La ricetta per ripartire (quello che gli economisti non dicono)

Può darsi che il peggio della crisi sia passato, e che il punto più basso sia stato toccato. Quasi la metà degli italiani, nonostante tutto, incomincia a pensarlo. E questo è un buon segno. Tuttavia il passaggio da una crisi che sembra "alle spalle" a una ripresa capace di rimettere in piedi l’Italia non è rapido né scontato. A mancare è una delle condizioni di base, la più importante: la fiducia delle famiglie. Nel suo rapporto sulla situazione sociale del Paese presentato ieri il Censis ha usato un’immagine fortissima, ma efficace, quella di un’Italia «ripiegata su se stessa», impaurita e vulnerabile dopo anni di difficoltà. Quasi stremata, sfiancata dai troppi colpi subiti. Dove i giovani sono umiliati nelle loro aspirazioni, le persone più sole, e gli adulti terrorizzati dalla possibilità di ritrovarsi poveri da un momento all’altro.

Il quadro in effetti non è molto rasserenante. Se il 60% della popolazione vive nella paura di sprofondare nella povertà, quasi un virus che può contagiare chiunque, diventa difficile immaginare di invertire il ciclo in breve tempo, pur con tutto l’impegno che la politica ci può mettere. In un paese in queste condizioni è persino scontato che finiscano per prevalere un approccio "attendista" nelle scelte economiche e un atteggiamento di "cinismo" nella vita sociale. In tal senso ci sono due dati singolarmente coincidenti tra i vari spunti forniti dal rapporto che rendono l’idea della condizione di precarietà generale. Il primo dice che 8 italiani su 10 oggi gestiscono i propri risparmi tenendoli a disposizione per poter far fronte a spese impreviste o per sentirsi al sicuro e con le spalle coperte. Il secondo che, ancora, per 8 italiani su 10 il drammatico calo della natalità, che comprime ogni possibile visione di futuro, è conseguenza delle ristrettezze economiche.

Nella valutazione del Censis la soluzione per superare lo stallo è affidata all’esigenza di un salto di qualità della politica, incaricata di liberare le molte energie positive presenti, ma chiuse in "giare" pirandelliane. Ora, volendo trovare un contenuto da attribuire a una rinnovata azione politica, ci sarebbe molto da attingere dal messaggio che il Papa ha consegnato proprio ieri ai partecipanti al Festival della famiglia di Riva del Garda. «Il preoccupante andamento demografico richiede una straordinaria e coraggiosa strategia in favore delle famiglie – ha suggerito Francesco –. Da qui può iniziare anche un rilancio economico per il Paese».

Il punto è che queste semplici parole non hanno solo una valenza culturale, ma anche un reale significato economico. È quello che molti economisti di casa nostra si ostinano a non riconoscere o quantomeno a non evidenziare nelle analisi sulla crisi e le possibilità di ripartenza. Chiedere, come ha fatto il Papa, di aiutare le persone a gestire «i rapporti tra vita professionale e vita familiare», ricordare la missione delle famiglie suggerendo «sinergie tra pubblico e privato, tra imprese e famiglie» per favorire la conciliazione tra tempo di lavoro e tempo libero di vita, e poi incoraggiare ancora l’elaborazione di «politiche familiari» e «porre attenzione all’occupazione femminile» significa aiutare a definire un ordine alle priorità.

Quello che manca nelle analisi economiche e sociali nell’Italia di oggi è proprio la capacità di porsi la domanda corretta. Che non parte dal chiedersi cosa fare per ripartire, bensì cosa fare per ripartire di fronte a una popolazione che invecchia e decresce. Perché è questo, la denatalità, il vero dato critico che blocca la vecchia Europa, condanna il Giappone e ora spaventa anche gli Stati Uniti, come tutte le analisi internazionali suggeriscono. Politiche del lavoro attente alle famiglie sono la prima risposta che un economista dovrebbe dare agli interrogativi sulla possibilità di ripresa, economica e sociale.
Nell’accennare a questi temi, il Papa ieri ha usato parole inedite riferite all’occupazione femminile e alle donne (e ai loro diritti) impegnate nel lavoro, nella famiglia e nella società, per il «contribuito impareggiabile» che danno, descrivendole però anche «affaticate e quasi schiacciate dalla mole degli impegni e dei compiti», donne spesso poco comprese e bisognose di maggiori aiuti. Un’immagine che sembra combaciare con quella usata dal Censis per l’Italia: come una mamma stanca e sola, che ha bisogno di essere aiutata a ritrovare la fiducia in se stessa e la forza necessaria per aiutarci a costruire il futuro con speranza e senza paure.
Massimo Calvi
Avvenire 6.12.14

Pagare le tasse? Autolesionistico

Se il sistema produttivo italiano è in difficoltà, il costo del lavoro alto, i conti pubblici in disequilibrio, il malessere sociale palpabile e, aggiungiamo, l’offerta di servizi pubblici carente e il welfare inadeguato, la causa principale non si discute: è l’evasione fiscale. Lo scrive la Corte dei Conti in un documento nel quale, spingendosi fin oltre il paradosso, arriva quasi a giustificare gli evasori: perché se il sistema di controlli e sanzioni è inefficace e la ricorrenza di condoni frequente, ecco che l’onesta condotta può essere definita addirittura «autolesionistica». È «desolante» – termine usato proprio dai giudici contabili – lo scenario che emerge dal rapporto sulla tax compliance,
cioè il tentativo di spingere i contribuenti (vien da sorridere a dirlo) al rispetto spontaneo delle regole fiscali. La realtà, tangibile, è quella di un sistema fiscale inadeguato, che produce una «grave sperequazione» tra quanto versano lavoratori dipendenti e pensionati e quanto (non) versano autonomi e piccole imprese: più dell’81% dell’Irpef arriva infatti dai primi. Un dato che invita ad aprire una riflessione seria sull’Irpef, imposta che più di altre è «esposta all’evasione», per la progressività delle sue aliquote oltre che per il duplice vantaggio che ottiene l’evasore: quello di pagare meno tasse e, risultando più povero, di ottenere maggiori benefici dallo Stato sociale. Distorsioni intollerabili, in una fase caratterizzata da rincari diffusi delle tariffe dei servizi, considerato che l’ancoraggio di tante rette ai redditi o alle dichiarazioni Isee finisce per penalizzare ancora di più le famiglie – e i figli – dei lavoratori dipendenti.

I giudici contabili promuovono le misure fiscali sull’'adempimento volontario' contenute nella legge di Stabilità. Ma bocciano 40 anni di normativa fiscale, in quanto «mal coordinata», «contraddittoria» e priva di una strategia. La ragione di tutto questo? Le divisioni tra gli schieramenti politici nell’approccio all’evasione. Ma ecco come si traduce questo deficit: in un sistema di repressione penale dei reati tributari lento e «inefficace», in sanzioni amministrative «esigue» e sanzioni penali spesso inapplicate (si veda alla voce prescrizione), in controlli «depotenziati» – mediamente un operatore rischia una verifica ogni trent’anni! – e nell’invitante «ricorrenza di condoni e sanatorie».
Evadere, insomma, è facile, conveniente, poco rischioso e, si potrebbe dire, quasi incentivato. «La correttezza fiscale – arrivano a scrivere i magistrati contabili – sembra affidata più alla lealtà del singolo contribuente che a un organico sistema di regole», mentre la quasi certezza dello sconto «rende autolesionistica la condotta di chi adempie correttamente e tempestivamente all’obbligazione tributaria».
La soluzione ci sarebbe e passa dalla tecnologia, suggerisce la Corte ricordando la possibilità di puntare sull’uso di strumenti come la fatturazione elettronica, la tracciabilità dei pagamenti, le comunicazioni telematiche. Ma nessun obiettivo è possibile, ci sarebbe da dire citando proprio i giudici, se le forze politiche non arrivano a concordare sul fatto che il sistema fiscale in Italia ha perso ogni riferimento di equità e di giustizia. E va riformato con urgenza.
Massimo Calvi
Avvenire 3.12.14

Bambini, la povertà del bonus

Il bonus bebè si prepara a cambiare pelle. Da un contributo per i nuovi nati a una misura tagliata soprattutto sui bimbi più poveri. È un ripensamento importante, considerato quanto la crisi ha influito sulla condizione economica delle famiglie. Nella prima versione si era parlato di un bonus da 80 euro al mese per 3 anni alle neomamme, poi è emersa l’ipotesi di estenderlo fino a cinque anni. Ora, sulla spinta di diversi emendamenti alla Legge di Stabilità, ecco l’indicazione di rimodularlo guardando ai genitori poverissimi.

Il cambio di direzione, alla vigilia della giornata mondiale dell’Infanzia che si celebra oggi, rappresenta la presa d’atto di un’emergenza che non è più possibile trascurare. Nel 2007 i minori poveri in Italia erano circa 400mila, oggi la loro cifra ha raggiunto il milione e mezzo. È una generazione che pagherà a lungo il conto di questa crisi, un tributo doloroso destinato a gravare su tutti noi, sul Paese, in termini di peso economico, sociale e morale. Per questo è necessario imprimere una svolta subito, e molto forte, sapendo che un sostegno economico diretto è importantissimo, ma può non bastare.

Ai centri di ascolto della Caritas il 75% delle richieste di aiuto arriva da persone con figli a carico. A volte le mamme povere che riescono a trovare un piccolo lavoro si devono scontrare con il problema della custodia dei figli, se nidi o altre risorse per i servizi non ci sono. Il valore di un bonus bebè virato sui poveri rimanda anche a un’altra esperienza a suo modo profetica: il Progetto Gemma della Fondazione Vita Nova, e alle migliaia di vite che ha contribuito a salvare grazie anche ai 160 euro al mese dato attraverso i Centri di aiuto alla vita alle donne che avevano pensato all’aborto.

C’è solo un conto che al momento sembra non tornare, se è vero che le politiche di contrasto alla povertà sono una cosa e quelle per sostenere la natalità un’altra. Per il bonus bebè sono stati stanziati dai 200 ai 500 milioni di euro, cifra che impallidisce di fronte ai 10 miliardi per il bonus di 80 euro assegnato ai redditi individuali, a prescindere dal reale bisogno. Povertà infantile e denatalità oggi sono due gigantesche emergenze sociali. Ai bambini è stata concessa una 'pagnotta', sarebbe bene evitare una competizione tra bisogni diversi per contendersela.
Massimo Calvi

Avvenire 20.11.14

Famiglia, il motore dimenticato

Dal 2008 al 2013, cioè dallo scoppio della “crisi” in poi, in Italia ci sono stati 53mila matrimoni in meno. Un calo molto forte, quello registrato dall’Istat qualche giorno fa, che accentua una tendenza già presente ed è dovuto alle maggiori difficoltà economiche dei giovani, ma anche in gran parte alla trasformazione dei costumi sociali. La tendenza a non mettere su famiglia, così come la difficoltà a costituire legami stabili, sono caratteristiche sempre più tipiche delle nostre società. Un’evoluzione-involuzione che ha come effetto diretto anche il drastico calo della natalità che stiamo sperimentando.

L’individualismo, si sa, esige il suo tributo. Ma la diminuzione dei bambini che nascono rappresenta oggi – a causa dello squilibrio generazionale che produce – un problema serio per il nostro sistema Paese, per il suo sviluppo umano complessivo così come per i conti pubblici e la crescita economica. Può sembrare paradossale, ma se la disoccupazione è così alta, questo è dovuto anche al fatto che ci sono troppi pochi giovani attivi in rapporto al numero di anziani in pensione.
Se il legame tra denatalità e crisi è abbastanza facile da dimostrare (nonostante che gli economisti su questo argomento tendano ancora ad accapigliarsi), meno indagata è la correlazione tra crisi della famiglia e crisi economica.

Certo, sarebbe ardito affermare che il calo dei matrimoni abbia aggravato la recessione, tuttavia c’è un’ampia letteratura scientifica che dimostra come la famiglia rappresenti un indiscutibile “capitale sociale”, e come le misure che puntano a rafforzarla e a renderla stabile siano il fondamento delle politiche per promuovere uno sviluppo sostenibile, a beneficio della collettività. Può essere utile ricordarlo in occasione del Family Act, la manifestazione promossa da un cartello di 27 associazioni in difesa della famiglia e della vita. In questo senso una ricerca pubblicata di recente sull’International Journal of soustainable development riassume bene lo stato dell’arte sulla questione descrivendo la famiglia e la sua “stabilità” come una risorsa fondamentale contro la povertà, a favore della solidarietà tra generazioni, per lo sviluppo dei bambini, il benessere e lo sviluppo socio-economico, persino la tutela dell’ambiente.

Partiamo dalla povertà. Poiché è dimostrato, ad esempio, che chi è povero da piccolo lo sarà quasi sicuramente anche da adulto, una strategia naturale per interrompere la trasmissione del “contagio” è puntare innanzitutto sulla famiglia: una politica di contrasto alla crisi anziché guardare ai redditi dei singoli individui dovrebbe partire dall’aumento dei trasferimenti ai nuclei bisognosi, degli incentivi fiscali alle famiglie, degli assegni famigliari.

Su un altro piano, è inevitabile investire risorse per rendere gratuiti (o almeno accessibili) gli asili nido, le cui tariffe oggi in Italia rappresentano una tassa occulta sempre meno sostenibile, ma anche incentivare la pratica dei congedi parentali, che – è dimostrato – aumentano la produttività del lavoro di chi li utilizza e riducono i costi sociali futuri a carico dello Stato.

La chiave di lettura economica può sembrare arida e persino cinica, ma aiuta a vedere le cose da una prospettiva in linea con i temi più dibattuti. Due persone che si lasciano e vanno a vivere da sole non solo diventano più povere, ma consumano dal 40 al 60% in più di elettricità e di acqua. Il “costo” della povertà infantile, tra carenza di mezzi e rottura dei legami, è stato stimato incidere fino al 4% del Pil. La solidarietà tra le generazioni, altro tratto distintivo della famiglia, evita l’isolamento degli anziani e permette loro di trasferire cultura e valori alle nuove generazioni, ma si traduce anche in cura dei disabili ed è un bellissimo valore in sé oltre che un beneficio economico quantificabile.

Le considerazioni più semplici, a volte, sono anche le più vere. Poter avere un’infanzia serena in una famiglia stabile non dovrebbe essere solo il diritto – questo sì «incoercibile» – di ogni bambino, ma la base per la costruzione di una società più forte nel suo insieme. Tutte le ricerche sui costi sociali, educativi, sanitari ed economici della disgregazione delle famiglie portano a dire che uno Stato non dovrebbe avere a cuore solo la tutela della famiglia, ma anche la sua tenuta. Perché questo non avviene?

Non serve dare troppi numeri, quando si parla del valore della famiglia. Ma per un Paese come l’Italia, senza crescita da 13 trimestri consecutivi, con le piazze e le periferie che sempre più manifestano il loro disagio a fronte di un governo che, pure, sta cercando di spezzare la catena del non-vedere, del non-decidere e del non-fare, forse sarebbe bene incominciare a riflettere seriamente, e serenamente, sul fatto che le azioni che mirano a migliorare il benessere delle famiglie sono misure che portano sviluppo e vantaggi a tutta la società. E agire di conseguenza, con decisione. Per riattivare il nostro «motore» dimenticato.
Massimo Calvi
Avvenire 18.11.14

Più nidi e meno bonus (Intervista a Tiziano Vecchiato, Fondazione Zancan)

Usare una parte delle risorse destinate ai genitori per trasformarle in servizi per la prima infanzia. In sostanza: meno bonus bebè e più asili nido gratuiti o a tariffe basse. È la proposta che avanza Tiziano Vecchiato, direttore della Fondazione Zancan, per intervenire in modo più efficace contro la povertà infantile. «Se si investisse solo una parte dei 7 miliardi che oggi sono destinati alle responsabilità genitoriali - spiega Vecchiato - sarebbe possibile raddoppiare il numero di bambini negli asili nido e creare fino a 40mila nuove opportunità di lavoro. Un modo concreto per lottare contro la povertà infantile e la disoccupazione, soprattutto femminile.
In che modo si arriva a questo obiettivo?
L'insieme degli assegni ai nuclei vale circa 6,5 miliardi, il nuovo bonus bebè da 80 euro al mese 500 milioni. In tutto arriviamo a 7 miliardi di risorse disponibili. Ecco, investendo solo una parte di queste risorse, poniamo 1,5 miliardi, si raggiungerebbe l'obiettivo di 200mila posti in più al nido e 40mila occupati. Con un ritorno in termini di gettito fiscale e contributivo di 500 milioni, che possono essere ulteriormente reinvestiti per la prima infanzia e le famiglie con figli piccoli.
Perché rinunciare al bonus bebè? Non crede che vi possa essere spazio per questa misura e per altre?
Il governo ha aumentato le erogazioni alle famiglie, e può essere visto come l'inizio di un necessario riequilibrio a favore delle nuove generazioni. Però dobbiamo chiederci anche quanto rendono queste risorse, se cioè è garantito un adeguato rendimento all'investimento che viene fatto.
E qual è la risposta?
Negli altri Paesi i trasferimenti monetari alle famiglie forniscono un aiuto maggiore, "rendono" di più, nel senso che il tasso di povertà si riduce maggiormente. Il motivo è semplice: perché altrove i servizi sono più efficienti e costano meno, dunque l'aiuto diretto assolve meglio il suo compito. Da noi invece il nido, quando c'è, è come una tassa sulle famiglie. E a che serve a qual punto ricevere un piccolo bonus? I servizi socio-educativi per la prima infanzia hanno un rendimento maggiore rispetto ai semplici contributi economici. Anche per l'impatto benefico che dimostrano nel ridurre la povertà, e le disuguaglianze, e in termini di istruzione, socialità dei bambini, futuro accesso al lavoro, sostegno alla conciliazione famiglia-lavoro.
Non crede che a volte si confondano le misure per la povertà e quelle per il sostegno generalizzato alle famiglie?
Nel contrasto alla povertà le risorse non sono poche. La partita dei trasferimenti vale in tutto 45 miliardi, se contiamo pure le integrazioni al minimo delle pensioni - date anche a chi non ne ha bisogno, non ha versato contributi o ha evaso - la social card, le indennità di accompagnamento, gli assegni sociali dei comuni... Vogliamo aprire una riflessione su come redistribuire queste risorse? Forse sarebbe utile farlo, tenendo conto che offrire più servizi significa anche creare più lavoro, mentre sui semplici trasferimenti non c'è un vero controllo delle spese. È meglio un nido, un servizio gratuito, che un contributo economico che può finire giocato in una sala slot.
Intende dire che la prima attenzione oggi va riservata ai minori?
L'emergenza povertà riguarda soprattutto i bambini. Dal 2011 al 2013 i numero di ragazzi e bambini in povertà assoluta è raddoppiato. Le famiglie con figli hanno sofferto di più la crisi rispetto ai pensionati. In una fase come questa la "politica per la famiglia" non è una diversa aliquota di detrazione fiscale, non è un ovocita, non è un quoziente. Gli strumenti devono tenere conto che il fine ultimo deve essere come aiutare le persone a farcela.
Massimo Calvi
Avvenire 11.11.14

Imu e non profit, pagheranno i poveri (intervista a Marco Barbieri, Forum Terzo Settore)

Si riapre il fronte europeo dell'Imu per il non profit. La Corte di Giustizia del Lussemburgo ha dichiarato «ricevibile» nel merito un ricorso contro la Commissione europea per il modo con cui nel 2012 ha chiuso il contenzioso sulle esenzioni Ici e Imu. Bruxelles, nel dare l'ok alle nuove regole del governo Monti, aveva riconosciuto l'impossibilità di quantificare e recuperare l'Ici non versata dal 2006 al 2011 in virtù di agevolazioni giudicate «incompatibili» con le norme sugli aiuti di Stato.
L'esito del nuovo ulteriore ricorso - iniziativa dei radicali Maurizio Turco e Carlo Pontesilli - è aperto, i tempi non brevi, ma come l'ha presa il non profit?
«Tecnicamente è un contenzioso tra la Commissione e lo Stato italiano sul merito di quella decisione - risponde Marco Barbieri, portavoce del Forum del Terzo Settore - al limite può portare a una multa a carico di Bruxelles o dell'Italia. Non al recupero di quelle somme. In questo senso non mi sembra un'iniziativa molto intelligente».
Le regole attuali sulle esenzioni Imu possono essere rimesse in discussione?
I ricorsi a Bruxelles hanno generato un problema gigantesco non ancora risolto. Le nuove modalità per definire le parti non commerciali di un immobile di un ente non profit, ad esempio, sono incomprensibili e pericolose. Ci sono organizzazioni di volontariato che vivono grazie un immobile nel quale svolgono la loro attività e che ora sono destinate alla chiusura. Quello che non si vuole capire, in certi ambienti, è che a essere messe in ginocchio sono le parti più deboli del non profit, le più generative, non le più forti, che possono comunque pagare.
In un'intervista a Radio Radicale Turco ha parlato di un non profit che compete in condizioni di «privilegio» rispetto al privato for profit, e per questo di «competizione drogata».
Inviterei i radicali a guardare prima ai privilegi di cui godono le loro attività, poi a farsi un giro dalla parte delle associazioni. Equiparare una mensa per i poveri a un'attività di ristorazione non è molto sensato, così come mettere sullo stesso piano delle imprese di mercato le attività che danno lavoro a persone disabili o con disagi mentali, sostegno ai down, posti di lavoro a ex carcerati. Soprattutto se consideriamo che nelle aziende profit queste persone non trovano affatto lavoro, peraltro in violazione delle leggi sul collocamento obbligatorio.
Come giudica il fatto che si parli sempre e solo di «Imu per la Chiesa»?
L'argomento riguarda tutto il non profit italiano, non le sole attività della Chiesa nel sociale.
Confondere i due piani può servire ai titoli dei giornali, ma l'attacco è al non profit, un mondo molto vasto e senza il quale l'Italia avrebbe seri problemi. Pensiamo alla chiusura dei manicomi, a Franco Basaglia che invitava i lavoratori di quelle strutture a costituire cooperative, alle forme di intervento innovative in questo ambito, all'hotel Tritone di Trieste, una delle esperienze più incredibili di come si affronta la chiusura degli ospedali psichiatrici, e che si sostiene grazie alle agevolazioni concesse al non profit. Questo non è un mercato concorrenziale.
Circola la cifra di 4 miliardi che potrebbero essere recuperati dal non profit facendo pagare 5 anni di Ici dal 2006.
Questa cifra non l'ho mai sentita prima. Una stima è impossibile. Al massimo si può parlare di 500 milioni o poco più. Ma il problema non è il passato: dovremmo preoccuparci alle attività sociali che rischiano di chiudere già oggi anche grazie a chi ha messo il non profit nel mirino.

Massimo Calvi
Avvenire 6.11.14

Donne e lavoro, la lezione di Obama

Nel 2014, nella maggiore economia del mondo, gli Stati Uniti, le donne che lavorano sono meno pagate dei colleghi uomini, faticano a ottenere periodi di aspettativa per curare i figli o un genitore malato, sono ancora discriminate se aspettano un bambino, possono essere licenziate se prendono troppe pause dal lavoro per ragioni familiari. A ricordarlo, denunciando l’intollerabile discriminazione, è Barack Obama: la disoccupazione è tornata sotto il 6% ma «in America non ci possono essere cittadini e lavoratori di seconda classe», ha detto il presidente Usa rivolgendosi alle donne.
Molti hanno letto l’intervento come un modo per ingraziarsi l’elettorato femminile a pochi giorni dal voto di midterm. Ma la chiave politica nulla toglie al significato del discorso. Nel mondo del lavoro, le donne continuano a viaggiare "in seconda classe", ovunque si trovino. Lo conferma la classifica sulla "disparità di genere" del World Economic Forum, diffusa pochi giorni fa, che vede primeggiare i Paesi del Nord Europa, con gli Usa al 20° posto su 142 e l’Italia al 69°, ma tra gli ultimi (129° posto) per differenza salariale. In Europa le donne guadagnano in media il 30% in meno degli uomini, e le ragioni sono molte e note. Dipendono dai pregiudizi, ma soprattutto da un dato naturale incontrovertibile: le donne possono fare figli e possono voler stare con loro il tempo che serve. E questo continua a rappresentare un problema per larga parte della cultura aziendale.
Aver parlato di maternità, dunque di conciliazione, di «difesa delle donne incinte», e non solo di gap retributivo o di carriera, è un merito per Obama, che in questo sembra distinguersi da molti leader e opinionisti europei, purtroppo anche donne. È emblematico che l’appello giunga dallo stesso Paese in cui due aziende al top del politicamente corretto, Apple e Facebook, hanno annunciato che regaleranno il congelamento dei gameti alle dipendenti interessate a fare carriera e rinviare la maternità. L’America, in vari modi, ci ricorda che c’è molta strada da fare per imparare a non discriminare le donne, concedendo loro la libertà di restare donne. Una sfida per le aziende che oggi fanno a gara nel dirsi friendly, aperte e amichevoli verso bisogni emergenti, come per i sindacati in cerca di "nuovi" diritti da rappresentare.

Massimo Calvi

Avvenire 2.11.14


Bonus bebè in arrivo

Prende forma il bonus bebè da 80 euro al mese, che dal 2015 sarà elargito ai nuovi nati (o adottati), per tre anni, a condizione che il reddito dei genitori non superi i 90mila euro lordi. Soprattutto, si fa chiarezza delle cifre che saranno stanziate. Ieri il ministero dell'Economia ha lasciato capire che non c'è stato alcun taglio rispetto ai 500 milioni inizialmente promessi dal premier Matteo Renzi. E dunque «nessun bebè sarà escluso». La conferma è arrivata anche dal ministro della Salute, Beatrice Lorenzin. Per il 2015, infatti, al bonus bebè basteranno 202 milioni di euro, mentre gli altri 298 milioni dei 500 annunciati saranno destinati a un Fondo per le politiche famigliari. In caso nascessero più bambini del previsto, in sostanza, il bonus sarà erogato attingendo proprio da questo fondo.
Sempre in tema di risorse, Lorenzin ha aggiunto che nel 2017 lo stanziamento sarà di 607 milioni, nel 2018 di 1.012 milioni, nel 2019 di 607 milioni e nel 2020 ancora di 202 milioni. Nei fatti, la Legge di Stabilità destina 3,642 miliardi di euro in 5 anni, «un finanziamento senza precedenti a sostegno delle nascite», ha aggiunto Lorenzin.
Ma come verrà elargito il bonus? In attesa dei dettagli che saranno contenuti nel decreto attuativo, è certo che l'assegno andrà richiesto dai genitori, dunque non arriverà in automatico, e ad erogarlo sarà l'Inps. Ancora da vedere, e qui la palla passa al Parlamento, se si tratterà di valutare il reddito sulla base dell'indicatore Isee oppure se si guarderà semplicemente alla somma dei redditi dei genitori. Altro aspetto decisivo, il bonus non concorrerà a far aumentare il reddito famigliare, dunque non rischierà di far scattare aumenti delle tasse o delle rette del nido. Inoltre, dal quinto figlio in poi, non si guarderà più al reddito per elargire il bonus.
Considerato che l'assegno sarà assegnato anche ai figli adottati dal 2015 al 2017, un'altra casella da riempire riguarda la possibilità di concederlo ai bambini in affido.
Il bonus bebè piace ai neonatologi della Società italiana di neonatologia (Sin). «Nei primi mesi di vita ? spiega il presidente Costantino Romagnoli ? le famiglie sono chiamate a spese extra, spesso non deducibili, per la cura e la salute del neonato: 80-90 euro al mese sono una cifra significativa per una famiglia monoreddito (7-8% dell'entrata mensile), ma anche per un nucleo in cui lavorano entrambi i coniugi, e con redditi bassi».
Ma se in un anno nascono poco più di 500mila bambini, come è possibile pensare di dare loro 960 euro l'anno e spendere solo 202 milioni nel 2015? Il punto è che i bambini non nascono tutti a gennaio, dunque la somma da elargire salirà progressivamente, assegnando gli 80 euro a circa 40mila bambini in più ogni mese. Inoltre i nati a gennaio incominceranno a percepire l'assegno almeno il mese successivo, quelli di dicembre solo dal 2016. L'auspicio è che le risorse siano messe a dura prova da un'inpennata della natalità e della speranza.
Massimo Calvi
Avvenire 25.10.14

Ladri, terroristi, ciccioni e negri: le parole che uccidono

Più di un italiano su tre se incontra un arabo in aeroporto teme che possa trattarsi di un terrorista. Quattro italiani su cinque, invece, si mettono la mano al portafoglio se una "zingara" sale sull'autobus.
È l'effetto del pregiudizio, o meglio, di quello che la narrazione collettiva trasmette alle persone, spingendole a costruirsi un'immagine degli altri diversa da quello che l'esperienza individuale ha detto loro. Ed è proprio in questo margine, tra ciò che ci hanno raccontato e ciò che abbiamo vissuto, che si annidano i germi dei pregiudizi, della discriminazione, dell'intolleranza e persino della violenza.
Ma perché tutto possa detonare, arrivando al peggio, ci vogliono altri ingredienti, e uno di questi è rappresentato dalle emozioni: come la paura, l'insicurezza, l'invidia. È questo il percorso che porta ad esempio a provare antipatia per rom e tossicodipendenti, a esprimere atteggiamenti ostili verso i migranti, o non rispettosi nei confronti degli omosessuali, a discriminare una donna sul lavoro.
Ad analizzare il rapporto tra gli italiani e le discriminazioni è una rilevazione demoscopica condotta per Famiglia Cristiana da Swg, e che viene presentata oggi in occasione del lancio della campagna sociale "Anche le parole possono uccidere", cui aderiscono pure Avvenire e la Federazione dei settimanali cattolici.
Ad emergere è molto più di una classifica di chi piace e chi no. Gli italiani dicono di provare "simpatia" per i giovani, le donne, gli anziani, i poveri, gli uomini, i cristiani e i meridionali. Sembrano essere "neutri" in rapporto a settentrionali, persone di colore, magri, omosessuali, persone molto grasse ed ebrei. Decisamente "antipatici" risultano invece i ricchi, i musulmani e chi chiede la carità, mentre a un livello inferiore si trovano rom e sinti e i tossicodipendenti.
"Zingari" e "drogati" sono dunque le categorie che più procurano disagio: il 70% avrebbe problemi a cenare con un tossicodipendente, il 66% con un rom, il 74% si sentirebbe urtato dall'avere un "tossico" vicino di casa, il 70% un rom. Grossi problemi anche con extracomunitari e musulmani: 4 su 10 preferirebbe non averli come vicini di casa e circa uno su tre (28% e 33%) proverebbe disagio se li avesse come colleghi di lavoro.
Passando al piano personale, il quadro non cambia molto: il fidanzato da evitare per la figlia? Il tossicodipendente (82%), il rom/sinti (72%), il musulmano (69%), un uomo più anziano (58%), un'altra donna (54%), un extracomunitario (50%). A colpire è anche un altro aspetto: la differenza tra la discriminazione percepita e quella realmente vissuta. Per l'87% degli intervistati, ad esempio, in Italia ci sono diffusi atteggiamenti discriminatori legati alle preferenze sessuali e per l'83% alle origini etniche. Mentre il 66% si è sentito discriminato almeno una volta nella vita. Per che cosa? Condizione economica (40%), motivi estetici (36%), peso (35%) e genere (34%).
L'indagine ha poi messo in luce che le persone che fanno riferimento ai valori della patria e della tradizione cattolica sono molto più tolleranti della media, salvo nel caso degli omosessuali.
Tollerante è anche chi asserisce di credere molto nel valore della scuola e della formazione. A produrre ostilità verso i migranti sono invece il senso di insicurezza e la percezione di essere esclusi dalla società. Insomma: la discriminazione non trova terreno fertile dove ci sono cultura ed educazione, prolifera quando a dominare sono le difficoltà e le paure individuali.
Massimo Calvi
Avvenire 23.10.14
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La missione del non profit: educare gli assessori

C'è una nuova missione per il non profit: educare gli assessori. Aiutare i pubblici amministratori a comprendere che il modello dirigista nella gestione dei servizi sociali e del welfare non è più adeguato, non regge.
Oggi se si vuole continuare a mantenere in vita un sistema di Stato sociale che arrivi a tutti, un welfare universale, è necessario rivoluzionare l'approccio nella produzione dei servizi: da un sistema nel quale il pubblico produce in proprio, e al limite "delega" al Terzo settore e ai soggetti del privato sociale, a un modello di co-produzione. Dove la Pubblica amministrazione controlla, regola, accompagna, ma soprattuto co-produce, co-costruisce, co-gestisce insieme ai protagonisti, sempre più in rapporto tra loro, dell'economia sociale e del mercato "for profit".
È, come si dice, un cambio di paradigma, di cultura. Ed è per questo che l'economista bolognese Stefano Zamagni lancia una sfida a chi opera nel Terzo settore: andate ed educate alla sussidiarietà gli amministratori, non limitatevi a fare bene il vostro lavoro, ma cercate di avere una funzione "civilizzante" nel pubblico come nel privato for profit.
Il contesto è quello delle Giornate di Bertinoro per l'Economia civile, 14esima edizione dell'appuntamento dell'Aiccon (l'Associazione per la promozione della cultura della cooperazione e del non profit dell'Università di Bologna) dedicato alle questioni dello sviluppo sostenibile. Il tema di quest'anno porta a riflettere su «Dualismo e co-produzione». In buona sostanza: come superare i molti dualismi che frenano il nostro Paese, nello sviluppo regionale, ma anche nella contrapposizione tra sfera economica e sfera civile e sociale, tra reddito e fiducia; e come indirizzare il Welfare State verso un sistema fondato sulla co-produzione dei servizi.
Dove, e questa è una conseguenza necessaria, non si arriva più a parlare di utenti o di clienti, ma finalmente di «cittadini».
Il modello che pone la Pubblica Amministrazione al centro è superato nella percezione diffusa.
L'avanzata del non profit che - come ha rilevato il presidente dell'Istat Giorgio Alleva - negli ultimi 10 anni ha visto crescere gli addetti del 40% e i volontari di un milione e mezzo, ne è la prova. Ma a metterlo in rilievo è anche un'indagine Aiccon. Il 47% degli intervistati tra operatori del non profit, della pubblica amministrazione e imprenditori è convinto che per superare i dualismi nel nostro Paese occorra un nuovo paradigma di sviluppo che valorizzi i soggetti dell'economia sociale e coinvolga ancora di più le imprese for profit. Solo il 13% ritiene più utile rafforzare l'intervento del pubblico. Nell'assicurare l'universalismo del sistema di welfare, nemmeno chi lavora nella Pubblica amministrazione sembra credere in essa: il 20% di chi vi opera ritiene fondamentale affidare il compito anche al mercato. Invece il 77% degli intervistati crede in un modello condiviso tra imprese dell'economia sociale e Pubblica amministrazione.
Significativo anche il fatto che il 57% giudichi adeguati i contenuti della delega al Governo per la riforma del Terzo Settore, e che l'apprezzamento venga proprio dal mondo del non profit e della cooperazione, mentre ad essere meno convinto è la metà chi appartiene alla Pubblica amministrazione.
Come a dire che la strada da fare è soprattutto educativa, verso gli amministratori.
Mentre è forte la consapevolezza circa la necessità di assegnare al non profit un ruolo da protagonista, sviluppando forti relazioni con le imprese for profit. Qui il discorso porta dritto alla questione della misurazione dell'impatto prodotto dall'economia sociale, tema controverso. È possibile farlo? Zamagni ne è certo: il valore qualitativo può essere misurato. E anche la maggioranza del campione dell'indagine (55%) ritiene possibile raggiungere una metrica condivisa. Come, e insieme a chi, è la prossima sfida dell'economia sociale.
Massimo Calvi
Avvenire 11.10.14

La beffa del Tfr in busta paga

L’anticipo della liquidazione in busta paga, secondo l’ipotesi più generosa allo studio del governo, dovrebbe portare nelle tasche dei lavoratori 100 euro netti in più al mese, se la media sono i redditi da 23mila euro lordi. Una retribuzione più "ricca", tuttavia, può produrre un effetto poco simpatico per le famiglie con figli, come ha messo in evidenza un dossier di "Repubblica": il rischio è perdere una parte di detrazioni e poi finire anche in una fascia Isee più alta, e dover dunque pagare rette più care per asili nido, mense scolastiche o tasse universitarie, fino a vanificare il beneficio dell’aumento, quando non a renderlo sconsigliabile.

Non è un problema del Tfr, è una questione antica che si ripropone. In sostanza il combinato tra un fisco modellato sul reddito individuale, che non valuta adeguatamente i carichi familiari, e la struttura delle tariffe dei servizi per i minori legate ai redditi, finisce per generare situazioni paradossali. È come se il sistema "spingesse" i cittadini ad accontentarsi di uno stipendio contenuto, ad avere pochi figli e a non darsi molto da fare per migliorare la propria condizione di lavoro: tanto poi scattano gli aumenti di tasse e tariffe. Un’incoerenza che dovrebbe spingere chi si interroga sulle ragioni della mancata crescita dell’Italia a concentrarsi anche sulle responsabilità del sistema fiscale.

Il vero punto critico resta in ogni caso il deficit strutturale di attenzione alle famiglie, in particolare a quelle numerose, e ai bambini in generale. A tutti i livelli. Il peso delle rette di nidi e mense, con i rincari diffusi, rappresenta oggi una delle voci più importanti nei bilanci delle famiglie. Oltretutto, l’uso improprio dell’indicatore Isee non per agevolare le fasce deboli, ma per "tassare" quelle medie, finisce per penalizzare chi paga già le tasse e contribuisce in modo progressivo al finanziamento dei servizi pubblici.

L’anticipo del Tfr nelle buste paga dei lavoratori può forse servire a rilanciare i consumi. Ma è difficile che questo si verifichi – l’esperienza del bonus da 80 euro insegna – in assenza di altri interventi, considerato che ogni misura che non tiene conto dei carichi familiari finisce per configurarsi come una palese ingiustizia.

Massimo Calvi
Avvenire 8.10.14

Oltre l'inverno demografico

C'è un effetto della grande depressione italiana che sta anche alla sua base, che ne è concausa. Trascurato per troppo tempo, oggi incomincia a far suonare più di un allarme: è il crollo della natalità che caratterizza il nostro Paese. Dallo scoppio della "crisi che non finisce", nel 2008, come ha ricordato ieri il Censis, un’Italia già in affanno demografico ha "perso" circa 62mila nati. La ragione di questo svuotamento delle culle non è solo economica, anche se la crisi sta influendo in modo netto. Il dramma è che, con ogni probabilità, il peso si farà sentire sulle nascite ancora per lungo tempo.

Una recente ricerca riferita agli Stati Uniti ha dimostrato che un solo anno di recessione può incidere sui tassi di fertilità delle donne per decenni: in pratica la generazione che si trova ad avere 20 anni durante un periodo di Pil negativo vedrà aumentare del 9% il numero di donne che a 40 anni sarà senza figli. L’Italia sta attraversando la sua terza recessione dal 2008, le ragioni per essere preoccupati ci sono tutte. È una crisi che toglie il lavoro, svuota le culle, appiattisce l’orizzonte e costringe a una depressione che non è più solo economica.

Se il tasso di fertilità nazionale è sceso all’1,39%, mentre le donne continuano a desiderare "almeno" due figli a testa, il problema esiste: ed è uno spread difficile da accettare. Per questo l’avvio del Tavolo sulla fertilità voluto dal ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, è un atto saggio e doveroso: mettere in moto un percorso per aiutare le persone a conoscere meglio la dimensione della fertilità, i suoi tempi, e le ragioni che la ostacolano è il primo passo per creare un clima favorevole e rispettoso della verità. Un tentativo, se non altro, di opporsi all’avanzata dell’inverno demografico in Italia e in Europa, che a sua volta è diventato un carburante per la crisi.

Un Paese per crescere e offrire opportunità di lavoro ha bisogno anche di bambini, ha bisogno dei consumi costanti e sani che le famiglie possono assicurare, di un numero sufficiente di giovani che hanno interesse a migliorare la propria condizione e, da attivi, di sostenere il welfare degli anziani. Ma se questa, quella che passa dai bambini, è la via per ricostruire anche la fiducia e la speranza nel futuro che la crisi ha logorato, è difficile immaginare che un piano per la natalità possa da solo produrre effetti significativi, considerato il contesto nel quale viene a calarsi. Come si può invitare a far nascere più bambini se una volta che questo avviene le famiglie trovano attorno a loro un ambiente ostile? Pensiamo alle resistenze, non economiche, che impediscono di trasformare il bonus da 80 euro in uno strumento centrato più sui carichi familiari che sui redditi individuali. O al fatto che solo il 13% dei Comuni italiani abbia previsto detrazioni per la Tasi legate al numero dei componenti del nucleo, come era con la vecchia Imu. A Roma le famiglie stanno combattendo contro l’abolizione della gratuità al nido per il terzo figlio – uno sconto raro nella sua generosità e che è venuto meno per allinearsi al resto d’Italia, dove negli ultimi anni le rette di mense e asili nido sono cresciute a livelli insostenibili, con un effetto paradossale: che un’ampia fetta della popolazione ha smesso di pagare questi servizi mentre un’altra ha cessato di usufruirne.

Eppure per il Censis la maggioranza degli italiani è convinta che con aiuti mirati, un fisco pro famiglia, nidi accessibili, tariffe alla portata, salirebbe anche la propensione ad avere figli. Non tutto può essere ridotto a calcolo economico, è evidente. Ma la sfida di ricreare un ambiente favorevole, family friendly, è ormai una vera emergenza nazionale. E passa anche da segni concreti che attraversano le frontiere del lavoro e della sua conciliazione con i tempi di vita, degli incentivi diretti e delle priorità politiche nella scala dei diritti. Nel momento in cui lo spread della natalità si rivela determinato dal condizionamento di fattori esterni, viene da dire "di regime", questa è anche una battaglia di libertà.

Massimo Calvi
Avvenire 2.10.14

Senza figli la crisi non passa

Di. Massimo Calvi e Pietro Saccò
​Chi sta alle casse dei supermercati la crisi la sa raccontare bene. Ha visto tutti i modi in cui gli italiani in questi anni hanno provato a risparmiare sulla spesa: li ha visti inseguire le promozioni, accontentarsi di prodotti più economici, riempire meno i carrelli e anche scappare ai discount. La Coop, che con una quota del 15% nel mercato della grande distribuzione è la cassiera più esperta d’Italia, ha visto tutto e ha notato anche qualcosa di più: si è accorta che nei supermercati al fenomeno dello svuotamento dei carrelli si è accompagnato quello della scomparsa dei passeggini. E alla fine ha capito che questo vuoto – i bambini che mancano – è probabilmente la più grave delle malattie economiche del nostro Paese. «Senza figli non c’è ripresa delle aspettative, non c’è incremento dei consumi, non c’è futuro. Nel programma dei mille giorni è fondamentale una politica di sostegno alle nuove famiglie e alla natalità. È questo lo choc di cui avremmo bisogno», hanno scritto i manager dei supermercati "di sinistra" a conclusione del loro rapporto annuale sui consumi degli italiani.

Senza figli non c’è crescita. Lo dice oggi anche la Coop, lo scrivono da decenni diversi economisti (e non solo economisti cattolici), lo notava lo storico Polibio più di due millenni fa. Lo dicono le cifre del nostro Pil. Quello che gli studi più recenti stanno rendendo definitivamente evidente è che le dinamiche demografiche condizionano un sistema economico già nel cosiddetto "breve termine". Significa, più semplicemente, che non abbiamo bisogno di aspettare decenni per vedere gli effetti dell’assenza di figli sull’economia nazionale. Il prezzo della bassa natalità italiana lo paghiamo già oggi.

Gli studi di Amlan Roy, responsabile delle ricerche demografiche per il Crédit Suisse e uno dei massimi esperti mondiali del rapporto tra economia e demografia, hanno prodotto risultati impressionanti. Secondo queste analisi l’invecchiamento della popolazione, conseguenza della carenza di bambini, rallenta il prodotto interno lordo, gonfia il debito pubblico (con problemi di conti nazionali e allargamento degli spread), fa calare gli investimenti, indebolisce l’efficacia delle politiche monetarie delle banche centrali. Esattamente quello che sta accadendo. Prendiamo anche quello che oggi in Europa è il problema dei problemi: il rischio di deflazione. Secondo uno studio di Patrick Imam, economista del Fondo monetario, l’avversione per l’inflazione è un naturale effetto dell’invecchiamento della popolazione: avendo grandi quantità di titoli, gli anziani hanno molto da perdere da un inatteso aumento dei prezzi che può svalutare il loro patrimonio. E, sarà un caso, ma in Europa ad avere più paura di un ritorno dell’inflazione è la "vecchia" Germania.
Non ci sono molte alternative per evitare il dannoso invecchiamento della popolazione: o gli italiani muoiono di più (e questo decisamente non è auspicabile) oppure fanno più figli. Ci sarebbe una terza via, l’importazione massiccia di gioventù attraverso l’immigrazione, sfruttando la povertà altrui, ma come stiamo sperimentando è una strada estremamente problematica. La questione va affrontata rapidamente. I numeri ci dicono che con un tasso di fertilità di 1,39 figli per donna, tra i più bassi d’Europa, non abbiamo molto tempo a disposizione per evitare che il Paese muoia di vecchiaia e, conseguentemente, di povertà.

Il 2013 ha fatto segnare il minimo storico di nuovi nati: 514mila. L’emergenza è più evidente che mai; il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, proprio dalle pagine di Avvenire ha promesso il lancio di un grande piano per la natalità. È chiaro che sarà, soprattutto, una questione di risorse. Risorse che oggi l’Italia investe altrove. Dei 416 miliardi di euro di spesa pubblica italiana per le politiche sociali nel 2011, il 49,9% è andato a politiche per gli anziani, il 23,8% alla sanità e solo il 4,6% alle politiche per la famiglia e l’infanzia. Le cifre raccolte dall’Eurostat dicono che le nostre sono le politiche sociali più "vecchie" d’Europa: nella media delle nazioni dell’euro agli anziani va il 37,2% della spesa sociale (cioè quasi un terzo in meno) mentre alla famiglia va il 7,6% (quasi il doppio).
Finita in questa "trappola della natalità" – in cui il presente scoraggia la messa al mondo di figli e il declino demografico che ne consegue favorisce la stagnazione, rendendo più difficile investire sul futuro – l’Italia ha urgentemente bisogno di una spinta per uscirne. Le strade possibili per incentivare economicamente la natalità, dal quoziente familiare al potenziamento degli assegni o delle detrazioni per i figli, fino alle misure per agevolare l’accesso ai servizi, sono molte e discusse, purtroppo poco battute. Il governo ha chiaro il problema. Il premier Matteo Renzi ha assicurato che nell’ambito della delega fiscale punterà a trovare il modo per aiutare le famiglie con figli, da sempre penalizzate. E mentre i tecnici sono al lavoro per rastrellare le risorse necessarie a confermare il bonus di 80 euro ai lavoratori dipendenti, una discussione riguarda proprio la possibilità di estenderlo a una parte dei nuclei "numerosi". I margini sono strettissimi. A meno di non ribaltare le priorità, mettendo la questione demografica al primo posto.

Proviamo a partire proprio dal bonus di 80 euro. Perché non trasformarlo in un assegno per ogni figlio minorenne? I conti tornano. I beneficiari del bonus attuale sono 10 milioni di lavoratori dipendenti con un reddito compreso tra 8 e 25mila euro annui. La misura costa, a regime, circa 10 miliardi. Dal bonus sono stati esclusi gli incapienti, i pensionati e i lavoratori autonomi. La formula attuale, d’altronde, non ha avuto l’equità come caratteristica di fondo. Uno studio di Massimo Baldini, Elena Giarda e Arianna Olivieri pubblicato su lavoce.info ha dimostrato che a beneficiare del taglio fiscale sono state più le famiglie della classe media (il 50%) di quelle povere (32%), mentre gli importi hanno avvantaggiato più le famiglie con due stipendi, di nuclei monoreddito. Per fare un esempio classico: gli 80 euro sono stati incassati da una coppia con due stipendi, uno alto e uno di 1.500 euro, con un figlio a carico, e non invece da una famiglia con un solo reddito di 1.600 euro e più figli.
Il problema non è di poco conto, se si considera che la soglia della povertà assoluta in una città del Nord, per l’Istat, corrisponde a un reddito di 1.500 euro per una famiglia con due minorenni. Crescere un figlio nell’arco di una vita costa 170mila euro, quasi quanto una Ferrari. Se gli aiuti sono pochi la condizione economica precipita con l’aumento del numero dei figli. Così è, in Italia: l’incidenza della povertà, del 12,7% tra tutte le famiglie, sale al 15,7% in quelle con un figlio minore, al 20,1% con 2 minori, al 28,5% per chi ha 3 o più figli piccoli. Una distorsione acuita dalla crisi. Il rapporto Istat 2014 sulla situazione del Paese spiega che il peggioramento ha riguardato «le famiglie con minori, monoreddito, operaie, di lavoratori in proprio o con persone in cerca di lavoro».

Una svolta è necessaria. Mantenendo come spunto l’idea di 80 euro al mese per ogni figlio, i soldi ci sarebbero. I minorenni in Italia sono 10 milioni, lo stesso numero dei lavoratori gratificati con il bonus, la spesa sarebbe dunque identica. Il numero di famiglie con minori interessate sarebbe di 6 milioni (5 milioni di coppie più un milione di genitori soli), il 37% dei nuclei, come per il bonus. Undici milioni di adulti di qualunque categoria lavorativa e fascia sociale vedrebbero entrare in famiglia almeno 960 euro l’anno con un figlio, 1.920 con due, e via dicendo. A guadagnare l’assegno sarebbero 4 milioni di persone finora escluse, tra incapienti, precari, autonomi, ceti medi. A perdere gli 80 euro, 4 milioni di lavoratori comunque non incapienti e senza carichi familiari. Uno scambio, che alzerebbe il tasso di equità della misura, con benefici per la crescita, attuale e futura, dell’economia italiana. Non è una proposta operativa – tornare indietro è difficile – ma uno spunto per discutere su cifre, bisogni, priorità e scelte politiche.

Senza figli non c’è futuro, dicono i manager dei supermercati. Senza figli la stagnazione è inevitabile, avvertono gli economisti delle grandi banche d’affari. La ricostruzione della fiducia in un Paese vittima di una "trappola della natalità" passa anche dalla volontà di riprogettare il presente a partire dai bambini. Uno slogan? «Mille bambini in più al giorno in mille giorni». Impegnarsi a trasmettere l’idea di uno Stato che non ostacola, ma incoraggia chi crescendo dei figli costruisce le basi per la crescita economica dei prossimi decenni, sarebbe un modo efficace per dare un significato ai sacrifici e lavorare a favore della speranza. «Tutto quello che si fa – ha scritto Charles Péguy – fa lo si fa per i bambini». O no?

Orari e tariffe, la rivoluzione nei musei

Ogni prima domenica del mese si potrà entrare gratis negli oltre 400 musei e siti archeologici statali, dagli Uffizi a Pompei fino al Colosseo. Ma gli altri giorni dell'anno chi ha più di 65 anni dovrà pagare il biglietto. Solo i minorenni, e altre categorie come gli insegnanti, avranno diritto sempre al biglietto gratuito, mentre restano in vigore gli sconti che oggi sono riconosciuti ai ragazzi tra i 18 e i 25 anni.

La rivoluzione nelle tariffe dei musei scatta dal primo luglio ed è stata annunciata ieri a Roma dal ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, Dario Franceschini. Il decreto ministeriale, già firmato,
prevede altre due novità: tutti i venerdì musei aperti fino alle 22 e due volte l'anno la «Notte al museo» a 1 euro. Non è solo un cambio tariffario, in linea con quanto avviene nel resto d'Europa, ma un modo nuovo di fruire
degli spazi della cultura. La domenica gratis al museo, così come le aperture serali, possono cambiare in modo significativo le abitudini di italiani e turisti, e colpisce che questo sia reso possibile in parte con il "sacrificio" degli sconti per chi ha più di 65 anni. Quasi che dal mondo della cultura partisse un segnale destinato a far riflettere altri ambiti della vita sociale: chi sono i veri "bisognosi" in campo culturale, e non solo, oggi?

La novità della domenica al mese gratis per tutti – anziani, giovani e famiglie – come avviene in molti Paesi stranieri e anche nei Musei Vaticani, è una straordinaria opportunità di promozione. «Abbiamo calcolato che un anziano usufruisce del biglietto omaggio due volte all'anno, ora potrà farlo per 12 domeniche», argomentano al ministero per addolcire il taglio dell'agevolazione. La fine del "privilegio" per gli over 65, in effetti, si spiega anche col fatto che un visitatore di museo ogni tre oggi non paga, dato che l'esenzione permette a migliaia di pensionati stranieri in viaggio in Italia, «anche i turisti giapponesi o americani», di entrare gratis nei musei.
«L'intervento si somma agli altri provvedimenti che il governo sta mettendo in campo per valorizzare il sistema museale italiano», ha detto Franceschini agli Stati Generali della Cultura, organizzati dal Sole 24 Ore, riferendosi anche al decreto ArtBonus, che dà autonomia finanziaria ai manager dei musei, al credito di imposta del 65% per le donazioni dai privati, e alla misura che trasferisce ai musei statali fondi in rapporto
ai biglietti venduti.
In Italia, ha calcolato l'Istat, ci sono quasi 4.600 tra musei pubblici e privati, in pratica uno ogni 13 mila abitanti e nel 2011 sono stati visitati da 104 milioni di visitatori. I musei e i siti archeologici statali, quelli a cui si riferisce il provvedimento, sono il 9%, ma attirano oltre 40 milioni di visitatori, quasi il 40% del totale.
Non ha caso ieri Franceschini ha parlato di «terreno di pepite d'oro» che troppo spesso ci si dimentica di avere.
Se un visitatore su tre nei musei dello Stato oggi non paga l'ingresso, la percentuale supera il 50% quando
si considerano tutti i musei italiani. E la mappa degli sconti non è propriamente equa. Basti pensare che i bambini entrano gratis solo nel 48% dei musei, i ragazzi nel 13% (la metà ha altre agevolazioni), mentre uno studente in quanto tale beneficia dell'ingresso libero nel 6% dei casi (nel 35% ottiene invece uno sconto). Per non parlare delle famiglie: solo lo 0,9% delle strutture concede l'ingresso gratuito. È chiaro che un cambio di
rotta era necessario.
Anziani e giovani, in realtà, sono due categorie abbastanza marginali nella presenza ai musei. I ragazzi dai 18 ai 25 anni rappresentano il 21% dei visitatori, gli "over 65" il 26%. Negli ultimi dieci anni, come ha rilevato una ricerca condotta per il ministero in 12 tra i maggiori musei italiani, i visitatori giovani sono scesi dal 28 al
14%, gli anziani sono invece passati dal 4,5 al 13%.
Il "sacrificio" dei pensionati, con la fine dell'ingresso sempre gratuito, riporterà i ragazzi al museo? Difficile dirlo, se al richiamo delle notti o delle domeniche al museo non si aggiungono iniziative a più ampio raggio, dalla multimedialità a progetti di marketing mirati. Ma nel Paese in cui ogni bambino nasce con 3 milioni e mezzo di euro di debito pubblico sulle spalle, e dove la disoccupazione giovanile supera il 41%, è significativo che una delle prime riflessioni sull'opportunità di una modifica al sistema degli incentivi
arrivi dalla cultura.
Tagliando le agevolazioni sopra i 25 anni il ministro Franceschini ha parlato della necessità di superare «anacronistiche fasce d'età che non corrispondono più alle effettive differenze di reddito».
Come dire che la società che ha immaginato piccoli benefici per chi ha lavorato una vita, oggi si trova a fare i conti con una realtà capovolta dove l'area del bisogno non ha più un'età certa. Anche i musei, forse, possono aiutare a comprendere la necessità di un cambio di paradigma nel rapporto tra generazioni.

Scelte trasversali sul nuovo welfare

​La proposta di introdurre anche in Italia un "buono" per pagare colf, baby-sitter, badanti, asili nido e vari altri servizi alla persona e alla famiglia, beneficiando di un rimborso fiscale del 33%, è una di quelle riforme capaci di trasformare nel giro di pochi anni vita e abitudini di una larga fetta della popolazione, oltre che la struttura del sistema di welfare. Molte famiglie incomincerebbero a far emergere i piccoli pagamenti a chi presta servizi di cura o assistenza, tante persone potrebbero trovare un’occupazione in un mercato in espansione, altre ancora, in particolare le donne, avrebbero un incentivo a cercare un impiego diverso liberandosi dai carichi domestici per affidarli a soggetti professionali.

È una piccola rivoluzione ciò che promette di realizzare la proposta di legge sui "voucher" per i servizi di welfare presentata ieri da un nutrito numero di parlamentari di diversi schieramenti. Gli effetti di questa ennesima possibile "svolta buona" vanno però oltre le ricadute pratiche, anche per il contesto politico nel quale, come altre proposte, è maturata. Una prima considerazione riguarda la trasformazione del pianeta dei servizi di welfare e alla persona verso un modello che introduce la libertà di scelta, che riconosce in modo strutturato e trasparente il ruolo "pubblico" del privato sociale, che coinvolge più soggetti nella programmazione e nell’erogazione delle prestazioni. A tanti la parola "voucher" fa ancora paura, perché nei fatti mette in discussione il monopolio statale dei servizi. Ma è un timore infondato se si ha la capacità di osservare ciò che avviene, di prassi, già in molte realtà o in altri Paesi.

Su questi temi la trasversalità è un’esperienza consolidata in Parlamento e si è espressa in questi anni nella pratica dell’Intergruppo per la Sussidiarietà. Tuttavia non può sfuggire come sia in questa fase che tale esperienza sembra produrre i frutti più maturi. E qui veniamo alla seconda considerazione, di carattere politico. Giusto in questi giorni in Senato è stato depositato un disegno di legge che delega il governo a riformare il sistema dei sostegni per i figli a carico, puntando all’introduzione di un assegno universale più equo e generoso dell’attuale sistema di detrazioni e assegni. Il ddl è firmato da 50 senatori Pd più altri di Scelta Civica e Popolari per l’Italia. E ci sono una quarantina di senatori Pd anche dietro al disegno di legge – rafforzato da due testi della Lega Nord – quasi pronto per andare in aula, che punta ad aumentare le risorse a favore di asili nido e scuole dell’infanzia, introducendo il concetto che debbano spettare di diritto.

Forse è presto per parlare di "aria nuova" in Parlamento in tema di sostegni alla famiglia, ai figli, di economia civile e sussidiarietà. Ma di certo oggi, pur se vi sono anche iniziative che vanno in direzione diversa, per non dire contraria, molto si sta muovendo lungo questa buona strada. Lo si deve alla sensibilità di più forze politiche, basti solo ricordare la richiesta del Nuovo centro destra di estendere il bonus di 80 euro a un numero più alto di famiglie numerose, accolta dal governo, ma rinviata al 2015. Tuttavia è un dato evidente che il motore di tanta iniziativa si trovi nel partito del premier Matteo Renzi, e che lo si debba a più aree o anime di quella forza.

È come se la maggiore forza della sinistra si fosse liberata di colpo dal coperchio delle stanche (e persino capricciose) rivendicazioni élitarie e salottiere, lasciando emergere in superficie quelle molte istanze più popolari (verrebbe da dire letteralmente proletarie) e connesse con la dimensione della società civile autentica. Un’identità e un’attenzione che ci si era dimenticati potessero appartenere anche alla sinistra. In realtà, ragionare di investimenti, e non solo di spese, a proposito di famiglia, bambini, cura, assistenza, educazione e Terzo settore, non è collocarsi a destra, a sinistra o al centro di un panorama politico. È, invece, individuare una lista di temi di grande e concreto interesse nazionale e su questi costruire un’identità e un’appartenenza comuni. Parlando finalmente una lingua che la nostra gente conosce e capisce bene.

Non profit, finalmente la sinistra c'è

Il non profit italiano da tempo chiede una serie di riforme capaci di dare ancora più forza e rilevanza a un settore che si è dimostrato fondamentale per il ruolo giocato in termini di occupazione e offerta di servizi di welfare, oltre che di contributo al rafforzamento della coesione sociale in tempi di crisi. Un'agenda di richieste che più volte negli ultimi anni è stata portata all'attenzione della politica, senza che alle pacche sulle spalle e ai complimenti di rito seguissero grandi novità. Ora la ragionevolissima lista di "ciò che va fatto", elaborata dalle figure più rappresentative del non profit, è stata valutata, apprezzata e adottata al completo dal premier Matteo Renzi, che l'ha lanciata via Twitter e sottoposta a una consultazione pubblica.
Siamo all'apertura del cantiere, a un annuncio solenne, al quale però dovranno seguire diversi altri passaggi, anche in Parlamento, prima che le «Linee guida per una riforma del Terzo settore» possano diventare realtà. La svolta, tuttavia, è già evidente. Nessun capo di governo, finora, si era messo così "dalla parte" del non profit per sostenerne le ragioni e per favorirne lo sviluppo. E nessun governo si era dimostrato capace di proporre una riforma organica, superando la logica della concessione per passare al riconoscimento pubblico di un settore incaricato ormai di svolgere una funzione economica strategica. È un salto di qualità, come lo sono i singoli contenuti di quello che molti, secondo la moda anglofona, già chiamano Civil Act.
Le direttrici fondamentali puntano a disegnare un nuovo sistema di welfare sussidiario e partecipato, a spingere per costituire un tessuto solido di imprese sociali dove profit e non profit si avvicinano a favore di uno sviluppo cooperativo e solidale, a rafforzare e rendere più trasparente il sistema delle donazioni e del finanziamento al non profit. Parliamo di un mondo che, dal Censimento Istat, rappresenta oltre 300mila organizzazioni, 4 milioni di volontari, un milione di occupati.
Il cantiere prevede di tutto, dalla manutenzione delle leggi su volontariato, associazionismo e cooperazione sociale, alla stabilizzazione del 5 per mille fino al rafforzamento degli strumenti di governo, controllo e trasparenza. Ma sono tre i punti più significativi. Il primo è la riforma del Codice civile, necessaria per dare finalmente cittadinanza all'attività economica senza scopo di lucro, dunque per superare la dicotomia antistorica che allo Stato contrappone solo il privato "per profitto". Il secondo è l'annuncio molto più che simbolico della ri-costituzione di un'Autorità per il Terzo Settore, riparando al guasto della chiusura dell'Agenzia operata dal governo Monti. Il terzo è l'avvio del Servizio civile universale, che porterà 100mila giovani, su base volontaria e ripagati da una piccola retribuzione, a mettersi al servizio della comunità...
È proprio il rilancio del servizio civile la riforma-simbolo di tutto l'intervento.
In una fase storica caratterizzata da una disoccupazione giovanile che supera il 40%, con 2,2 milioni di ragazzi che né studiano né lavorano, offrire l'opportunità di un'esperienza che forma alla cittadinanza ed educa al servizio, guidando spesso alla scoperta di una vocazione professionale, è un passaggio importante. Ed è bello e giusto che, nel proporre questo, si sia parlato espressamente di "Difesa della patria": il desiderio forte, ma non sempre riconosciuto dagli stessi giovani, di impegno, di senso, di lavoro per il bene comune, di intrapresa sociale, ha bisogno anche di occasioni e di parole "forti" per emergere e non esaurirsi nella rivendicazione di un reddito o di una rendita. E la cittadinanza - come su queste colonne si scrive da tempo - comporta diritti e doveri rispetto alla comunità civile di cui si è parte.
La sfida del non profit che diventa protagonista è anche questa: aiutare una cultura schiacciata tra statalismo e liberismo a scoprire che tra lo Stato e il mercato c'è molto ancora da esplorare.
In questa svolta annunciata c'è però una scommessa che il Terzo Settore deve riuscire a vincere innanzitutto con se stesso se vuole reggere il peso di tanta responsabilità e l'impatto con chi ha da sempre i cannoni puntati contro. Perché purtroppo, di regola, quando le risorse a disposizione aumentano, crescono anche attenzioni interessate, appetiti e tensioni.
Come dimostrano le inchieste sulle tangenti che ruotavano attorno all'Expo2015, nessuna forma di impresa e nessun ambito può definirsi immune a priori, a maggiori ragione se il suo mercato è quello dei beni e dei talenti "relazionali".
È anche dalla capacità di non concedere alcun margine ai comportamenti impropri, alle zone grigie come alle incertezze nei rapporti di lavoro, che si gioca molto di questa partita. Il Terzo Settore può vincerla per tutti.
Massimo Calvi
Avvenire 14.5.14

Imprese sociali. C'è la crisi, meglio cooperare

C'è la crisi? Meglio cooperare. A suggerirlo non è solo il buon senso, o una lettura morale delle recenti vicende economiche. Il valore della forma cooperativa emerge con chiarezza se si confrontano i risultati ottenuti in Italia da coop, Spa e Srl nel periodo 2006-2012. Cioè dall'anno precedente allo scoppio della crisi dei mutui subprime negli Stati Uniti fino al superamento delle tensioni sui debiti sovrani in Europa.
In questo lasso di tempo le cooperative hanno presentato tassi di crescita maggiori quanto a ricchezza creata, incremento dei redditi da lavoro dipendente, andamento del capitale investito e crescita del patrimonio netto. Risultati tutt'altro che casuali: la ragione di questa differenza, se non altro in tempi di crisi, si deve proprio alla forma cooperativa rispetto a Spa e Srl.
La funzione «anticiclica» svolta dalle coop italiane in questi anni, e la loro maggior tenuta di fronte alle difficoltà, era già stata dimostrata dal Secondo Rapporto sulla Cooperazione presentato lo scorso gennaio dall'Alleanza delle cooperative con il centro di ricerca Euricse. La novità di oggi è che lo studio è stato ampliato anche alle società a responsabilità limitata, e i dati stati estesi al 2012, due anni in più di analisi. La ricerca è stata condotta da Carlo Borzaga, dell'Università di Trento e presidente di Euricse, con Eddi Fontanari, dell'Università dell'Insubria.
Il primo dato che spicca riguarda la ricchezza prodotta: +28,8% le cooperative, +5,2% le Spa, +10,5% le Srl. E il punto di forza delle coop sembra legato proprio al loro Dna, cioè alla struttura proprietaria e al tipo di governance dell'impresa: la forma cooperativa è infatti responsabile di quasi un terzo (il 9,9% sul 28,8%) della crescita del valore aggiunto, contro il contributo del 2,1% dato dalla forma Srl, mentre la Spa sembra aver addirittura penalizzato l'impresa rispetto alle sue potenzialità, con un calo del 2,5%.
Le società a responsabilità limitata (oltre i 500mila euro di fatturato) si dimostrano più vicine alle prestazioni delle coop guardando all'andamento del patrimonio netto: nel periodo è cresciuto del 46,3% per le coop, solo del 24,8% per le Spa, e ben del 54,7% per le Srl. A favore delle cooperative vi è però il fatto che nel periodo considerato l'andamento del patrimonio netto è stato molto più equilibrato e le risorse sottratte all'impresa a causa della crisi sono state molto limitate (-0,3% solo nel 2012), mentre le Srl tendono a procedere più a "strappi". Confronto nettamente a favore delle cooperative quello sul fronte dei redditi da lavoro dipendente: in questi anni sono aumentati del 35,5% nelle coop, del 17,5% nelle Spa, del 26,9% nelle Srl.
Interessante l'analisi del livello di patrimonializzazione, che per tutti gli anni della crisi per le coop è sempre stato inferiore a quello di Spa ed Srl, fino alla prima perdita di esercizio registrata nel 2012. La riduzione dei margini, spiegano i ricercatori, si deve «alla conformazione propria delle cooperative che distribuiscono una parte maggiore della ricchezza generata attraverso l'attività produttiva a favore di fattori diversi dal capitale». In buona sostanza, le coop hanno dimostrato di aver reagito molto meglio di fronte all'inasprimento della crisi rispetto alle società di capitali. E sono riuscite a mantenere sempre in crescita il valore aggiunto, i redditi per i dipendenti e le risorse finanziarie impiegate nell'attività di impresa.
Avvenire 22.3.14

Contro il non profit?

Che cos'è il non profit? A questa domanda in genere la maggior parte delle persone risponde che si tratta di un mondo che unisce realtà impegnate a fare del bene. Qualcuno aggiunge che vi sono anche molti furbi.
Pochi sanno dire perché il non profit si chiama così, e cosa rientra in questa definizione.
Il problema della scarsa comprensione di quell'universo che offre servizi di interesse pubblico in forma privata e con il vincolo della "non" distribuzione dei profitti, esiste da sempre. O almeno da quando lo Stato e il Mercato si sono impadroniti della scena, costringendo tutto ciò che nasce dalla società civile organizzata a un ruolo residuale, una specie di "altro da" che non a caso viene anche definito "Terzo" settore.

Al tema della "conoscenza" del non profit si lega un'altra questione, particolarmente attuale in questo momento: la necessità di dare una nuova casa all'"utilità sociale" e alle attività orientate al bene comune, superando il recinto del non profit. Un'esigenza che la Caritas in veritate di Benedetto XVI ha espresso in modo netto, affrontando il tema dell'etica dell'impresa: «Sembra che la distinzione finora invalsa tra imprese finalizzate al profitto (profit) e organizzazioni non finalizzate al profitto (non profit) non sia più in grado di dar conto completo della realtà, né di orientare efficacemente il futuro».
Nel dibattito si inserisce ora un libro pubblicato da Laterza, Contro il non profit (pagine 182, euro 12,00), del sociologo Giovanni Moro, già presidente di Cittadinanzattiva. Rifacendosi al genere del "genus turpe", Moro si dice «animato da uno spirito costruttivo» nel muovere le sue critiche.
La tesi provocatoria è che il non profit «non esiste», ma è stato «inventato» dai ricercatori della Johns Hopkins University di Baltimora, artefici negli anni '90 della prima grande ricerca internazionale su questo settore. Il perimetro eccessivamente ampio avrebbe prodotto «dati abnormi» nella fotografia di questo mondo ? in Italia l'Istat conta trecentomila enti, un milione di occupati, quattro milioni di volontari ? generando vari problemi. Tra le moltissime criticità, Moro segnala la «definizione residuale e negativa del non profit», la sua riduzione alla «dimensione economica», il «nocivo fiscalismo», il fatto di aver prodotto «un senso comune che attribuisce al Terzo settore virtù intrinseche» per cui tutto quello che fa «è considerato buono di per sé», mentre esiste un «dark side» molto ampio, dove «un po' tutto è possibile».
Per mettere ordine nel «magma del non profit» ? universo che spazia dalle mense per i poveri alle fondazioni ex bancarie, dalle società sportive alle coop sociali, dalle cliniche ai sindacati, dalle società sportive ai circoli ricreativi, ed regolato da una vera «babele normativa» ? Moro propone una «decostruzione» finalizzata a «superare la logica del primato delle forme» e arrivare così a «graduare i benefici in relazione al tipo di attività svolta». Depurando la solidarietà dal business.
Troppo duro? Secondo Gian Paolo Barbetta, che è stato il coordinatore italiano della ricerca della Johns Hopkins (si veda Senza scopo di lucro, Il Mulino 1998), il problema della definizione c'è, ma non è di facile soluzione: «Il merito di quel lavoro è stato di organizzare e portare alla luce un mondo che non era mai stato misurato prima. Ora una migliore selezione si può fare stringendo i criteri, ma sapendo che definizioni che si basano su giudizi di valore più forti, difficilmente potranno essere condivise da persone con retroterra ideologici, culturali o religiosi differenti».
L'assenza dello scopo del profitto, per Barbetta, resta comunque un dato distintivo di un modo di operare.
Questione non da poco, in un momento in cui anche l'impresa sociale, come prevede un progetto di legge appena depositato, si sta aprendo alla possibilità di remunerare il capitale investito.
«Il fatto è che l'utilità sociale ha rotto gli argini e su questo terreno l'economia capitalistica sfida sempre di più il Terzo settore ? conviene Flaviano Zandonai, ricercatore esperto di imprese sociali e segretario di Iris Network ?. Guardare all'impatto sociale più che alla forma giuridica oggi può essere molto utile. Tuttavia nella ricerca di indicatori ex ante della bontà e del valore sociale, la non massimizzazione del profitto, come anche la governance aperta restano precondizioni molto importanti».

C'è un'accusa che Zandonai respinge con forza: l'idea che l'«invenzione» del non profit sia funzionale a imporre un modello di welfare all'americana nel quale lo Stato non è più centrale. «Il presupposto per cui il non profit ha avuto spazio perché il "pubblico" ha deciso di esternalizzare certi servizi è errato ? dice Zandonai ?. Lo sviluppo del non profit non è legato allo smantellamento dello Stato sociale, ma al fatto che ha innovato e proposto cose nuove che lo Stato non faceva».
Luigi Corbella, commercialista milanese e consulente di molti enti, concorda sul fatto che non profit sia un termine "negativo" e che incorpora una visione aziendalista, preferendo chiamarlo «privato sociale». Mette però in guardia sul punto dell'area grigia. «Nella confusione normativa qualcuno che sfrutta la situazione c'è, lo sappiamo. Ma è un problema di controlli, non di norme. I famosi ristoranti abusivi dei circoli culturali, il fitness e le attività di somministrazione e ricettive in generale, i casi più citati, sono attività commerciali per il fisco». C'è differenza, cioè, tra l'insieme eterogeneo del Terzo settore e le agevolazioni, che operano già una selezione, per quanto riformabile.
Non tutto è Onlus, insomma. Ma come superare «la logica del primato delle forme con cui ? come argomenta Moro ? le burocrazie dominano il mondo»? L'idea è riorganizzare le attività «ex non profit» in nuovi gruppi dove l'interesse generale è valutato «in base al modo in cui si realizza» e agli effetti che produce.
Riccardo Bonacina, direttore editoriale di "Vita", magazine del non profit, appoggia in tutto le tesi di Moro, ad eccezione della «tentazione statalista» che comunque percorre il libro. «Un cambiamento è necessario ? dice ? a partire dalla riforma del Codice civile che non prevede questo mondo. È ora di uscire dagli schemi americani, decidiamo quali sono le public obligations di questo Paese, quali gli interessi generali, a quali bisogni vogliamo rispondere e chi lo deve fare. Il cantiere va aperto».
Ai "lavori", peraltro già in corso, Moro fornisce un contributo interessante. C'è forse un rischio, in un'operazione che non vorrebbe accodarsi al filone che da qualche tempo ha messo il non profit nel mirino: regalare il piccone a quegli interessi economici e ideologici ostili alla società civile quando diventa "impresa" e che negano a priori il valore del principio di sussidiarietà.
Avvenire, 18,3.14

Aria nuova nel non profit italiano

Si respira un'aria nuova nell'economia sociale italiana e molti segnali indicano che si è aperta una fase di grandi cambiamenti. Una stagione nella quale ciò che si definisce non profit, o anche Terzo settore, ha l'occasione di compiere quel salto di qualità imprenditoriale che gli si chiede da tempo, pensionando vecchi schemi culturali e residuati ideologici per contribuire a sostenere un modello di sviluppo più adatto alla fase che l'Occidente sta attraversando. Una parte del merito di questo scatto va riconosciuta al governo Renzi: il presidente del Consiglio ha chiamato al ministero del Lavoro un esponente del mondo della cooperazione come Giuliano Poletti, ha citato espressamente il Terzo settore nel suo primo intervento pubblico, e quando ha illustrato i contenuti della "svolta buona" ha annunciato l'avvio dal primo giugno di un «Fondo per non andare a fondo», 500 milioni di euro a disposizione delle imprese sociali.

Non è ancora deciso come questo fondo dovrà operare e, soprattutto, chi finanzierà. Ma un primo risultato sembra averlo prodotto nell'accelerazione impressa a un'altra riforma fondamentale, quella per la riforma dell'impresa sociale. Settimana prossima verrà presentato un disegno di legge che punta a superare i limiti della normativa precedente (legge 155/2006), ponendo le basi per un nuovo scenario di mercato. L'iniziativa si deve al sottosegretario al Lavoro, Luigi Bobba, già presidente delle Acli e politico di riferimento per il Terzo settore italiano, che da onorevole aveva lavorato al progetto insieme al senatore Stefano Lepri. Il passaggio potrebbe rappresentare una rivoluzione per il nostro Paese, che è stato l'inventore in Europa della formula della cooperativa sociale (legge 381/91), ma che negli ultimi anni si è visto superare dal Regno Unito sul terreno dell'innovazione finanziaria per il non profit. Poletti e Bobba ieri, durante un evento organizzato da Vita e dal Cergas Bocconi, hanno dato voce al nuovo fermento. «In questa fase l'economia sociale ha una grandissima opportunità e credo che possa essere una parte essenziale delle politiche di sviluppo», ha detto il ministro. Diretto anche il sottosegretario: «Ora abbiamo poco più di due mesi di tempo per trasformare una slide in una politica, un disegno organico».

Occasione unica, insomma. Ma che cos'è, come cambierà, e soprattutto perché deve cambiare, l'impresa sociale? Il punto è che il contesto economico, rispetto a qualche anno fa, è profondamente mutato.
La crisi ha reso sempre più evidente quanto sia fondamentale lo sviluppo di un sistema di welfare sussidiario, inclusivo e universale, a fronte di un ridimensionamento del ruolo dello Stato. Una prospettiva che l'Europa ha inquadrato con chiarezza. Nel 2011, con la Social Business Initiative, l'Ue ha varato un piano d'azione per lo sviluppo dell'impresa sociale per sostenere occupazione e crescita. Lo scorso gennaio, con il Manifesto di Strasburgo, sono state poste le basi per quella che Letizia Moratti, ambasciatrice della Comunità di San Patrignano, definisce la «fase due, necessaria a implementare l'infrastruttura sociale e arrivare alla misurabilità dei risultati dell'impatto sociale». Nel giugno 2013, su impulso di sir Ronald Cohen, presidente di Big Society Capital, è stato costituito un gruppo di lavoro del G8 per favorire la costituzione di un quadro internazionale capace di promuovere il mercato dell'investimento ad alto impatto sociale, del quale fa parte la presidente di Human Foundation, Giovanna Melandri.


Lo scenario è quello di un'Europa dove la social economy vale il 10% del Pil, conta 11 milioni di lavoratori, e punta sull'impresa sociale come volano di sviluppo sostenibile, provando a creare un contesto per attirare buoni capitali privati. Il punto è che in Italia le imprese sociali vere e proprie, cioè quelle iscritte ai registri delle Camere di commercio in virtù della legge che le istituisce, non sono molte, circa 600. Segno evidente che la norma non ha fatto il suo dovere. Molto più vasto è invece il mondo delle cooperative sociali ? circa 13mila, con 400mila occupati e 7 milioni di famiglie interessate con l'offerta di servizi di welfare ? e che rappresentano il vero nucleo dell'economia sociale italiana. Fatturano 7 miliardi di euro, come ricorda Giuseppe Guerini di Federsolidarietà, a fronte degli 8 miliardi di spesa sociale dei comuni e dei 16 miliardi spesi per il welfare dalla famiglie, cifre che ne fotografano bene la potenzialità. Il loro ambito di intervento è soprattutto quello della sanità e dell'assistenza sociale, oltre che dell'inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati.
E sono in espansione costante. Negli ultimi 10 anni, rileva una ricerca Aiccon, sono cresciute del 53%. Un rapporto del Censis ha registrato che l'occupazione è cresciuta in questo ambito del 17% dal 2003 al 2011. Inoltre, nell'ultimo anno, il 60% ha registrato risultati positivi e il 30% ha aumentato l'occupazione. Se poi si dovessero considerare anche le imprese "for profit", che già operano nelle attività previste dalla legge 155, ma non si sono registrate come tali, e sono circa 85.000, ecco che il numero di potenziali imprese sociali in Italia salirebbe a 120mila.

Nasce anche da queste considerazioni l'intervento sulla normativa. Le modifiche fondamentali della proposta di Bobba mirano a rendere il recinto più ampio, generando una contaminazione, quasi un'ibridazione, tra profit e non profit. Oltre alle coop sociali e alle imprese con le caratteristiche richieste, ne faranno parte ad esempio il commercio equo e solidale, le iniziative di housing sociale, il microcredito, le iniziative di reinserimento lavorativo. Tra le nuove misure proposte vi è poi l'obbligatorietà dell'assunzione dello status di impresa sociale per chi ne ha le caratteristiche, o la possibilità di remunerare il capitale ? anche se in misura limitata e non speculativa ? a l fine di attirare nuovi investitori. Decisivi saranno altri due aspetti: l'estensione alle imprese sociali del regime fiscale delle Onlus e, soprattutto, dei vantaggi riconosciuti alle "start up" innovative; la possibilità che una quota del patrimonio trasferito dallo Stato a comuni, province, città metropolitane, e regioni, sia destinato allo sviluppo delle imprese sociali.

Quella che si annuncia è una rivoluzione sociale. E questo avviene mentre un grande cantiere di idee e proposte sembra essersi aperto. Andrea Rapaccini, di Make a Change, propone ad esempio di coinvolgere le imprese sociali nei processi della nuova ondata di privatizzazioni che si annuncia, in particolare a livello di servizi locali. Il direttore generale di Federcasse, Sergio Gatti, avanza l'idea di un social supporting factor affinché nell'erogare credito sia richiesta alle banche un'esposizione patrimoniale inferiore se si tratta di imprese sociali. Enzo Manes, imprenditore con Intek Group e imprenditore sociale con Dynamo Camp, suggerisce all'amico Renzi la formula di quello che chiamerebbe «Fondo strategico italiano per l'impresa sociale»: dotazione di 500-1.000 milioni, capace di fare da moltiplicatore per attirare altri fondi privati, con restituzione del capitale investito, e decisamente orientato a sostenere la creazione di posti di lavoro.
Il motore dell'economia sociale si è rimesso in moto. O, per usare un'immagine di Bobba, dopo un lungo periodo durante il quale è stata riscaldata, «l'acqua ora ha incominciato a bollire».
Massimo Calvi
Avvenire 15.3.14

Banca Etica, 15 anni

L'8 marzo 1999, a Padova, apriva una nuova banca, piccola, ma con un nome ambizioso e anche un po' provocatorio: Banca Popolare Etica. Sono passati 15 anni, e quella che molti avevano giudicato una sfida impossibile è diventata una realtà creditizia completa, affermata e in crescita. Con 36mila soci, 40mila clienti, 17 filiali, una raccolta di 883 milioni di euro e impieghi per 775 milioni, Banca Etica oggi è ancora una piccola banca, la più piccola tra le popolari, ma è il perno di un "sistema" che contempla anche una società di gestione (Etica Sgr), una Fondazione culturale (Responsabilità Etica), persino un'azienda agricola (La Costigliola), e aderisce a una rete europea di finanza alternativa. La sua vicenda è un segmento importante della storia del non profit italiano, oltre che della formazione di un'identità di parte della società civile nazionale. Capirne l'evoluzione aiuta a leggere il cambiamento in corso in un universo economico più ampio della stessa banca.

Un salto indietro è però necessario, non di 15, ma di 20 anni, perché è nel 1994 che nasce la «Cooperativa Verso la Banca Etica». Lo scopo era quello di dare vita a un soggetto in grado di finanziare in modo efficace e trasparente il settore non profit, che stava "esplodendo" proprio in quegli anni in termini di visibilità, innovazione e importanza nel processo di ridefinizione del welfare. Un mondo diventato troppo grande per le Mutue di autogestione, e che tuttavia le banche tradizionali non riuscivano a capire né valutare. Banca Etica avrebbe voluto essere un istituto di credito cooperativo, ma le norme non lo consentivano, così ci vollero ben 5 anni per raccogliere i 12 miliardi di lire necessari a costituire il capitale sociale e dare vita a una Popolare. I tempi lunghi di quel cammino, caratterizzato dalla collaborazione e dall'impegno di soggetti del mondo cattolico e laico come le Acli guidate da Luigi Bobba, l'Arci di Giampiero Rasimelli e Nuccio Iovene, realtà del volontariato, del sindacato, della cooperazione, uniti dall'ostinazione e dalla passione di Fabio Salviato, "padre" della banca e primo presidente, servirono a loro modo a rendere più solida la costituzione di una rappresentanza del Terzo Settore. Negli anni sono state molte le sfide superate da Banca Etica. Ugo Biggeri, il presidente di oggi, ne conta almeno cinque: «La prima sfida, ovviamente, è stata diventare una banca.
La seconda, essere un movimento consumerista in grado di influire con i propri comportamenti economici sul modo di fare impresa. La terza, non scontata, che i crediti concessi tornassero indietro. Superata anche questa: abbiamo sofferenze 3-5 volte più basse della media. L'ultima sfida, erogare credito in modo ancora più forte. Per ogni euro che entra in banca c'è un euro accreditato».

Il vero successo, a ben vedere, è però stato quello di esserci al momento giusto, allo scoppio della Grande crisi, quando più persone hanno maturato la consapevolezza dei guasti che una finanza male orientata può provocare, e a esigere di più dal sistema finanziario. Una fortuna per Banca Etica. Solo nell'ultimo anno la raccolta è cresciuta dell'11%, a fronte di un calo dell'1,9% del resto del sistema bancario.
Ma l'impatto sociale della banca, misurato da una ricerca di Altis dell'Università Cattolica, va ben oltre le sue dimensioni. Il 70% degli impieghi di Banca Etica è andato al settore non profit, contro una media del sistema bancario dell'1%. E ha "premiato" attività e servizi che più di altri contribuiscono all'aumento della qualità della vita e del Pil del benessere. In nome del fatto che «l'interesse più alto è quello di tutti», la raccolta viene remunerata meno e così il credito può essere erogato a tassi inferiori alla media (il 3,57% nel 2013). Soprattutto, Banca Etica ha dimostrato di saper fare bene la banca al servizio dell'economia reale: il rapporto tra crediti verso i clienti e totale dell'attivo è pari al 63,5%, quasi tre punti in più della media, e il tasso di soddisfazione dei clienti (all'80%) raggiunge livelli da primato. Tutto nel segno di una trasparenza che non ha paragoni: sul sito della banca si può verificare chi è stato finanziato, dove, perché, con quanti soldi e con quale tasso.
«Banca Etica è come le banche dovrebbero essere ? sostiene Leonardo Becchetti, economista di Tor Vergata e presidente del Comitato etico ?. Concede credito, ha poche sofferenze e, non dovendo pagare bonus e massimizzare il profitto, non specula e non fa trading.
All'inizio il resto del sistema era scettico. Oggi si è compreso che l'etica non è un assurdo, ma un buon predittore di stabilità, un'informazione importante sulla rischiosità dell'azienda, e molti hanno fatto tesoro di questa lezione».


Il periodo in cui banca Etica ha inziato ad operare si è contraddistinto per la fioritura di un numero consistente di iniziative ispirate all'etica e alla responsabilità, alcune autentiche, molte di facciata. Nel bene e nel male, il trend da allora è sempre stato in crescita. Nel 2001 i fondi investimento etici in Europa gestivano un patrimonio di 14 miliardi di euro, oggi si è attorno ai 110 miliardi. Eppure è proprio dagli anni 2000 che sono state varate le misure più significative per la deregolamentazione dei mercati finanziari e la liberalizzazione di strumenti potenzialmente tossici, e che negli Stati Uniti si è incominciata a gonfiare la bolla del credito immobiliare. Due tendenze parallele, quella dell'etica e del suo contrario, che si sono incontrate violentemente nel 2007, con il crollo del sistema. Spingendo molte realtà a convertirsi a una responsabilità meno di facciata e più di sostanza. «Forse solo la crisi ha reso più persone consapevoli dell'importanza di determinate pratiche, portando a recuperare il valore sociale delle banche ? sostiene Jacopo Schettini Gherardini, direttore dell'Ufficio ricerche di Standard Ethics, una delle maggiori e più affidabili agenzie di rating etico, avviata proprio dal 2001 ?. Ma il senso di iniziative come la Banca, o la nostra, è stato anche quello di far uscire l'etica dai circoli elitari, dalle tante piccole "etiche casalinghe" nate attorno al marketing della responsabilità sociale, portandola a essere qualcosa di tangibile, popolare, democratico, visibile, sul mercato e a disposizione delle persone. Così, quando la crisi ha presentato il suo conto, ci siamo trovati con gli anticorpi pronti e l'aspirina nel cassetto».


Molto è cambiato in 20 anni. Il Terzo Settore, in costante trasformazione, è sempre alla ricerca di nuove ed evolute fonti di finanziamento, ma ha molti più riferimenti. Da Banca Prossima di Intesa Sanpaolo alle divisioni specializzate in imprese sociali di tanti istituti fino agli emergenti Social impact bond, oggi la concorrenza è molto più forte. In questo scenario quali possono essere le prossime e "profetiche" sfide di Banca Etica? «Più che inventare nuovi strumenti occorre far crescere la consapevolezza dei cittadini su quanto può valere il voto col portafoglio ? sostiene ancora Becchetti ?. Banca Etica deve saper cambiare marcia, imparare a comunicare meglio quello che è e sfidare i grandi istituti sul credito a settori più ampi del solo non profit». L'ex presidente Salviato una volta disse, ricorrendo a un paradosso, che l'assolvimento della missione della banca ne avrebbe dovuto comportare la chiusura: perché quando tutte le banche sarebbero diventate etiche, allora l'obiettivo sarebbe stato raggiunto. Il mercato ha modificato molte aspettative, fatto saltare tanti steccati. Oggi Biggeri delinea due linee strategiche, di per sé valide per tutto il sistema creditizio.
«Nei prossimi anni ? argomenta ? dovremo darci una struttura ancora più partecipata dai soci, sul territorio. Ma vorremmo anche operare per aiutare a ricostruire quella fiducia che le banche un tempo si meritavano nelle comunità. Per questo auspichiamo una maggiore collaborazione con il mondo delle Banche di Credito Cooperativo e delle Popolari». Secondo punto, il "superamento" del non profit, per guardare alle nuove imprese sociali, a quelle che danno valore alla reciprocità, alle piccole imprese artigiane.
«Non c'è un algoritmo per individuare l'economia del bene comune ? dice Biggeri ?. Quello che serve è avere valutatori sociali ancora più preparati, capaci di avere un approccio relazionale con i territori e bravi nel costruire reti di fiducia». La sfida, per tutti, è quella di sempre: far capire alle persone che il risparmio può essere una risorsa immensa per la comunità.
Massimo Calvi
Avvenire
1.3.14