Quale fiducia senza bambini?

A novembre la fiducia dei consumatori italiani è salita al livello più alto dal 1995, cioè da quando viene calcolato l’indice. Un buon segno per le speranze di ripresa.

Purtroppo un altro indicatore di fiducia, in realtà molto più importante del primo, è crollato: quello delle nascite di bambini. Lo scorso anno sono stati registrati all’anagrafe 502.596 bimbi, 12.000 in meno rispetto al 2013.

È un nuovo minimo storico. Il calo della natalità in Italia dura da tempo e al punto cui è giunto produrrà conseguenze serie negli anni a venire. Le donne in età riproduttiva sono sempre di meno, il tasso di fecondità è sceso a 1,37 figli per donna (dagli 1,39 precedenti), sale ancora l’età in cui si mette al mondo un figlio. Su 100 bambini, 8 nascono da donne con più di 40 anni, solo uno ha una mamma sotto i 25.

Considerata la caduta della fecondità femminile dopo i 35 anni significa che per ogni mamma 40enne ci sono almeno due donne che non sono riuscite a mettere al mondo il figlio che desideravano. La crisi economica e il contesto di incertezza hanno inciso in modo netto nel condurci in questo inverno demografico che sembra non avere fine, anche perché in questi anni è mancata del tutto una politica di sostegno e di promozione culturale della natalità, oltre che di aiuto economico a chi diventa genitore.

È una visione di corto periodo che arriva da lontano, ma che sta presentando il suo conto pesantissimo oggi. I 'consumatori' possono decidere di spendere di più questo mese o fare ancora meglio il prossimo, ma c’è un momento in cui il loro numero e soprattutto la loro età diventano un ostacolo insormontabile a ogni prospettiva di sviluppo o quantomeno di tenuta sociale.

L’Italia è un Paese anziano, dal quale se ne vanno i giovani, che interessa sempre meno agli stranieri, disertato persino dalle cicogne. Se la fiducia nel futuro si misura da questo, dovremmo impegnarci a fare molto di più.

Massimo Calvi
Avvenire 28.11.15

La nostra guerra è continuare a vivere

Martedì 8 dicembre papa Francesco aprirà la Porta Santa di San Pietro, momento che segna l'avvio del Giubileo dedicato alla Misericordia. La capitale e i luoghi della cristianità, lo sappiamo, sono obiettivi sensibili. Forse è persino inutile segnalarlo. 
Tutti i luoghi di aggregazione ormai lo sono, dopo gli attentati terroristici di Parigi: le sale concerto, gli stadi, i ristoranti, le stazioni, gli aeroporti e i voli aerei, i mezzi pubblici, le scuole, le cattedrali, le sinagoghe, le moschee sgradite... È la nostra stessa vita a essere diventata a rischio, se la minaccia segue logiche indecifrabili e ha il solo scopo di generare terrore e alimentare paura nella popolazione. C'è una guerra mondiale "a pezzi", dopotutto, e un frammento purtroppo è finito anche qui. Nessuno sa dire quante volte, e dove, potrà accadere ancora. 
Ma una cosa è certa: anche se la guerra non è ufficialmente dichiarata nella guerra ci siamo 'entrati' nel momento in cui, nonostante le rassicurazioni, siamo arrivati ad avere paura di fare le scale della metropolitana, di sedere a fianco di uno straniero, di mescolarci a una folla. In guerra ci siamo quando decidiamo di fermare tutto e di fermarci a ogni pacco sospetto. 
C'è però un aspetto che dovremmo incominciare a valutare di fronte a un conflitto con tali caratteristiche: considerarci tutti in qualche modo 'soldati'. Arruolati, in difesa pacifica e disarmata della libertà, dei valori fraterni, della convivenza civile. Non lo possiamo spiegare fino in fondo ai più piccoli o ai nostri figli, ma siamo perfettamente in grado di dare l'esempio di 'soldati di pace': continuare a fare fino in fondo le cose che vale la pena fare, sapendo che come i soldati possiamo anche morire. Non dobbiamo arrenderci all'idea che chi ci spara addosso abbia già vinto. La consapevolezza della paura può voler dire anche imparare a maneggiare il codice della responsabilità in un modo nuovo. 
Nello spazio di pochi giorni siamo passati dal temere la morte in anticipo a causa di carne rossa e prosciutto, alla possibilità di veder finire tutto all'improvviso, brutalmente, mentre siamo al bar, al ristorante o a un concerto. Per questo abbiamo il diritto di chiedere il massimo da chi ha il compito di garantire la sicurezza dentro e fuori le città. Ma, trovando difficile poter esigere la certezza assoluta di quiete, ecco che non possiamo esimerci dal comportarci come parti di un pacifico esercito di cittadini. Incontrarsi, andare a Messa, frequentare i luoghi della cultura, condividere il pasto, essere pellegrini, studiare: tutto questo può volere dire anche morire? Tutt'altro, perché non è questo il livello di rischio al quale siamo sottomessi - l'Istat ci informa che continua a essere drammaticamente più pericoloso guidare l'automobile o passeggiare - e comunque questo non è mai morire, ma vivere. 
Come le ginestre di Leopardi sulle pendici del Vesuvio non è il caso di piegarsi all'orgoglio o alla codardia, abbiamo l'obbligo della saggezza. Lunedì 7 dicembre, festa di Sant'Ambrogio, come ogni anno a Milano è anche il giorno della Prima della Scala, altro obiettivo considerato a rischio. L'opera che apre la stagione è la verdiana Giovanna d'Arco, santa patrona di Francia. Nella coincidenza sarà difficile non farsi catturare dal desiderio di ascoltare anche lì la Marsigliese, o fare nostra qualche strofa. Ma i "cittadini alle armi" che vogliamo essere non spargono sangue: promuovono la pace e difendono la libertà, combattono l'odio e testimoniano il valore della fratellanza, soprattutto continuando a fare le cose di sempre, le più belle e quelle per cui vale la pena spendere tempo. In una parola: vivono.

Massimo Calvi
Avvenire 20.11.2015