Reddito di inclusione subito

Lavoro, Sud e giovani: sono le tre “parole chiave” scelte ieri dal presidente del Consiglio Paolo Gentiloni in occasione della conferenza stampa di fine anno quali priorità per caratterizzare l’operato del suo governo. Un esecutivo che avrà necessariamente vita breve, anche nell’ipotesi estrema che resista fino alla scadenza naturale della legislatura, nel primissimo scorcio del 2018, ma che ha il diritto e il dovere di operare senza curarsi di questo limite. A essere onesti però il lavoro, il Sud e i giovani, più che priorità sarebbero tre drammatiche emergenze del nostro Paese, e non certo da ieri, dunque è abbastanza naturale che un governo nato nella prospettiva della continuità con il precedente si faccia carico delle sfide più alte in un orizzonte di lungo periodo.
Guardare a questioni che sarebbe già impegnativo risolvere avendo a disposizione cinque anni di tempo non deve far distogliere lo sguardo da ciò che è veramente urgente ed è già a portata di mano considerato che il Parlamento vi ha lavorato per mesi. Un esempio su tutti: il Reddito di inclusione e il Piano nazionale contro la povertà. Lo ricordiamo perché proprio ieri l’Alleanza contro la povertà, soggetto che raggruppa una quarantina di organizzazioni tra associazioni, sindacati e realtà del Terzo settore italiano, ha lanciato un forte appello affinché non siano proprio i bisognosi a pagare il prezzo dell’instabilità politica. La scadenza non è casuale: tra poche ore l’Italia sarà l’unico Paese in Europa a non avere uno strumento per aiutare le persone in povertà assoluta, considerato che dal primo gennaio anche la Grecia risolverà il suo “deficit” introducendo un sostegno pubblico a favore di chi vive in condizioni di miseria.
Nell’ultimo anno il Parlamento italiano si è mosso nella giusta direzione e ha compiuto passi avanti significativi per colmare questo vuoto avviando e quasi completando il percorso per la legge delega che deve portare al Reddito di inclusione e preparando il terreno per un Piano nazionale contro la povertà. Il Rei è un assegno mensile necessario a compensare la differenza tra il reddito che si percepisce e la soglia di povertà, unito a una serie di servizi sociali, sanitari o educativi e a strumenti vincolanti per essere attivi nel mercato del lavoro. A questo punto – e l’avevamo segnalato a crisi appena aperta, il 7 dicembre scorso, con Francesco Riccardi su questa stessa prima pagina – il timore è che quanto fatto finora si perda nella ridefinizione delle priorità e nella ricerca di nuovi assetti, sprecando il lavoro già fatto e le risorse stanziate.
Si tratta di un rischio che può essere fatto rientrare con poco, anche perché la “continuità” promessa da Gentiloni si è già manifestata in più occasioni, compresa la conferma dei 41 sottosegretari avvenuta ieri. È bene crederci, alla luce di quanto di buono c’era nella pur discutibile manovra del governo Renzi – dai bonus per la natalità agli interventi sulle scuole, dalle misure per il diritto allo studio alla cultura – e che va confermato, così come deve essere per altre riforme di carattere sociale – da quella del Terzo settore al Servizio civile. Ed è giusto sperarci anche in termini di risorse, nei giorni in cui alle banche si affidano quegli aiuti che ai poveri è così difficile concedere.

È il tema della povertà che più di tutti va iscritto in testa all’elenco delle urgenze. I poveri assoluti dal 2007 a oggi sono passati da 1,8 milioni a 4,6 milioni, mentre i cittadini a rischio povertà sono 17 milioni, quasi il 30% della popolazione. A farne le spese sono in particolare i giovani, i genitori con figli minori, chi vive al Sud. In sostanza chi sta dietro le “parole chiave” pronunciate dal premier – “lavoro, Sud e giovani” – cioè le persone che danno un volto e un significato alle belle parole della politica. C’è un ceto medio, soprattutto le famiglie con figli, che in questi anni di crisi ha sofferto ed è sprofondato avvicinandosi pericolosamente alla soglia delle povertà, ed è giusto – come è stato ricordato – che abbia risposte. Ma c’è un livello ancora inferiore, l’area della miseria, dove è necessario predisporre al più presto quella rete di sicurezza che in Europa, da Capodanno, mancherà solo in Italia.

Massimo Calvi
Avvenire, 30.12.2016

Amazon Dash Button

Immaginate una casa con uno, due, tre, 10, 20 pulsanti sparsi nelle stanze. Una casa piena di pulsanti. Ogni pulsante ha impresso il logo di una marca ed è associato a un prodotto: la pasta preferita, l’acqua minerale che si compra regolarmente, il solito detersivo, il caffè di cui non si può fare a meno. Quando il prodotto sta finendo… “clic”, si preme il pulsante giusto e il pacco arriva a casa il giorno dopo, senza costi aggiuntivi.
È tutto qui il concetto di Amazon Dash Button, il rivoluzionario pulsante che gli utenti del colosso americano degli acquisti via internet ha introdotto anche in Italia. Dove sarà disponibile dal 15 novembre solo per i clienti Prime. Ogni apparecchio associato a una marca – sono una trentina al momento, da Barilla a Pellini, da Lines a Dash, da Gillette e Pampers - costa 4,99 euro, rimborsati dopo il primo acquisto. Perché facciano il loro dovere i pulsanti vanno prima impostati dallo smartphone, il collegamento avviene grazie alla rete wi-fi, e il consiglio è appiccicarli nei punti-chiave, sulla lavatrice o nel mobiletto del caffè.
Lo shopping con un clic è un’idea di futuro. Che divide. La marca non è più sugli scaffali fisici o elettronici, ma viene ad abitare con noi. Pagano bene, le aziende, per ottenere da Amazon il privilegio di installarsi nelle nostre case, conoscere le nostre abitudini, cancellare la “frustrazione” – così dice il direttore di Amazon Dash, Daniel Rausch – di terminare le scorte di prodotti che consideriamo essenziali. La seduzione di una vita “mai più senza” è tale che diventa persino superfluo conoscere o confrontare i prezzi nel momento del bisogno. Il clic è un gesto liberatorio: il pulsante promette la fine dell’ansia da dispensa vuota, l’uscita dalla schiavitù delle corse affannose per l’acquisto di un bene indispensabile che sta finendo. Ordinare in modo ordinato.
All’invasione dei pulsanti non si sfugge. Presto arriveranno lavatrici capaci di acquistare il detersivo da sole, lavastoviglie che ordineranno pastiglie, sale e brillantante quando è necessario, stampanti capaci di far arrivare il toner prima che finisca. E’ l’internet delle cose che – hacker russi permettendo – sta diventando realtà grazie ai nuovi dispositivi connessi in rete o dotati di pulsanti all’origine. Alcuni dei principali produttori di elettrodomestici hanno già siglato accordi con Amazon nel programma “Dash Replenishment”, che consentirà alle macchine di ordinare al posto nostro, dopo essere state “istruite”, s’intende.
La rivoluzione del pulsante è nell’Internet, ma anche nella logica delle cose. Un film di animazione nelle sale in questi giorni, “Cicogne in missione”, immagina un futuro nemmeno troppo lontano in cui pennuti hanno smesso di consegnare bambini, perché è molto più comodo e redditizio consegnare pacchi per il leader mondiale degli acquisti via internet. Nel racconto i pacchi hanno preso il posto dei figli (e i genitori trattano i pochi figli come gadget). Ma qualcosa a un certo punto succede, la “fabbrica” dei bambini – lettura peraltro ambivalente, con un fondo non del tutto rasserenante - si rimette in moto e le cicogne riprendono a fare il loro lavoro: consegnare bambini anziché pacchi. E tutti tornano spettinati e felici.
C’è, in effetti, una leggera incompatibilità tra l’idea di una casa ordinata e invasa da pulsanti per lo shopping e un’abitazione popolata da bambini. Cosa faremo del tempo che resta dopo aver programmato tutti gli apparecchi pensati per renderci più comoda la vita? Forse avremo voglia di uscire con i figli a fare la spesa in bici, salvo scoprire che la strada è invasa da furgoni in doppia fila. Clic.

Massimo Calvi
Avvenire, 9/11/2016

Mense della disparità

Quando si parla di politiche familiari o di aiuti ai figli il discorso cade solitamente su questioni come gli incentivi alla natalità, gli asili nido, i bonus, e via dicendo. Raramente si parla di mense scolastiche. Ed è un errore. Perché se si solleva il coperchio del pentolone mense in Italia, è difficile non notare come la diversità di trattamento da città a città raggiunga livelli così elevati da rappresentare un potente fattore di disparità sociale. Su "Avvenire" lo abbiamo scritto più volte, parlando anche di «tassa occulta» a carico delle famiglie a seconda del Comune in cui abitano. E l’ultimo rapporto di Save The Children dedicato proprio alle mense lo dimostra in modo netto, arrivando a definire «preoccupante» il modo con cui il federalismo distorto della ristorazione scolastica produca nuove e inedite categorie di poveri. Il problema di partenza è il tempo pieno a scuola. Dove questa opportunità non è offerta, e dove non è possibile abbinare un servizio di refezione, i tassi di dispersione scolastica sono più elevati. Una condizione che riguarda soprattutto il Sud, ma non solo. In Italia il 40% delle scuole non ha un servizio mensa, e dove c’è non esiste una regola uniforme. Ci sono città in cui non sono previste esenzioni specifiche in base al reddito o al numero di figli e altre in cui esistono scale di esenzione fin troppo elaborate e raffinate; città in cui il terzo figlio non paga nulla e altre in cui paga la tariffa piena; città in cui la tariffa minima è 2 euro e altre in cui la massima è ancora 2 euro. E poi Comuni in cui gli sconti si fondano sulla dichiarazione Isee, altri dove si guarda anche al numero di figli, alla presenza di disabili o a condizioni sociali particolari. Una regola non esiste, al punto che la stessa famiglia potrebbe trovarsi a pagare il triplo se dovesse trasferirsi ad esempio da Catania a Livorno o da Milano a un Comune più povero dell’hinterland. La realtà di famiglie numerose e non ricche che si trovano a spendere molto di più rispetto a famiglie benestanti solo per il fatto di ricadere nei confini sbagliati non è così infrequente. E non è solo una questione di sconti. In alcune realtà si paga a consumo, in altre a forfait, in certi contesti chi non versa la quota si trova il figlio escluso dal servizio, in altri no, per non parlare delle scuole che hanno aperto al pranzo portato da casa dividendo i bambini in sale separate. Di fronte a una disparità di trattamento così elevata, il dibattito sul "panino" portato da casa, o della milanese schiscetta (il portapranzo), di cui si è tanto parlato negli ultimi tempi, rischia di far perdere di vista il cuore del problema. La mensa coi compagni non è solo un luogo in cui i bambini mangiano, ma è una formidabile occasione di educazione civica, ambientale, alimentare oltre che di convivialità. Uno studio condotto per il Ministero della Salute rivela come il 49% delle madri di figli sovrappeso consideri il proprio bambino nella norma e il 75% ritenga che la quantità di cibo assunta sia giusta. Per contro, un bambino ogni 20 in Italia non consuma nemmeno un pasto proteico al giorno. È anche per questo che parlare di mense e di un criterio per unire il Paese nel modo di nutrire i bambini significa fare politica familiare e sociale allo stesso tempo. L’obiettivo di un pasto gratuito per i veri poveri, e di condizioni uniformi nel modo di far pagare il servizio alle famiglie, come nel concedere loro le giuste agevolazioni, non è fuori dalla portata di una buona politica. La vera fascia del bisogno oggi non si trova nella categoria che riceve una rendita fissa e garantita ogni mese, ma nei ceti popolari e in quelli medi impegnati a crescere e nutrire i propri figli.

Massimo Calvi
Avvenire 8.11.2016
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PuntatacTv 2000

Siamo Noi Tv 2000 con De Palo e Borri

I mammoni non li porta la cicogna

Da tempo ci si chiede come mai in Italia si formano sempre meno famiglie e nascono sempre meno bambini, e ci si interroga su cosa fare per invertire la tendenza. Poi arriva un dato che sposta la questione su un piano completamente diverso, più a monte, e costringe a fare i conti con un problema che ultimamente era stato un po’ accantonato: i giovani adulti non lasciano la casa dei genitori. In cifre, due terzi degli italiani tra i 18 e i 34 anni vivono con la famiglia d’origine.
Attenti a dare giudizi, perché termini come "mammoni" o "bamboccioni" appartengono alla preistoria delle analisi sulla condizione giovanile. Il problema è più serio e questa emergenza generazionale non può essere liquidata con gli slogan, considerato che chiama in causa la cultura di una società e la sua struttura, mentre nella misura in cui diventa un motivo di stagnazione rischia di assumere connotati patologici. Già, perché a qualcuno può sembrare normale restare in famiglia quando il lavoro manca, è poco pagato o è precario, ma se il nostro 67% si confronta con il 34 della Francia e della Gran Bretagna, il 43 della Germania o il 48 della media di 28 Paesi europei, qualche problema dovremmo porcelo.
È veramente solo una questione legata alla crisi? Non sembra: quattro su dieci di coloro che restano in casa coi genitori ha un lavoro full-time, solo il 25% è disoccupato. L’anomalia da primato europeo è ancora più evidente tra i 25 e i 34 anni, quando gli studi dovrebbero essere terminati: gli italiani che vivono con mamma e papà sono più della metà, mentre la quota di chi non ha rescisso il cordone ombelicale crolla a uno su dieci nella vicina Francia, a due su dieci in Germania, ed è di dieci punti inferiore persino in Spagna.
Qui non stiamo parlando di mettere su famiglia o avere figli. Siamo a un livello molto precedente. I giovani adulti non escono di casa nemmeno per andare a vivere da soli, nemmeno per conquistarsi un minimo di autonomia e divertirsi con gli amici. Il dato forse più preoccupante è la caduta della spinta all’indipendenza nei giovani maschi, a riprova che la dimensione culturale è prevalente: tre su quattro di chi non se ne va sono uomini.
Noi sappiamo che posti di lavoro stabili, abitazioni a costi accessibili e prospettive di fiducia nel futuro sono le condizioni di base per favorire la costituzione di nuove famiglie, o quantomeno incominciare a spezzare i legami con quella d’origine e tentare di affrontare l’avventura della vita. Ma sappiamo anche che spesso sono bassi livelli di autostima nell’adolescenza o una scarsa attitudine alla responsabilità a produrre alti tassi di fragilità sociale e occupazionale in futuro. Quando un giovane confida ai sondaggisti di desiderare un certo tipo di vita, magari un matrimonio felice o una prole numerosa, siamo sicuri che abbia gli strumenti per realizzare i suoi sogni? Che cioè sia convinto di essere in grado di farcela e disposto ad assumersi la responsabilità necessaria a diventare adulto, con il peso delle difficoltà che questo comporta?
"L’Italia non è un paese per giovani" è il ritornello che accompagna ogni valutazione di questa anomalia tutta italiana. Lo ha ricordato bene anche l’ultimo rapporto Caritas nel mettere in luce come negli ultimi anni la povertà sia aumentata per gli under 35 e sia calata per chi ha più di 65 anni. E lo rammentano ogni giorno le misure di politica economica che premiano la rendita delle generazioni più anziane a discapito delle misure a favore di chi si impegna in una famiglia. O la filosofia di un welfare che spinge a vivere sulle spalle dei genitori e dei nonni e a dipendere dai loro aiuti, anziché favorire l’emancipazione e l’autonomia di chi è diventato adulto.
Eppure insistere solo sulla dimensione pubblica è limitante. C’è un tratto privato molto forte da considerare, e che richiama il tipo di educazione impartita in famiglia, il compito dei padri e delle madri che si ridefinisce in una stagione di abdicazione dei ruoli. A che serve uscire di casa se in fondo non vi è alcuna differenza col restare? Se la famiglia di origine può essere a scelta una comunità di parenti o una compagnia di amici? O una meravigliosa cellula di protezione dalle difficoltà del mondo esterno?

L’aumento del numero di genitori che socializzano le lettere con cui difende la prole dai compiti impartiti dagli insegnanti, o di coloro che accompagnano i figli nelle aule universitarie o ai colloqui di lavoro ci dice che l’anomalia italiana non è destinata a venire meno in breve tempo. Con tutto quello che comporta in termini di sviluppo di una società.

Massimo Calvi
Avvenire, 23.10.2016
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Manovra 2017, cosa salvare e cosa no

In Italia c’è un nuovo Sud. Non è geografico, ma generazionale, ed è rappresentato dai giovani: sono loro i nuovi poveri. Lo si rileva da tempo, ma il rapporto Caritas diffuso ieri ne ha fornito una fotografia nitidissima: la povertà è inversamente proporzionale all’età. In sostanza più si è giovani e più è alta l’incidenza della povertà. Le cifre aiutano a capire meglio: i poveri assoluti sono 11 ogni 100 tra i minorenni, 10 ogni 100 nella fascia tra i 18 e i 35 anni, solo 4 tra gli "over 65". Parlare di giovani poveri vuol dire parlare di famiglie in difficoltà, ovvero dei genitori che a fatica mantengono quei ragazzi. È tenendo ben presente questo che può si può tentare una valutazione complessiva della manovra da 27 miliardi varata sabato. Cioè: quanto la legge di bilancio per il 2017 guarda ai veri e nuovi bisogni, delineando un orizzonte di speranza, e quanto invece rivolge il suo sguardo al passato o si piega sulle esigenze elettorali del presente più stretto?
L’intervento sulle pensioni complica questo giudizio. L’estensione e l’aumento della 14esima anche a chi povero non è, perché magari possiede immobili o altre rendite, è misura incomprensibile se si pensa alle verifiche patrimoniali che vengono richieste alle famiglie con figli quando si tratta di concedere loro qualcosa. Inoltre grava su questa manovra una correlazione impossibile da dribblare: il link con il referendum costituzionale del 4 dicembre. Come non vedere nei tanti bonus un tentativo di raccogliere consenso? Il grosso delle critiche si orienta inevitabilmente proprio in questa direzione.
Ad essere onesti si dovrebbe ammettere che le "esigenze elettorali" della politica economica non si sono materializzate improvvisamente con il governo Renzi, anzi, e sarebbe ingeneroso valutare una manovra esclusivamente da questa prospettiva. Guardando a famiglie, giovani, scuola e povertà, nei mille bonus della manovra il volto "sociale" emerge. C’è. Viene dopo la spinta corposa e importante per sviluppo e lavoro data agli investimenti pubblici e privati, il taglio dell’Ires alle imprese e la tassa "piatta" per quelle piccole, il recupero del nero fiscale nascosto all’estero - misura ai confini, ma fuori dal perimetro tecnico, del condono - ma c’è.
Il governo ha promesso che dal 2018 si incomincerà a riformare il fisco nella direzione del Fattore famiglia per agevolare i nuclei numerosi: non è subito, ma come "cauzione" ha concesso un anticipo di 600 milioni destinati alle famiglie bisognose con figli. Si tratta di politica "contro" la povertà, non "per" la famiglia, tuttavia è un passo importante. Al contrasto alla povertà è stato invece destinato il miliardo già stanziato lo scorso anno, mentre i 500 milioni in più annunciati arriveranno anche questi nel 2018. I sostegni che interessano più da vicino le famiglie si sono moltiplicati: confermati il bonus baby-sitter da 600 euro mensili e il bonus bebè da mille euro l’anno, la manovra introduce un altro bonus da mille euro per l’asilo nido e un’una tantum da 800 euro per le future mamme.
Conferme e novità anche sul fronte cultura e scuola, dunque per i giovani. Resta il "vecchio" bonus da 500 euro ai 18enni, si espande l’area dell’esenzione dalle tasse scolastiche e arrivano maxi borse di studio per chi se lo merita. Significativa poi la "rottamazione ideologica" che Renzi ha fatto nella contrapposizione tra scuole statali e paritarie: nel miliardo aggiuntivo per la scuola una parte andrà alle paritarie che accolgono molti disabili oltre che alle materne paritarie per il servizio che svolgono. Chi critica questa misura non ha figli, sa poco o nulla delle disabilità oppure non conosce il mondo degli asili.
Una legge di bilancio da sola non può decidere le sorti di un Paese e la sua capacità di assicurarsi un orizzonte di speranza e di futuro. Il premier lo ha riconosciuto: «Non ci sono bacchette magiche, ma passettini in avanti su tutti i fronti».

La scommessa di un intervento in deficit, che può tradursi in un differimento di tasse, è partita aperta. Lo sguardo sul passato (pensioni) e sul presente immediato (referendum) è forte. I bonus possono essere dolci graditi quanto dannosi per la salute, ma allo stesso tempo possono diventare, se utili e necessari come molti degli interventi previsti, le basi per le colonne di un edificio più grande. E nella proliferazione dei "buoni" questa volta, più che in passato, sono stati messi a fuoco temi e questioni cruciali: è su questi che ci si deve concentrare esercitando la giusta pressione perché si trasformino nelle fondamenta di una politica coerente nel sostenere i genitori, i giovani, i poveri. Dare corpo alle ambizioni di uno sviluppo equo e sostenibile significa saper selezionare gli interventi che guardano al futuro, ai figli di oggi e domani; e poi distinguere le misure per sconfiggere la povertà delle famiglie da quelle per aiutare le famiglie a non cadere nella povertà. Oggi c’è una finestra socchiusa, domani va spalancata con coraggio.


Massimo Calvi
Avvenire 18.10.2017
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Bici, ode alla gravel

“Gravel” in inglese significa ghiaia. Nel mondo delle due ruote a pedali gravel è invece il nome dell’ultima tendenza quanto a tipo di bici. Una moda? Piuttosto una rivoluzione. Di nicchia, ma pur sempre rivoluzione. Perché la strada sterrata, le strade bianche, quelle col brecciolino come fondo, i percorsi off-road non estremi, i sentieri battuti nella natura che resiste all’urbanizzazione, anche vicino alle città, hanno trovato un nuovo mezzo per diventare frontiera, da esplorare pedalando.
Il confine tra lo sforzo fisico e l’immaginario è sottile, ma spesso è ciò che fa la differenza tra il flop e il successo. Dovesse affermarsi come fenomeno stabile, la tendenza gravel forse non riuscirà a fare storia come l’invenzione della mountain bike, non eguaglierà in termini di fascino anche estetico il ritorno delle bici a scatto fisso, e chissà se conquisterà lo stesso numero di seguaci delle rievocazioni storiche su due ruote. Eppure la “ghiaia” può fare molto bene al mondo della bicicletta, se oltre la moda e il marketing si riuscisse a cogliere la filosofia che rende questa svolta affascinante: la ricerca di un mezzo unico, uno per tutto, versatile e totale, come è sempre stato prima che la specializzazione nelle bici raggiungesse livelli così elevati da rischiare di erodere il senso di libertà che da sempre le caratterizza. In cosa consiste questa rivoluzione, dunque? Tecnicamente legravelderivano dalle bici da corsa e da ciclocross, strizzando appena l’occhio al cicloturismo. A uno sguardo inesperto sembrano bici per correre, vista la piega sportiva del manubrio e l’assenza di orpelli come portapacchi, parafanghi, ammortizzatori, carter e via dicendo – anche se qui tutto si può montare, ed è il suo bello. Nella pratica la geometria del telaio permette una posizione più eretta e meno estrema, una guida più comoda e stabile, le ruote montano pneumatici dalle misure più generose e un filo tassellati, i freni sono a disco, la solidità dell’insieme è superiore e la versatilità elevata. Un ibrido? Niente affatto, semmai è l’esatto opposto: il mezzo originario, l’essenza primitiva, ciò da cui tutto parte.
Lo spazio di manovra delle gravel non si apre a prestazioni estreme, anche se non si possono escludere, ma concede margini molto ampi per immaginare e scegliere ogni volta dove andare e come, senza l’ossessione della performance: al lavoro, al parco con i figli, a correre sull’asfalto, veloci fuori strada, leggeri nelle campagne, nei boschi e sugli sterrati, in vacanza coi bagagli appresso. Macinando strada e pensieri, on e off-road, senza soluzione di continuità. In realtà è anni che esistono bici che permettono questo, o gravel race organizzati in ogni posto del mondo. Dalle mitiche sfide nel Midwest statunitense come la Trans Iowa o la Dirty Kanza in Kansas. Fino alle nostrane Lodi-Lecco-Lodi, la Martesana Van Vlaanderen, il Gravel road challenge nelle Langhe, o la Gravelonga che si disputa proprio domani, 120 km tra Padova e Venezia, il cui motto peraltro recita chiaro: «Né forte né piano, ma lontano». Ci si fermasse a questo non sarebbe però vera rivoluzione. Il segno della differenza è la prospettiva che apre l’idea di una bici non “adattata”, ma concepita e nata con l’avventura quotidiana nell’orizzonte, nel suo Dna, un margine d’azione cioè potenzialmente infinito: dall’asfalto rattoppato delle città all’Oregon Outback. Lontano dalle sempre meno sopportate automobili.
La storia è maestra. Quando a fine anni 80 sul mercato irruppero le primemountain bike, derivazione delle bici modificate per scendere a rotta di collo dai pendii californiani, i puristi della strada non trovarono di meglio che storcere il naso e aumentare la frequenza di pedalata. Per anni i fan delle Mtb non sono nemmeno stati considerati veri ciclisti. Ma poiché non ci sono muri capaci di resistere alla forza della libertà, quando preme ed è autentica, ecco che la porta spalancata dalla rivoluzione mountain ha finito per cambiare per sempre il mondo del ciclismo. Oggi una bici venduta ogni tre ha le ruote tassellate per i sentieri, più della metà dei mezzi acquistati guarda al fuoristrada o al trekking. Gli amanti della bici sono aumentati, l’innovazione ha trovano nuovi confini, e avanzando la specializzazione ha preso il sopravvento. A sfogliare un catalogo di bici si trova di tutto, e forse troppo, rischiando una surplace eterna prima di decidere: ci sono bici per correre in strada, per correre in strada sulle lunghe distanze, per correre in strada sulle brevi distanze, per allenarsi, per andare in pista, per scendere dalle montagne, per salire sulle montagne, per salire e scendere dalle montagne, per correre nei boschi, per saltare sulla terra, per saltare sull’asfalto, per andare sulla sabbia e sulla neve, per fare avanti e indietro tra casa e bar, per appenderla sopra il divano, per viaggiare, per viaggiare veloci, per viaggiare comodi, per andare al lavoro piano, per andarci veloci, e via dicendo.

È il bello, ma anche la deriva e il limite della ricerca del mezzo migliore per ogni cosa. La stessa tendenza che a un certo punto ha decretato la fine delle “scarpe da tennis”, quelle che andavano bene per tutto, o degli “scarponcini” da montagna, che portavano ovunque. Ma i tempi cambiano. Così dopo diversi tentativi di ibridazione, ecco le gravel, messaggere di un desiderio di autenticità, testimoni della semplicità perduta in quel gesto unico che è spostarsi pedalando. L’avventura a portata di tutti. C’è chi giura che il ritorno allo sterrato, lo stesso fondo sui cui di fatto gareggiavano anche Girardengo, Binda o Coppi, possa guidare a riscoprire il piacere della monogamia nella relazione con il prodotto ciclistico, una sola bici, come il ritorno a una relazione esclusiva dopo la fase delle tentazioni e dei tentativi. Il terreno può averlo preparato la fase del ritorno alle “fisse”, le biciclette senza freni né ruota libera, con l’esaltazione maniacale del rapporto singolo. Anche qui, un movimento lento, una ricerca di essenzialità capace di riavvicinare intere generazioni alla pratica della manutenzione della bici, preparando il terreno al boom dei corsi di ciclomeccanica.
Ora la “situazione” è gravel, come recita la comunità che si ritrova sui social. I mountain bikers si avvicinano alla strada e gli stradisti ai sentieri. Difficile dire se durerà, e come. Ma nell’era delle bici elettriche, dei motorini celati nel telaio, degli amatori dopati per arrivare primi allo sprint della domenica, compare un mezzo che fa tutto bene, forse niente al massimo, ma che riesce a far pedalare ovunque, o quasi. Diamogli strada. Meglio: ghiaia.

Massimo Calvi
Avvenire - 8.10.16

Furbetti del cartellino senza vergogna

Se la questione non fosse seria, perché qui si tratta di truffare lo Stato e i cittadini che pagano le tasse, si potrebbe dire che i «furbetti del cartellino» sono una categoria di temerari, impavidi fannulloni e inguaribili amanti del rischio. Infatti, nemmeno la possibilità di perdere il posto di lavoro più sicuro che c’è, quello nel settore pubblico, e in un periodo di crisi, riesce a spaventarli fino a farli desistere, e ad accettare l’idea che restare in ufficio nelle ore in cui si è pagati dovrebbe essere il minimo.
L’unica spiegazione possibile, dopo l’ennesimo caso di dipendenti comunali che si assentano dal lavoro delegando ad altri l’onere di timbrare, emerso ieri a Biella, è che la legge sul licenziamento facile e immediato approvata la scorsa estate non sia considerata capace di incidere. Che cioè pochi in fondo ci credano, immaginando che comunque coi ricorsi come spesso accade si può risolvere tutto. Sarà il tempo a chiarirlo. Di certo il caso di Biella, dove in 33 sono indagati dalla locale procura per truffa ai danni dello Stato, peculato e falso, allunga un’ombra inquietante sulla distorta concezione del lavoro che resiste in certi ambienti e in certe persone.
Che cosa facevano? Niente di nuovo: si assentavano, uscivano senza timbrare, andavano a divertirsi o a sbrigare commissioni personali con mezzi del Comune. Al cartellino pensavano altri. Si tratta ancora di ipotesi di accusa, sebbene le prove arrivano da registrazioni video e intercettazioni telefoniche. Come a Sanremo, Varazze – i casi più recenti – o Borgotrecase, sotto il Vesuvio, dove addirittura ci si copriva il capo con scatole di cartone per non essere filmati. Ciò che continua a sorprendere, e che resiste alla minaccia del licenziamento come all’indignazione popolare, è l’idea di lavoro pubblico che emerge: quasi un regalo, qualcosa che spetta di diritto senza che siano contemplati oneri o sacrifici, un concetto lontano anni luce da una pur minima prospettiva di 'servizio'.
Non avventuriamoci nemmeno a parlare di lavoro come attività che gratifica, eleva, costruisce frammenti di bene comune. Vero è che in molti enti pubblici spesso gli organici gonfiati possono rendere alienante la presenza in ufficio, se di fatto non vi è nulla da fare. Ma allora quale occasione migliore di queste per un salutare sfoltimento?

Massimo Calvi
Avvenire
1.10.2016
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Milano, una gara di bike sharing

Quando a fine 2008 a Milano venne inaugurato il servizio di bici condivise, il bike sharing, pochi avrebbero scommesso sulla riuscita dell’iniziativa. Molti si ricordano ancora il fallimentare esperimento della giunta Pillitteri, nel 1987, quando le bici gialle messe a disposizione dei cittadini vennero tutte rubate nel giro di un’ora. Ma quelli erano gli anni che preparavano Tangentopoli, e in fondo sottrarre una bici pubblica era considerata poca cosa in rapporto al resto.
I tempi sono cambiati e oggi il servizio BikeMi di Comune e Atm va a gonfie vele. Gli abbonati hanno superato quota 53mila e crescono, i prelievi giornalieri di bici dalle oltre 330 stazioni in città si avvicinano a quota 20mila, che non saranno i 100mila di Parigi, ma con le dovute proporzioni di tempi e persone è già un bel record.
Un successo che significa civiltà. Le bici gialle (e quelle rosse a pedalata assistita, unica città al mondo ad averle) non saranno bellissime, ma sono solide, un po’ pesanti, ma funzionali. Forse le marce sono abbastanza inutili in una città pianeggiante, invece la trasmissione cardanica evita molti problemi. Piacciono, insomma: strano che nessuno abbia ancora pensato di organizzare una competizione urbana con i mezzi del bike sharing, o una grande manifestazione festosa. Si dovrebbe.
Ora accade che il boom degli abbonamenti e la collocazione di molti stalli nelle zone più periferiche della città stia creando problemi di intasamento. Troppo spesso in centro non si trovano parcheggi liberi per riconsegnare il mezzo. Bisognerà provvedere, ampliando le possibilità. Ma il fenomeno va interpretato. Storicamente il bike sharing nasce per rispondere agli spostamenti dell’ultimo chilometro nei centri urbani, in un sistema di mobilità integrata. A Milano sta dimostrando che le persone hanno un’alta predisposizione a muoversi in bici, anche compiendo molti chilometri. In sostanza è bastato risolvere il problema del furto del mezzo – un ostacolo importante all’uso delle due ruote – per far decollare il ricorso alla bici.
È un segnale che va colto. Significa che se si investisse ancora di più su piste ciclabili degne di questo nome, se si creassero ancora più zone di rispetto, se le aziende fossero incentivate a offrire parcheggi custoditi ai dipendenti (per non dire armadietti o docce), se i pendolari in bici fossero persino retribuiti con pochi centesimi a chilometro come si sperimenta altrove, se insomma si investisse ancora di più sull’uso delle due ruote i trasferimenti anche dall’hinterland, ecco che la mobilità a Milano – città senza salite – potrebbe cambiare radicalmente. Migliorerando anche l’aria che respiriamo e la salute fisica dei cittadini. Il successo del bike sharing va colto guardando molto più avanti.

Massimo Calvi
Avvenire 23.9.2016

La Cgil abortisce il Fertility day

Siamo tutti d’accordo: la campagna del Fertility day è stata un fallimento. Ma solo la campagna, non l’iniziativa in sé, che non nasce affatto con lo scopo di spingere gli italiani a fare più figli, e di farli per la Patria, ma per informare sui rischi sanitari che determinati comportamenti possono avere in relazione alla fertilità. Un tema nobilissimo e decisivo. Troppe coppie sperimentano il dolore dell’infertilità anche per una scarsa conoscenza delle cause che possono favorirla.
Per questo le persone in buona fede dovrebbero saper distinguere tra le critiche legittime a una campagna che ha avuto l’effetto di offuscare il senso del Fertility day, fino a offrire il fianco agli oppositori politici del ministro della Salute Beatrice Lorenzin, e il valore del reale messaggio di cui l’iniziativa è portatrice. Solo per fare un esempio, in queste ore in rete circolano a mo’ di sberleffo decine di fotomontaggi di persone famose che nonostante una vita tra droga, alcool e tutto il resto hanno avuto 5, 6 o più figli a ciascuno.
Peccato siano tutti maschi e che i figli li abbiano avuti da più donne e, ovviamente, molto più giovani. Forse una differenza esiste, ed è giusto ricordarla. Ma parlando di strategie di comunicazione si dovrebbe guardare anche sul fronte opposto, in casa Cgil.
La federazione lavoratori pubblici del maggiore sindacato italiano, che è guidato da una donna, ha pensato bene di proporre una contro-campagna chiamandola 'Fertility way', per presentare la sua «via alternativa». Premesso che ci sarebbe da riflettere su come sia possibile confondere così grossolanamente la fertilità con la natalità, a colpire è uno dei manifesti realizzati, che presenta una donna lavoratrice incinta – a occhio al quinto mese di gravidanza – con la scritta: «Decido io quando avere un figlio, perché sono libera. Questo è il paese che voglio».
E, sotto: «La 194 è una legge disapplicata, i consultori famigliari una rete in disarmo». Cioè, in buona sostanza, nel 2016, come in una ritrovata era oscura dell’umanità, l’orizzonte culturale del sindacato di Susanna Camusso è quello di far intendere alle donne che c’è l’aborto come strumento di controllo delle nascite e per poter avere una vita lavorativa gratificante.
L’interruzione di gravidanza per essere libere e lavorare, magari con l’appoggio del datore di lavoro e chissà, qualche permesso in più. Si potrebbe ricordare che la 194 è disapplicata anche perché, troppo spesso, è utilizzata solo con questa logica mortale, e che i consultori pubblici sono «in disarmo» proprio perché ridotti a centri stampa di certificati d’aborto, mentre tante volte basterebbe un aiuto minimo perché una donna possa decidere in vera libertà, senza subire in solitudine tutto il peso dei condizionamenti esterni.
Per la Cgil, che come molti ha chiesto le dimissioni del ministro Lorenzin, insomma, sembra non essere il lavoro a doversi piegare alla gravidanza, ma è il grembo delle donne che deve adattarsi alla produzione. Chiamando tutto questo libertà. Eppure la vera domanda è un’altra: se siamo d’accordo che il Fertility day ha sbagliato la campagna di comunicazione, chi in questi giorni ha avanzato critiche si riconosce invece nella campagna sindacale e nel messaggio che trasmette? È questa l’alternativa culturale agli sforzi per combattere il dolore dell’infertilità?

Massimo Calvi
Avvenire 23.92016
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Il matrimonio conta più del nido

E dunque ci siamo rimessi a parlare di figli. Della necessità di fare figli per tante buone ragioni: restituire alle donne il diritto alla maternità (e agli uomini quello alla paternità) nei tempi della natura, dare un futuro al Paese, rianimare la crescita e salvare lo Stato sociale, assicurare la tenuta del sistema previdenziale, favorire uno sviluppo sostenibile… e molto altro ancora. Fatta la tara alle reazioni più scomposte, di buono c’è che tra fertility day e proposte di voucher l’opinione pubblica ha preso a misurarsi con il problema. La fertilità è un bene comune? Discutiamone. Di sicuro i bambini lo sono, un bene comune. E così le ricette su come rilanciare la natalità hanno preso a fioccare.
Sappiamo che non bastano singoli bonus, singole campagne o singole misure, ma programmi di lungo periodo e riforme capaci di creare un contesto favorevole alla procreazione. Posti di lavoro stabili, abitazioni accessibili, asili nido, aumento del tasso di lavoro femminile, politiche per la conciliazione dei tempi di lavoro con quelli della famiglia, migliore divisione dei compiti tra mamme e papà, un welfare amichevole verso i nuclei, un fisco che non penalizzi e impoverisca chi ha figli. Le idee abbondano. Eppure in questa creatività generativa continua a mancare qualcosa, un ingrediente decisivo che chiama in causa il contesto culturale in cui siamo immersi. Più impegnativo che commissionare spot o elargire bonus è piazzarsi davanti allo specchio e riconoscere ciò che siamo: individui fragili, in deficit di speranza, affaticati nello sforzo di restare a galla nell’oceano della globalizzazione. Servono molte cose per rilanciare la natalità, ma quello di cui c’è in fondo bisogno, e che si fa persino fatica a nominare perché non funzionale al modello di sviluppo dominante, è l’unica infrastruttura capace di rigenerare il desiderio di figli: la famiglia.
Il fatto è che la realtà è più complessa di come la si descrive. E la dimensione culturale un elemento decisivo. Non è solo dove il Pil è più alto o dove il parttime e gli asili nido sono più diffusi che nascono più bambini, ma anche dove la gente si sposa di più, le famiglie sono più stabili, i legami più solidi e duraturi. Uno studio del Centre for Research on Impact Evaluation della Commissione europea mostra con tutta evidenza che la fertilità cresce dove il tasso di matrimoni supera quello dei divorzi. Invece noi stiamo procedendo nella direzione contraria. Il posto al nido aiuta a tornare al lavoro prima, ma quando il bimbo si ammala deve essere possibile prendersene cura senza rischiare di impazzire o venire penalizzati al lavoro. Concedere forti incentivi economici ai congedi parentali è un’ottima strategia per costruire una società family friendly. Eppure a influenzare la scelta di stare o meno a casa è più spesso il comportamento dei colleghi di lavoro. Una ricerca dell’istituto Diw di Berlino dimostra che le madri prendono congedi lunghi se ci sono colleghe che hanno fatto altrettanto, mentre desistono se la pratica non è diffusa o l’ambiente competitivo la scoraggia. Guardiamo anche al lavoro delle donne. Il tasso di occupazione femminile spinge la fertilità, dunque è buona cosa agire per incrementarlo. Però nei Paesi con redditi elevati e nelle coppie benestanti, come emerge da un’indagine del World Family Map 2015 su lavoro domestico e felicità, sono le madri che stanno più spesso a casa per dedicarsi all’educazione dei figli, quando la scelta è libera da condizionamenti economici.
La cultura conta, insomma. Ciò che manca in Italia oggi sembra essere un confronto sereno su desideri e libertà. Domandiamoci provocatoriamente: può uno Stato chiedere di fare più figli, salvo poi farseli consegnare per custodirli ed educarli in luogo delle madri o dei padri? O permettere che a crescerli sia la generazione più anziana? Il declino demografico è un problema di welfare, congedi, permessi, incentivi. Vero. Ma non solo. La verità è che in un’ottica individuale i figli sono una fatica pazzesca, consumano energie, sottraggono risorse, rendono molto più difficile un tipo di vita. Come si fa a competere sul lavoro, viaggiare, andare al cinema, uscire, fare tanti sport, con 3, 4 o 5 figli? I conti con l’idea moderna di libertà sono duri, ma vanno fatti. A un Paese con un tasso di fertilità di 1,35 figli per donna e una popolazione declinante quello che manca non sono i figli unici, ma i fratelli: i secondi, e soprattutto i terzi e anche i quarti figli. Ma nell’era della stagnazione secolare e della crisi spirituale si può giudicare chi preferisce un’esistenza un po’ meno dura di quanto già non sia senza (o con pochi) bambini? Inutili i confronti con le nascite del Dopoguerra, quando le macerie erano altre. Ogni scelta va rispettata, a prescindere dai costi sociali che comporta.
È in questo che si scorge il valore di un’operazione culturale, che deve muovere anche dal basso. Dall’esempio di famiglie imperfette ma solide, capaci di mostrare con umiltà quanto sia abbordabile l’impresa e quanto grande la gioia che deriva dai sacrifici della vita familiare. Tante ricerche dimostrano come nel lungo periodo il matrimonio renda più felici le persone. È così difficile farlo emergere pubblicamente? Non si tratta di chiedere allo Stato di indicare la via della felicità, ma di rendere conveniente l’opzione della famiglia e dei figli, valorizzando il contributo sociale dei genitori e facendo capire ai giovani che non saranno lasciati soli se vorranno formare una famiglia. L’esperienza insegna che i governi sono più avari di sostegni a figli e natalità nei Paesi dove per tradizione culturale o vissuto religioso si attribuisce un valore elevato alla famiglia. Il problema italiano è che la famiglia è finita sotto attacco e si è indebolita, ma nessuno ha pensato di aggiornare gli strumenti. Per questo è importante far emergere testimoni capaci di erodere in silenzio l’edificio cupo di questa globalizzazione e riproporne una dal volto umano, rispettosa del valore delle promesse durature. I l mercato che conosciamo si nutre di individui soli, disposti a muoversi in assenza di legami stabili, altamente flessibili, bisognosi di una lunga formazione prima di essere accettati, ha bisogno di due genitori al lavoro per poter mantenere un figlio. E ora improvvisamente chiede più bambini per non implodere. Qualcosa non torna. La questione è ritrovare un equilibrio demografico in un contesto culturale declinante perché impregnato di individualismo. È in questa dimensione che i bambini devono tornare a essere considerati un bene pubblico, e la famiglia un capitale sociale. Fate figli? Sì. Ma prima (o poi) sposatevi. E restate insieme.

Massimo Calvi
Avvenire 15.9.2016
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Riferimenti
(1)   Conti a rischio con meno popolazione link
(2)   Rapporto tra demografia e Pil link
(3)   Famiglia come capitale sociale link
(4)   Globalizzazione e famiglia da proteggere link
(5)   Famiglia, divorzi, cultura e natalità in Europa link
(6)   Colleghi e congedi, il peer effect link
(7)   Lavoro domestico, lavoro pagato e felicità nel mondo link
(8)   Famiglia e felicità link

Divieto di sosta e scuola di regole

Tra pochi giorni parte l’anno scolastico e ricomincerò ad accompagnare i miei figli a scuola. Ogni mattina ripercorrerò con loro la strada di sempre passando davanti alle stesse case, agli stessi negozi, agli stessi bar. E attraverserò la stessa via dove si incontra la solita fila di auto parcheggiate ordinatamente in divieto di sosta. Anche quest’anno, insomma, di tanto in tanto mi capiterà di dover rispondere alla fatidica domanda: «Papà, ma perché queste macchine sono qui se il cartello dice che non si può»? Finora ho sempre fornito questo tipo di risposta: «I proprietari sono persone che non sanno leggere, non sono andate a scuola, non hanno avuto buoni genitori…».

Forse qualcuno la giudicherà un po’ fuori tono, ma mi sembra adeguata a far maturare un minimo di senso civico, marcando allo stesso tempo una certa distanza. Forse più avanti mi capiterà di essere ancora meno indulgente e di chiamare in causa il dovere delle istituzioni, ma non è questo che temo. La questione è: al di là dell’educazione che si può impartire in famiglia o trasmettere a scuola, che effetto può avere su dei bambini confrontarsi tutti i giorni dell’anno con una situazione di regole non rispettate?

Sia chiaro: il riferimento non è al furgone parcheggiato sulle strisce pedonali per scaricare i gelati del bar di fronte, all’auto con le quattro frecce ferma sull’area di carico-scarico, al furgoncino in seconda fila col motore acceso per la pausa caffè… Questo tipo di violazioni appartiene a quel disordine quotidiano che caratterizza le città per una somma di piccoli comportamenti singolarmente disordinati, e se anche nel suo insieme concorrono ad abbassare la qualità della vita – perché ad esempio riproducendo il caos di una giungla impediscono ai genitori di mandare i bambini a scuola da soli, magari in bici – in realtà si presenta come un elemento di disturbo transitorio e circostanziato. È così, insomma, ma potrebbe non esserlo più con una modica quantità di attenzione. Ma alla fine ci autoassolviamo sostenendo che è il minimo prezzo da pagare alla nostra superiore creatività, ovvero all’originalità anarchica di un popolo che sa sempre cavarsela in modo sorprendente.

Diverso è il caso della violazione ordinaria, sistematica, pianificata, conosciuta e, dunque, riconosciuta. Che porta nel tempo alla rassegnata accettazione di una condizione in cui o le regole sono sbagliate, oppure non vengono rispettate. Perché mettere un cartello di divieto se si consente che avvenga, esattamente e sempre, il contrario? A casa e a scuola si trasmette il rispetto delle regole civiche, poi la comunità lascia che i ragazzi sperimentino quotidianamente la violazione come condizione immutabile e quasi necessaria. Che cittadini saranno quando dovranno pagare le tasse, gestire un appalto, costruire, amministrare, fermarsi al rosso o alle strisce, e via dicendo? Quale messaggio educativo avrà prevalso alla fine?

Di fronte a certi eventi drammatici capita quasi sempre di scoprire che nella lunga filiera delle responsabilità mancava un certificato, un documento non era in regola, una verifica non era stata fatta. Cose così, errori a volte insignificanti, altre meno. La scuola dovrebbe insegnare a essere buoni cittadini, la tragica realtà è che ogni tanto, purtroppo, in questo modo le scuole crollano. E non è un dato di natura. Dovremmo incominciare proprio a pensare che cambiare approccio alle regole, fin da piccoli, insegnando e testimoniando che vanno rispettate, è molto meglio che fare sempre il contrario. E a comportarci di conseguenza.

Massimo Calvi
Avvenire
9.9.16

Famiglia ideale e famiglia reale

Qual è il numero ideale di figli? Dipende. Dipende dalle famiglie, dal contesto in cui si vive e da una combinazione di fattori culturali, sociali, economici. Se però si chiede alle persone quanti figli vedono nella propria famiglia ideale, c’è un dato che emerge nettamente: nei Paesi più 'ricchi' la cifra è sempre superiore alla realtà, in quelli più poveri è l’opposto. A portarlo alla luce è un sondaggio condotto in 19 Paesi dall’Economist ( Titolo: The empty crib, La culla vuota, link ). Le cifre si prestano a diverse considerazioni – specialmente nel momento in cui in Italia è scoppiata la polemica attorno alla campagna per il «Fertility day» promosso dal ministero per la Salute.
La crisi, innanzitutto, ha influito sulla crescita del divario tra famiglia ideale e reale, eppure è specialmente nelle economie avanzate che le coppie patiscono una compressione del desiderio di genitorialità, tanto che ci si potrebbe chiedere in che cosa consista veramente la maggiore 'ricchezza'. In Occidente si desiderano da più di 2 a 2,7 figli a coppia in media, ma ci si deve accontentare di molti meno, con Paesi come Germania, Grecia, Spagna o Russia dove la realtà spinge sotto il tasso naturale di sostituzione della popolazione. L’Italia non è citata, ma il Rapporto Giovani dell’istituto Toniolo ha già mostrato che il tasso di fertilità di 1,35 figli che caratterizza il nostro Paese è almeno la metà di quello che si desidera.
L' assottigliamento della dimensione della famiglia e il declino della popolazione, insomma, appartengono alla sfera della mediazione con la realtà. È un tema importante per le società che si interrogano sul legame tra ricchezza e felicità. Intervistando i cittadini americani sempre l’Economist ha scoperto che il 39% di chi ha avuto più figli di quelli che si aspettava ha visto aumentare la propria soddisfazione di vita mentre solo l’8% si è detto meno contento. Per contro, avere meno figli rispetto alle attese appaga solo il 15% degli intervistati. Una considerazione che verrebbe da fare riguarda il racconto della famiglia proposto nelle società occidentali: se una prole più numerosa del previsto rende più felici forse significa che la riduzione delle aspirazioni non è dovuta solo a questioni economiche, che pure incidono, ma anche a fattori come l’autostima, l’insicurezza, la solitudine, la paura di non farcela.
Mentre nei Paesi ricchi la famiglia è sempre più piccola dell’ideale, in quelli in via di sviluppo avviene il contrario. In Nigeria le coppie pensano che il meglio siano 5,4 figli, ma la realtà dice 7,7, in Pakistan 3 figli ideali contro 4 reali, in India 2 contro 3. Casi limite a parte, quello che emerge tra i Paesi il cui sviluppo si può dire in corso, in Africa come in Asia e Sudamerica, è però un altro aspetto: la contrazione sempre più decisa della dimensione dei nuovi nuclei familiari e l’aumento delle difficoltà riproduttive delle giovani coppie, a causa dell’urbanizzazione, delle carriere, dei costi più alti nella crescita dei bambini, del ritardo nel concepimento, di fattori come il fumo, l’alcol, l’obesità. I cinesi ritengono ideale una famiglia con due figli, ma il tasso di fertilità è sceso all’1,6%. Per questo si dovrebbe essere prudenti nel parlare di esplosione della popolazione sulla terra. Le previsioni dell’ultimo rapporto del Population Reference Bureau ( link ) dicono che entro il 2053 nel mondo potrebbero esserci 10 miliardi di persone, ma chi grida all’allarme non considera che raggiunto quel picco il vero problema sarà rappresentato dall’età della popolazione e dal fatto che nasceranno sempre meno bambini.
Famiglie più piccole in un mondo che invecchia non sono una buona notizia. Il legame tra la struttura della popolazione e la crescita economica è questione nota. E la tendenza demografica negativa che riguarda l’Europa è oggetto di analisi preoccupate da parte di tutte le agenzie internazionali e dei maggiori centri studi. Il calo delle persone attive e l’aumento dell’età media frenano le prospettive di crescita, alimentano la deflazione e fanno salire i costi che gli Stati devono sostenere per pensioni e sanità, mettendo a dura prova i sistemi di welfare e generando tensioni politiche interne. Pur tenendo conto dell’immigrazione, oggi la demografia rappresenta un grande ostacolo alla crescita in Europa, e in particolare in Italia. Aumenti della produttività grazie all’innovazione tecnologica possono compensare in parte questo deficit.
Nella realtà, e purtroppo per noi, come mostra una recente ricerca condotta da tre economisti del Fondo monetario internazionale (Shekhar Aiyar, Christian Ebeke e Xiaobo Shao, The Euro area workforce is aging, costing growth, link ) l’aumento dell’età della manodopera rappresenta un grosso freno al miglioramento della produttività, fino a un quarto del suo potenziale. L’allarme del Fmi riguarda tutta l’Europa, perché ha una dinamica migratoria meno efficace di quella degli Stati Uniti, ma in particolare i Paesi più fragili dell’area euro: Grecia, Spagna, Portogallo e Italia. Per far fronte a questo problema il Fmi consiglia investimenti in formazione professionale e cure sanitarie per sostenere una classe di lavoratori che sarà sempre più anziana. Ma con quali risorse? I l tema dellospread tra famiglia ideale e famiglia reale, insomma, è una questione molto seria. Un problema comune.
Ci sono aspetti legati al soddisfacimento dei desideri più autentici e profondi delle persone e questioni che attengono alla dimensione economica e allo sviluppo. La sfida, cioè, riguarda tanto il Prodotto interno Lordo quanto indicatori che valutano il benessere equo e sostenibile di un Paese. Per fare un passo avanti l’Italia avrebbe bisogno di disincrostare il dibattito sulla famiglia e sui figli, trovando il linguaggio più adatto a un confronto sereno. Ma anche seppellendo quel fastidioso vizio di riesumare ogni volta la campagna fascista che spingeva a fare figli per la patria; evitando confusioni col piano ben diverso della lotta alla povertà; e poi superando la visione che considera la famiglia con prole questione esclusivamente cattolica, mentre in realtà riguarda tutti.

Non è più il tempo di un Paese in cui a confrontarsi sono un’area politica che, almeno a parole, si presenta schierata per 'la' famiglia e una che all’opposto parteggia per 'le' (altre) famiglie. O persone che considerano i figli un patrimonio che non necessita di sostegni economici, e altre che tifano per la dissoluzione dei legami incentivando stili di vita individualistici. C’è un valore razionale nel rendere prioritario il tema dei figli. Il mondo, come hanno dimostrato la storia e le innovazioni che l’uomo ha saputo introdurre, può ben sopportare una popolazione di 10 miliardi di persone. Il problema si porrà se quei 10 miliardi saranno tutti anziani e soli.

Massimo Calvi
Avvenire, 2 settembre 2016

Storytelling, marketing, giornalismo, realtà

Nell’era dello storytelling diffuso e pervasivo il giornalismo è ancora capace di offrire una rappresentazione della realtà in grado di mantenere con il lettore una relazione autentica e di fiducia? La risposta può essere favorita dalla rilettura di un testo, Il lembo del mantello, la lettera pastorale che il cardinale Carlo Maria Martini consegnò nel 1991 alla diocesi di Milano.
Non c’era ancora il web, non esistevano i social network, l’universo dei mass media era sostanzialmente rappresentato da tv, giornali e radio. Ma è in quel periodo che l’arte e la tecnica del racconto incominciano ad abbattere i confini tradizionali della letteratura e a condurre la “storia” a sperimentare nuove strade, in primis quella del marketing aziendale o politico. Da un contesto in cui è il giornalista a doversi rapportare ai fatti e a scegliere la forma di “racconto” da fornire ai lettori si entra rapidamente in una dimensione nella quale il cronista si trova a sua volta immerso in un mare di rappresentazioni altrui, quasi in un grotta platonica, dove la realtà assume sempre più spesso la forma della “storia” che altri hanno pensato e diffuso ad arte.
È l’emergere dello storytelling come lo si intende oggi, dimensione che richiede occhiali nuovi per chi è chiamato a decifrare e riportare la realtà. Nel Lembo del mantello, ricordando l’episodio evangelico della donna che animata dal desiderio di guarire si avvicina a Gesù toccandone di nascosto il vestito - atto di fede che la salverà - Martini suggeriva l’importanza di una comunicazione capace di stabilire un rapporto autentico con l’utente dei mass media, una comunicazione «umanizzante» per favorire, attraverso un processo di forte «personalizzazione», l’uscita dalla massa, la maturazione di uno spirito vigile e critico.
Oggi la realtà è profondamente cambiata, la massa senza volto che si accalca attorno alla Notizia è diventata essa stessa produttrice di storie e, con l’avvento dei social network, soggetto che rilancia contenuti e amplifica i messaggi. La fine della pubblicità tradizionale, l’avvento del marketing virale e la produzione incessante di nuove storie e nuovi racconti da parte di realtà economiche che si stanno posizionando anche come editori (l’universo nascente del brand journalism) rende tutto più complesso e allo stesso tempo affascinante. In uno scenario peraltro in cui le carriere dei giornalisti sono diventate fluide, e dove i percorsi professionali condividono sempre più spesso il cammino con esperienze di comunicazione aziendale o politica, ecco che essere cronisti, cartacei o digitali, richiede un supplemento di capacità e tensione etica, attitudine alla trasparenza, al discernimento.
L’era dello storytelling totale è la stagione della guerra dei racconti, la narrazione dell’Occidente contro quella dei terroristi, la versione del mercato perfetto contro quella di chi sa riconoscere le “bolle” finanziarie bussando alle porte di chi ha smesso di pagare il mutuo casa, la denuncia di sfruttamento dei lavoratori capace di scalfire l’immagine e la storia di un’azienda-mito.
L’intellettuale francese Christian Salmon in un saggio del 2008 (Storytelling, Fazi editore) arrivava a teorizzare una forma di resistenza civile contro lo strapotere delle storie. Ma non è nemmeno questo il punto. È vero, come scriveva già quindici anni fa Lynn Smith in un editoriale sul Los Angeles Times, che il confronto oggi è con «il potere delle storie di costituire una realtà» perché «lo storytelling è giunto a rivaleggiare con il pensiero logico… Le storie sono divenute così convincenti che alcuni temono diventino sostituti pericolosi dei fatti e degli argomenti razionali».

Eppure in fondo resta la capacità di uno sguardo autentico a fare la differenza. La volontà di non confondere i mezzi con i fini, evitando di glorificare lo strumento fino a divenirne schiavi. Se comunicare è anche riuscire a stabilire un rapporto vero e di fiducia con il lettore, o favorirne l’avvicinamento in un processo di forte “personalizzazione”, si potrebbe riprendere ciò che papa Francesco ha più volte detto ai sacerdoti e tradurlo in un manuale di buon giornalismo. Professionisti “in uscita”, sguardo sulle “periferie”, fisiche ed esistenziali, condanna della corruzione, delle chiacchiere e delle maldicenze, capacità di toccare, di guardare negli occhi i poveri e il bisogno, pastori - cioè anche giornalisti - che arrivino a “puzzare di pecora”. L’algoritmo di Google può aiutare a diffondere il messaggio e la storia, ma non ha alcun odore.

Massimo Calvi
Avvenire, 18.6.2016
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La riforma del Terzo settore spiegata dal cuoco delle salamelle

Con il mese di maggio ogni anno in Italia fa la sua comparsa, per restare attivo più o meno tutta l’estate, un tipo di volontario un po’ particolare, utilissimo, ma che operando nell’ombra e in un ambito non particolarmente nobile o elevato raramente viene considerato per il valore che produce. È il cuoco delle salamelle. Il signore o la signora che, passando le ore più calde della giornata alla piastra o alla griglia, permette la riuscita di ogni festa di fine anno della scuola, dell’asilo, della società sportiva, della parrocchia, della cooperativa sociale.
Il cuoco delle salamelle (delle braciole, dei panzerotti, della pasta, della polenta...) rappresenta una delle più pure forme di volontariato, tra le meno istituzionalizzate e più libere, l’impegno speso per regalare la gioia di un pasto condiviso. È la minuscola "mattonella" di servizio che, insieme a migliaia di altre in ambiti diversi, permette a quel vastissimo mondo chiamato società civile, non profit o Terzo settore, di andare avanti, svolgere il suo servizio per gli altri e celebrare ogni volta la sua festa.
Ne parliamo perché da oggi, con il via libera definitivo alla Camera della riforma del Terzo settore, per questo universo composto da 300mila organizzazioni, 5 milioni di volontari e 1 milione di occupati, possono cambiare molte cose. Augurarsi che la trasformazione sia solo in meglio non è cosa di poco conto. Sotto il cappello del Terzo settore, una definizione un po’ fredda per dire che si tratta di realtà tra lo Stato e il mercato, c’è tanta parte della nostra vita e spesso dell’impegno diretto di molti di noi, oltre che di vari servizi di cui usufruiamo: l’associazione vicina agli anziani, la squadra di calcio o di basket dei figli, la cooperativa che gestisce asili nido o centri estivi, la fondazione che sostiene centri e strutture per disabili, l’associazione culturale, l’impresa sociale che offre servizi socio sanitari a costi accessibili. Un’economia e una società rigorosamente senza scopo di lucro.
C’è un intero mondo che entra dunque in una fase nuova. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi aveva annunciato la riforma due anni fa esponendosi, come è nel suo stile, nella promessa che il Terzo settore sarebbe un giorno diventato il Primo. Forse è un po’ difficile, ma nella riforma gli elementi ci sono tutti, se non per scalare la classifica dei settori, almeno per far diventare grande il non profit, rafforzarlo a livello di risorse e capitali, offrirgli la possibilità di valorizzare la componente imprenditoriale e di innovazione, fornirgli insomma molti strumenti per compiere quel salto, anche in termini di emancipazione, che si auspicava invano da troppi anni.
Il rischio che molti paventano è quello di vedere il Terzo settore crescere fino al punto di prendere il posto dello Stato nella gestione di molti servizi di welfare. D’altro canto c’è chi teme, nel possibile vuoto lasciato dalla ritirata degli enti pubblici, l’avanzata dei privati con solo scopo di profitto. È per questo che, anche guardando ai decreti attuativi, sarà importante rispettare l’equilibrio raggiunto con la delega. Questa riforma pone le basi perché vi siano più trasparenza, maggiore ordine grazie a un unico quadro giuridico, più certezza delle risorse, migliore capacità di attirare capitali e risorse finanziarie da investitori esterni, una valorizzazione e anche un rafforzamento in termini di concretezza del volontariato.
Perseguire finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, in forma privata e senza scopo di lucro, nel nome dell’interesse generale – così come recita la legge – è la vera sfida per il non profit e la nuova impresa sociale. Ora di fronte a un bivio etico: cedere al fascino del capitale e lasciarsi contagiare dalle pratiche più estreme del mercato o riuscire a contaminare l’economia in senso positivo e civile portando il meglio della propria identità? È difficile che possa essere una legge a deciderlo. Grandi si diventa, maturi ci si dimostra. Per questo al non profit servirà mantenere viva la propria anima, il volto e il servizio dei milioni di volontari che ogni giorno fanno senza chiedere. Il cuoco delle salamelle come la signora dell’Alzheimer cafè. Che in fondo siamo tutti noi.

Massimo Calvi
Avvenire 26.05.2016
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I nonni non bastano

Tra le tante cifre e le suggestioni contenute nel rapporto annuale dell’Istat presentato ieri c’è un dato che più di tutti fotografa il momento critico e rende l’idea di quanto sia urgente un intervento a favore delle famiglie con figli. È il ruolo sempre più attivo e decisivo dei nonni nella cura dei nipoti, il loro coinvolgimento in termini di tempo, affetti, risorse. Senza i nonni probabilmente l’Italia sarebbe franata in questi anni di crisi, lo si è detto molte volte, e tante famiglie non ce l’avrebbero fatta a conciliare la vita col lavoro o persino ad arrivare a fine mese.
Questo meraviglioso elemento di forza della nostra struttura sociale è però allo stesso tempo un fattore di grande debolezza. I nonni sono diventati sempre più indispensabili e presenti anche perché, come dimostra il rapporto dell’Istituto di statistica, è aumentata la disoccupazione dei genitori, molti più giovani, anche con buoni titoli di studio, sono rimasti in famiglia in attesa di un lavoro, è calato l’impegno dei Comuni per gli asili nido lasciando a casa molti piccoli, e la spesa sociale ha svolto male il suo compito: ha permesso cioè che la disuguaglianza aumentasse, ma soprattutto ha lasciato che la crisi pesasse molto di più sui minori, spingendoli verso la povertà.
Ciò cui si è assistito in questi anni è stato un eccezionale capovolgimento generazionale in termini di bisogno. Prima del 2000 l’incidenza della povertà relativa riferita agli anziani era di 5 punti superiore a quella dei minori, oggi quella dei nipoti è quasi raddoppiata e ha raggiunto il 19%, mentre i nonni restano 10 punti sotto. Queste cifre spiegano bene la ragione per cui il legame tra bambini e anziani è andato rafforzandosi con l’avanzare della crisi: come una stretta di mano sempre più necessaria per non lasciare affondare il futuro rappresentato dalle giovani generazioni. Contemporaneamente denunciano però anche tutto il limite del welfare italiano.
Basta poco a mettere in luce l’origine dei problemi. Il quadro che emerge dall’analisi del sistema di protezione sociale italiano – per l’Istat «uno dei meno efficaci in Europa», con «la spesa pensionistica che comprime il resto dei trasferimenti sociali» aumentando il rischio di povertà – è impietoso: non solo è aumentata la disuguaglianza nella distribuzione del reddito, ma è diventato più difficile riuscire a migliorare la propria condizione. Il cosiddetto "ascensore sociale" è fermo al piano terra: chi sperimenta condizioni di svantaggio da giovane ha alte probabilità di restare ai margini anche da grande. La povertà, insomma, ha preso di mira i minori, ed è ereditaria. E lo scenario in cui questo si manifesta è quello di un Paese nel quale risaltano le emergenze indicate con forza anche dall’ultima assemblea dei vescovi italiani: lavoro, famiglia, demografia.
Cosa fare è quasi scontato. Va rivoluzionato, e al più presto, il sistema dei sostegni alle famiglie, va riequilibrata la spesa sociale guardando ai minori, va aperto il cantiere della riforma fiscale favorendo i nuclei con prole. L’intervento necessario può fondarsi su due pilastri: un sussidio universale mensile per ogni figlio (la direzione verso cui tende ad esempio la proposta Lepri firmata da 50 senatori Pd), e un sistema fiscale rivisto in virtù del "Fattore famiglia" proposto dal Forum, cioè non tagliando le aliquote per premiare il ceto medio in modo indiscriminato, ma ampliando la "no tax area" in virtù del numero dei carichi familiari.
La politica ha l’opportunità e il dovere di trovare convergenze al di là degli schieramenti, per non perdersi nell’ennesima sfida di "piani per la famiglia" che servono solo a ravvivare la campagna elettorale e poi restano in vita solo per i motori di ricerca su internet. C’è bisogno di rimettere in piedi i poveri e il ceto medio con figli, non di distribuire soldi a pioggia. La solidarietà tra generazioni è stata ed è la forza dell’Italia, tuttavia un Paese non può pensare di vivere aggrappandosi solo ai nonni, al loro affetto, che è cosa buona, ma poi soprattutto al loro tempo e alla loro pensione. Restare fermi oggi equivale a mettersi contro.


Massimo Calvi
Avvenire, 21.05.2016
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Le vere priorità della gente

Dall’inizio della crisi l’occupazione è caduta del 4,8%, i giovani in cerca di lavoro sono saliti al 40%, la povertà assoluta è arrivata a riguardare il 6,8% della popolazione. Per affrontare i problemi indicati da queste cifre, chiede il cardinale Angelo Bagnasco rivolgendosi ai vescovi italiani riuniti in Assemblea, «che cosa stanno facendo, che non sia episodico ma strutturale, i responsabili della cosa pubblica, i diversi attori del mondo del lavoro?». Le crescenti difficoltà delle famiglie e il calo della natalità condannano l’Italia a vivere una lunga stagione di inverno demografico: nel 2015 sono state registrate solo 488.000 nascite a fronte di 653.000 decessi, e 100.000 italiani hanno lasciato il Paese. «Che cosa sta facendo lo Stato perché si possa invertire la tendenza?», si chiede ancora il presidente dei vescovi italiani. E poi c’è un "terzo fantasma" che sta crescendo in Italia, il gioco d’azzardo, una piaga capace di far aumentare le slot machine mentre la legge prevede che debbano scendere, e il cui giro d’affari è salito in sei anni del 350% fino a a quota 84 miliardi di euro. «A fronte di così cospicui interessi a diversi livelli – si chiede ancora il presidente della Cei – chi sarà in grado di resistere alle pressioni delle lobby e intervenire in modo radicale?».
Lavoro, famiglia, demografia, piaga del gioco d’azzardo. È un elenco di priorità semplice, dettato dalla frequentazione della gente e dal contatto quotidiano con i suoi problemi, dalla vicinanza di una Chiesa al suo popolo, quello che emerge dalla relazione del presidente all’assemblea permanente della Cei. È una lista che, per quanto indiscutibile in termini di emergenza, non sembra tuttavia essere saldamente fissata in cima all’agenda del dibattito politico. Eppure «è su questi problemi che la gente vuole vedere il Parlamento impegnato senza distrazioni di energie e di tempo, perché sono questi i problemi veri del Paese, cioè del popolo», dice ancora Bagnasco, chiedendosi come mai invece nel caso della legge sulle Unioni civili «così vasta enfasi ed energia sia stata profusa per cause che rispondono non tanto a esigenze ma a schemi ideologici».
C’è un allarme nell’allarme che emerge dalla contrapposizione, o dall’inversione, delle priorità: la deriva quasi inevitabile, il «colpo finale» lo definisce il presidente della Cei, che – tra sentenze spiazzanti e manovre sulle regole delle adozioni – condurrà anche a riconoscere «la pratica dell’utero in affitto». C’è chi assicura che non sarà così. Ma come potrebbe non esserlo se nella prassi, che resti proibito o meno, con questa pratica che si vuole rendere socialmente sempre più accettabile, coppie italiane (eterosessuali e omosessuali) continuano a comprare grembi di donna e a "produrre" bambini all’estero? E se poi lo stato della nuova famiglia viene ratificato in Italia?
L'ambiguità dell’utero in affitto che si proibisce con le norme, ma in realtà si accetta e si sdogana, ad esempio con la formula della stepchild adoption, è un tratto comune alle altre emergenze. Tutto si tiene. La Costituzione fonda la Repubblica sul lavoro e riconosce i diritti della famiglia fondata sul matrimonio, eppure è così facile vedere la politica parlare d’altro, distorcere la lista dei bisogni e fare della Carta lettera morta.
La critica non è estranea al riconoscimento dei meriti e degli impegni. Ci sono, e si vedono, dice Bagnasco, «segnali positivi di sostegno e promozione della famiglia», il punto è che «hanno bisogno di essere incentivati e diventare strutturali» con una manovra che dia equità alle famiglie con figli a carico. Allo stesso modo sull’azzardo è noto il lavoro di tanti cittadini impegnati ad esempio negli slot mob per contrastare la diffusione del fenomeno. Così il cantiere sul lavoro, un processo in corso: si sa che le riforme (come il Jobs Act) hanno bisogno di tempo per mostrare i loro effetti. Il punto è non fermarsi, mantenere alta l’attenzione e nel giusto ordine le urgenze. A cominciare dalla cura per l’esercito dei poveri e degli impoveriti. «Senza distrazioni ed energie di tempo», è l’invito rivolto alla politica. Una tensione necessaria, insomma, cui la Chiesa continua a non sottrarsi: con le parrocchie, i sacerdoti, i tantissimi volontari, assicura il cardinale Bagnasco, «continuerà a fare tutto quanto le è possibile per stare accanto alla gente, e mettendo in campo ogni risorsa».

Massimo Calvi
Avvenire, 18.5.2016
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Famiglia, gli errori da evitare

La cosa positiva è che si è tornati a parlare di aiuti alle famiglie con figli. Quella negativa è che le risorse, come sempre quando si tratta di bambini, sono centellinate. Oltretutto nella maggioranza convivono tante idee e molto diverse. Per questo, forse, invece di parlare delle cose da fare, per una volta può essere utile stilare un elenco degli errori da evitare.
Risorse scarse. Il primo errore è quello di partire dall’idea che mancano i soldi. Ad esempio la proposta avanzata in questi giorni dal ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, di raddoppiare il bonus bebè, portandolo da 80 a 160 euro al mese per i soli primi tre anni, richiede circa 300 milioni in più rispetto ai 200 iniziali. Tanti? Un paragone: la squadra del Milan è in vendita per circa 700 milioni. Forse le famiglie, e i figli, meritano di più. Le risorse, come vedremo, ci sono. Questione di priorità.
Riforme spot. Il secondo errore che non andrebbe commesso è pensare a provvedimenti limitati e di breve durata. Tutti i Paesi europei hanno un sussidio universale per i figli fino al 18esimo anno di età. La Francia parte da 130 euro per il primo figlio e sale a 300 con il terzo, la Germania va da 184 euro a figlio a 215 per il quarto. In Danimarca arrivano 540 euro ogni tre mesi per i bambini da 0 a 2 anni, 430 euro da 3 a 6 anni… e via fino ai 18. Un’altra musica.
La trappola Isee. Il terzo errore riguarda l’Isee, ormai una "trappola per minori". Lo strumento serve a valutare lo stato di bisogno delle famiglie che chiedono sostegni sociali, ma una cosa sono le politiche (necessarie) per la povertà, un’altra il sostegno alle famiglie. Nessun Paese elargisce il sussidio ai minori sulla base del reddito. L’Italia lo fa solo con i bonus che riguardano i figli. Ad esempio non è stata richiesta alcuna certificazione Isee nell’elargire il "bonus Renzi" da 80 euro ai redditi medi, quello ai maggiorenni o agli insegnanti, e nemmeno per concedere le detrazioni per le ristrutturazioni, l’acquisto di mobili, il cambio dei condizionatori.
Fisco iniquo. Altro errore è perseverare con un sistema fiscale che penalizza le famiglie, soprattutto quelle monoreddito e le numerose. Il Forum delle famiglie, guidato da Gigi De Palo, ha rilanciato la proposta del "Fattore", che amplia la "no tax area" in base ai figli a carico. È una misura importante, perché oggi non servono tagli fiscali generalizzati, ma legati ai carichi familiari. L’errore è anche continuare a parlare di riforma fiscale "per le famiglie" senza prevedere vantaggi specifici per quelle con figli.
Aiuti dispersivi. Troppe misure, e dispersive, servono a poco. Di semplificazione degli "assegni" parla ad esempio un ddl in discussione al Senato, primo firmatario Stefano Lepri del Pd. In Italia spendiamo 10,5 miliardi l’anno in detrazioni per i minori, non riconosciute a chi ha redditi bassi o nulli, 6,5 miliardi per gli assegni al nucleo familiare, dati solo a lavoratori dipendenti e pensionati e non a disoccupati o autonomi, 800 milioni per l’assegno a chi ha 3 o più figli. Sono 18 miliardi che possono essere accorpati e ridistribuiti in una misura unica. E incrementati. Problema di risorse? Dipende. Se il bonus da 80 euro fosse aggiunto a questa dotazione e destinato solo a chi ha prole si arriverebbe a 3.000 euro l’anno per ogni figlio fino ai 18 anni. Sogni.
Il benaltrismo. L’ultimo errore? Il "benaltrismo". Sostenere, cioè, di fronte a una proposta seria, che le misure utili ad aiutare le famiglie e rilanciare la natalità «sono ben altre». Si parta da qualcosa, ma si parta.

Massimo Calvi
Avvenire, 17.5.2016
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Sulla famiglia i conti non tornano

Sulla famiglia i conti non tornano. Mentre una parte di Italia festeggia per la nuova legge sulle unioni civili, un’altra continua a chiedersi come mai i suoi diritti non solo non rientrano mai nell’agenda delle priorità politiche, ma vengono accantonati e disattesi praticamente da ogni governo. Eppure è una parte di Paese abbastanza consistente.
Stiamo parlando delle famiglie con figli: quelle che ci sono già, ma anche quelle che potrebbero esserci se le condizioni fossero appena migliori. Il punto non è barattare i diritti o cercare improbabili compromessi, si tratta solo di fare i conti con la realtà. Per guardare avanti.
Nell’Unione europea l’Italia è agli ultimi posti in fatto di stanziamenti per la famiglia e i bambini. La nostra spesa pubblica nel 2014 è stata pari al 51,3% del Pil, più alta della media degli altri 28 Stati dell’Ue, che è al 48,2%. Alla voce famiglia e bambini è andato però solo l’1,4% della ricchezza prodotta, contro una media dell’1,7%.
Se si guarda poi a come è composta la sottocategoria della "spesa sociale", lo scarto è ancora più evidente. Nel resto d’Europa il 3,6% delle uscite va alle famiglie e ai bambini, noi siamo al 2,8%. In testa agli aiuti per la famiglia c’è la Danimarca, con l’8,6%, e forse non è un caso che sia anche il Paese più felice al mondo secondo la classifica del World Happiness Record. La Francia è al 4,4%, la Germania al 3,5%, il Regno Unito al 3,7%. Ultime sono la Spagna e la Grecia (1,3%).
Guardando a come è composta la spesa sociale, il confronto con gli altri Paesi è istruttivo. Noi spendiamo più della media solo per gli anziani (27,3% contro una media del 21,4%) e i superstiti (5,4% contro il 2,9%), due voci che ci vedono ai primi posti con Grecia e Spagna. Spendiamo invece molto meno oltre che per la famiglia, anche per malattia e disabilità (3,5% contro il 5,9%), per gli aiuti ai disoccupati (2,4% contro il 3%), le politiche per la casa (0,1%, sull’1,1%), l’esclusione sociale (0,5% contro l’1,7%).
L’Italia sconta un serio problema demografico, che compromette le possibilità di sviluppo. Il tema degli aiuti alle famiglie in relazione ai figli non può più essere considerata una voce marginale del confronto politico. Dal punto di vista del fisco le possibilità di intervento sono ampie quanto le necessità. Il Forum delle famiglie ha rilanciato la proposta del Fattore famiglia, che prevede una "no tax area" variabile in base al numero di figli, oltre a un intervento sul bonus da 80 euro che tenga conto dei carichi familiari.
In Parlamento sono in discussione altre proposte in questa direzione. Restare fermi, come governo ma anche come famiglie, vuol dire assumersi una pesante responsabilità, una colpa, che grava sul presente e sul futuro di tutti. Stiamo parlando di un’emergenza economica e, a questo punto, anche morale.

Massimo Calvi
Avvenire, 14.5.2016
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Tv 2000

Tv2000 puntata intervento

Aiuti ai figli, bonus contro il declino

Lo scrittore e poeta francese Charles Péguy ha meravigliosamente descritto la speranza immaginandola come una «bambina irriducibile», più importante delle altre virtù teologali, fede e carità, perché capace di «vedere quello che sarà» e di «amare quello che sarà». L’Italia di oggi, sempre meno in grado di accogliere bambini, sembra un Paese che fatica a vedere il futuro in termini di speranza.
La denatalità che ci affligge ha molte ragioni, ma non è chiaro se a favorirla sia più un fattore culturale o un motivo economico. Di certo questo vuoto di figli in un Paese che invecchia è un vincolo serio alle possibilità di sviluppo. Molte ricerche hanno dimostrato il legame stretto tra lo scarso numero di bambini in rapporto agli anziani e l’assenza di quei consumi e quegli investimenti capaci di fornire ossigeno alla crescita e toglierne alla deflazione. Eppure sono anni che la politica promette aiuti alle famiglie, tradendo ogni volta le attese.
Considerata la drammaticità della situazione, forse è venuto il momento mutare atteggiamento e mettere in campo qualcosa di serio.
Ponendosi in questa prospettiva la sfida culturale è la prima a dover essere affrontata. Non sono solo le risorse economiche a favorire la nascita di bambini. La Germania, insieme alla Francia, è il Paese che più di tutti in Europa destina risorse alle famiglie con prole, eppure il numero di figli per donna (1,47) è di poco superiore a quello italiano (1,35). Molti tedeschi, semplicemente, non hanno intenzione di avere bambini: per tenere in piedi il sistema economico importano popolazione e giovani dall’esterno. Per l’Italia è un po’ diverso. Come ha dimostrato l’Istituto Toniolo, i giovani italiani desiderano una vita con più di due figli. Poi, però, ne mettono al mondo uno se va bene.
È evidente che in questo scarto vi è qualcosa che si inceppa per ragioni occupazionali o economiche. Tuttavia a gravare è anche un’altra componente, meno materiale, e che ha a che vedere con la narrazione della famiglia. Quanta paura è stata trasferita parlando a sproposito del "peso" di avere figli, delle difficoltà che si incontrano a metter su famiglia, dell’impoverimento cui conduce una prole numerosa, o degli ostacoli che si incontrano con il sistema del welfare pubblico e il mondo delle imprese? Un piano a favore della natalità non può che partire invertendo il pessimismo di questo racconto aiutando a mostrare la bellezza e la ricchezza, anche nel sacrificio, della dimensione familiare.
Compreso questo, va però accettato che la negatività della narrazione ha un suo robusto fondamento: non siamo un Paese che evita di incentivare le famiglie con figli, siamo un Paese che le penalizza con metodo. La distorsione di un fisco che guarda solo agli individui, senza correzioni efficaci, permette ad esempio che a parità di reddito familiare un nucleo con un figlio solo viene favorito rispetto a un altro con prole numerosa. Trovare la chiave per chiudere la stagione dell’iniquità e aprire quella della redistribuzione sui bambini è spalancare una porta al futuro.
In termini fiscali il Fattore famiglia continua a essere la proposta più adatta a tradurre questa necessità: se il numero di figli da educare e sfamare azzera lo stipendio, il Fisco e l’indicatore Isee non possono continuare a far finta di niente. Parlando invece di servizi, l’urgenza è un piano che consenta un accesso diffuso agli asili nido: gratuito per chi non può, con una totale detassazione dei costi per chi è chiamato a pagare anche cifre significative. E poi dovrebbe essere venuto finalmente il momento per una regola che consenta una vera "armonizzazione" dei tempi di vita e di lavoro, una prassi, cioè, capace di insegnare alle imprese una visione che riconosce e non occulta l’esistenza delle famiglie.
Discorsi di questo tipo se ne fanno da anni, e il nodo da sciogliere è sempre e uno solo, quello delle risorse. Dove prendere i soldi? La risposta è semplice: dalla volontà. In questi anni vari governi hanno distribuito bonus di vario genere senza curarsi di chiedere la presentazione di indicatori di povertà o di verificare i carichi di famiglia: alle ristrutturazioni, alle cucine, alle finestre, ai condizionatori, ai redditi medio-bassi, agli insegnanti, ai maggiorenni. Il passo necessario in questa fase storica è trovare il modo per superare un antico deficit culturale e riconoscere che favorire la famiglia con figli è un’urgenza.
Per avere un futuro l’Italia deve sapersi trasformare in un Paese in grado di guardare non solo al presente, ma capace di vedere, e amare, anche «quello che sarà».

Massimo Calvi
Avvenire

29.04.16

Un paese più felice non sempre è più giusto

Danimarca, Svizzera, Islanda, Norvegia, Finlandia, Canada, Olanda, Nuova Zelanda, Australia, Svezia. Sono i dieci Paesi più 'felici' al mondo secondo la classifica del World Happiness Record 2016 diffusa nei giorni scorsi. L’Italia è risultata cinquantesima, posizione che abbiamo accettato senza protestare, segno che in fondo quel posto lo sentiamo adeguato. Ma che cosa hanno veramente in comune i dieci Paesi più felici? Qual è la formula che conduce alla felicità?
E soprattutto: di quale felicità stiamo parlando? Alcune risposte sono già state fornite dagli autori del rapporto, e 'Avvenire' ne ha dato ampio conto: dove la disuguaglianza è più bassa, la popolazione si sente più felice. A contribuire sono in verità molti fattori: il Pil reale pro capite (aspetto non certo irrilevante), l’aspettativa di vita in buona salute, l’avere qualcuno su cui contare (dunque le relazioni), la libertà percepita nel fare scelte di vita, i bassi livelli di corruzione, la generosità. Volendo allargare lo sguardo ci sarebbero altri tratti comuni strutturali e persino curiosi a unire questi Paesi, come l’elemento fortemente caratterizzante dell’ambiente naturale, la disponibilità di risorse, la circostanza di climi non propriamente invidiabili. Anche il tema di come l’uomo si rapporta alla natura nello sforzo di creare condizioni di vita migliori, insomma, appare significativo. Ma quello della bassa disuguaglianza resta centrale, e porta diritto a parlare di condivisione.
Come ha fatto notare l’economista Jeffrey Sachs, la formula richiede di «lavorare duro, avere buoni rapporti sociali», ma soprattutto «governare onestamente, pagare molte tasse in cambio di servizi adeguati». Già, perché dietro all’equità si cela un cammino lungo e ben tracciato. I Paesi più 'felici' sono tutti Paesi nei quali il fisco non è leggero, ma dove le risorse sono prima messe in comune e poi ridistribuite in modo da attenuare le disuguaglianze grazie a un sistema di welfare capace di offrire alle famiglie un ritorno elevatissimo in termini di servizi. Modelli invidiabili. Eppure c’è qualcosa che stona. A molti non è sfuggito che nella top ten vi siano anche molte nazioni che si distinguono per l’applicazione di politiche migratorie altamente selettive e severe, per non dire respingenti, Paesi in cui si può fare esperienza di fenomeni che contrastano con l’idea comune di felicità, come l’elevato tasso di suicidi o di alcolismo, o dove sono permesse pratiche eticamente condannabili, come l’eutanasia attiva o il programma danese di eliminazione della sindrome di Down attraverso l’aborto dei bambini che ne sono portatori.
E allora che cosa è questa felicità che stiamo affannosamente cercando in una classifica come in una caccia al tesoro planetaria, quasi una ricerca di un nuovo Graal? È qualcosa che riusciamo a riconoscere e apprezzare come membri di un’unica famiglia umana, oppure è la soddisfazione dei superstiti che si sono dati buone regole di convivenza su un’isola nascosta alle mappe? La questione non è irrilevante, nella fase storica che il mondo sta attraversando. Onorare le più elementari norme civiche e di convivenza è da sempre la formula che permette alle ricchezze dei singoli di trasformarsi in bene per la collettività. Tutto parte da cittadini che rispettano le regole, i divieti, si fermano agli stop, sorpassano in modo civile, timbrano i biglietti del bus, e soprattutto pagano le tasse: bassi livelli di evasione e corruzione forniscono la traccia decisiva nella costruzione di un percorso che conduce alla felicità grazie alla riduzione della disuguaglianza. Eppure fermarsi a questi ingredienti di base non può bastare, esattamente allo stesso modo in cui il Pil non è più adeguato a fissare il benessere di una società.
La classifica della felicità si basa su valutazioni soggettive, dunque non si può fare niente se i cittadini di un Paese si dicono più felici di quelli di un altro. Ma questo è anche il suo limite, dato che la somma delle singole felicità individuali non è certo la formula del benessere collettivo. Forse in questo caso dovremmo chiederci se è corretto parlare di 'felicità', e non invece di 'soddisfazione', 'serenità', 'appagamento', o altro. E poi ricordarci che una società di felici non è per forza anche una società più giusta.

Massimo Calvi
Avvenire 22.3.16
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Deflazione, malattia dei paesi vecchi

L'Italia in deflazione non è una buona notizia per le famiglie. Perché rispetto ai vantaggi immediati che i prezzi in calo sembrano promettere, in realtà "sconti" generalizzati si accompagnano a molti problemi: stagnazione dei consumi, produzione più bassa, fallimenti di imprese, disoccupazione, crisi. È per questo che la Banca centrale europea sta facendo tutto il possibile per riportare l’inflazione al livello obiettivo del 2%. Sforzi che tuttavia al momento non riescono a produrre i risultati sperati.
Perché? Difficile da dire, ma una spiegazione fornita da alcune recenti ricerche sulla difficoltà nel governare l’inflazione con la politica monetaria riguarda la struttura della popolazione: il "capitale umano" che manca in questa fase sono i giovani. In sostanza non ci sarebbero abbastanza famiglie con figli per avere la dose di inflazione necessaria a garantire uno sviluppo equilibrato.
Per capire come mai avviene questo bisogna rendersi conto di quali e quanti danni possono nascere dalla deflazione. Un primo problema riguarda il parametro del debito sul Pil: in assenza di crescita (anche dell’inflazione), il rapporto è destinato ad aumentare, con tutto quello che può comportare in termini di manovre correttive dei conti pubblici. Prezzi più bassi, poi, costringono le imprese a comprimere i margini di guadagno, spingono i datori di lavoro a ridurre il personale, avvicinano le aziende fallimento. Se poi le famiglie prevedono che i prezzi resteranno bassi ancora a lungo, ecco che rinvieranno le decisioni di acquisto, aggravando la crisi e avviando una spirale negativa difficile da fermare.
La deflazione, insomma, significa problemi oggi e guai domani. E una delle categorie che viene più penalizzata di quanto non lo sia già, sono proprio i giovani. Il presidente della Bce, Mario Draghi, lo ha spiegato bene in un recente colloquio con il Guardian, citando una ricerca della Banca centrale: gli alti livelli di disoccupazione giovanile sono «una tragedia» che «minaccia l’armonia sociale», mentre i bassi livelli di inflazione compromettono le prospettive dei Millennials accrescendo la disuguaglianza generazionale: «Nell’area euro livelli troppo bassi di inflazione producono una redistribuzione di ricchezza dalle famiglie più giovani e più indebitate a favore di quelle più anziane, che in genere sono creditori netti».
L’inflazione, infatti, rende i debiti più sostenibili, mentre la deflazione favorisce le rendite fisse, come gli assegni previdenziali. È anche per questo che, si ritiene, una popolazione più anziana tende a esercitare una pressione affinché la politica monetaria, di fatto, favorisca la deflazione.
Eppure non è così semplice. Uno studio di due economisti finlandesi, Mikael Juselius e Elöd Takáts, riportato sul numero di marzo di Finance&Development, la rivista del Fondo Monetario internazionale, dimostra in modo empirico come molte teorie vadano riviste considerando che più di tanti fattori a incidere sull’inflazione è in realtà la composizione della popolazione. In buona sostanza, più è elevata la quota di giovani dai 5 ai 29 anni, e di anziani dai 65 ai 79 anni, rispetto al numero di persone in età da lavoro, più viene esercitata una pressione inflazionistica. E vice versa.
Le ragioni sono ancora tutte da chiarire, e non basta parlare di "aspettative" sui prezzi oppure di tendenza a risparmiare o spendere più di quello che si produce in rapporto all’età. Quello che invece appare evidente alla luce dei risultati della ricerca è che se oggi in Europa gli anziani non mancano affatto, ad essere carenti sono invece i giovani e i genitori che li mantengono. Cioè le famiglie. È questo il "capitale umano" che in questo momento manca perché in Europa si rivedano un po’ di inflazione e di crescita. La Bce, più di tanto, non può fare. I governi forse sì.

Massimo Calvi
Avvenire 16.3.2016