Il profumo di conflitti di interesse nella legittimità delle opinioni si avverte però quando, dati alla mano, ci si interroga su cosa sia veramente il “ceto medio” in Italia, se il reddito delle famiglie è mediamente di 39mila euro, poco più di 3.000 euro al mese con tutte le entrate del nucleo, se il reddito più frequente, il mediano, è di 30.000 euro, e se la dichiarazione-tipo dell’Isee viaggia sui 17.000. Vien da pensare, cioè, che la base elettorale per opporsi a una qualche tassazione sui patrimoni da milioni e milioni di euro, fuori dal perimetro degli opinionisti, sia in realtà ridottissima. A meno che non si tratti di ricchezze ereditate o da ereditare, e allora semmai vorrebbe dire tassare un filino di più le successioni e un tantino di meno i redditi da lavoro. Oppure è possibile che molto sia custodito dalle generazioni più anziane, immuni all’Isee, e allora forse una ridistribuzione generazionale avrebbe più senso etico che politico. C’è un’ulteriore possibilità: che l’invisibile ceto medio sia grandemente rappresentato dal popolo delle banconote, che alla cassa non conosce né carte né Satispay, o che chiede sempre se “serve fattura” oppure ricorda che “in contanti l’Iva è scontata". Tutti quelli il cui “di più” non va a scuole e ospedali, ma forse anche a edificare patrimoni.
I sospetti trovano conferma quando, cifre della Banca d’Italia, si trova che degli 11mila e 700 miliardi di euro della ricchezza netta degli italiani, il 60%, ossia circa 7mila miliardi, appartiene al 10% più ricco delle famiglie. Non proprio medio come ceto, insomma. Eppure, ciò che non torna veramente è soprattutto nella motivazione di fondo eretta contro ogni forma di patrimoniale: il racconto del ceto medio che non può essere ulteriormente colpito. Giusto. Ineccepibile. Peccato che quello stesso preciso ceto sia invece considerato sempre e solo “ricco” quando si tratta di ottenere vantaggi fiscali in nome dei figli: e dunque via sconti, assegni e detrazioni tracciando precisi limiti di reddito. Il messaggio è chiaro: italiani da tutelare se hanno patrimoni milionari, da tassare come se niente fosse se invece hanno prole. Case, barche, titoli e ori inteneriscono il fisco nazionale, l’empatia evapora quando si parla di figli.
L’immagine che lo specchio restituisce è ancora quello di un Paese che sogna intimamente rendite e fortune, ed è pronto a proteggerle a ogni costo, anche al prezzo di rinunciare a figli e discendenze, perché, anzi, meno siamo e più ereditiamo. Triste. Può allora avere senso dire che se di tasse sulle successioni e sui patrimoni non si deve parlare, perché comunque poco efficaci, si abbozzi almeno che in caso di figli lo sconto è sempre meritato. Perché il vero ceto che fatica, meritevole di premi a prescindere, è quello trasversale dei genitori, soprattutto se le tasse son pagate. Ovvio che a chi ricco lo è veramente tutto questo non importi, perché conta solo proteggere il forziere. Ma la scusa del “povero” ceto medio andrebbe affinata.
Massimo Calvi
Avvenire, 17.6.26