Ilva, l'altro spread


Doveva essere l’agosto della speculazione, di una nuova crisi degli spread e dell’attacco finale alle Borse, ai titoli del debito italiano e in definitiva all’euro. L’estate è ancora lunga e l’esperienza consiglia di mantenere le dita bene incrociate – soprattutto dopo l’indiscrezione circa il possibile rinvio della decisione sul fondo Salva Stati da parte della Corte Costituzionale tedesca – ma al momento quello in cui il nostro Paese si trova immerso è un problema molto "old economy". Acciaio e aerei. L’Ilva di Taranto e il vettore aereo Windjet. Aggiungiamo l’auto, con la Fiat che ha due stabilimenti in bilico, e il piatto è completo.

Se il differenziale col bund tedesco resta una questione serissima e niente affatto risolta, sul quale il governo fa bene a mantenere alta l’attenzione, questo agosto ci sta di fatto catapultando nella palude di un altro spread tutto italiano, quello "storico" della politica industriale, della capacità anche manageriale di gestire attività imprenditoriali, di attirare capitali e mantenere attività produttive. Ma anche della cultura necessaria a conciliare sviluppo e ambiente o, come si dice in questi giorni, lavoro e salute. L’emergere di questi nuovi problemi, fatalisticamente, sembra volerci ricordare che l’origine di tanti mali, da quelli relativi alla finanza pubblica fino ai guai delle imprese, non nascono ieri e non sono così isolati come possono apparire. Il rischio di deindustrializzazione, come quello del default dello Stato o della colonizzazione straniera sono in fin dei conti figli di un unico deficit Paese. Il "rosso" della responsabilità e della capacità di guardare oltre l’oggi e lo stretto interesse immediato o personale.

Quella dell’Ilva è una crisi vera, non è solo un cortocircuito giudiziario-politico come si sta purtroppo delineando e come inevitabilmente finisce per ridursi in Italia ogni grande questione. In questo senso gli automatismi che scattano nelle analisi dei problemi da parte degli attori sulla scena assumono contorni desolanti, persino imbarazzanti nel momento in cui arrivano ad assomigliare a dispute tra tifosi di calcio, non tra sportivi. Politica, giudici, difensori dei diritti dei più deboli o dei più forti: parti e ruoli, nella difesa delle posizioni, possono invertirsi a seconda della circostanza, ma il risultato è quasi sempre il blackout della ragione. E come per altri casi analoghi, dietro la cortina fumogena che viene alzata, si nasconde molto spesso qualche decennio di errori, omissioni, silenzi, latitanze istituzionali, deficit di programmazione. La Crisi, insomma.

Il caso Windjet, la compagnia aerea che lascerà a terra 300mila passeggeri in pieno agosto, può sembrare una vicenda completamente diversa, collegata solo dal filo dell’acciaio. Eppure mentre tutti mantenevamo lo sguardo sull’andamento quotidiano dello spread, anche questa è arrivata a ricordarci quanto sia stata fragile la politica più generale dei trasporti in Italia, e debole la struttura che promuove e supporta il turismo, soprattutto al Sud. O, ancora, come sia critica per molte imprese la dimensione dei capitali disponibili e la capacità manageriale di chi li gestisce. Quanto sta accadendo può se non altro aiutarci a ricordare che la tenuta finanziaria del Paese non è scollegata dal suo presente e dal suo futuro industriale. Allo stesso modo con cui stiamo (lentamente) imparando a fare autocritica per le mancate riforme e l’allegra gestione della cassa comune negli anni passati, forse occorre ripensare serenamente – tutti, forze politiche, sociali, sindacali – anche a quante e quali responsabilità possiamo attribuirci per il modo in cui l’Italia ha affrontato questioni decisive come la politica per l’industria, i nodi energetici, ambientali e del trasporto, le privatizzazioni. O la costruzione di condizioni di reale competitività per le imprese, proprio per evitare che periodicamente qualcuno debba trovarsi a dover scegliere tra un impiego o il nulla, tra un posto o l’assistenza social-previdenziale, tra la salute e il lavoro. Quella che va respinta con forza, rompendo la prassi, è l’immagine di un Paese di guelfi e ghibellini, che resta a terra per le troppe urla, e non riparte più.

Massimo Calvi
Avvenire 18.08.12

L'impresa che conviene

A fare impresa, ci si rimette. Non conviene più. E non è solo colpa della crisi, anche se ovviamente la recessione crea seri problemi alla remunerazione del capitale investito. In Italia, ha spiegato bene un rapporto di Mediobanca diffuso in questi giorni, paga di più investire in Btp che nelle imprese, perché le aziende attualmente distruggono ricchezza. In buona sostanza, è come dire che se avete un’impresa in Italia vi conviene vendere tutto al miglior offerente e mettervi comodi provando a vivere di rendita. Cioè comprando titoli del debito pubblico, nella speranza di evitare comunque il default dello Stato, ipotesi purtroppo non più solo accademica; o magari investendo in case da affittare, sempre che il settore del mattone tenga e che il governo dopo l’Imu non pensi a un’altra bella patrimoniale sulla rendita immobiliare. Rischi a parte, il concetto resta lo stesso: fare impresa "non conviene". Il dato statistico è molto utile e importante, perché aiuta a capire lo stato di salute di un sistema, la sua attrattività, la sua dinamicità e quant’altro. Riflettere sui termini e sugli automatismi delle sintesi, però, può aiutare a comprendere una parte dei problemi che affliggono l’economia, non solo quella italiana. Proviamo, allora, a farlo domandandoci: perché si fa impresa? Per guadagnare, ovvio. Lo stesso motivo per cui si lavora. Ma che cos’è il guadagno in un’impresa? È solo il ritorno sul capitale che si investe, o è qualcos’altro che non si traduce solo in maggiore ricchezza per sé? E, altra questione: può essere paragonato questo guadagno con una rendita, cioè col calcolato disimpegno, con la rinuncia a costruire ricchezza per una comunità e un territorio?

Porsi queste domande in una fase nella quale è considerata già una fortuna se un’azienda non chiude per non riaprire più, lasciando a spasso centinaia di dipendenti, e nel momento in cui anche la Banca centrale europea lancia l’allarme sugli accresciuti rischi di insolvenza delle imprese italiane, può sembrare fuori luogo, se non paradossale. Eppure, a ben vedere, l’interpretazione del concetto di guadagno è una parte del problema. Lo sanno molto bene quelle centinaia e centinaia di imprenditori che nonostante le condizioni avverse e la voglia di mollare tutto, restano comunque ancorati, aggrappati al frutto del proprio impegno e della propria responsabilità. E ne sono consapevoli quegli imprenditori e quegli operatori attivi nelle cosiddette "imprese sociali", nelle cooperative dove non si fa impresa calcolando il diretto e immediato vantaggio personale, ma si guarda innanzitutto al bene della collettività. I dati che da anni ormai riguardano l’universo delle cooperative sociali raccontano di una tipologia di impresa che, nonostante il ciclo negativo, cresce, offre lavoro o quantomeno riesce a mantenerlo stabile. Non è un universo che fa enorme massa critica, con poco meno di un milione e mezzo di occupati, e va riconosciuto che, se ci si occupa di dare risposte alla frontiera del bisogno e dei servizi alle persone, è evidente che si insiste su di un segmento di mercato che in una fase di crisi può solo crescere. È tuttavia altrettanto evidente che, al di là della forma di impresa, è nell’impegno a costruire benessere diffuso, nella tensione verso il bene comune, che risiede la formula di un modello di successo. Le cooperative sociali hanno numeri forse limitati, ma il vantaggio di una enorme flessibilità anche delle dinamiche occupazionali e retributive, che riescono a gestire con minori traumi proprio perché il lavoro, e il lavoratore, non sono messi sullo stesso piano di una rendita. O, almeno, così è assai spesso e sempre dovrebbe essere.

Le analisi dimostrano che anche nell’economia sociale funziona meglio chi riesce ad avere cultura imprenditoriale, valorizza le persone che coinvolge e su cui può contare e impara a confrontarsi apertamente con la realtà del mercato, abbandonando schemi superati e pregiudizi ideologici. C’è, insomma, un varco sottile che unisce le imprese – che siano "non profit" o "for profit" conta fino a un certo punto – ed è la consapevolezza che fare impresa, e farla bene, è sempre e comunque buono per la società e per l’economia. Un valore più alto di qualsiasi rendita.
Massimo Calvi
Avvenire 10.08.12

Dagli Usa al contagio in Europa, 5 anni di crisi epocale

Sono passati cinque anni da quando anche la gente comune ha imparato a conoscere i famigerati "mutui subprime"; a scoprire che negli Stati Uniti era stata gonfiata una gigantesca bolla dei prezzi immobiliari allo scopo di drogare il Pil; a rendersi conto che su quei mutui rischiosissimi e su quella bolla una finanza avida e irresponsabile aveva costruito un castello di carte al solo scopo di generare ricchezza e profitti oltre ogni logica economica e di buon senso. Cinque anni "di guerra", nei quali si è generata una crisi che col tempo ha assunto nuove forme e alimentato nuovi focolai, nata negli Usa ma che ha finito per contagiare e travolgere l'Europa. Era il 9 agosto 2007 quando le banche centrali di Europa e Stati Uniti si trovarono costrette a pompare liquidità nel sistema bancario per evitare il blocco della circolazione del denaro in seguito al blocco dei fondi di investimento Bnp Paribas esposti nei subprime. Da quel giorno è stata solo una cronaca di default di istituzioni finanziarie e di salvataggi da parte dei governi, fino al fallimento, nell'autunno 2008, della banca d'affari Lehman Brothers.
Quando gli eccessi della finanza si sono trasformati in crisi planetaria di fiducia. Le distorsioni di un mercato senza regole né veri controlli, fondato sul dogma dell'arricchimento fine a se stesso, e protetto da una dottrina economica persuasa che proprio l'assenza di vincoli avrebbe riparato i danni garantendo la crescita eterna, hanno finito per rendere necessaria la ridefinizione ex novo dell'idea di uomo economico per come è stato fino ad ora descritto, bramoso cioè di perseguire solo il proprio interesse soddisfacendo solo bisogni materiali. La crisi finanziaria è diventata recessione nel 2009, e da un problema legato all'eccesso di credito, e dunque di debiti privati, si è trasformata in un fardello sui debiti pubblici, a causa delle risorse statali spese per salvare la finanza ma anche per la fuga di capitali dai Paesi meno competitivi. Il Vecchio continente si è trovato investito da una crisi che ha contribuito a creare solo in parte, pur con la responsabilità delle sue banche di stampo anglosassone, e che ora sta pagando a caro prezzo per non aver saputo costruire una vera casa comune, politica ed economica, attorno alla sua moneta.
Uno scenario che ha permesso alla speculazione di accanirsi sull'euro, aprendo la drammatica stagione degli spread. E mostrando come non vi possa essere vera unione quando il deficit è di responsabilità e solidarietà. L'Europa è oggi alla ricerca di nuovi assetti e di una nuova identità, mentre sta accogliendo un'altra recessione. Non sarà facile uscirne e non in fretta. Cinque anni dopo, con 40 milioni di occupati in meno e 10mila miliardi di dollari spesi dagli Stati per salvare la finanza, e costi sociali paragonabili a quelli di un conflitto, è utile fare memoria delle tappe principali, provando a trarne alcune lezioni. A cominciare dalla prima: che la ricerca del solo interesse individuale, in luogo del bene comune, nel lungo periodo lascia solo macerie.
Massimo Calvi, 5 agosto 2012

Se la Bild informa i tedeschi


Il rapporto tra informazione e andamento dell'economia è questione molto delicata. Lo è sempre, ma in particolare nei momenti di forte stress come nel caso di questa crisi. Se i cittadini americani che avevano acceso i mutui casa "subprime", ad esempio, si fossero informati meglio sulle condizioni di quei contratti, lo scoppio della bolla immobiliare avrebbe forse avuto un effetto meno devastante. E ci troveremmo di fronte a uno scenario diverso se le agenzie di rating avessero diffuso informazioni corrette circa l'affidabilità di determinati strumenti finanziari, per non parlare dei giudizi riservati agli Stati "nemici". Il discorso può essere esteso anche all'effetto che un'informazione chiara e completa può avere sull'opinione pubblica e, di conseguenza, sull'andamento dell'economia e sulle risposte che una classe politica può dare. Per restare in casa nostra, il dibattito sulle riforme sarebbe diverso se ricordassimo ad esempio che il vuoto di risorse che oggi si registra nell'assistenza, nel welfare o nelle tutele per i giovani, deriva anche dalla durissima opposizione a una seria revisione della previdenza già dal 1994, ai tempi del primo governo Berlusconi. Il ragionamento vale ovviamente per l'Europa, nel quadro della crisi del debito e del dibattito sugli interventi per la difesa dell'euro. L'idea è che se l'opinione pubblica nell'Eurozona avesse una visione corretta e completa delle ragioni di questa crisi e dei fattori che la alimentano, la strada per superare i problemi sarebbe meno ripida. Per questo più di tanti vertici può rivelarsi importante il fatto che ieri per la prima volta il popolare quotidiano tedesco Bild abbia incominciato a informare i suoi lettori di alcune verità finora nascoste. Il tabloid noto per il taglio scandalistico che ama dare alle notizie, questa volta ha scritto che «noi tedeschi non paghiamo soltanto, poiché con i bassi tassi di interesse ad avvantaggiarsi massicciamente sono i consumatori e lo Stato». E ciò in ragione del fatto che per i Bund decennali «Berlino paga solo l'1,25% di interesse, mentre l'Italia sui Btp sborsa il 5,96%». Apriti cielo. Grazie a questo scenario, informa il quotidiano, la Germania in tre anni ha ottenuto un guadagno fino a 100 miliardi di euro. Chissà se i tedeschi ora staranno anche facendo due più due, arrivando a comprendere a chi giova veramente il clima di tensione continua sui mercati, e quale obiettivo reale ottenga l'opposizione dei "falchi" della Bundesbank allo scudo anti-spread. Il problema è che per lungo tempo la classe politica, e la stampa, del blocco dei Paesi definiti un po' affrettatamente "virtuosi", ha lavorato per alimentare la favola di un Sud spendaccione e di un Nord integerrimo. Negando abilmente non solo le responsabilità di alcune nazioni e delle loro banche nel guastare l'intero sistema finanziario, ma celando anche i vantaggi incamerati con l'unione monetaria e persino con il perdurare della crisi. Ancora la Germania, ad esempio, ha tratto un enorme vantaggio dal fatto che nell'euro siano stati inclusi proprio Paesi "fragili" come la Grecia: questo le ha consentito di beneficiare di un cambio più debole rispetto a quello che avrebbe avuto mantenendo il marco tedesco, avvantaggiandosi così nelle esportazioni fuori dall'Eurozona (vantaggio di cui continua a godere, come dimostrano le vendite record del gruppo Audi-Volkswagen o della Bayern); inoltre, i tassi di interesse più bassi "portati" dall'euro nelle nazioni del Sud, hanno spinto la gente ad aumentare i consumi indebitandosi, acquistando così (anche) più prodotti made in Germany. Le verità sulla crisi e sul suo corso sono molte e complesse. Il giro di Mario Monti tra i leader europei si sta rivelando efficace per l'autorevolezza che il premier italiano può spendere nell'illustrare i molti risvolti che riserva l'analisi e l'esposizione completa dei problemi.
Eppure per l'uscita dal tunnel, dopo il ruolo della Bce che oggi riunisce il direttivo per assumere decisioni molto importanti, o della inflessibile Bundesbank, può rivelarsi altrettanto decisiva l'opera svolta da un'altra "B", per la capacità che ha di influire sull'opinione pubblica e in definitiva sulla politica: quella di Bild.
Massimo Calvi
Avvenire 2.8.2012