Lavoro, Sud e giovani: sono le tre “parole chiave” scelte
ieri dal presidente del Consiglio Paolo Gentiloni in occasione della conferenza
stampa di fine anno quali priorità per caratterizzare l’operato del suo
governo. Un esecutivo che avrà necessariamente vita breve, anche nell’ipotesi
estrema che resista fino alla scadenza naturale della legislatura, nel
primissimo scorcio del 2018, ma che ha il diritto e il dovere di operare senza
curarsi di questo limite. A essere onesti però il lavoro, il Sud e i giovani,
più che priorità sarebbero tre drammatiche emergenze del nostro Paese, e non
certo da ieri, dunque è abbastanza naturale che un governo nato nella
prospettiva della continuità con il precedente si faccia carico delle sfide più
alte in un orizzonte di lungo periodo.
Guardare a questioni che sarebbe già impegnativo risolvere
avendo a disposizione cinque anni di tempo non deve far distogliere lo sguardo
da ciò che è veramente urgente ed è già a portata di mano considerato che il
Parlamento vi ha lavorato per mesi. Un esempio su tutti: il Reddito di
inclusione e il Piano nazionale contro la povertà. Lo ricordiamo perché proprio
ieri l’Alleanza contro la povertà, soggetto che raggruppa una quarantina di
organizzazioni tra associazioni, sindacati e realtà del Terzo settore italiano,
ha lanciato un forte appello affinché non siano proprio i bisognosi a pagare il
prezzo dell’instabilità politica. La scadenza non è casuale: tra poche ore
l’Italia sarà l’unico Paese in Europa a non avere uno strumento per aiutare le
persone in povertà assoluta, considerato che dal primo gennaio anche la Grecia
risolverà il suo “deficit” introducendo un sostegno pubblico a favore di chi
vive in condizioni di miseria.
Nell’ultimo anno il Parlamento italiano si è mosso nella
giusta direzione e ha compiuto passi avanti significativi per colmare questo
vuoto avviando e quasi completando il percorso per la legge delega che deve
portare al Reddito di inclusione e preparando il terreno per un Piano nazionale
contro la povertà. Il Rei è un assegno mensile necessario a compensare la
differenza tra il reddito che si percepisce e la soglia di povertà, unito a una
serie di servizi sociali, sanitari o educativi e a strumenti vincolanti per
essere attivi nel mercato del lavoro. A questo punto – e l’avevamo segnalato a
crisi appena aperta, il 7 dicembre scorso, con Francesco Riccardi su questa
stessa prima pagina – il timore è che quanto fatto finora si perda nella
ridefinizione delle priorità e nella ricerca di nuovi assetti, sprecando il
lavoro già fatto e le risorse stanziate.
Si tratta di un rischio che può essere fatto rientrare con
poco, anche perché la “continuità” promessa da Gentiloni si è già manifestata
in più occasioni, compresa la conferma dei 41 sottosegretari avvenuta ieri. È
bene crederci, alla luce di quanto di buono c’era nella pur discutibile manovra
del governo Renzi – dai bonus per la natalità agli interventi sulle scuole,
dalle misure per il diritto allo studio alla cultura – e che va confermato,
così come deve essere per altre riforme di carattere sociale – da quella del
Terzo settore al Servizio civile. Ed è giusto sperarci anche in termini di
risorse, nei giorni in cui alle banche si affidano quegli aiuti che ai poveri è
così difficile concedere.
È il tema della povertà che più di tutti va iscritto in
testa all’elenco delle urgenze. I poveri assoluti dal 2007 a oggi sono passati
da 1,8 milioni a 4,6 milioni, mentre i cittadini a rischio povertà sono 17
milioni, quasi il 30% della popolazione. A farne le spese sono in particolare i
giovani, i genitori con figli minori, chi vive al Sud. In sostanza chi sta
dietro le “parole chiave” pronunciate dal premier – “lavoro, Sud e giovani” –
cioè le persone che danno un volto e un significato alle belle parole della
politica. C’è un ceto medio, soprattutto le famiglie con figli, che in questi
anni di crisi ha sofferto ed è sprofondato avvicinandosi pericolosamente alla
soglia delle povertà, ed è giusto – come è stato ricordato – che abbia
risposte. Ma c’è un livello ancora inferiore, l’area della miseria, dove è
necessario predisporre al più presto quella rete di sicurezza che in Europa, da
Capodanno, mancherà solo in Italia.
Massimo Calvi
Avvenire, 30.12.2016