Il fisco tassa i figli e non i patrimoni

C’è qualcosa che non torna nel dibattito mai veramente iniziato sulla necessità o meno, e sull’opportunità, di una tassa patrimoniale. Da sinistra l’ipotesi è stata avanzata a mo’ di test, la destra, e soprattutto il governo, ha chiuso il discorso. Si vedrà alle prossime elezioni politiche, sapendo che in genere accennare a nuove tasse porta male, mentre promettere di abbassarle porta sempre bene, anche se poi non lo si fa veramente. La cosa che non torna è però altrove, nel dibattito pubblico, e risiede nella vera argomentazione spesa per chiudere il discorso: e cioè che una tassa sui patrimoni colpirebbe soprattutto il “ceto medio”, già da tempo in difficoltà, il ceto che se resiste è proprio grazie al “di più” che ha oltre al reddito, mentre i veri ricchi la scamperebbero in ogni caso. Tassa inutile, insomma, oltre che difficilmente applicabile.

Il profumo di conflitti di interesse nella legittimità delle opinioni si avverte però quando, dati alla mano, ci si interroga su cosa sia veramente il “ceto medio” in Italia, se il reddito delle famiglie è mediamente di 39mila euro, poco più di 3.000 euro al mese con tutte le entrate del nucleo, se il reddito più frequente, il mediano, è di 30.000 euro, e se la dichiarazione-tipo dell’Isee viaggia sui 17.000. Vien da pensare, cioè, che la base elettorale per opporsi a una qualche tassazione sui patrimoni da milioni e milioni di euro, fuori dal perimetro degli opinionisti, sia in realtà ridottissima. A meno che non si tratti di ricchezze ereditate o da ereditare, e allora semmai vorrebbe dire tassare un filino di più le successioni e un tantino di meno i redditi da lavoro. Oppure è possibile che molto sia custodito dalle generazioni più anziane, immuni all’Isee, e allora forse una ridistribuzione generazionale avrebbe più senso etico che politico. C’è un’ulteriore possibilità: che l’invisibile ceto medio sia grandemente rappresentato dal popolo delle banconote, che alla cassa non conosce né carte né Satispay, o che chiede sempre se “serve fattura” oppure ricorda che “in contanti l’Iva è scontata". Tutti quelli il cui “di più” non va a scuole e ospedali, ma forse anche a edificare patrimoni.

I sospetti trovano conferma quando, cifre della Banca d’Italia, si trova che degli 11mila e 700 miliardi di euro della ricchezza netta degli italiani, il 60%, ossia circa 7mila miliardi, appartiene al 10% più ricco delle famiglie. Non proprio medio come ceto, insomma. Eppure, ciò che non torna veramente è soprattutto nella motivazione di fondo eretta contro ogni forma di patrimoniale: il racconto del ceto medio che non può essere ulteriormente colpito. Giusto. Ineccepibile. Peccato che quello stesso preciso ceto sia invece considerato sempre e solo “ricco” quando si tratta di ottenere vantaggi fiscali in nome dei figli: e dunque via sconti, assegni e detrazioni tracciando precisi limiti di reddito. Il messaggio è chiaro: italiani da tutelare se hanno patrimoni milionari, da tassare come se niente fosse se invece hanno prole. Case, barche, titoli e ori inteneriscono il fisco nazionale, l’empatia evapora quando si parla di figli.

L’immagine che lo specchio restituisce è ancora quello di un Paese che sogna intimamente rendite e fortune, ed è pronto a proteggerle a ogni costo, anche al prezzo di rinunciare a figli e discendenze, perché, anzi, meno siamo e più ereditiamo. Triste. Può allora avere senso dire che se di tasse sulle successioni e sui patrimoni non si deve parlare, perché comunque poco efficaci, si abbozzi almeno che in caso di figli lo sconto è sempre meritato. Perché il vero ceto che fatica, meritevole di premi a prescindere, è quello trasversale dei genitori, soprattutto se le tasse son pagate. Ovvio che a chi ricco lo è veramente tutto questo non importi, perché conta solo proteggere il forziere. Ma la scusa del “povero” ceto medio andrebbe affinata.

Massimo Calvi
Avvenire, 17.6.26

Lo smart working riduce il gender pay gap

Quando si parla di divario retributivo di genere, il cosiddetto gender pay gap, cioè la differenza tra la retribuzione media degli uomini e quella delle donne, non sempre si fa presente che questa discriminazione riguarda soprattutto le donne quando diventano madri. È infatti la nascita di un figlio il fattore che incomincia a separare concretamente i percorsi professionali e di guadagno tra maschi e femmine. Per questo, anche se il termine è oggettivamente orribile, si parla di child penalty, la penalizzazione subìta sul lavoro a causa della nascita di un figlio. Questo avviene perché spesso le madri che sono occupate, una volta trascorso il periodo del congedo di maternità, abbandonano il posto di lavoro per occuparsi dei neonati, oppure scelgono – se non sono costrette a farlo – la flessibilità del part-time, o ancora vedono interrompersi possibili avanzamenti di carriera. Non è solo una questione di condivisone dei compiti a casa tra padre e madre, o di strutture di supporto che mancano sul territorio, elementi che pure incidono e non poco, tante volte è proprio l’ambiente di lavoro e la cultura che lo attraversa a favorire una competizione tra chi deve farsi carico della cura di figli e chi no, arrivando a incidere sulle retribuzioni femminili, e persino sulla fecondità. Tra le pratiche aziendali ce ne è però una, che sembra riuscire più di altre a ridurre il divario retributivo di genere dovuto alla nascita dei figli, favorendo anche le nascite: lo smart working.

A segnalare questa possibilità è uno studio recentissimo Workplace Flexibility and the Motherhood Penalty: Evidence from the Diffusion of Remote Work, condotto da economisti italiani (G. Basso, M. De Paola, S. Lattanzio, M. Paradisi) e che si inserisce in un ampio filone di ricerca dedicato ad approfondire il modo in cui il lavoro da casa può incidere nelle dinamiche familiari. Dunque secondo il paper, in Italia il lavoro agile è in grado di ridurre di circa il 77% il calo dei guadagni delle madri nel periodo post-parto, e del 24% rispetto al periodo prima della nascita. Questo avviene per vari motivi: grazie al lavoro agile le madri riescono ad aumentare la partecipazione al lavoro riducendo i periodi di congedo, inoltre fanno meno ricorso al part-time, che concede più tempo libero ma abbatte le retribuzioni. Il tema del divario retributivo di genere continua a essere un tasto dolente nel nostro Paese: l’Inps ha calcolato che nell’anno di nascita del bambino la diminuzione del reddito delle donne è di circa il 16%, ma solo perché l’indennità del congedo evita una caduta del 70%, e che ci vogliono quattro anni per tornare ai livelli retributivi di prima. Nel tempo, però, dato che i redditi maschili aumentano, il divario di genere arriva al 30%.

Secondo la nuova ricerca, grazie allo smart working anche gli avanzamenti di carriera sono migliori, con più casi registrati di promozioni a ruoli manageriali, probabilmente perché lo smart working permette di confermare il proprio impegno sul lavoro, cosa più difficile in assenza di una tecnologia capace di aumentare la flessibilità. Il beneficio, tra l’altro, oltre che per le pendolari – ma questo è intuitivo - sembra essere maggiore per le madri più giovani, quelle con redditi più bassi, e anche per chi ha un “lavoro avido”, secondo la definizione della Nobel per l’Economia Claudia Goldin, cioè quegli impieghi (greedly work) che richiedono grande disponibilità di tempo e reperibilità quasi illimitata. Una prova, se si vuole, che all’origine della child penalty c’è soprattutto la rigidità nell’organizzazione del lavoro, un muro che invece lo smart working sembra riuscire a scalfire: se tutti i lavori che consentono di operare da remoto offrissero infatti contratti di lavoro da casa, rileva la ricerca, la riduzione del divario retributivo di genere sarebbe pari a 5,6 punti percentuali, cioè quasi il 30% della differenza che si registra nei guadagni. Un aspetto forse ancora più interessante riguarda il ruolo dei padri, perché anche la maggiore flessibilità degli uomini porta a ridurre la child penalty, grazie al fatto che lo “smart” permette di redistribuire il lavoro di cura e i compiti a casa. Altra cosa non nuova, perché già evidenziata da vari studi, ma importante, riguarda poi l’impatto sulle nascite: secondo i ricercatori l'attuale diffusione dello smart working ha già aumentato il tasso di fecondità totale in Italia dell'1,2%, cioè circa 4.700 nascite aggiuntive l'anno, dunque permettendo di rendere meno drammatico di quanto già non sia il calo della natalità in Italia, pur se con effetti più netti tra le coppie già con figli. Uno studio britannico ha recentemente ipotizzato che se l’Italia ampliasse la diffusione dello smart working al livello delle nazioni dove la pratica è più diffusa, nel nostro Paese nascerebbero 12.800 figli in più l’anno. Ora la ricerca italiana offre uno scenario persino più ottimistico, sostenendo che se tutti i lavori compatibili con il lavoro da remoto adottassero modalità flessibili, il tasso di fecondità totale potrebbe aumentare fino al 3,9%, cioè circa 15.200 nascite in più ogni anno. Certo, lo smart working, o il lavoro da casa, non rappresentano la soluzione a tutti i problemi e anzi contemplano una lunga lista di controindicazioni, tra possibili cali di produttività, rischi di isolamento o criticità nella formazione e nei percorsi di carriera. La nota positiva è quando la flessibilità riesce ad essere al servizio della persona, offrendo più margini alla libertà di scelta, soprattutto nei percorsi familiari, alleggerendo quel peso che le rigidità del lavoro possono far gravare sul desiderio di figli.

Massimo Calvi
Avvenire - L'Economia Civile