Più nidi e meno bonus (Intervista a Tiziano Vecchiato, Fondazione Zancan)

Usare una parte delle risorse destinate ai genitori per trasformarle in servizi per la prima infanzia. In sostanza: meno bonus bebè e più asili nido gratuiti o a tariffe basse. È la proposta che avanza Tiziano Vecchiato, direttore della Fondazione Zancan, per intervenire in modo più efficace contro la povertà infantile. «Se si investisse solo una parte dei 7 miliardi che oggi sono destinati alle responsabilità genitoriali - spiega Vecchiato - sarebbe possibile raddoppiare il numero di bambini negli asili nido e creare fino a 40mila nuove opportunità di lavoro. Un modo concreto per lottare contro la povertà infantile e la disoccupazione, soprattutto femminile.
In che modo si arriva a questo obiettivo?
L'insieme degli assegni ai nuclei vale circa 6,5 miliardi, il nuovo bonus bebè da 80 euro al mese 500 milioni. In tutto arriviamo a 7 miliardi di risorse disponibili. Ecco, investendo solo una parte di queste risorse, poniamo 1,5 miliardi, si raggiungerebbe l'obiettivo di 200mila posti in più al nido e 40mila occupati. Con un ritorno in termini di gettito fiscale e contributivo di 500 milioni, che possono essere ulteriormente reinvestiti per la prima infanzia e le famiglie con figli piccoli.
Perché rinunciare al bonus bebè? Non crede che vi possa essere spazio per questa misura e per altre?
Il governo ha aumentato le erogazioni alle famiglie, e può essere visto come l'inizio di un necessario riequilibrio a favore delle nuove generazioni. Però dobbiamo chiederci anche quanto rendono queste risorse, se cioè è garantito un adeguato rendimento all'investimento che viene fatto.
E qual è la risposta?
Negli altri Paesi i trasferimenti monetari alle famiglie forniscono un aiuto maggiore, "rendono" di più, nel senso che il tasso di povertà si riduce maggiormente. Il motivo è semplice: perché altrove i servizi sono più efficienti e costano meno, dunque l'aiuto diretto assolve meglio il suo compito. Da noi invece il nido, quando c'è, è come una tassa sulle famiglie. E a che serve a qual punto ricevere un piccolo bonus? I servizi socio-educativi per la prima infanzia hanno un rendimento maggiore rispetto ai semplici contributi economici. Anche per l'impatto benefico che dimostrano nel ridurre la povertà, e le disuguaglianze, e in termini di istruzione, socialità dei bambini, futuro accesso al lavoro, sostegno alla conciliazione famiglia-lavoro.
Non crede che a volte si confondano le misure per la povertà e quelle per il sostegno generalizzato alle famiglie?
Nel contrasto alla povertà le risorse non sono poche. La partita dei trasferimenti vale in tutto 45 miliardi, se contiamo pure le integrazioni al minimo delle pensioni - date anche a chi non ne ha bisogno, non ha versato contributi o ha evaso - la social card, le indennità di accompagnamento, gli assegni sociali dei comuni... Vogliamo aprire una riflessione su come redistribuire queste risorse? Forse sarebbe utile farlo, tenendo conto che offrire più servizi significa anche creare più lavoro, mentre sui semplici trasferimenti non c'è un vero controllo delle spese. È meglio un nido, un servizio gratuito, che un contributo economico che può finire giocato in una sala slot.
Intende dire che la prima attenzione oggi va riservata ai minori?
L'emergenza povertà riguarda soprattutto i bambini. Dal 2011 al 2013 i numero di ragazzi e bambini in povertà assoluta è raddoppiato. Le famiglie con figli hanno sofferto di più la crisi rispetto ai pensionati. In una fase come questa la "politica per la famiglia" non è una diversa aliquota di detrazione fiscale, non è un ovocita, non è un quoziente. Gli strumenti devono tenere conto che il fine ultimo deve essere come aiutare le persone a farcela.
Massimo Calvi
Avvenire 11.11.14