La notizia positiva è che il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi ha detto che è presto per cambiare la politica monetaria nell’Eurozona. Dunque i tassi di interesse resteranno bassi ancora per un bel po’ e gli acquisti di titoli pubblici non si interromperanno di colpo. Cosa questo significhi per l’Italia è presto detto: il quantitative easing della Bce – il programma di acquisto di titoli di Stato e non solo – ha fatto risparmiare al nostro Paese circa 15-20 miliardi l’anno in minore spesa per interessi, praticamente una manovra finanziaria; inoltre, agevolando i prestiti alle imprese, ha permesso all’Italia di uscire dalla stagnazione e di "vedere" quel poco di ripresa che c’è. Se dunque dal palazzo di Francoforte ci è stato assicurato ossigeno ancora per qualche tempo, il problema cui dovremmo incominciare a pensare seriamente, e questo Draghi lo ha ribadito con vigore, è che tra qualche mese l’aiutino incomincerà a venire meno fino a scomparire del tutto. In che condizioni arriveremo a quell’appuntamento?
Un tema sensibile e dibattuto riguarda la sempre più concreta possibilità che già in autunno si vada ad elezioni. Ogni volta che in un Paese democratico si vota è una buona notizia, tantopiù se può servire a rimuovere gli elementi di instabilità che rendono fragile l’azione di governo. La condizione è però una: che la classe politica non venga meno al dovere della responsabilità, ora come in seguito, avendo ben presente la serietà della situazione economica e sociale. Il rischio che qualcosa possa incepparsi è elevato, e in tal caso buona parte della legge di Bilancio sarebbe già scritta da Bruxelles: tutt’altro che tagli di tasse, ma almeno 15 miliardi di aggravio per l’aumento automatico dell’Iva che si abbatterebbe sui consumi. Già solo il fatto di sentir parlare di riduzioni fiscali, in una condizione come questa, dovrebbe indurre una certa prudenza. E non è l’unica questione. Quest’anno per l’economia italiana è prevista una crescita dell’1%, sostenuta proprio dai consumi interni, che tuttavia sono già in decelerazione, oltre che dagli investimenti, agevolati dal "doping" del denaro a basso costo e dagli sforzi delle banche che riescono a concedere buon credito.
E qui veniamo all’altro grande tema, che riguarda la situazione del sistema bancario. A nove mesi dal primo salvataggio delle popolari venete, con l’intervento da 2,5 miliardi del Fondo Atlante, il problema oggi si ripresenta persino più grave di prima: per salvare Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca occorre un’altra ricapitalizzazione da 6,4 miliardi, di cui almeno 3,7 dovrebbero essere a carico dello Stato. Non si tratta solo di salvare due banche, ma di evitare che il contagio della sfiducia attacchi l’intero sistema bancario e di conseguenza tutto il Paese, le possibilità di ripresa dell’economia e dell’occupazione. Gli avvoltoi della speculazione, così ghiotti di spread, non aspettano altro che un passo falso.
Proprio la vicenda bancaria dovrebbe ricordare alla politica come certe sfide vadano affrontate e risolte in tempo. Gran parte delle difficoltà del credito derivano dall’aver accettato l’introduzione del regime europeo del bail-in dal primo gennaio 2016 senza essere riusciti a curare in tempo le banche. Il sistema prevede che se un istituto di credito sta fallendo, a pagare il conto prima devono essere azionisti, obbligazionisti e i correntisti oltre i 100mila euro. Logico, se non fosse che solo l’idea che questo possa accadere alimenta il terrore e moltiplica i problemi. Ciò che si dimentica è che il bail-in è stato calato sul sistema bancario italiano senza che i governi nei due anni precedenti si ponessero seriamente la questione.
Il problema non è se e quando votare, se ci si può trovare o meno in campagna elettorale nel momento in cui va scritta la legge di bilancio e vanno discussi con Bruxelles possibili sconti sul deficit. Ciò che serve è un’operazione verità, anche in fatto di rapporti con l’Europa, e un percorso condiviso e chiaro in tema di urgenze e strategie per affrontare i veri problemi, guardando alla necessità di non far implodere la ripresa, ai bisogni dei giovani, dei poveri, delle famiglie. La responsabilità della politica è tutta qui.
Massimo Calvi
Avvenire, 30.5.2017
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Il crollo della natalità colpa (anche) dello spread
Il calo della natalità? Colpa anche dello spread. O meglio: non è stata solo la disoccupazione dovuta alla crisi a far nascere meno bambini, il tasso di fecondità in questi anni è crollato anche per la crisi del debito e l’incertezza della politica economica, questioni cioè capaci di trasmettere insicurezza e logorare la fiducia nel futuro. A metterlo in luce per la prima volta è uno studio sugli effetti della Grande Recessione in Europa e negli Stati Uniti condotto da Chiara Ludovica Comolli, ricercatrice italiana presso l’unità di Demografia del Dipartimento di Sociologia dell’Università di Stoccolma.
«La crisi ha avuto un impatto negativo notevole sulle dinamiche familiari e in particolare sulla natalità in tutti i Paesi colpiti dalla Grande Recessione – spiega Comolli ad "Avvenire" –. Tra il 2008 e il 2013 su 32 Paesi analizzati tra Europa e Stati Uniti, 22 hanno registrato un sensibile calo delle nascite. A reggere meglio sono stati i Paesi dell’Europa Continentale come Germania, Francia e Austria, mentre i cali più sostanziali si sono visti nel Sud Europa, oltre che in alcuni Paesi del Nord, Islanda e Finlandia, e negli Stati Uniti. In tutti i Paesi la crisi ha bloccato il trend positivo di inizio secolo, riportandoci indietro di parecchi anni.
In che modo la crisi ha impattato sulla natalità?
L’insicurezza nel mercato del lavoro è il fattore principale per la scelta di rimandare la nascita di un figlio. Soprattutto nei Paesi come gli Usa e il Sud Europa, pensiamo all’Italia, dove le politiche familiari sono deboli e le coppie sempre più dipendenti dal lavoro e dal salario di entrambi i partner. La disoccupazione femminile, in particolare, sembra avere influito sulla decisione di avere figli in modo anche più negativo rispetto a quella maschile. Ma rispetto alle precedenti recessioni del XX secolo questa crisi è stata caratterizzata in modo decisamente superiore da un grado di incertezza legata ad altri fattori.
Di cosa si è trattato in particolare?
Un esempio fra tutti è la crisi del debito sovrano nei Paesi del Sud Europa, che ha prospettato la possibilità del fallimento di stati interi e messo a rischio la tenuta dell’Unione Europea. La parola "spread" ha dominato i titoli di giornali e telegiornali, le persone hanno visto in quel differenziale il termometro della crisi, e l’incertezza delle politiche fiscali ed economiche si è tradotta in ulteriore insicurezza per le famiglie, che hanno rimandato ogni investimento e ogni scelta di lungo periodo, come quella di avere figli. Lo stesso impatto negativo sui tassi di natalità lo troviamo quando guardiamo alla fiducia dei consumatori e agli indici di incertezza della politica economica. Il risultato interessante è che questi indici mostrano di avere un impatto sulle scelte familiari paragonabile a quello della disoccupazione, che fino ad ora è stato considerato il maggiore determinante macroeconomico della natalità.
La natalità dunque non risente solo delle difficoltà del momento, ma subisce anche il peso dell’insicurezza sul futuro, di una politica che non guarda lontano?
Esattamente. Avere figli e formare una famiglia va considerato un po’ come un investimento, e se la stabilità futura è incerta si tendono a rimandare le scelte importanti. Durante la crisi questo è avvenuto nella maggior parte dei Paesi occidentali. Oggi però in alcuni Paesi come la Spagna, lentamente la crescita economica e ancor più lentamente la natalità, stanno risalendo. I giovani Italiani, invece, si trovano non solo in una condizione lavorativa precaria e senza prospettive di miglioramento nel breve periodo, ma soffrono la mancanza di prospettive reali di crescita del Paese, la mancanza di riforme strutturali che migliorino le condizioni del mercato del lavoro e delle politiche di riconciliazione lavoro-famiglia.
Quanto incide sulla natalità il fatto che l’Italia abbia un debito elevato?
Nell’influenzare le scelte familiari la sostenibilità del debito Italiano non è un argomento così tecnico come si possa pensare. La crisi ha portato l’argomento su tutte le pagine dei giornali, il termine "default" nel 2011 si trovava al quinto posto delle ricerche su Google, e l’anno dopo al quarto posto c’era la parola "spread". La debolezza della credibilità sui mercati finanziari dell’Italia rientra in un quadro macroeconomico e finanziario negativo del Paese che influenza negativamente gli investimenti, compresi quelli familiari e la natalità.
Che interventi servirebbero?
L’incertezza si riduce con politiche economiche strutturali di lungo periodo, dirette alla crescita economica ma anche che incentivino comportamenti virtuosi. Penso alla necessità di facilitare l’occupazione di donne e giovani, entrambi cruciali per riportare in crescita la natalità. Il divario generazionale tra insider e outsider nel mercato del lavoro non smette di crescere e i giovani in Italia sono le vere vittime di questa crisi; mentre il tasso di occupazione femminile è ancora molto al di sotto della media europea e il gap con l’occupazione maschile è tra i più alti d’Europa. Le misure una tantum non favoriscono né la natalità né l’occupazione femminile e giovanile.
Massimo Calvi
Avvenire 19.5.2017
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«La crisi ha avuto un impatto negativo notevole sulle dinamiche familiari e in particolare sulla natalità in tutti i Paesi colpiti dalla Grande Recessione – spiega Comolli ad "Avvenire" –. Tra il 2008 e il 2013 su 32 Paesi analizzati tra Europa e Stati Uniti, 22 hanno registrato un sensibile calo delle nascite. A reggere meglio sono stati i Paesi dell’Europa Continentale come Germania, Francia e Austria, mentre i cali più sostanziali si sono visti nel Sud Europa, oltre che in alcuni Paesi del Nord, Islanda e Finlandia, e negli Stati Uniti. In tutti i Paesi la crisi ha bloccato il trend positivo di inizio secolo, riportandoci indietro di parecchi anni.
In che modo la crisi ha impattato sulla natalità?
L’insicurezza nel mercato del lavoro è il fattore principale per la scelta di rimandare la nascita di un figlio. Soprattutto nei Paesi come gli Usa e il Sud Europa, pensiamo all’Italia, dove le politiche familiari sono deboli e le coppie sempre più dipendenti dal lavoro e dal salario di entrambi i partner. La disoccupazione femminile, in particolare, sembra avere influito sulla decisione di avere figli in modo anche più negativo rispetto a quella maschile. Ma rispetto alle precedenti recessioni del XX secolo questa crisi è stata caratterizzata in modo decisamente superiore da un grado di incertezza legata ad altri fattori.
Di cosa si è trattato in particolare?
Un esempio fra tutti è la crisi del debito sovrano nei Paesi del Sud Europa, che ha prospettato la possibilità del fallimento di stati interi e messo a rischio la tenuta dell’Unione Europea. La parola "spread" ha dominato i titoli di giornali e telegiornali, le persone hanno visto in quel differenziale il termometro della crisi, e l’incertezza delle politiche fiscali ed economiche si è tradotta in ulteriore insicurezza per le famiglie, che hanno rimandato ogni investimento e ogni scelta di lungo periodo, come quella di avere figli. Lo stesso impatto negativo sui tassi di natalità lo troviamo quando guardiamo alla fiducia dei consumatori e agli indici di incertezza della politica economica. Il risultato interessante è che questi indici mostrano di avere un impatto sulle scelte familiari paragonabile a quello della disoccupazione, che fino ad ora è stato considerato il maggiore determinante macroeconomico della natalità.
La natalità dunque non risente solo delle difficoltà del momento, ma subisce anche il peso dell’insicurezza sul futuro, di una politica che non guarda lontano?
Esattamente. Avere figli e formare una famiglia va considerato un po’ come un investimento, e se la stabilità futura è incerta si tendono a rimandare le scelte importanti. Durante la crisi questo è avvenuto nella maggior parte dei Paesi occidentali. Oggi però in alcuni Paesi come la Spagna, lentamente la crescita economica e ancor più lentamente la natalità, stanno risalendo. I giovani Italiani, invece, si trovano non solo in una condizione lavorativa precaria e senza prospettive di miglioramento nel breve periodo, ma soffrono la mancanza di prospettive reali di crescita del Paese, la mancanza di riforme strutturali che migliorino le condizioni del mercato del lavoro e delle politiche di riconciliazione lavoro-famiglia.
Quanto incide sulla natalità il fatto che l’Italia abbia un debito elevato?
Nell’influenzare le scelte familiari la sostenibilità del debito Italiano non è un argomento così tecnico come si possa pensare. La crisi ha portato l’argomento su tutte le pagine dei giornali, il termine "default" nel 2011 si trovava al quinto posto delle ricerche su Google, e l’anno dopo al quarto posto c’era la parola "spread". La debolezza della credibilità sui mercati finanziari dell’Italia rientra in un quadro macroeconomico e finanziario negativo del Paese che influenza negativamente gli investimenti, compresi quelli familiari e la natalità.
Che interventi servirebbero?
L’incertezza si riduce con politiche economiche strutturali di lungo periodo, dirette alla crescita economica ma anche che incentivino comportamenti virtuosi. Penso alla necessità di facilitare l’occupazione di donne e giovani, entrambi cruciali per riportare in crescita la natalità. Il divario generazionale tra insider e outsider nel mercato del lavoro non smette di crescere e i giovani in Italia sono le vere vittime di questa crisi; mentre il tasso di occupazione femminile è ancora molto al di sotto della media europea e il gap con l’occupazione maschile è tra i più alti d’Europa. Le misure una tantum non favoriscono né la natalità né l’occupazione femminile e giovanile.
Massimo Calvi
Avvenire 19.5.2017
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In Italia la ripresa non ci sarà mai
Ci sono segnali positivi sull’economia italiana, eppure non è facile essere ottimisti. Le Previsioni di primavera pubblicate dalla Commissione europea dicono che nel nostro Paese è in atto solo una «modesta ripresa» mentre nel resto del Continente «la crescita è salda». Anche l’indicatore Istat che anticipa gli andamenti economici ha segnalato ad aprile che la lancetta della crescita attesa è ancora in zona positiva, ma si sta purtroppo abbassando. Dopo dieci anni tra crisi e stagnazione, insomma, segnali di una vera svolta non se ne vedono. Ma il punto è: ci sarà mai una vera ripresa in Italia? La questione è seria, perché al di là delle variazioni dei diversi indici che accendono e spengono gli entusiasmi a ogni nuova diffusione, ci sono almeno due questioni da valutare per capire se il nostro Paese potrà conoscere una accettabile fase di sviluppo nel medio-lungo periodo. Il primo riguarda la ormai prossima fine della stagione degli stimoli monetari concessi dalla Banca centrale europea, il secondo l’emergenza demografica che iscrive l’Italia tra gli osservati speciali di questa epoca. Due argomenti che il mondo politico dovrebbe affrontare con maggiore convinzione rispetto a quanto fatto finora. Perché non ci sarà una crescita che a un certo punto calerà magicamente dall’alto e verrà a salvarci, ma ci sono riforme che vanno attuate subito per scongiurare il collasso.
Il Pil dell’Italia dovrebbe crescere poco meno dell’1% quest’anno e poco più dell’1% il prossimo. Nel resto d’Europa l’espansione sarà più decisa, tra l’1,5 e il 2% a seconda dei Paesi. Il Pil non misura il benessere e la felicità, in ogni caso ci dice molto su quante risorse abbiamo a disposizione e se i conti pubblici sono o no a rischio. In linea con la ripresa europea anche l’inflazione sta risalendo verso quel 2% che rappresenta l’obiettivo della politica monetaria della Banca centrale. E questo è un immediato fattore di rischio. Presto l’istituto guidato da Mario Draghi incomincerà a ridurre gli acquisti di titoli di Stato e di bond societari, uno "shopping" partito nel 2015 e che al momento vale 60 miliardi di euro al mese. La fine del "Quantitative easing" (Qe) è una pessima notizia per un Paese come l’Italia il cui debito pubblico salirà ancora nel 2017 al 133% del Pil, perché renderà ulteriormente più pesante questo fardello. È grazie agli acquisti della Bce che Roma in questi anni ha potuto mantenere basso il costo del finanziamento del debito, tenere a bada lo spread e varare misure definite "espansive" come i bonus da 80 euro. Anche immaginando che il Qe venga prolungato per qualche mese nel 2018, il suo esaurimento pone alcune domande, considerato che le misure non sono state così espansive come si sperava e che i guadagni non sono stati usati per varare interventi strutturali a favore della competitività. Quale politica economica saremo in grado di attuare quando verrà meno il doping della Bce? Quali margini avremo per nuovi interventi fiscali senza scaricarne i costi sulle generazioni future? Quali sacrifici ci aspettano?
Se la fine del favore monetario chiama in causa la gestione delle finanze pubbliche, il declino demografico rappresenta il maggiore ostacolo alle possibilità di una crescita sostenibile. La Commissione europea spiega che il Pil oggi è tenuto a freno dall’incertezza politica e dalla crisi delle banche. Ma questi in fondo sono fattori contingenti. La realtà è che nessun Paese che perde popolazione può immaginare di avere tassi di crescita soddisfacenti e nemmeno di migliorare gli indicatori di benessere. Dal 2015 i residenti in Italia hanno incominciato a calare, lo scorso anno la popolazione è scesa di altre 86mila unità. Le Previsioni demografiche Istat per il 2065 indicano che tra mezzo secolo l’Italia potrebbe avere 7 milioni di abitanti in meno rispetto ai 60 milioni di oggi, il Sud andrà spopolandosi a favore del Nord, l’età media salirà a 50 anni dai 44,7 attuali e ci saranno diversi problemi da gestire. La questione non è come andranno le cose dal 2065, quando in fondo saremo un po’ meno compressi, ma in quali condizioni ci arriveremo. È la transizione che fa paura. Oggi la fascia di età più numerosa è rappresentata dai 50enni, gli ultimi "baby boomers", come sono chiamati i nati tra il 1961 e il 1975. Già ora ci sono più occupati e disoccupati over 50 che giovani tra i 15 e i 24 anni, per il solo fatto che i "genitori" sono ormai una coorte più numerosa dei "figli". Ecco, immaginiamo cosa potrà accadere quando la generazione più anziana si ritirerà dal lavoro e sarà interamente "a carico" di un numero limitato di giovani. L’anno più critico è considerato il 2045, quando un terzo della popolazione avrà più di 65 anni e solo il 54% dei residenti si troverà in età da lavoro.
Il declino demografico non sarà indolore e si tradurrà in minori risorse per il welfare ma anche minore crescita. Prendiamo ad esempio i consumi. Nella vita di un individuo le "spese" tendono a salire dai 25 anni fino ai 50, quando raggiungono il picco, e poi vanno calando. Con una popolazione anziana sarà più difficile sostenere l’economia con i consumi, mentre aumenterà la richiesta di servizi di cura in un contesto in cui il welfare e il sistema previdenziale saranno sotto stress. Lavoratori più anziani sono in genere più esperti ma anche meno produttivi, tendono ad avere maggiormente bisogno di "permessi" sanitari oltre che di un’organizzazione del lavoro più flessibile. Il calo della popolazione non si traduce solo in un impoverimento umano. «La crescita – ha scritto Ruchir Sharma sul "New York Times" – ha più a che fare con la popolazione che con la produttività, più con nascite e immigrati che con Google e Stanford». Poche nascite e un’immigrazione mal gestita comprimono strutturalmente il potenziale di sviluppo di un Paese. Diversi studiindicano che la demografia sbilanciata può sottrarre all’Italia fino a un punto di crescita potenziale.
La crisi scoppiata nel 2008 ha cambiato per sempre uno scenario che ci aveva abituati a ritmi di sviluppo ben diversi. E colpendo in particolare Paesi con una natalità già debole come l’Italia, dove il tasso di fecondità è sceso a 1,35 figli per donna, ha aggravato il problema. Che fare? La risposta è semplice. Intervenire per sostenere le nascite e trasformare l’immigrazione in «fonte di opportunità e crescita», per usare l’espressione usata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella nella recente visita in Argentina. L’urgenza non è un’opinione. Il rischio-collasso è prospettato anche nel Rapporto 2017 della Fondazione per la Sussidiarietà, dedicato proprio alla crisi demografica e curato da Giancarlo Blangiardo. «Pensare di guarire immediatamente non è possibile – afferma lo studioso dell’Università di Milano Bicocca – ma incominciamo a sistemare il ricambio generazionale e a fare arrivare nuove forze» per tenere in piedi il sistema. Il punto centrale è dare un senso agli interventi: coglie nel segno il presidente della Fondazione Sussidiarietà, Giorgio Vittadini, quando dice che la politica dovrebbe uscire dalla logica di corto respiro dei bonus, superare gli «interventi occasionali e privi di una visione coerente» e pensare a un grande piano d’azione.
Un Paese nelle condizioni dell’Italia deve concentrare sui giovani la gran parte delle energie di cui dispone. Investire cioè su quel capitale umano in grado di fare la differenza nel futuro, anche prevenendo il rischio che gli anziani finiscano per essere considerati "un peso", "scarti". Puntare sui giovani significa favorire i bambini che devono ancora nascere, i giovani che devono prepararsi al mondo del lavoro, i giovani che arrivano e vanno integrati perché esprimano il loro meglio, i giovani di altre nazioni che devono trovare vantaggioso trasferirsi qui. L’unica speranza è trasformarsi in un Paese a misura di giovani e famiglie, dove il debito non è più un fardello, i conti sono in ordine, è premiante mettere al mondo figli, l’educazione è di qualità e accessibile, i servizi per bambini e giovani non hanno tariffe, le case sono alla portata e il lavoro è dignità, non sfruttamento. Dove la tenuta della famiglia è un valore riconosciuto, perché non c’è benessere nella disgregazione. L’abbondanza e la qualità delle risorse di cui sono portatori i ragazzi è puntualmente certificata dal Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo, insieme alla necessità che la politica fornisca risposte adeguate alla valorizzazione delle attese e dei talenti che restano compressi. Scrive il curatore del Rapporto, Alessandro Rosina: «Solo quando le opportunità delle nuove generazioni aumentano rispetto a quelle precedenti possiamo dire che la direzione intrapresa è quella giusta».
Massimo Calvi
Avvenire 11.05.2017
Massimo Calvi
Avvenire 11.05.2017
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