarsi come polo aggregante per i Comuni che vogliono unirsi alla rete. L'applicazione di una nuova scala di equivalenza all'Isee, favorendo più di quanto non avvenga con l'indicatore attuale i nuclei numerosi, quelli con gemelli, le famiglie con disabili o disoccupati ? «chi ne ha effettivamente diritto», come ha spiegato Bernardi ? ha permesso di agevolare un numero molto più alto di famiglie. In sette anni la popolazione è raddoppiata. Dai Comuni arriva dunque una risposta importante, nella direzione della sussidiarietà, come ha rimarcato il presidente del Forum Famiglie della Toscana, Gianni Fini. Una strada che va completata con una visione nazionale più ampia, di attenzione a 360 gradi, e guardando alla necessità di convocare la Conferenza della famiglia, ha detto il sottosegretario alla Giustizia, Cosimo Maria Ferri, sostenitore dell'evento oltre che "padrone di casa" a Pontremoli.
Che la situazione in termini di natalità abbia bisogno di un cambio di passo lo ha sottolineato con forza l'economista Stefano Zamagni, presidente dell'Osservatorio nazionale sulla famiglia. «La situazione italiana è paradossale ? ha detto ? se si pensa al valore che si attribuisce alla famiglia e alla sottovalutazione delle politiche in suo favore. Ci sono tre cose da fare: introdurre in tutta Italia il fattore famiglia, varare una legge che consenta veramente alle donne di armonizzare il tempo del lavoro con quello della famiglia, spingere l'Istat a categorizzare la famiglia come soggetto produttore e non consumatore, così da misurare il valore dei beni che essa produce.
Perché aver snobbato la famiglia così tanto in questi anni ha portato a una riduzione consistente del capitale umano, del capitale sociale, della fiducia. Non si può andare avanti così».

Massimo Calvi
Avvenire 20.2.2016

Cambiare il bail in

È un paradosso, ma le difficoltà che sta attraversando Deutsche Bank possono rappresentare una buona notizia per l'Italia e i suoi istituti di credito.
Il colosso tedesco ha tremato paurosamente nell'ultima settimana, più delle altre banche europee, che pure si sono trovate ad affrontare la peggiore tempesta borsistica dai tempi del crollo della Lehman Brothers nel 2008.
Investita da voci di mercato che ne mettevano in dubbio la capacità di pagare le cedole di un tipo di obbligazioni subordinate, Deutsche Bank è riuscita ad attenuare le voci e i timori sulla mancanza liquidità e sul rischio di default varando un maxi piano di riacquisto di obbligazioni.
«La banca è forte e ha capitali sufficienti», ha dichiarato venerdì il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble. Tuttavia il difficile contesto internazionale non può far dormire sonni tranquilli, ed è difficile che le preoccupazioni sulle tante e note criticità del gigante tedesco (dall'eccesso di derivati ai costi delle cause legali) svaniscano all'improvviso.
La notizia positiva è tutta qui: Deutsche Bank resta troppo grande per fallire, e si può ritenere che di fronte alla prospettiva di uno scenario da incubo la Germania possa trovare le ragioni per giustificare un ammorbidimento delle sue posizioni, arrivando persino ad appoggiare la causa di una revisione delle regole sul bail in, il "salvataggio interno" delle banche scattato dal 1 gennaio 2016, come viene chiesto da più parti in Italia.
È inutile negarlo: gran parte dei problemi che il sistema bancario europeo sta attraversando, in un contesto già di per sé critico per tutte le banche del mondo, nascono proprio dalle nuove norme che impongono di far pagare agli investitori i costi del fallimento di una banca. Il principio del bail in resta valido, e la filosofia che lo ha ispirato più che ragionevole, nel momento in cui impone che non siano i contribuenti a doversi fare carico delle crisi bancarie.
Considerata la realtà, sarebbe stato meglio passare al nuovo regime in un modo più graduale. Il caso delle 4 banche fallite in Italia dimostra che la crisi di fiducia dei risparmiatori può avere costi elevati. E favorire rischi sistemici.
Nell'ultimo mese le banche europee hanno lasciato sul campo il 24% del loro valore sul mercato, quelle italiane il 30%, le americane il 20%. C'è molta speculazione dietro a queste cifre, e c'è soprattutto una carenza di liquidità sui mercati. Ma ci sono anche fattori strutturali molto seri. Il rallentamento dell'economia globale è un fardello pesante, perché le banche ovviamente guadagnano di più quando l'economia corre rispetto a quando è depressa. In una fase di deflazione come l'attuale, in cui i tassi sui depositi fissati dalle banche centrali sono quasi a zero (negli Usa) o negativi (in Europa e Giappone), inoltre, gli istituti vedono comprimersi ancora di più margini e profitti, mentre non riescono a guadagnare abbastanza sui prestiti che non concedono alle imprese in ragione dell'economia stagnante.
Un brutto circolo vizioso, insomma, dal quale appare abbastanza difficile uscire se, oltretutto, le banche centrali non cooperano tra loro e si fanno la guerra sui tassi, come sta avvenendo.
Quanto alle banche italiane, al di là delle rassicurazioni e delle riforme avviate dal governo, i problemi restano in piedi: 360 miliardi di crediti deteriorati (il 18% del totale dei prestiti); 200 miliardi di obbligazioni subordinate (il 12% del Pil) nelle mani dei clienti; una garanzia pubblica sulle sofferenze, la bad bank, che Bruxelles ha imposto essere leggera e che per questo non ha rasserenato i mercati; un volume eccessivo di titoli di Stato in portafoglio (quasi 400 miliardi di euro) per essere le banche di un Paese con un debito pubblico troppo alto in rapporto al Pil.
È in questo scenario che l'Europa ha permesso il debutto delle norme sul bail in. I mercati stanno inviando un messaggio chiaro. L'Italia lo sta capendo. Forse anche la Germania.

Massimo Calvi
Avvenire 14.2.2016