Più ricchi, più nascite

Per decenni gli esperti di demografia e di economia della famiglia hanno analizzato le dinamiche della popolazione alla luce di una regola solidissima: nei paesi più ricchi si fanno meno figli. La questione è stata studiata, approfondita, dibattuta, ma questa norma ha sempre resistito. Ora invece, stando a una ricerca appena pubblicata sull’European Journal of population, la teoria della transizione demografica secondo la quale l’avanzata dello sviluppo porta inevitabilmente un calo della fecondità, starebbe vacillando. Le prove sulla possibilità di invertire il declino delle nascite con l’aumentare del benessere dicono che anche le previsioni demografiche disastrose relative all’Europa potrebbero dover essere riscritte. Forse è presto per parlare di rivoluzione copernicana, ma la scoperta apre un ampio ventaglio di riflessioni sull’evoluzione della famiglia nelle economie avanzate.
"A sorpresa i risultati della nostra ricerca indicano che lo sviluppo non agisce più come un contraccettivo nelle regioni sviluppate, ma potenzialmente potrebbe promuovere una maggiore fecondità", ha spiegato Sebastian Kluesener, che firma lo studio insieme a Mikko Myrskyla, direttore dell’istituto Max Planck per la ricerca demografica, e a Jonathan Fox dell’Università Libera di Berlino. Ma a cosa si deve questa inversione di tendenza? Analizzando 250 regioni di 20 paesi europei i ricercatori hanno trovato che nei territori più sviluppati si è incominciato a registrare un chiaro aumento del numero di figli per donna al crescere del reddito. Nel 1992 il rapporto tra fecondità e retribuzioni non mostrava differenze sostanziali al variare della ricchezza. Vent’anni dopo, nel 2012, ecco invece un trend in decisa crescita: più benessere, più bambini. La tendenza riguarda in realtà i contesti più evoluti. Il reddito, cioè, diventa una forza trainante per la fecondità quando persone con buoni livelli di retribuzione hanno la fortuna di vivere in una regione in cui sono diffusi i servizi per la cura dei figli, dove le aziende consentono congedi parentali generosi e margini di flessibilità e gestione del tempo che favoriscono la conciliazione tra il lavoro e la vita familiare.
Alla conclusione che nei contesti più avanzati tassi di sviluppo ulteriori possono invertire il declino della fecondità era già arrivata qualche anno fa una ricerca condotta da Francesco Billari, docente di demografia alla Bocconi, insieme sempre a Mikko Myrskyla, e pubblicata su Nature. Se si pensa all’Italia è avvenuto proprio questo: a differenza del passato i tassi di fecondità sono ormai più alti nel Nord sviluppato che al Sud. Oggi la conferma a questa intuizione è ancora più solida e indica che la fecondità può aumentare ulteriormente se lo sviluppo aumenta. In un Continente sempre più vecchio l’analisi ha anche un valore "storico". Nell’antichità e nella società agricola il numero di figli e le risorse disponibili hanno di fatto sempre avuto una relazione positiva. Con l’avvento della rivoluzione industriale il discorso si è fatto più complicato: dal XIX° secolo le transizioni demografiche hanno insegnato che lo sviluppo riduce sempre la taglia della famiglia. Un "paradosso" cui sono state date molte spiegazioni: economiche, sociali, culturali, religiose. Se ci si limita a uno sguardo economico sulla persona umana, la teoria insegna che lo sviluppo fa salire i costi opportunità dei figli e spinge le persone ad averne meno. L’ingresso delle donne nel mercato del lavoro ha accentuato questo processo. Ora non è più così. Ma cosa serve per sostenere la fecondità nei paesi ricchi, in particolare nelle regioni più depresse di questi?
Le misure in grado di incidere sulla natalità sono molte e note. Un primo gruppo di aiuti prevede incentivi monetari alle famiglie, sussidi o detrazioni fiscali elargiti in base ai figli. Quando sono ben calibrati funzionano, come insegna l’esempio francese, tuttavia si è visto che questo tipo di misure avvantaggia chi vive nelle aree meno "avanzate". Dove invece il contesto è più competitivo, come le grandi città o le regioni più innovative, ecco che funzionano meglio altri interventi. Nelle famiglie in cui l’istruzione è alta ed entrambi i genitori lavorano, la fecondità è sostenuta da una precisa combinazione di fattori: divisione paritaria dei compiti tra padre e madre, disponibilità di servizi pubblici di assistenza all’infanzia, congedi parentali estesi, possibilità di rientrare al lavoro dopo la nascita dei figli senza penalizzazioni di carriera, accordi di lavoro flessibili che consentono di conciliare il lavoro e la cura della prole. Internet e le tecnologie digitali rappresentano un altro elemento positivo, perché riavvicinano il lavoro alla casa, un po’ come era nella società agricola, e favoriscono una migliore gestione del tempo da parte dei genitori. I territori più avanzati, inoltre, attirano migranti e giovani, circostanza che si accompagna a un aumento delle nascite e della popolazione. Francia, Belgio, Svezia, Norvegia, Austria sono i paesi in cui questi processi appaiono più evidenti.
La scoperta che i tassi di natalità possono riprendere vigore anche nel mondo più sviluppato è una buona notizia. Ed è significativo che a fare la differenza sia un aumento del "benessere" inteso come ricchezza di lavoro, di reddito, ma anche di tempo, servizi, qualità della vita e relazioni. Tuttavia ci sono alcuni elementi critici da considerare. Intanto il rialzo della fecondità registrato nelle aree più attive resta contenuto, quasi sempre sotto il tasso di sostituzione dei 2,1 figli per donna. Dunque stiamo parlando di una ripresina. Inoltre, se abbiamo trovato il modo per favorire le nascite nel mondo ricco, è anche vero che le condizioni ideali non sono facili da raggiungere, e questo può premiare le élites, generando nuove disuguaglianze e ulteriori tensioni tra i "centri" più progrediti e le "periferie" dello sviluppo. Il rischio, insomma, è che i figli diventino un privilegio.
"In un Paese che ha tassi di sviluppo al suo interno molto diversi – spiega Billari – servirebbe un mix di politiche con interventi come il reddito garantito per i minori, a beneficio soprattutto dei contesti più poveri, e più servizi e welfare quando è necessario favorire la conciliazione". Al di là di tutto, le ricerche dimostrano che dove la ricchezza e il benessere sembrano avere dato tutto alle persone, il desiderio di figli e di famiglia non si spegne, ma continua a essere forte e, appena trova lo spazio, riemerge con tutta la potenza del messaggio di gioia e speranza che porta con sé.

Massimo Calvi
Avvenire, 25.5.2018
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Quoziente familiare, la promessa tradita


Famiglia è una parola che non può mancare in un programma elettorale che si rispetti. Le elezioni politiche del 2018 hanno ovviamente confermato questa regola. Ma c’è un’altra consuetudine, meno felice, che l’ultima tornata elettorale ha rispettato in pieno, nonostante il forte elemento di novità emerso dalle urne: quando è il momento di governare, la prima cosa che si sacrifica è proprio la famiglia. Il "Contratto per il governo del cambiamento" sottoscritto da Lega e Movimento 5 Stelle non si è sottratto alla logica del tradimento delle promesse. Se si guarda a ciò che è rimasto di quanto annunciato prima del voto, la parte più ridimensionata riguarda proprio il sostegno alla natalità.
L’aspetto paradossale è che all’inizio i programmi di Lega e M5s erano molto diversi tra loro, con una sola eccezione: la voce famiglia. La distanza sul resto dei temi era tale che l’esito elettorale ha fatto emergere la rappresentazione di un’Italia divisa in due, con aspirazioni in parte caricaturali e apparentemente inconciliabili da un punto di vista economico: un Nord che lavora ed è interessato a pagare sempre meno tasse, e un Sud impoverito e inoperoso ansioso di percepire un reddito di cittadinanza. Niente di più sbagliato: la magia di mantenere in equilibrio "Flat tax" e rendita mensile alle persone inattive sembra avere superato (sulla carta) anche lo scoglio delle ingenti risorse che servirebbero a finanziarle; mentre una cosa certo impegnativa ma più "semplice", perché già condivisa e largamente sostenibile, ossia il varo di un grande piano per la Famiglia, è stata abortita.
Vediamo perché. Nei due programmi depositati, dunque quelli validi al di là degli annunci, sia la Lega (al punto 7), sia il M5s (punto 11), in capo a una serie di misure di contorno parlavano di una grande riforma fiscale per la famiglia, richiamando espressamente il modello francese del "Quoziente familiare". Nel Contratto questa promessa è scomparsa. Si parla invece di welfare familiare sul territorio, di asili nido gratuiti solo per le famiglie italiane, di qualche politica per favorire la conciliazione vita-lavoro delle donne, di "premi" per le madri e sconti sui prodotti della prima infanzia. Del Quoziente fiscale nessuna traccia.
Prima del voto quasi tutte le forze politiche si erano impegnate con il Forum delle Famiglie sottoscrivendo il "Patto per la natalità", impegno trasversale a imprimere una svolta in questo ambito. Il Quoziente – o il Fattore Famiglia, che meglio si addice alla realtà italiana – avrebbe dunque potuto rappresentare la riforma fiscale necessaria a riconoscere che chi mantiene più figli sopporta maggiori costi ed è quindi giusto paghi meno tasse rispetto a oggi.
Una misura importante, oltretutto, per tentare di contrastare il declino demografico che sottrae ossigeno all’Italia che verrà. L’obiezione all’idea che si possa parlare di una "promessa tradita" già la si conosce: l’introduzione della Flat Tax, con due sole aliquote al 15 e al 20%, porterebbe una riduzione fiscale assai generosa per tutti. È vero? In realtà la "tassa piatta" non distingue tra chi ha figli e chi no, premia soprattutto i redditi più elevati, mentre le previste deduzioni fiscali sulla base del reddito familiare concesse ai genitori avrebbero la consistenza di un’elemosina. Di grandi piani per riempire le culle e ridare slancio alla demografia asfittica del secondo Paese più vecchio al mondo, insomma, finita la campagna elettorale, non se ne vedono già più. E non è solo una questione di risorse stanziate: c’è un dato culturale di fondo che emerge dal "contratto" e allunga un’ombra sull’idea di Famiglia immaginata. Il termine "conciliazione", ad esempio, è declinato solo al femminile, come se l’unica funzione dei papà fosse quella di procurare il nutrimento alla prole e accontentarsi di osservare i figli mentre dormono. Ma in che epoca siamo? Gli asili nido gratuiti solo per gli italiani rappresentano poi qualcosa di ancora più inquietante, perché si introduce una discriminazione alla nascita che non trova giustificazioni: è possibile penalizzare in partenza un bambino che viene al mondo nel nostro Paese, compromettendo le sue possibilità di crescita e integrazione? Non si promuove la famiglia selezionando le famiglie.
La quadratura di un’intesa che nasce sacrificando genitori e figli si completa nell’idea che a finanziare gran parte delle mirabolanti promesse su altri capitoli sia ancora una volta la convinzione di poter spendere in deficit, cioè trasferendo sul futuro il costo delle riforme. E qui spiace constatare come il nuovo che avanza dimostri, al di là dei vincoli europei, di non aver compreso una delle più chiare lezioni della storia recente: il vero furto di futuro, lo scippo che ha sottratto risorse ai giovani e alle famiglie di oggi, non è opera di un nemico esterno, né di una popolazione straniera. Ha invece il profilo delle categorie tricolori che depredano risorse al fisco e possono continuare a farlo, delle riforme previdenziali nazionali che hanno penalizzato le generazioni successive, della fiscalità tutta italiana che favorisce rendite e patrimoni al posto del lavoro. O di quel pragmatismo miope che ai politici sconsiglia sempre di favorire i giovani e le famiglie, considerato che il Paese che vota è sempre più anziano. Solo una domanda: c’è ancora spazio per cambiare?
Massimo Calvi
Avvenire, 20.5.18
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Politica dei veti, come un condominio

Nelle famiglie, sul lavoro, nelle compagnie di amici impegnati in un’avventura, nelle assemblee di condominio, in tutti i gruppi di persone riuniti attorno a un obiettivo c’è sempre qualcuno che si distingue perché "rema contro", si oppone per principio, stronca le idee sul nascere. Il suo ruolo non è di per sé negativo: a volte i muri alzati pur senza valide ragioni servono a riattivare lo spirito critico del gruppo. Il problema nasce quando l’attitudine a lavorare "contro", o a lavorare "senza", si diffonde come un virus nella maggioranza, relegando ai margini chi cerca di lavorare "per" o lavorare "con". Quello che sta caratterizzando la politica italiana si avvicina molto a questo tipo di deriva. Il gioco dei veti incrociati che è sembrato a lungo rendere impossibile qualunque alleanza tra le forze rappresentate in Parlamento riproduce alla perfezione la dinamica deleteria e sterile di un gruppo che non è capace di progredire proprio perché non è in grado di mediare, collaborare, tendere a un obiettivo comune per il bene di tutti, anche rinunciando a una parte di interessi personali. I 5stelle che propongono un contratto alla Lega senza Berlusconi, il Pd renziano che non ha alcuna intenzione di allearsi con i 5stelle, la Lega che non ne vuole sapere del Pd, Berlusconi che si accorderebbe con il Pd, ma non vuol neanche vedere i 5stelle... Lo schema di chi si dice pronto a governare, ma solo a condizione che non ci sia qualcun altro, riproduce bene situazioni che ciascuno di noi sperimenta regolarmente nella vita quotidiana: il parente che si rifiuta di cedere un pezzo di terreno o di casa che non gli serve solo perché non vuole che vada a un altro parente; il collega che coglie sempre ed esclusivamente il lato negativo di ogni idea oppure la boccia perché arriva da qualcuno in particolare; il condòmino che si oppone a un’opera utile a tutti solo per ripicca contro altri condòmini. Si potrebbe andare avanti all’infinito. La politica ha sempre ragioni superiori, un lato nobile per quanto interessato che può giustificare veti, sgambetti, voltafaccia, trasformismi: la sopravvivenza della propria forza alla tornata elettorale successiva. È la logica del consenso e va rispettata. I "no", insomma, sono sempre esistiti, sono legittimi e restano funzionali alla dinamica democratica. Tuttavia l’impressione in questa fase storica è che a prevalere sia la predisposizione a considerare la propria visione come l’unica possibile, quasi una verità assoluta e irrinunciabile. E che questo sia il frutto di un dato culturale che appartiene ormai a gran parte della società: la difficoltà a lavorare "con" e a lavorare "per", la fatica di mediare e di accettare ragionevoli compromessi. Un mondo di opinioni polarizzate in stile ultras da stadio che la dimensione dei social network riesce a rappresentare al meglio, anche se non ne è la causa. La politica dei veti trae fondamento tra le altre cose da una specifica narrazione e retorica, quella della propria "base" di elettori che non capirebbe le convergenze. Per questo più che un rifiuto, a essersi manifestata in queste settimane sembra essere piuttosto una paura ad assumere responsabilità di governo sulla base di un patto con un’altra forza. Un timore del tutto comprensibile alla luce di una campagna elettorale caratterizzata come mai si era visto in passato da programmi nel loro insieme irrealizzabili perché economicamente insostenibili. La questione, però, può anche essere un’altra: ha ancora senso riferirsi a una "base" di elettori se oggi le basi, quando ancora ci sono, risultano sempre più fluide, mobili e incerte?
C’è una lezione che ci arriva dalla storia più recente. Molte delle realtà che sono diventate motore di sviluppo e ragione di successo per il nostro Paese, dalle cooperative ai distretti industriali, sono nate con un approccio diametralmente opposto alla logica dei veti e delle contrapposizioni, in quanto animate da persone che hanno saputo far prevalere i punti in comune anziché dinieghi preventivi o gelosie. Il bene comune, il bene del Paese richiede sempre uno sforzo per far sì che la ricerca dell’affermazione individuale non escluda la possibilità di un benessere maggiore per tutti, a partire dai più deboli. La buona politica è molto più di un’assemblea di condominio permanente tra persone che non si sopportano. Sarà davvero riuscito il buon "amministratore" della casa di tutti gli italiani, il presidente della Repubblica, nell’impresa di provocare un sussulto di responsabilità?

Massimo Calvi
Avvenire 10.5.18
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Dipendenza degli anziani, Italia da record


L'Europa è un continente sempre più vecchio e l'Italia lo è ancora di più. Circa un europeo su cinque oggi ha più di 65 anni e per ogni anziano ci sono ormai solo poco più di tre persone in età lavorativa. I dati sull'indice di dipendenza degli anziani relativi 2017 sono stati diffusi da Eurostat l'8 maggio e ripropongono seriamente il tema della sostenibilità dello Stato sociale negli anni a venire. Infatti, più sono gli anziani in pensione in rapporto ai giovani che possono lavorare, pagare tasse e contributi sociali e finanziare il Welfare State, e meno un Paese può guardare con serenità al proprio futuro. L'indice di dipendenza degli anziani, che misura proprio il "supporto" disponibile per gli over-65, ha raggiunto lo scorso anno il livello record del 29,9% in Europa.
La crescita di questo indicatore è costante negli anni. Vent'anni fa era attorno al 20%, il che significa che nel 1997 c'erano ben cinque giovani a potersi "fare carico" di un anziano. Dieci anni fa l'indice era invece al 25%, dunque nel 2007 per ogni persona sopra i 65 anni gli individui tra i 15 e i 64 anni erano scesi a quattro. Oggi, come detto, le persone in età lavorativa per ogni ultrasessantacinquenne sono scese a tre.
In questa classifica il record negativo spetta all'Italia, con un indice di dipendenza prossimo al 35%, seguita da Grecia (33,6%), Finlandia (33,2%), Portogallo (32,5%) e Germania (32,4%). L'Italia è anche nel gruppo di Paesi che hanno visto l'indice di dipendenza aumentare più rapidamente negli ultimi 20 anni, con una crescita del 9,6%.
Il tema del crollo del numero di persone in età da lavoro rispetto a chi si è ritirato non riguarda solo l'Europa. Il calo della natalità, unito all'aumento delle aspettative di vita, sta creando problemi un po' ovunque nel mondo. Nel 1980 i paesi che facevano i conti con il calo dei 15-64enni erano solo 9, oggi sono ben 40. L'Economist di recente ha dedicato un'inchiesta a questo argomento, riportando l'opinione di un economista della Commissione europea, Jorg Peschner, convinto che i Paesi con problemi demografici passino troppo tempo a chiedersi come dividere la torta che si restringe (ad esempio quella previdenziale) e troppo poco tempo a chiedersi come evitare che questo non avvenga.
Le ricette per contrastare il declino demografico e il calo della popolazione attiva sono note, spaziano dalle misure per favorire la natalità agli interventi per riuscire ad attirare popolazione giovane da altri Paesi o da altri continenti. La questione, come rilevato sempre dall'Economist, è che i Paesi con il più grande deficit demografico sono spesso anche quelli che maggiormente si oppongono all'immigrazione.
Massimo Calvi
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Previsioni demografiche, bollettino di guerra

«Questi non sono più dati Istat, ma un bollettino di guerra». È difficile trovare parole migliori di quelle usate dal presidente del Forum delle Famiglie, Gigi De Palo, per commentare il rapporto sul futuro demografico dell’Italia diffuso dall’Istituto nazionale di statistica. In realtà anche questo ultimo "bollettino dal fronte" ci informa di qualcosa che già sappiamo da tempo: e cioè che nel giro di mezzo secolo diventeremo un Paese sempre più anziano, con un’età media di 50 anni, una popolazione diminuita del 10%, un numero di morti che ogni anno sarà il doppio del numero di nascite. Se conosciamo già l’esito possibile, sappiamo anche che sarà difficile assicurare la tenuta del sistema di sicurezza sociale, dalla sanità alle pensioni. Il dato preoccupante, in tutto questo, è che se abbiamo una chiara visione del futuro, non sembriamo disporre degli strumenti culturali e materiali necessari per invertire la tendenza.
La serietà della situazione può essere messa meglio a fuoco elencando una serie di verità abbastanza scomode. Ad esempio che non basta una politica fiscale intermittente per rilanciare le nascite, perché servirebbero misure imponenti; che non sono sufficienti incentivi economici simbolici per aiutare le coppie a soddisfare i propri desideri di genitorialità, perché non è con gli spiccioli che si cambia la vita; che non bastano neppure timide politiche per la conciliazione, se a essere carente è il lavoro stabile di massa e retribuito dignitosamente; e che è illusorio pensare a rivoluzioni culturali capaci di fare la differenza.
Nei Paesi sviluppati ci sono aspirazioni di maternità e paternità non realizzate, è vero, ma dove il benessere avanza o si è consolidato, e il costo dei figli sale, la tendenza è ovunque quella di famiglie che riducono la propria taglia. A mancare non sono tanto i primi o i secondi figli, non è questo il cuore del problema, la differenza demografica la fanno i terzi e i quarti e i quinti, e su larga scala. Ma, con un atto di onestà intellettuale, chiediamoci quante coppie in Occidente hanno la possibilità di sostenere una famiglia numerosa senza che almeno uno dei due genitori rinunci a molto di quanto si ritiene ormai irrinunciabile. O se è possibile limitare ai figli ciò che per tanti, dopo l’amore, è considerato il minimo per assicurare loro un futuro dignitoso e di indipendenza. E ancora, se è lecito giudicare una trasformazione così imponente dei costumi quando il presente parla già di figli da mantenere e allo stesso tempo di genitori anziani da assistere.
Nessun Paese europeo, nemmeno quelli del Nord dove il welfare o le politiche fiscali per la famiglia sono considerate esemplari, riesce ad assicurare tassi di fecondità in grado di garantire la stabilità della popolazione, più di 2 figli per donna. La fotografia della famiglia a bassissimo reddito, con prole numerosa, appartiene sempre di più alle coppie di immigrati, e questo ci dovrebbe portare a considerare un’altra verità ingombrante: la possibilità di mantenere stabile la popolazione, o di avere tassi di fecondità superiori alla media, visto che le persone in età feconda continuano a ridursi, è sempre di più legata alla capacità di gestire in modo responsabile i flussi migratori.
È per questo che, guardando alle previsioni dell’Istat, la soluzione non può essere cercata solo bussando alla porta della politica. Un programma per favorire la costruzione di un Paese aperto alle famiglie richiede responsabilità, visione di ampio respiro e di lungo periodo, e nessuna barriera ideologica. La drammatica realtà è che alle urne, come si è visto, oggi non avrebbe alcuna possibilità di affermarsi. Gli italiani si dimostrano elettoralmente molto più propensi a preferire un modello in cui chi lavora paga poche tasse (o non le paga affatto) e chi non lavora ottiene un reddito garantito, lasciando il debito pubblico libero di crescere. È la storia degli ultimi 25 anni a dirlo, il dato che si aggiunto è l’ostilità verso lo straniero. Una visione totalmente sterile.
La politica ha le sue gravi responsabilità per un’indifferenza suicida verso la famiglia, ma non è la sola colpevole del passo incerto di un Paese nel quale le buone intenzioni diventano opzioni irrealizzabili in quanto promesse non sostenibili. Una demografa italiana, Letizia Mencarini, che ha indagato a fondo il legame tra figli e felicità, ha scritto che nella società contemporanea i figli sono diventati «un optional», eppure, nonostante le difficoltà, diventare genitori non è «fuori moda», i bambini continuano a nascere anche dove è più difficile e appena meno di un quinto degli adulti non diventano mamma o papà. Come dire che se c’è qualcosa che sfugge alla razionalità, è da qui che si deve ripartire. I "bollettini di guerra" possono essere scongiurati solo se ciascuno smette di ricercare esclusivamente il proprio interesse personale o benefici immediati per sé facendo pagare il conto a tutti gli altri.

Massimo Calvi
Avvenire, 4.5.2018
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