Nell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco il concetto centrale, l’aspetto che guida tutta la riflessione attorno al rapporto tra gli esseri umani e la "casa comune", la nostra madre Terra, è quello di "ecologia integrale". Tutto è in relazione, anche aspetti che apparentemente non lo sono, ricorda in più occasioni Francesco, e dunque aspetti come la bellezza degli spazi urbani si legano alla qualità delle istituzioni, l’impegno della comunità locale non è lontano dal problema dell’inquinamento, la crisi sociale si accompagna a questioni come la deforestazione o la riduzione del verde urbano. In questo senso il concetto di "vivibilità" è collegato a quello di "responsabilità".
È alla luce di questi principi che è stato elaborato l’«Indice di Responsabilità Civile del Territorio». Si tratta di un indicatore veramente innovativo, unico, ispirato alla prospettiva suggerita della Laudato si’, ma anche dal principio fondamentale dell’economia civile secondo il quale il "veicolo" di un sistema socio-economico deve avere ben quattro ruote "motrici". Deve cioè fondarsi sul ruolo attivo e responsabile non solo dei due attori tradizionali, il mercato e le istituzioni, ma di "mercato", "istituzioni", "cittadinanza attiva" e "imprese responsabili".
La classifica secondo l’Indice di Responsabilità Civile del Territorio vede in testa le province di Trento, Belluno e Bolzano, incalzate, restando nelle prime cinque posizioni, da Mantova e Ravenna. In coda troviamo invece Vibo Valentia, Siracusa, Caserta, Reggio Calabria e Crotone. Il Nord domina, la prima provincia del Centro è Macerata, 11esima, mentre la seconda è Terni, al 15esimo posto. La città del Sud più avanti è Isernia, al 66esimo posto. È soprattutto la riscossa della provincia contro le grandi metropoli: Milano è 17esima, Roma 65esima.
Perché? Come è espresso il ben-vivere in questa classifica? L’indicatore si basa sulla somma di varie "responsabilità": quella degli amministratori, intesa come qualità dell’amministrazione e dei servizi; dei cittadini, cioè la capacità di contribuire al benessere di altri esseri umani e della società; e delle imprese, guardando alla responsabilità sociale e civile d’impresa; e monitorando la presenza attiva del Terzo settore. Per tali ragioni si potrebbe dire che l’Indice di Responsabilità Civile del Territorio, più di altre misurazioni può catturare la dimensione e la qualità del "capitale sociale" di un’area, la tensione di più soggetti nella direzione del bene comune.
Tra gli indicatori utilizzati ci sono la spesa comunale per l’integrazione sociale dei soggetti deboli o a rischio, compresi gli immigrati, le uscite per l’integrazione al reddito familiare, i contributi economici per i servizi scolastici o per gli anziani trattati in assistenza domiciliare. Altre voci significative riguardano il numero di realtà non profit, di volontari impegnati, di cooperative, di sportelli per il microcredito e di banche del tempo. L’impegno dei cittadini è misurato guardando alla partecipazione elettorale, ma anche a iniziative di "voto col portafoglio" come cash mob o slotmob. La presenza del Terzo settore, segno di dinamismo sociale, ha però bisogno di un altro ingrediente: la capacità politica di riconoscerne il valore, di coinvolgere cioè i soggetti sociali dando forza al principio di sussidiarietà. Per questo l’Indice ha guardato anche alla spesa comunale per i voucher alle famiglie, gli assegni di cura, i buoni socio-sanitari o altre attività di integrazione sociale, i contributi alla mensa scolastica o per il trasporto sociale.
Altre voci come il numero di enti locali sciolti o di beni confiscati servono a fotografare la diffusione di una cultura della legalità. Ma la qualità del vivere, quanto a responsabilità civile, si misura anche guardando al successo di azioni che contribuiscono a realizzare un ambiente migliore per tutti: ecco allora la diffusione della raccolta differenziata dei rifiuti, il numero di imprese con certificazioni ambientali, la capacità di gestire al meglio le risorse idriche, dalla diffusione della rete fognaria alla depurazione delle acque reflue fino alla dispersione degli acquedotti.
La responsabilità civile si traduce poi concretamente in contesti urbani meno congestionati, con un tasso di motorizzazione automobilistica più contenuto e una popolazione che si riappropria degli spazi beneficiando di una maggiore diffusione di isole pedonali, piste ciclabili o spazi di verde fruibili. È così che va letta questa classifica, come sforzo di fotografare più l’impegno diffuso che la fortuna di un territorio.
Massimo Calvi
Avvenire
29.3.2019
Leggi sul sito
Recalcati: l'amore non è mai banale
Da Omero a Roberto Benigni il salto può essere enorme, non se l'argomento è l'amore e il modo il cui le persone ne imparano a conoscere la poesia nel quotidiano. Lo psicoanalista Massimo Recalcati ci ha provato, con la trasmissione "Lessico Amoroso", sette appuntamenti andati in onda su Rai3 da febbraio a metà marzo. I testi inediti sono ora raccolti in un saggio, "Mantieni il bacio - lezioni brevi sull'amore" (Feltrinelli, 125 pagine, 14 euro) che ripropone il senso di un percorso televisivo coraggioso e dai contenuti spesso in controtendenza rispetto al pensiero comune.
Qual è stata la vera novità di "Lessico Amoroso": aver parlato d'amore in tv con un linguaggio originale o aver tenuto sette lezioni di psicoanalisi?
Andare in direzione contraria allo spirito dei tempi che riduce la promessa dell'amore al consumismo del poliamore, al neolibertismo o, e non so cosa è peggio, allo scientismo che dissolve la poesia di cui invece ogni amore ha il diritto a nutrirsi nella meccanica degli organi sessuali. C' è più forza e più coraggio, c'è molta più sovversione nella promessa di eternità degli amanti che nel passare da un corpo all'altro come se i corpi fossero semplici merci destinate a esaurire i loro servizi e a essere sostituite. Oppure nel pensare che la sessualità si riduca agli apparati riproduttori e alle loro esigenze. Credo di aver contribuito a fare educazione sentimentale senza però fare del moralismo. Ho provato a mostrare che quando l'amore si unisce al desiderio è più ricco, più generativo, più potente di un desiderio che, invocando la propria falsa libertà, non sa più legarsi alla bellezza della promessa.
Cosa pensa di avere trasmesso a chi l'ha seguita?
Meglio non avere nulla da insegnare sull'amore. Noi parliamo continuamente di amore perché nessuno sa davvero rispondere al suo mistero. Anzi, si potrebbe dire che non possiamo che parlare dell'amore proprio perché non lo possiamo spiegare. Perché nessuno può sapere l'amore. Novalis diceva che solo i poeti possono custodire il suo mistero. Quindi il mio presupposto non è stato quello di insegnare l'amore - sarebbe stato insopportabile innanzitutto per me stesso - ma quello di dire l'amore, di provare a dire l'amore in molti modi, di parlare della gioia dell'amore e delle sue ferite, indicando sempre il fondo inaccessibile del suo mistero.
E Lei cosa pensa di avere imparato da questo viaggio: ne esce arricchito in cosa?
Mi sono sempre impegnato nel portare la psicoanalisi nella città, nel farla uscire dal suo setting privato, nell'impegnarla nel sociale. Sotto il lettino dell'analista scorre sempre una strada. Detesto lo splendido isolamento nel quale vivono certi psicoanalisti. Ho sempre interpretato la psicoanalisi nella sua vocazione non solo clinica, ma anche politica nel senso più nobile del termine, al servizio della polis. Per questo ho creato nel 2003 Jonas, una istituzione di psicoanalisi che consente l'esperienza dell'analisi a tutti praticando tariffe sociali. C'è chi mi accusa di impoverire o di contaminare in questo modo la purezza della dottrina. O addirittura, ci si è messo, tra l'altro, anche un comico (Maurizio Crozza, ndr), a dire che banalizzo la complessità della psicoanalisi. Il mio sforzo, portando la psicoanalisi in televisione, è stato invece quello di non cedere nulla allo spettacolo, di mantenere alto, il più alto possibile il tono del discorso. Ma l'altezza non coincide affatto con l'esoterismo o con l'oscurità. Dovremmo ricuperare invece il significato etimologico del termine banalità: nel medioevo significava mettere a disposizione di tutti quello che prima apparteneva solo al feudatario: un mulino, un passaggio stradale, un acquedotto. Restituire alla comunità, mettere in comune.
"Mantieni il bacio" non è certamente un manuale cristiano, ma anche un cristiano può trovare molte conferme e spunti di riflessione. L'ultimo capitolo, il più aderente al titolo, parla dell'"amore che dura". Perché è così difficile oggi far durare l'amore?
Il nostro tempo non ha più idea della durata. Consuma ogni cosa in tempi sempre più rapidi. La bellezza della durata consiste invece nel pensare che il tempo non ci allontana dall'inizio - dal primo bacio, dall'estasi del primo incontro - ma lo sappia rinnovare, sappia restare fedele al tempo dell'evento, al tempo dell'inizio.
Sempre meno persone hanno figli, sempre meno coppie hanno molti figli: cos'è e come cambia l'amore nell'era della genitorialità in crisi e del declino della natalità?
Il figlio assomiglia all'inconscio: ci ricorda che non siamo padroni in casa nostra… Ci obbliga a una operazione di decentramento. Il tempo della vita non coincide più con il tempo della nostra vita ma acquista una profondità nuova. La bellezza del figlio consiste nell'introdurre la vita dei Due nella polifonia della famiglia, nella meraviglia delle altre voci, degli altri corpi, degli altri desideri… Il nostro tempo pensa invece per lo più che la famiglia sia la morte del desiderio, il cimitero della libertà… Invece dovremmo ricordare la bellezza del vivere in famiglia, della sua polifonia, dell'essere in più di uno…
Nell'ultima puntata ha ospitato il contributo di Roberto Benigni. La psicoanalisi ha avuto bisogno della poesia per completarsi? E' veramente la poesia l'unico ambito capace di parlare dell'amore?
Gli amanti assomigliano sempre ai poeti. Chi sono i poeti? Sono coloro che sanno reinventare il linguaggio, che sanno introdurre nel codice stabilito della lingua delle deviazioni singolari, delle parole che eccedono quel codice, che lo traumatizzano, che lo sovvertono. Gli amanti sono come i poeti perché la loro avventura è sempre singolare, appesa a un filo, in bilico… Devono inventare l'amore come un poesia inventa la sua poesia. Non esistono, infatti, né in amore né in poesia, dei modelli ideali. L'amore è sempre uno sforzo di poesia.
Al cristiano che la segue resta il pensiero che senza la presenza di Dio nella vita di una coppia l'amore sia qualcosa di diverso, di incompleto. Cosa ne pensa?
Gesù nella sua predicazione ha sempre fatto riferimento al cuore. Ha assimilato il cuore al fuoco. Ha mostrato che dove c'è cuore c'è fuoco. Ha indicato che è il cuore il vero miracolo. E che dove c'è fede nel cuore i pani e i pesci si moltiplicano. Ha messo in luce la forza sovversiva che ispira l'amore. L'amore non come sentimento vacuo, ma come una nuova Legge. Una Legge che porta davvero a compimento la Legge.
Massimo Calvi
Avvenire, 22.3.2019
Leggi sul sito
Qual è stata la vera novità di "Lessico Amoroso": aver parlato d'amore in tv con un linguaggio originale o aver tenuto sette lezioni di psicoanalisi?
Andare in direzione contraria allo spirito dei tempi che riduce la promessa dell'amore al consumismo del poliamore, al neolibertismo o, e non so cosa è peggio, allo scientismo che dissolve la poesia di cui invece ogni amore ha il diritto a nutrirsi nella meccanica degli organi sessuali. C' è più forza e più coraggio, c'è molta più sovversione nella promessa di eternità degli amanti che nel passare da un corpo all'altro come se i corpi fossero semplici merci destinate a esaurire i loro servizi e a essere sostituite. Oppure nel pensare che la sessualità si riduca agli apparati riproduttori e alle loro esigenze. Credo di aver contribuito a fare educazione sentimentale senza però fare del moralismo. Ho provato a mostrare che quando l'amore si unisce al desiderio è più ricco, più generativo, più potente di un desiderio che, invocando la propria falsa libertà, non sa più legarsi alla bellezza della promessa.
Cosa pensa di avere trasmesso a chi l'ha seguita?
Meglio non avere nulla da insegnare sull'amore. Noi parliamo continuamente di amore perché nessuno sa davvero rispondere al suo mistero. Anzi, si potrebbe dire che non possiamo che parlare dell'amore proprio perché non lo possiamo spiegare. Perché nessuno può sapere l'amore. Novalis diceva che solo i poeti possono custodire il suo mistero. Quindi il mio presupposto non è stato quello di insegnare l'amore - sarebbe stato insopportabile innanzitutto per me stesso - ma quello di dire l'amore, di provare a dire l'amore in molti modi, di parlare della gioia dell'amore e delle sue ferite, indicando sempre il fondo inaccessibile del suo mistero.
E Lei cosa pensa di avere imparato da questo viaggio: ne esce arricchito in cosa?
Mi sono sempre impegnato nel portare la psicoanalisi nella città, nel farla uscire dal suo setting privato, nell'impegnarla nel sociale. Sotto il lettino dell'analista scorre sempre una strada. Detesto lo splendido isolamento nel quale vivono certi psicoanalisti. Ho sempre interpretato la psicoanalisi nella sua vocazione non solo clinica, ma anche politica nel senso più nobile del termine, al servizio della polis. Per questo ho creato nel 2003 Jonas, una istituzione di psicoanalisi che consente l'esperienza dell'analisi a tutti praticando tariffe sociali. C'è chi mi accusa di impoverire o di contaminare in questo modo la purezza della dottrina. O addirittura, ci si è messo, tra l'altro, anche un comico (Maurizio Crozza, ndr), a dire che banalizzo la complessità della psicoanalisi. Il mio sforzo, portando la psicoanalisi in televisione, è stato invece quello di non cedere nulla allo spettacolo, di mantenere alto, il più alto possibile il tono del discorso. Ma l'altezza non coincide affatto con l'esoterismo o con l'oscurità. Dovremmo ricuperare invece il significato etimologico del termine banalità: nel medioevo significava mettere a disposizione di tutti quello che prima apparteneva solo al feudatario: un mulino, un passaggio stradale, un acquedotto. Restituire alla comunità, mettere in comune.
"Mantieni il bacio" non è certamente un manuale cristiano, ma anche un cristiano può trovare molte conferme e spunti di riflessione. L'ultimo capitolo, il più aderente al titolo, parla dell'"amore che dura". Perché è così difficile oggi far durare l'amore?
Il nostro tempo non ha più idea della durata. Consuma ogni cosa in tempi sempre più rapidi. La bellezza della durata consiste invece nel pensare che il tempo non ci allontana dall'inizio - dal primo bacio, dall'estasi del primo incontro - ma lo sappia rinnovare, sappia restare fedele al tempo dell'evento, al tempo dell'inizio.
Sempre meno persone hanno figli, sempre meno coppie hanno molti figli: cos'è e come cambia l'amore nell'era della genitorialità in crisi e del declino della natalità?
Il figlio assomiglia all'inconscio: ci ricorda che non siamo padroni in casa nostra… Ci obbliga a una operazione di decentramento. Il tempo della vita non coincide più con il tempo della nostra vita ma acquista una profondità nuova. La bellezza del figlio consiste nell'introdurre la vita dei Due nella polifonia della famiglia, nella meraviglia delle altre voci, degli altri corpi, degli altri desideri… Il nostro tempo pensa invece per lo più che la famiglia sia la morte del desiderio, il cimitero della libertà… Invece dovremmo ricordare la bellezza del vivere in famiglia, della sua polifonia, dell'essere in più di uno…
Nell'ultima puntata ha ospitato il contributo di Roberto Benigni. La psicoanalisi ha avuto bisogno della poesia per completarsi? E' veramente la poesia l'unico ambito capace di parlare dell'amore?
Gli amanti assomigliano sempre ai poeti. Chi sono i poeti? Sono coloro che sanno reinventare il linguaggio, che sanno introdurre nel codice stabilito della lingua delle deviazioni singolari, delle parole che eccedono quel codice, che lo traumatizzano, che lo sovvertono. Gli amanti sono come i poeti perché la loro avventura è sempre singolare, appesa a un filo, in bilico… Devono inventare l'amore come un poesia inventa la sua poesia. Non esistono, infatti, né in amore né in poesia, dei modelli ideali. L'amore è sempre uno sforzo di poesia.
Al cristiano che la segue resta il pensiero che senza la presenza di Dio nella vita di una coppia l'amore sia qualcosa di diverso, di incompleto. Cosa ne pensa?
Gesù nella sua predicazione ha sempre fatto riferimento al cuore. Ha assimilato il cuore al fuoco. Ha mostrato che dove c'è cuore c'è fuoco. Ha indicato che è il cuore il vero miracolo. E che dove c'è fede nel cuore i pani e i pesci si moltiplicano. Ha messo in luce la forza sovversiva che ispira l'amore. L'amore non come sentimento vacuo, ma come una nuova Legge. Una Legge che porta davvero a compimento la Legge.
Massimo Calvi
Avvenire, 22.3.2019
Leggi sul sito
Assegni familiari e confronto europeo. Come cambiare
"Durante la guerra gli italiani stavano peggio di adesso, eppure mettevano al mondo molti più bambini". Questa affermazione è usata spesso per spiegare che il numero di figli in una famiglia è dovuto più a ragioni culturali che materiali. E in gran parte questo è vero. Negli anni del secondo conflitto mondiale il numero medio di figli per donna in Italia è sempre stato superiore a 2,5, mentre oggi è a 1,3. I fattori storici, sociali, culturali, o anche spirituali, sono importanti nel determinante la dimensione delle famiglie. Tuttavia oggi le condizioni sono molto cambiate. Crescere un figlio richiede molte più risorse, non lo si può vestire di stracci o nutrire con una scodella di polenta al giorno, oppure mandarlo a mungere invece che a scuola. L’idea romantica di un’epoca fondata sull’amore autentico deve poi fare i conti col fatto che i figli in passato erano anche braccia per il lavoro e un’assicurazione sul futuro dei genitori.
È per questo che con lo sviluppo, l’avvento della società moderna e l’emergere di un mondo più complesso, gli Stati hanno incominciato a porsi il problema di aiutare le famiglie a mantenere i figli. Se si osserva il contesto europeo dei sostegni, due cose emergono con evidenza: l’Italia è uno dei Paesi col tasso di fecondità più basso e al contempo è tra quelli che destinano meno risorse per "Famiglia e figli". A questa voce, secondo gli ultimi dati Eurostat, è andato il 3,2% della spesa pubblica italiana del 2017, contro il 3,6 della media Ue. La Germania ha speso il 3,7, la Francia il 4,2, la Svezia il 5, la Danimarca l’8,6. La Spagna ha fatto peggio con l’1,7. L’Italia è invece ai primi posti quanto a uscite per la previdenza: alle pensioni è stato destinato il 32,8% della spesa pubblica, contro il 26,4 della Francia, il 25,5 della Germania, il 21,4 della Svezia, il 16,1 della Danimarca. Le due voci non sono in contrapposizione, e non è giusto alimentare un conflitto generazionale, il problema è che una spesa così sbilanciata tra natalità e previdenza, col tempo finisce per avere un effetto sulla composizione demografica del Paese.
Ma in che modo gli Stati impiegano le loro risorse a favore delle coppie con figli? E in che cosa l’Italia può recuperare terreno? Una politica per la famiglia si caratterizza in genere per tre tipi di sostegni: le erogazioni monetarie, come i bonus o gli assegni familiari; le agevolazione di carattere fiscale, ad esempio le detrazioni per i figli a carico; i servizi ai genitori o i benefit "in natura", come gli asili nido e i congedi parentali. Nei Paesi del Nord Europa si tende a puntare soprattutto su erogazioni monetarie e servizi. In Svezia, ad esempio, oltre agli assegni familiari universali molti servizi per i bambini sono di fatto gratuiti, mensa scolastica compresa, e i genitori possono beneficiare di congedi pagati per ben 480 giorni. Chi guarda con simpatia a questo modello deve però considerare che il prelievo fiscale nei Paesi scandinavi è molto alto e l’evasione e il sommerso ridotti ai minimi: un sistema agli antipodi rispetto all’esperienza italiana (e all’orientamento degli elettori).
Nel resto del Continente, dalla Francia alla Germania alla Spagna, si tende ad avere un mix più equilibrato tra "cash", sconti fiscali e servizi. L’Italia segue questo modello, distinguendosi tuttavia per un livello di spesa non elevato, pur se cresciuto negli ultimi anni. La caratteristica della spesa sociale per i figli più bassa della media è un dato comune tra i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, come la Spagna, la Grecia e il Portogallo, dove anche i tassi di fecondità sono non a caso inferiori. L’impressione è che dove la famiglia ha goduto di una carica valoriale molto forte, i governi non hanno avuto la preoccupazione di rafforzarla anche economicamente. Sbagliando. Ma come può migliorare il modello italiano di sostegni? Se l’idea è di mantenere una proporzione equilibrata tra assegni, fisco e servizi, il primo passo è sicuramente un aumento deciso delle risorse complessive. E la prima leva sulla quale si può intervenire è quella dei benefit monetari.
Un’altra differenza marcata rispetto ai Paesi guida nelle politiche per i figli, infatti, riguarda il sistema degli Assegni per il nucleo familiare. Se nel resto delle voci la spesa italiana è semplicemente più bassa, sul fronte degli assegni la differenza è sostanziale. Gli assegni in Italia sono pagati ai soli lavoratori dipendenti: non per discriminazione verso gli altri, ma perché le risorse (circa 6 miliardi) sono attinte da un fondo alimentato dai contributi dei lavoratori. Altrove, invece, gli assegni sono fissi e riconosciuti sulla base del numero dei figli a tutti i genitori residenti, che siano dipendenti, autonomi, disoccupati, incapienti, pensionati, stranieri...
Osservando gli assegni familiari negli altri Paesi si nota poi che sono erogati a tutti con il medesimo importo e quasi mai con limiti di reddito (e quando il limite c’è è molto elevato). L’assegno infatti non è considerato una forma di contrasto alla povertà, verso la quale si interviene in altri modi, ma un intervento a beneficio dell’investimento sui figli, considerati un bene pubblico. In Francia spettano circa 130 euro al mese con il secondo figlio, in Germania circa 200 euro al mese per ogni figlio, in Gran Bretagna 100 euro il primo figlio e 60 i successivi, in Svezia 100 euro a figlio più bonus alle famiglie numerose, in Olanda pure 100 euro a figlio... La caratteristica degli assegni italiani, invece, è che si parte da 137 euro per il primo figlio, un importo non basso nel confronto internazionale, ma dai 14.000 euro lordi di reddito familiare il benefit decresce rapidamente fino a diventare irrilevante presto: con 30mila euro di reddito familiare lordo, cioè due stipendi da circa 1.000 euro al mese, due figli si "meritano" circa 50 euro a testa al mese.
Le minori risorse che il nostro Paese destina ai figli producono alcune distorsioni: nelle famiglie con redditi bassi l’aumento del numero dei figli spinge le famiglie verso le soglie di povertà assoluta o relativa; nei nuclei con redditi più alti, invece, rispetto agli altri Paesi l’aumento del numero dei figli impatta in modo molto più netto sul reddito disponibile. L’Italia, si può dire, è un Paese che disincentiva la natalità. Per questo è venuto il momento di intervenire. Introdurre un assegno unico per tutti può essere il primo passo significativo di una politica più ampia a favore delle famiglie e delle giovani coppie, così da non lasciare che le difficoltà economiche soffochino il desiderio di essere genitori. L’Italia è un Paese in emergenza demografica, la natalità dovrebbe essere al primo posto nelle agende di ogni partito, la politica non può più continuare a chiudere gli occhi.
Massimo Calvi
Avvenire 21.3.2019
Leggi sul sito
È per questo che con lo sviluppo, l’avvento della società moderna e l’emergere di un mondo più complesso, gli Stati hanno incominciato a porsi il problema di aiutare le famiglie a mantenere i figli. Se si osserva il contesto europeo dei sostegni, due cose emergono con evidenza: l’Italia è uno dei Paesi col tasso di fecondità più basso e al contempo è tra quelli che destinano meno risorse per "Famiglia e figli". A questa voce, secondo gli ultimi dati Eurostat, è andato il 3,2% della spesa pubblica italiana del 2017, contro il 3,6 della media Ue. La Germania ha speso il 3,7, la Francia il 4,2, la Svezia il 5, la Danimarca l’8,6. La Spagna ha fatto peggio con l’1,7. L’Italia è invece ai primi posti quanto a uscite per la previdenza: alle pensioni è stato destinato il 32,8% della spesa pubblica, contro il 26,4 della Francia, il 25,5 della Germania, il 21,4 della Svezia, il 16,1 della Danimarca. Le due voci non sono in contrapposizione, e non è giusto alimentare un conflitto generazionale, il problema è che una spesa così sbilanciata tra natalità e previdenza, col tempo finisce per avere un effetto sulla composizione demografica del Paese.
Ma in che modo gli Stati impiegano le loro risorse a favore delle coppie con figli? E in che cosa l’Italia può recuperare terreno? Una politica per la famiglia si caratterizza in genere per tre tipi di sostegni: le erogazioni monetarie, come i bonus o gli assegni familiari; le agevolazione di carattere fiscale, ad esempio le detrazioni per i figli a carico; i servizi ai genitori o i benefit "in natura", come gli asili nido e i congedi parentali. Nei Paesi del Nord Europa si tende a puntare soprattutto su erogazioni monetarie e servizi. In Svezia, ad esempio, oltre agli assegni familiari universali molti servizi per i bambini sono di fatto gratuiti, mensa scolastica compresa, e i genitori possono beneficiare di congedi pagati per ben 480 giorni. Chi guarda con simpatia a questo modello deve però considerare che il prelievo fiscale nei Paesi scandinavi è molto alto e l’evasione e il sommerso ridotti ai minimi: un sistema agli antipodi rispetto all’esperienza italiana (e all’orientamento degli elettori).
Nel resto del Continente, dalla Francia alla Germania alla Spagna, si tende ad avere un mix più equilibrato tra "cash", sconti fiscali e servizi. L’Italia segue questo modello, distinguendosi tuttavia per un livello di spesa non elevato, pur se cresciuto negli ultimi anni. La caratteristica della spesa sociale per i figli più bassa della media è un dato comune tra i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, come la Spagna, la Grecia e il Portogallo, dove anche i tassi di fecondità sono non a caso inferiori. L’impressione è che dove la famiglia ha goduto di una carica valoriale molto forte, i governi non hanno avuto la preoccupazione di rafforzarla anche economicamente. Sbagliando. Ma come può migliorare il modello italiano di sostegni? Se l’idea è di mantenere una proporzione equilibrata tra assegni, fisco e servizi, il primo passo è sicuramente un aumento deciso delle risorse complessive. E la prima leva sulla quale si può intervenire è quella dei benefit monetari.
Un’altra differenza marcata rispetto ai Paesi guida nelle politiche per i figli, infatti, riguarda il sistema degli Assegni per il nucleo familiare. Se nel resto delle voci la spesa italiana è semplicemente più bassa, sul fronte degli assegni la differenza è sostanziale. Gli assegni in Italia sono pagati ai soli lavoratori dipendenti: non per discriminazione verso gli altri, ma perché le risorse (circa 6 miliardi) sono attinte da un fondo alimentato dai contributi dei lavoratori. Altrove, invece, gli assegni sono fissi e riconosciuti sulla base del numero dei figli a tutti i genitori residenti, che siano dipendenti, autonomi, disoccupati, incapienti, pensionati, stranieri...
Osservando gli assegni familiari negli altri Paesi si nota poi che sono erogati a tutti con il medesimo importo e quasi mai con limiti di reddito (e quando il limite c’è è molto elevato). L’assegno infatti non è considerato una forma di contrasto alla povertà, verso la quale si interviene in altri modi, ma un intervento a beneficio dell’investimento sui figli, considerati un bene pubblico. In Francia spettano circa 130 euro al mese con il secondo figlio, in Germania circa 200 euro al mese per ogni figlio, in Gran Bretagna 100 euro il primo figlio e 60 i successivi, in Svezia 100 euro a figlio più bonus alle famiglie numerose, in Olanda pure 100 euro a figlio... La caratteristica degli assegni italiani, invece, è che si parte da 137 euro per il primo figlio, un importo non basso nel confronto internazionale, ma dai 14.000 euro lordi di reddito familiare il benefit decresce rapidamente fino a diventare irrilevante presto: con 30mila euro di reddito familiare lordo, cioè due stipendi da circa 1.000 euro al mese, due figli si "meritano" circa 50 euro a testa al mese.
Le minori risorse che il nostro Paese destina ai figli producono alcune distorsioni: nelle famiglie con redditi bassi l’aumento del numero dei figli spinge le famiglie verso le soglie di povertà assoluta o relativa; nei nuclei con redditi più alti, invece, rispetto agli altri Paesi l’aumento del numero dei figli impatta in modo molto più netto sul reddito disponibile. L’Italia, si può dire, è un Paese che disincentiva la natalità. Per questo è venuto il momento di intervenire. Introdurre un assegno unico per tutti può essere il primo passo significativo di una politica più ampia a favore delle famiglie e delle giovani coppie, così da non lasciare che le difficoltà economiche soffochino il desiderio di essere genitori. L’Italia è un Paese in emergenza demografica, la natalità dovrebbe essere al primo posto nelle agende di ogni partito, la politica non può più continuare a chiudere gli occhi.
Massimo Calvi
Avvenire 21.3.2019
Leggi sul sito
Figli e clima, doppio furto di futuro
Salvare il pianeta facendo meno figli. Ogni tanto l’idea torna a circolare: meno popolazione, meno consumi, meno CO2, meno inquinamento, fine dell’incubo climatico e pianeta salvato. È una storia vecchia. Da quando nel 1798 Thomas Robert Malthus, col suo celebre "Saggio sul principio della popolazione e i suoi effetti sullo sviluppo futuro della società", ha proposto di guardare al sovrappopolamento come a una strada verso l’armageddon, il tema del controllo delle nascite ha catturato sempre più adepti, diventando un argomento economico, politico e ora anche ecologico.
La questione del rapporto tra bambini e clima è tornata d’attualità dopo un intervento della deputata democratica Alexandria Ocasio-Cortez, figura emergente della politica statunitense, che si è chiesta se sia ancora il caso di avere figli considerata la catastrofe ambientale che ci aspetta. Ocasio-Cortez in verità non ha suggerito di avere meno figli per aiutare la Terra, ma ha posto il tema dell’opportunità di mettere al mondo bambini quando stiamo facendo di tutto per distruggere il pianeta e condannare l’umanità all’estinzione. Il vero argomento sul quale vale la pena fermarsi a riflettere è però un altro: chi ha a cuore il Creato e le sorti del pianeta, oltre che dell’umanità e delle specie che abitano la «casa comune», dovrebbe essere molto più preoccupato dalle argomentazioni anti-nataliste che dai bambini che vengono alla luce. È proprio il modello di sviluppo promosso e alimentato da chi reclama un rigido controllo della popolazione a rappresentare un reale pericolo per il futuro della Terra. Vale la pena ricordare che non c’è alcun allarme legato al sovrappopolamento del pianeta. Oggi gran parte degli esperti sta rivedendo le previsioni Onu di qualche anno fa e anziché essere in ansia per l’aumento della popolazione mondiale, che presto incomincerà a declinare, si sta ponendo il problema di come si starà in un mondo con sempre più anziani e sempre meno giovani: giusto in queste settimane la quota di persone nel mondo con più di 65 anni, per la prima volta nella storia dell’umanità, avrebbe superato quella degli abitanti con meno di 5 anni. L’aspetto che dovrebbe spingere le persone a essere veramente preoccupate è il fatto che non si sta facendo abbastanza in termini di comportamenti e azioni concrete per evitare che la popolazione possa diventare realmente un "peso" ecologico. In questo scenario, pensare di vincere la partita spegnendo il desiderio di figli o chiedendo ai giovani di non averne è evitare di assumersi le giuste e necessarie responsabilità. È come se le generazioni adulte e anziane, pur di continuare a difendere standard e comportamenti sempre meno sostenibili da un punto di vista ambientale oltre che economico, stiano cercando di imporre una visione culturale del problema climatico che mira a sottrarre alle nuove generazioni il diritto e la gioia di avere speranza, e i figli che desiderano. Dopo aver posto le basi per la crisi ambientale, si potrebbe dire, oggi i padri e i nonni, ma anche tanti coetanei sedotti da una visione anti-umana, stanno chiedendo ai giovani di non diventare genitori. Come definirlo se non un doppio furto di futuro?
Per fortuna si sta affacciando sulla scena anche una generazione che sembra crescere libera da visioni antiche e incrostate di ideologia. C’è un dato di novità buono e interessante nelle "manifestazioni del venerdì" di tanti studenti europei. Giovani che non sembrano voler imporre dall’alto una visione del mondo, ma che si dicono pronti a cambiare innanzitutto il proprio stile di vita, e a farsi carico in prima persona delle rinunce e delle conseguenze che questo comporta, dai consumi fino alle modalità di trasporto. Se la Terra avrà un futuro lo si dovrà forse a loro, ma soprattutto ai figli che liberamente avranno, non a chi con la scusa di evitare l’estinzione del genere umano sta proponendo di sopprimere l’umanità delle persone.
Massimo Calvi
Avvenire
9.3.2019
Leggi sul sito
La questione del rapporto tra bambini e clima è tornata d’attualità dopo un intervento della deputata democratica Alexandria Ocasio-Cortez, figura emergente della politica statunitense, che si è chiesta se sia ancora il caso di avere figli considerata la catastrofe ambientale che ci aspetta. Ocasio-Cortez in verità non ha suggerito di avere meno figli per aiutare la Terra, ma ha posto il tema dell’opportunità di mettere al mondo bambini quando stiamo facendo di tutto per distruggere il pianeta e condannare l’umanità all’estinzione. Il vero argomento sul quale vale la pena fermarsi a riflettere è però un altro: chi ha a cuore il Creato e le sorti del pianeta, oltre che dell’umanità e delle specie che abitano la «casa comune», dovrebbe essere molto più preoccupato dalle argomentazioni anti-nataliste che dai bambini che vengono alla luce. È proprio il modello di sviluppo promosso e alimentato da chi reclama un rigido controllo della popolazione a rappresentare un reale pericolo per il futuro della Terra. Vale la pena ricordare che non c’è alcun allarme legato al sovrappopolamento del pianeta. Oggi gran parte degli esperti sta rivedendo le previsioni Onu di qualche anno fa e anziché essere in ansia per l’aumento della popolazione mondiale, che presto incomincerà a declinare, si sta ponendo il problema di come si starà in un mondo con sempre più anziani e sempre meno giovani: giusto in queste settimane la quota di persone nel mondo con più di 65 anni, per la prima volta nella storia dell’umanità, avrebbe superato quella degli abitanti con meno di 5 anni. L’aspetto che dovrebbe spingere le persone a essere veramente preoccupate è il fatto che non si sta facendo abbastanza in termini di comportamenti e azioni concrete per evitare che la popolazione possa diventare realmente un "peso" ecologico. In questo scenario, pensare di vincere la partita spegnendo il desiderio di figli o chiedendo ai giovani di non averne è evitare di assumersi le giuste e necessarie responsabilità. È come se le generazioni adulte e anziane, pur di continuare a difendere standard e comportamenti sempre meno sostenibili da un punto di vista ambientale oltre che economico, stiano cercando di imporre una visione culturale del problema climatico che mira a sottrarre alle nuove generazioni il diritto e la gioia di avere speranza, e i figli che desiderano. Dopo aver posto le basi per la crisi ambientale, si potrebbe dire, oggi i padri e i nonni, ma anche tanti coetanei sedotti da una visione anti-umana, stanno chiedendo ai giovani di non diventare genitori. Come definirlo se non un doppio furto di futuro?
Per fortuna si sta affacciando sulla scena anche una generazione che sembra crescere libera da visioni antiche e incrostate di ideologia. C’è un dato di novità buono e interessante nelle "manifestazioni del venerdì" di tanti studenti europei. Giovani che non sembrano voler imporre dall’alto una visione del mondo, ma che si dicono pronti a cambiare innanzitutto il proprio stile di vita, e a farsi carico in prima persona delle rinunce e delle conseguenze che questo comporta, dai consumi fino alle modalità di trasporto. Se la Terra avrà un futuro lo si dovrà forse a loro, ma soprattutto ai figli che liberamente avranno, non a chi con la scusa di evitare l’estinzione del genere umano sta proponendo di sopprimere l’umanità delle persone.
Massimo Calvi
Avvenire
9.3.2019
Leggi sul sito
Iscriviti a:
Post (Atom)