Don Camillo e Peppone? Contro i falsari dell'Ici
Èsuggestiva e non priva di un certo fascino l'immagine di un'Italia divisa, sulle piccole e grandi dispute, come ai tempi di Peppone e don Camillo.
L'accostamento è stato proposto in diversi resoconti, e non a caso, a proposito della campagna sull'Ici e sui privilegi che riguarderebbero la Chiesa cattolica.
L'aver argomentato su queste pagine, come effettivamente è, che la legge italiana non prevede sconti per la Chiesa cattolica in quanto tale, ma esenzioni per una serie piuttosto ampia di realtà senza scopo di lucro (quando svolgono in un immobile, in modo esclusivo, una delle otto attività di rilevanza sociale previste), e aver fatto anche alcuni esempi concreti di strutture e circoli di ambienti "non cattolici", è bastato a rievocare il contesto poetico dei racconti di Guareschi. Dove la rivalità sulle idee e sul modello sociale finisce per essere sovrastata dalla bontà d'animo e dallo spirito di cooperazione dei protagonisti.
Favole, si dirà. Ma non troppo. Perché se oggi l'Italia fosse veramente animata dallo spirito di quel tempo, da quel genere di rivalità, anche dura, ma nella differenza di posizioni sempre orientata onestamente alla costruzione di un futuro migliore per tutti, forse il nostro Paese avrebbe maggiori e più solide ragioni di speranza. È in quegli anni, nella stagione dei Peppone e dei don Camillo, che in Italia si è incominciato a implementare la sconfinata rete cattolica e laica di strutture e attività che ancora oggi rappresentano un patrimonio unico nel suo genere, il capitale sociale che ha permesso al Paese di crescere e di tenere nei momenti difficili. Una ricchezza fatta di solidarietà, mutualismo, associazionismo, e di opere che permettono ancora oggi a concetti e valori fondamentali di incidere positivamente nella vita delle persone.
Quella rivalità, nascendo da persone vere, calate pienamente nel mondo in cui vivevano, non era animata da spirito distruttivo, semmai dalla volontà di fare ancora di più e ancora meglio. In uno scenario di libera competizione, e nella concorrenza delle idee, che ha finito per portare acqua a un mulino solo: quello del bene comune. È anche grazie a quello spirito di rivalità formale, ma di collaborazione informale, che sono nate associazioni, gruppi culturali, società sportive, circoli, scuole, realtà formative, assistenziali, cooperative. Quelle attività che, in buona parte, la legge Italiana ha riconosciuto e favorito negli anni, in vari modi, a prescindere dall'identità di chi le aveva promosse.
Fosse ancora così, dicevamo, ci sarebbero buone ragioni per nutrire una certa fiducia.
Malauguratamente una parte degli eredi di Peppone rimasti, seguendo un'iniziativa culturale che è esterna al loro mondo, oggi rischia di non comprendere che cosa è veramente in gioco e che cosa si mette in pericolo nell'attacco pretestuoso alla Chiesa cattolica in tema di Ici. Un assalto in piena regola, mosso ? lo ribadiamo e lo dimostriamo ogni giorno ? a prescindere dalla verità delle norme o delle imposte pagate, come si conviene alle più collaudate macchine del fango, e che ha come obiettivo non la costruzione di un contesto migliore per tutti, ma la distruzione di capitale sociale. Non si tratta qui di difendere privilegi, che non fanno comodo a nessuno, e che l'evidenza dimostra non essere affatto concessi per come vengono descritti, ma di tutelare strutture sociali costruite sempre nell'interesse della collettività.
Di qualunque colore esse siano.
Se ci fossero ancora favole da raccontare, oggi Peppone e don Camillo sarebbero probabilmente alleati contro chi, travisando la realtà, punta a staccare la spina al non profit più vitale e alle reti civili più belle, sarebbero uniti contro chi, per proteggere i veri privilegi, i veri evasori e le vere lobby, traveste da battaglia civile una crociata per la desertificazione sociale dell'Italia, contando anche di lucrare un facile dividendo politico. Ma, c'è veramente da chiedersi, a beneficio di chi?
Massimo Calvi, Avvenire
14.12.2011
Lo smog delle metropoli, il peso delle responsabilità
Dicono che lo smog non sia colpa delle auto, ma delle caldaie. Che i furgoni diesel inquinino più di dieci Suv. Che non esiste area metropolitana senza smog. Che contro le polveri sottili possono solo la pioggia o il vento. Che una volta Milano era molto più inquinata di oggi ma nessuno si lamentava. Che le targhe alterne o i blocchi del traffico non risolvono nulla. Dicono così, ed è tutto vero. Ma dicono anche l'esatto opposto. Che solo misure drastiche possono migliorare la situazione di una città malata di smog. Che siccome non si può andare ad abbassare la temperatura nelle case, fermare le auto diventa un atto necessario. Che se non si incomincia mai a mettere dei paletti, non si riusciranno mai a cambiare le abitudini delle persone. Che contro l'inquinamento di un'area metropolitana nella quale girano milioni di auto, operano migliaia di attività industriali e commerciali e si riscaldano milioni di appartamenti, il problema può essere affrontato solo con grandi misure, ma insieme. E, ancora una volta, è tutto vero.
Il problema dello smog nelle città - mentre Milano decide da sola e senza l'hinterland un blocco di due giorni della circolazione, a Roma si convive ormai da giorni con le targhe alterne - il problema nasce anche dal fatto che hanno tutti ragione e contemporaneamente tutti torto. Una babele di argomenti capace negli anni di produrre solo qualche misura realmente efficace, ma tante divisioni e poche azioni in grado di affrontare il problema alla radice, magari con investimenti capaci di rendere gli spostamenti nelle aree urbane italiane sopportabili almeno quanto lo sono nelle altre città europee.
E che, soprattutto, non ha saputo indurre modificazioni significative nei comportamenti privati e nelle abitudini dei soggetti che compongono il corpo vivo di una grande metropoli, non solo del suo piccolo centro. È come se lo smog, col tempo, più che ai polmoni avesse procurato danni maggiori ad altre parti dell'organismo, alimentando nuvole di demagogia improduttiva.
Eppure anche la demagogia, nelle emergenze, può avere un senso. Se guidata nei binari dell'opportunità educativa. Perché noi non sappiamo dire, oggettivamente, se lo smog di oggi fa più male di quello di ieri, o se l'aria di una giunta è meglio di quella dell'altra. Ma siamo certi del fatto che un provvedimento forte può anche aiutare le persone a prendere atto delle reali dimensioni dell'emergenza. Che, volendo assecondare il filone demagogico, si misura forse meglio contando i bottiglioni di soluzione fisiologica venduti nelle farmacie per gli aerosol dei bimbi o i ricoveri pediatrici per problemi respiratori, piuttosto che misurando il livello di polveri sottili a un paio di incroci.
Tra la dura manovra del governo Monti e i blocchi del traffico, su noi italiani sembra calato all'improvviso il peso di un richiamo generale alla responsabilità, intesa come necessità di valutare gli effetti delle azioni, dei singoli come di chi governa. Dall'evasione fiscale alle baby pensioni, dalle riforme mancate al costo dei favori, dall'incapacità di realizzare un sistema di trasporti efficiente alla mancanza di piste ciclabili o di parcheggi bici custoditi nelle aziende, fino all'abuso dell'auto tutti i giorni: fine dei pasti gratis, si potrebbe dire, ogni sconto ha il suo costo, ogni vantaggio si paga, ogni piccola o grande negligenza ha un effetto. Su tutti, e nel lungo periodo. Non stiamo attraversando una stagione facile, sacrifici e rinunce si materializzano quasi a ogni edizione del telegiornale o non appena voltiamo la pagina di un quotidiano.
Per gli italiani è veramente venuto il tempo del coraggio. Una sfida che deve saper reggere chi ha il mandato di governare, ma anche chi ha l'onere di sopravvivere in una metropoli.
Massimo Calvi, Avvenire
7.12.2011
Figli, impatto mille
Termini come etica e responsabilità sono entrati da tempo nel vocabolario delle imprese italiane. Oggi, a differenza di pochi anni fa, non c'è azienda che si rispetti che non pubblichi anche un bilancio sociale, un rendiconto ambientale o di sostenibilità. Pagine e pagine di buone azioni e buone pratiche nelle quali, tuttavia, quasi mai si trovano informazioni relative alla maternità o alla paternità dei dipendenti. I parametri relativi al consumo di toner o all'emissione di CO2 nell'atmosfera contano più del numero di contratti part-time concessi alle madri, dei congedi parentali riconosciuti, del numero dei figli che quell'azienda ha "permesso" alle sue dipendenti di mettere al mondo o di adottare. Per certi aspetti la cosa non deve stupire. La cultura di massa contemporanea chiede alla produzione di impattare il meno possibile sull'ambiente, non di modificare l'ambiente affinché le persone possano vivere meglio, realizzando le proprie aspirazioni.
Un'impresa che installa pannelli solari viene percepita come buona e amica della natura anche se gran parte delle sue dipendenti è costretta a lasciare il posto di lavoro dopo aver accolto un figlio, o anche se a causa di questo viene spinta a rinunciare a ogni prospettiva di carriera. È un fatto culturale, una consuetudine difficile da intaccare. Eppure è anche da questi particolari che potrebbe essere importante ripartire per invertire il ciclo negativo della scarsa fiducia che le generazioni più giovani ripongono nel futuro.
In Italia una lavoratrice su due abbandona il lavoro dopo la nascita del primo figlio. C'è chi lo fa per libera scelta, ma spesso questo è dovuto alle pressioni o agli ostacoli elevati dal datore di lavoro, se non alla carenza di servizi nel territorio. La realtà è ancora più drammatica quando si considera che per chi vive la dimensione del lavoro precario parlare di "scelta" rischia di apparire un lusso inarrivabile. O se si tiene presente che il livello medio delle retribuzioni dei giovani sotto i 35 anni ? dunque delle donne in età fertile ? nelle grandi città, e in assenza di patrimoni famigliari alle spalle, rende necessari due stipendi per mantenersi a fatica sopra la soglia di povertà.
L'esperienza insegna che nelle piccole imprese le esigenze di flessibilità rendono con frequenza la tutela della maternità una concessione ad personam, e che è nelle dimensioni ridotte che ricorre più spesso il fenomeno delle dimissioni in bianco fatte firmare al momento dell'assunzione. Ma è giusto aspettarsi che siano le imprese meglio strutturate a dover promuovere un'inversione di tendenza. Non perché la possibilità di conciliare lavoro e famiglia debba diventare un benefit come i buoni pasto o lo smartphone. Ma perché è nei contesti più formali ? vuoi per le doti di un azionista illuminato, vuoi per la coscienza degli stessi dipendenti ? che può realizzarsi la necessaria svolta culturale. I segnali che in qualche realtà questo stia già avvenendo ci sono, eppure è troppo poco. I direttori del personale che per pigrizia o scarse doti manageriali considerano la maternità come un problema sono ancora la maggioranza. Così come restano maggioritarie le aziende che prediligono una gestione dei tempi di lavoro nel segno della quantità anziché della qualità e della produttività, creando scontati percorsi di emarginazione. E magari liquidando la partita con la soluzione ad altissima resa d'immagine del nido aziendale.
Ribaltare i concetti di sostenibilità e responsabilità può invece orientare le prospettive di sviluppo in una dimensione più ampia rispetto a quella che finora si è sopportato, aiutando a ricostruire quella fiducia che non è solo la crisi economica ad aver intaccato. Per questo potrebbe essere sufficiente chiedere alle imprese di passare dalla logica dell'«impatto zero» a quella dell'«impatto mille». Dove per mille si può intendere tutto quello che intendiamo per futuro. Compresi i bambini.
Massimo Calvi, Avvenire
19.10.2011
Condono e onesti
In effetti era un po' di tempo, poco più di due anni sono passati dall'operazione scudo fiscale, che in Italia non si parlava con insistenza di condoni.
E dunque non ci si dovrebbe sorprendere del fatto che il dibattito politico abbia ritrovato nel tormentone di una nuova sanatoria un valido e collaudato argomento di confronto e di scontro. D'altronde, nell'era dell'incertezza climatica, l'unica stagione che sembra essere sempre fedele a se stessa è quella del condono, edilizio o fiscale che sia. Dal 1973 in Italia ne abbiamo avuto in media uno ogni tre anni. Non è mai passato un lustro senza che un governo non avvertisse la necessità di varare un qualche provvedimento per consentire di sanare violazioni pregresse. E così noi italiani abbiamo imparato che, periodicamente e con regolarità, come i mondiali di calcio o le olimpiadi, a un certo punto un bel condonino arriva.
Ed è proprio questa certezza, frutto dell'abitudine a vedersi abbuonati abusi e contenziosi dietro il pagamento di una somma modesta, l'aspetto preoccupante, la ragione che deve spingere a ritenere un ennesimo condono non più accettabile moralmente e non più sostenibile economicamente. Già, perché le ragioni materiali e razionali pesano tanto quanto quelle etiche. È ? o dovrebbe ? essere evidente a tutti che la "logica" di una sanatoria, pur nella comprensibile intenzione di recuperare risorse per fronteggiare un'emergenza fiscale dello Stato, regge fintanto che il provvedimento mantiene un suo carattere di occasionalità. Anche un bambino capirebbe in fretta che se il "condono" delle marachelle diventa la regola a scadenza fissa, allora tanto vale continuare a comportarsi male. Eppure ci risiamo, e con straordinario tempismo.
Se ne riparla. E ad appena due anni dall'ultima sanatoria. Un pesantissimo azzardo per la tenuta del tasso di credibilità dello Stato e dei suoi apparati tributari. Non c'è da stupirsi se, a riprova dei guasti dell'abitudine, il bilancio finale dei vari condoni sia sempre di gran lunga inferiore rispetto alle attese, come l'Agenzia delle Entrate ha fatto rilevare. E, allo stesso tempo, rimane ben poco da rimproverare agli osservatori e alle agenzie internazionali quando valutano l'incertezza politica italiana come fattore di debolezza, se di condono si continua a ragionare nella maggioranza nonostante la contrarietà espressa sia dal ministro dell'Economia sia da una nota ufficiale di Palazzo Chigi.
Il rifiuto della (il)logica del condono sarebbe diventato addirittura una «intimidazione». Incredibile, tanto quanto il non concentrarsi su misure a maggior tasso di equità, per recuperare risorse dalle ricchezze "nascoste" e orientarle alla riduzione del debito.
Tanto quanto il non rendersi conto che "intimidatorio", ma nei confronti della rinnovata e intensificata battaglia contro l'evasione fiscale, è proprio lo sbandieramento di una nuova sanatoria a vantaggio dei "furbi".
Due anni fa, commentando lo "scudo fiscale" in via di approvazione, questo giornale aveva concesso un margine all'emergenza, auspicando che quel provvedimento fosse accompagnato «dall'impegno a scolpire nel marmo la solenne volontà di non riproporre più» un regalo ai fiscalmente disonesti «di questa natura e di questa portata». «L'atto con cui si sta varando questa nuova sanatoria - scrivevamo ancora - deve tracciare un confine invalicabile». Ecco, questo confine, oggi, rischia di essere oltrepassato di nuovo. Peraltro in una fase della lotta all'evasione nella quale si comincia a ragionare - e anche a questo proposito tanto abbiamo scritto e argomentato sulle nostre pagine - della necessità di uscire dalla esclusiva logica sanzionatoria per cominciare finalmente a "premiare" chi le tasse le paga. Se fosse così, sarebbe un passo avanti di portata epocale. Il macigno, culturale ed economico, di un nuovo condono sbarrerebbe la strada a questa evoluzione. E sarebbe un disastro.
Massimo Calvi
Avvenire
11.10.11
Coop sociali, perdita secca
C'è una grande opportunità che l'Italia sta perdendo, non tanto "a causa" della crisi, ma "nonostante" la crisi. È la possibilità di rimettere in piedi il Paese anche a partire da quel tessuto sociale delle comunità che la lunga (e dispendiosa) stagione del welfare statale e i continui tagli alle risorse per i servizi di prossimità ha lentamente indebolito e sgretolato.
Un logoramento silenzioso, ma inesorabile, che ha reso e sta rendendo le nostre città sempre più luoghi perfetti e ideali per le persone "abili e arruolabili", ma sempre meno facili da vivere, quasi ostili, nella dimensione del bisogno, anche minimo, o della debolezza.
Ne parliamo perché quanto sta avvenendo, intendiamo l'eutanasia delle attività sociali che letteralmente reggono le nostre comunità – e la protesta delle associazioni di Napoli è solo la punta visibile di un iceberg – assume i connotati del paradosso.
Una stagione di crisi drammatica e devastante come quella che stiamo attraversando richiederebbe uno sforzo collettivo in una direzione precisa: rafforzare chi, operando ogni giorno vicino alle persone e alle famiglie, riesce ad aiutarle, comprenderne i reali bisogni, accompagnarle e sostenerle nella fatica dell'esistenza materiale. Parliamo, ancora una volta, di realtà che permettono ai minori più fragili di guardare al futuro con un pizzico di fiducia verso il prossimo e verso se stessi, di associazioni e cooperative che aprono asili nido dove non ce ne sono e dove le mamme che lavorano sono costrette a licenziarsi, di esseri umani che si recano nella case di altri esseri umani per evitare che la solitudine li inghiotta in una voragine di disperazione, di imprenditori e operatori sociali che prendono gli "scarti" del mercato del lavoro e a 50 anni e passa li rimettono in pista a correre più di prima e meglio di prima. Parliamo di opere che aiutano 5 milioni di esseri umani e che potremmo continuare a descrivere come miracoli quotidiani dell'economia sociale, ma che tanta gente vera del Paese vero conosce già benissimo perché ne attraversa l'esistenza tutti i giorni.
Realtà inserite in una dimensione tipica dei nostri territori e che, con il fallimento della stagione dello statalismo totale, stavano rinascendo nello sforzo di riallacciare le reti delle comunità, di ri-animare i tessuti sfibrati della società.
La crisi, dicevamo, dovrebbe spingerci a fare in modo che queste centina, migliaia di energie positive sparse ovunque in Italia, possano continuare ad aiutarci – aiutare noi tutti, poveri di soldi e poveri di futuro – a camminare vicini. Invece accade esattamente il contrario. La politica economica e finanziaria nazionale taglia le risorse alle imprese sociali e ne aumenta gli oneri fiscali. La politica locale si agita per la riduzione dei trasferimenti statali ma, anziché fare passi avanti nell'autocritica per gli sprechi o le opere meno necessarie, taglia proprio quei servizi mediaticamente poco visibili, ma necessari e fondamentali anche per un ceto medio sempre più smarrito.
L'attacco a questo universo, accompagnato da una strana e straniante offensiva contro il non profit e il welfare della sussidiarietà, parte da due posizioni culturali e politiche apparentemente lontane e opposte, in realtà diabolicamente alleate nell'opera distruttiva: una è la visione di chi osteggia da sempre il principio di uno Stato sociale che, pur in una totale dimensione pubblica, economica e solidale, viene comunque offerto in forma "privata"; l'altra è la posizione di chi non riesce ancora a digerire l'idea di un'impresa che, anziché premiare e ripagare solo chi la possiede, cerca di massimizzare il profitto sociale a favore del bene comune.
La realtà, drammatica, è che bambini, giovani madri, malati, disabili, disoccupati, anziani in difficoltà, non rappresentano un corpo elettorale compatto. Così, far chiudere una o dieci o cento cooperative sociali ha un costo altissimo, che si trasferisce interamente sul futuro, ma resta poco visibile nell'immediato presente. Realizzare una nuova e bella rotonda stradale, invece, può assicurare la rielezione di un sindaco.
Il problema, per un Paese indisciplinato e senza direzione, resta, come avviene quasi sempre agli incroci, quello delle precedenze.
Massimo Calvi
Avvenire 7.10.11
I borseggiati ci sfidano
La protesta inscenata negli Stati Uniti dal movimento che si pone come obiettivo l'occupazione di Wall Street è stata da più parti associata alle rivolte nel mondo arabo o alle manifestazioni degli indignados spagnoli. Come se Oriente e Occidente fossero in un certo modo uniti nella sofferenza e nell'inquietudine di una larga fetta dell'universo giovanile, una generazione globale che si percepisce a vario titolo defraudata della libertà o del futuro, e che per questo è pronta ad alzare forte il tono della protesta. Gli stessi attivisti americani che hanno invaso il ponte di Brooklyn citano gli altri movimenti come una fonte di ispirazione ed è innegabile che le analogie siano molte e per vari aspetti suggestive.
Se il collegamento con la primavera araba viaggia piuttosto sui binari dell'emotività o delle connessioni alla Rete, quello tra le manifestazioni occidentali ha probabilmente molti più punti in comune, anche se il contesto storico, economico e sociale statunitense ha ben poco da condividere con la dimensione europea e con la tradizione del suo welfare, statale o familiare che sia. Tra i momenti di contatto si possono includere anche molti fattori di preoccupazione: il rischio che una protesta spontanea e genuina, nei modi come nelle ragioni, finisca per essere fagocitata da altre motivazioni e da interessi esterni; o che non si stia assistendo all'emergere di un movimento di delusione e di proposta, quanto piuttosto alla rinascita di un nuovo antagonismo. D'altra parte, l'assenza di rivendicazioni precise e circostanziate è una costante delle "rivolte" occidentali, quasi che la potenza comunicativa e aggregante di Internet finisse per diluire e annacquare la capacità di analisi e di costruzione di un progetto, amplificando il vuoto di senso.
Capire se si tratti di focolai isolati o della punta di un iceberg non è facile, per questo è utile aggrapparsi agli indizi. E nel movimento statunitense ve n'è uno che, simbolicamente, più di altri sembra utile e illuminante: la distanza, culturale e materiale, tra il sentire dei giovani con meno di 35 anni e le logiche della Borsa e del mercato. Senza voler cadere in facili generalizzazioni, è un fatto che chi è venuto al mondo prima del 1980 ha conosciuto la Borsa come un luogo nel quale, con un approccio arrembante si potevano tentare rischiose speculazioni appagando l'istinto della propria avidità rischiando in prima persona, ma con buone intenzioni si poteva investire una parte dei risparmi familiari cercando di pianificare il futuro.
Eccessi a parte, il "mercato" era comunque in grado di rappresentare un fattore di sviluppo. All'opposto, chi nella stagione degli yuppie giocava ancora con le bolle di sapone è diventato maggiorenne nell'età in cui il
mercato ha incominciato ad alimentare quelle bolle finanziarie (della new economy, dei mutui e dei prezzi immobiliari, dei debiti sovrani) che sono all'origine di gran parte dei mali economici dell'occidente e delle ansie della generazione degli "under 35".
Il "mercato", da luogo temuto e rispettato con ricadute locali, è diventato sinonimo di speculazione, fonte di problemi e disuguaglianze globali. Una distanza culturale che è anche economica: perché avere ridotte possibilità di lavoro e limitate capacità di risparmio e di credito, condizione che accomuna oggi sempre più ragazzi, comporta che vi sono zero margini per ragionare in termini di investimenti, come hanno potuto fare i loro padri o i loro fratelli maggiori.Al di là delle pericolose derive che un fenomeno di protesta può purtroppo conoscere, è utile tenere presente che questa generazione di anti-yuppie e di "borseggiati" è separata da un solco profondissimo, non solo esistenziale, ma anche materiale, dal modo di pensare e intendere la finanza da parte degli "adulti". L'avidità di denaro sta lasciando il posto a una veemente sete di futuro. Indirizzare in senso (pro)positivo queste istanze è una delle sfide cruciali a cui è bene, sulle due sponde dell'Atlantico, riuscire a dare risposta.
Massimo Calvi, Avvenire
4.10.2011
Imprese per la gente, ma la politica l'ha capito?
Ci sono imprese che gli italiani conoscono molto bene, perché hanno a che fare tutti i giorni con le attività che svolgono e i servizi che offrono, e ne apprezzano la qualità oltre che l'importanza. Ma sono imprese che, quando vengono definite o raccontate a partire dalla categoria più vasta alla quale appartengono, sembrano entrare in un'area meno definita, impersonale e lontana dall'immaginario collettivo. Perdendo fatalmente peso o "rilevanza" politica. Questo è il destino che, in generale, accomuna le realtà del cosiddetto "non profit", le imprese sociali nel loro insieme.
Tutti noi, chi più chi meno, abbiamo a che fare ogni giorno con realtà che appartengono a questo universo e se, per fatalità, ne fossimo privati all'improvviso, ci renderemo conto dell'importanza che ricoprono. Eppure è possibile siano in molti che, leggendo o sentendo parlare di «cooperative sociali in crisi» - veniamo così alla notizia di oggi - probabilmente considereranno che la cosa non li riguardi più di tanto, se non da molto lontano. Per tale ragione forse è necessario ricordare che cosa sono le cooperative sociali e a che cosa può portare una crisi in questo settore. Sono imprese senza scopo di lucro che nascono con due obiettivi di fondo: creare opportunità occupazionali per categorie di persone gravemente svantaggiate o ai margini del mercato del lavoro, e per fornire servizi sociali, sanitari, di assistenza domiciliare, educativi, a favore di minori, famiglie con bambini, anziani, malati, disabili.
In pratica, buona parte del welfare locale e sussidiario - dagli asili nido alle imprese di pulizie che occupano persone in difficoltà - è affidato a cooperative sociali. E venire a sapere che la crisi, a causa delle ristrettezze economiche e delle minori capacità di spesa dei Comuni colpiti dai tagli, sta incominciando a colpire duramente anche qui, come emerge dall'ultimo rapporto dell'Osservatorio Isnet di Trento, dovrebbe preoccuparci doppiamente. Perché in gioco non c'è solo l'erogazione a costi sopportabili, sul territorio, di servizi spesso fondamentali per la tenuta sociale di una comunità, ma è evidente anche il rischio di un'emorragia occupazionale che riguarda i più deboli del mercato e, tra gli operatori dei servizi, persone spesso giovani, capaci e preparate. Un capitale sociale e umano rischia di venire intaccato e compromesso, con costi potenzialmente molto alti per tutti.
Ora, trattandosi pur sempre di imprese, per quanto "sociali", va riconosciuto che una fase di crisi può anche aprire nuove opportunità, incentivare meccanismi virtuosi, cambiare gli scenari di mercato e favorire riconversioni e trasformazioni non necessariamente negative.
Il mondo del non profit e del volontariato ci ha dimostrato negli anni una formidabile capacità di adattamento ai nuovi bisogni, ben più efficace e rapida di quanto non abbiano saputo fare molti e ben più celebrati settori produttivi dell'economia "for profit".
A preoccupare è, piuttosto, il contesto culturale nel quale si stanno manifestando i problemi delle cooperative sociali. Una crisi che rientra nello scenario più ampio delle difficoltà ? fiscali ma non solo (si pensi all'aumento dell'imposizione sugli utili destinati a riserva) ? che sta incontrando l'intero movimento cooperativo, delle grandi come delle piccole realtà. E che si unisce alla diffidenza, cambiando sponda politica, per un modello di sviluppo che attribuisca pieno merito a tutte le realtà del privato sociale. In tutto questo, ad essere palese è il deficit di capacità politica di una classe dirigente nel leggere a fondo la realtà italiana. Come se a confrontarsi fossero comunque visioni della società incapaci di percepire le diverse finalità del profitto, la differenza tra ricchezza personale e ricchezza collettiva, o la voragine che separa il bene privato - o di casta, di area culturale, di partito - dal bene comune.
Massimo Calvi, Avvenire
22.09.2011
Borse, il valore delle cose
Una fase di crisi come quella che stiamo vivendo può e deve spingerci ad aprire una riflessione sul reale valore delle cose e sul loro prezzo, oltre che sul significato di termini come mercato e responsabilità. Quanto "vale" realmente un bene, mobile o immobile che sia? Quanto vale un'azienda? Qual è il giusto prezzo di un oggetto o di un servizio?
La risposta a queste domande dovrebbe essere scontata: il valore dipende dall'importanza che ciascuno di noi attribuisce a quel bene, il prezzo lo stabilisce il mercato.
Purtroppo le cose, nella vita reale, non funzionano in modo così lineare.
Proviamo a spiegarci meglio con alcuni esempi. Una interessante e ben documentata analisi presentata in questi giorni ha dimostrato come in Piazza Affari ci siano aziende il cui prezzo di mercato è addirittura inferiore a quello del patrimonio immobiliare che in varie forme possiedono, banche che quotano addirittura meno del patrimonio artistico che impreziosisce i loro corridoi.
Questi casi dimostrano bene la "follia" economica del momento, la dimensione di incertezza che domina i mercati, il mix di panico e speculazione che opprime la logica e il buon senso. Tuttavia non riusciremmo a capire a fondo la fase che stiamo attraversando se allo stesso tempo non ci chiedessimo qual è il reale valore di "quei" patrimoni, intendendo la loro capacità di avere, oggi, non solo estimatori ma anche potenziali acquirenti.
Poniamo il caso – teorico – di una impresa creditizia che abbia investito in nuove costruzioni una somma consistente delle proprie attività, iscrivendo a bilancio quegli edifici come se valessero oltre 10mila euro al metro quadrato. Bene, ecco il punto: su quale base sono stati valutati quei 10mila euro? Esistono realmente centinaia e centinaia di famiglie in grado di comprare tutte quelle case spendendo un milione di euro per tre locali? Se ci fossero – e il Fisco ne dovrebbe gioire – il prezzo sarebbe corretto e gli appartamenti andrebbero a ruba. È così?
Questo discorso può essere esteso, ovviamente, ad altri beni e altri mercati. La realtà ci dice che in questi anni i prezzi delle case sono stati gonfiati da mutui concessi troppo facilmente e da tassi di interesse che oggi scopriamo essere non sostenibili dalla realtà monetaria europea. Da investimenti di grosse somme frutto soprattutto di evasione fiscale (o rientrate con lo «scudo» 2010). E anche da banche che hanno finanziato costruttori confidando nella capacità del mercato di espandersi all'infinito, spesso ricomprando parte di quegli immobili per salvare l'investimento e l'immobiliarista, ma così spingendo i valori a lievitare oltre ragione.
L'esplosione della crisi e le necessità fiscali degli Stati stanno trasformando radicalmente il modello economico che negli ultimi anni ha permesso a buona parte di cittadini di vivere al di sopra delle proprie reali possibilità. I valori di Borsa di questi giorni stanno pagando il prezzo dell'irrazionalità e dell'incertezza, oltre che della tradizionale volatilità agostana, ma può anche darsi che il mercato, tra un eccesso speculativo e l'altro, abbia preso atto che in trasformazione sono pure i criteri con i quali fino a oggi è stato attribuito un valore, e un prezzo, alle cose. Se fosse davvero così, sarebbe un sano esercizio di responsabilità.
Massimo Calvi
Avvenire 20.8.11
Manovra di equità
È un'Italia a testa bassa, un po' rassegnata e un po' impaurita, quella che si prepara ad accogliere la seconda maxi manovra presentata nel giro di un mese. È un Paese che nello spazio di un'estate, a suon di miliardi bruciati nelle Borse e nelle oscillazioni degli spread dei titoli di Stato, e di miliardi manovrati come pedine sulla scacchiera dei sacrifici, ha incominciato a rendersi conto che ci vorrà ancora molto tempo prima di poter veramente rialzare la testa. Perché questa seconda manovra da 45 e passa miliardi di euro, che alza a quasi 100 miliardi il peso degli interventi spalmati in tre anni, permetterà forse, se le risorse saranno ben usate, il pareggio di bilancio prima del previsto, nel 2013 - come richiesto dall'Europa sotto la pressione dei mercati - ma avrà certamente e allo stesso tempo un serio effetto recessivo.
Un colpo al sistema economico e sociale italiano, in un momento in cui la crescita sta nuovamente rallentando in Europa come negli Usa, i cui effetti saranno visibili solo tra qualche tempo, anche se è già chiaro che a sopportarne il peso saranno in gran parte i ceti medi e medio bassi, chi paga le tasse fino in fondo nonché il soggetto-famiglia, misconosciuto e tartassato ancora una volta senza sconti.
È il prezzo dell'emergenza. Ma anche degli errori nella gestione della crisi commessi dai leader occidentali. Della sottovalutazione dei rischi a cui il nostro Paese sarebbe andato incontro in assenza di un piano di risanamento programmato con maggiore anticipo e migliore realismo, in un contesto politicamente meno instabile di quello che stiamo conoscendo. E della miopia di quelle "parti sociali" che, in questi anni, hanno ostacolato ogni tentativo di risanamento strutturale e responsabile.
Quello che spicca, alla voce "tagli" - rappresentano più della metà della manovra-bis - sono gli interventi sui costi della politica e della macchina amministrativa, oltre che il poderoso ridimensionamento dei trasferimenti a Comuni e Regioni. La riduzione delle poltrone negli enti locali, come i risparmi sulle spese per i parlamentari, rappresentano l'avvio necessario di un cammino che può diventare virtuoso e riportare la professione del politico in una dimensione di sobrietà e servizio, rendendo adeguato il (benedetto) costo della democrazia. L'accorpamento dei piccoli Comuni non sarà facile da gestire, ma andava prima o poi messo in moto. Quella delle Province, invece, rischia di diventare un ginepraio: in certi casi è meglio abolire che ridurre. A rappresentare un grande punto interrogativo sono, infine, i quasi 10 miliardi tolti in due anni a Regioni e Comuni: spostano l'onere del risanamento sul territorio e si tradurranno in drastici tagli dei servizi alle persone, in grave aumento di tasse e tariffe locali o, più probabilmente, in una complicata via di mezzo tra questi due estremi.
Non sono state toccate le pensioni, salvo l'anticipo al 2016, per le donne, del cammino che innalzerà lentamente l'età di ritiro a 65 anni. Un risparmio di 1 miliardo dal capitolo previdenza significa che per molti anni ancora si andrà in pensione beneficiando di un sistema che trasferisce gli oneri sulle generazioni più giovani. Le mani nelle tasche degli italiani, in buona parte, erano già state messe a luglio con la manovra dei "tagli orizzontali", ora si aggiungono il contributo di solidarietà per i redditi oltre i 90mila euro ? doppia una tantum, a calare, tra il 2012 e il 2013 ? gli interventi su tredicesime e Tfr posticipato degli statali, lo stop ai "ponti" festivi, la doverosa rimodulazione della tassazione sulle rendite finanziarie. Non era facile mettere insieme tanti miliardi in poche ore impostando una manovra organica con ambizioni strutturali, e questo intervento ? che avanza a colpi di miliardi rastrellati di qua e di là, tra Robin Hood Tax, accise su giochi e tabacco e misure degne degli anni 80 ? lo dimostra ampiamente. Le prospettive di sviluppo sono affidate a liberalizzazioni e privatizzazioni, al rafforzamento dei contratti aziendali con la diffusione del "modello Pomigliano". E, salvo per la stretta sui pagamenti in contanti e sugli scontrini fiscali, si ritrova la cronica timidezza nella capacità di incidere sui grandi evasori, sulle rendite di posizione, sui veri patrimoni, sulla "casta" di chi riesce sempre ad arricchirsi a spese della comunità.
Quello che manca, ancora una volta, è una visione d'insieme organica che sappia indicare una luce in fondo al tunnel della crisi, priorità convincenti, un premio ai comportamenti virtuosi e promotori di sviluppo e anche solo il tener conto del soggetto-famiglia.
L'Italia del dopo-cura, quella che "si risveglierà" tra 5 anni, non sarà un Paese più ricco di oggi. Un giovane sotto i 35 anni o una famiglia con figli ? già composta o in formazione ? non trovano appigli per la speranza di futuro meno ostile.
Tutte le attese per un equo e solidale riequilibrio dei sacrifici vengono, insomma, riposte nella delega fiscale. Una sorta di terzo e cruciale tempo di questa partita con la crisi e per il futuro.
La stangata che ci sta piombando addosso è, purtroppo, inevitabile. Ma è anche migliorabile. E va necessariamente integrata. Avrà senso solo se le risorse raccolte e le riforme impostate non saranno utilizzate per un "rattoppo", ma per incidere alla radice sul modo con il quale in Italia si prepara il domani e si sostiene la fiducia delle persone. Con le famiglie e i giovani in primo piano.
Massimo Calvi
Avvenire
Quel furto di futuro
Luglio 2011, una movimentata isola greca. Nel pieno della baldoria notturna due ragazzi entrano in contatto, uno colpisce l'altro con una bottiglia e una giovane vita si spegne così. Agosto 2011, tranquillo paese della Brianza. Ancora due ragazzini, ancora una bottiglia come arma, ancora una vita in erba che viene recisa, ancora un giovane che sbaglia porta e si trasforma in baby assassino.
Che cosa accomuna veramente questi due fatti di cronaca? È solo la coincidenza temporale di due tragedie giovanili che si sono drammaticamente consumate nella stagione estiva, è il loro sovrapporsi ai binari del divertimento e della spensieratezza, o è l'arma del delitto, quella bottiglia simbolo di uno sballo alla portata di tutti, facile e scontato quanto mediocremente terribile? Forse lo sono tutti questi elementi, probabilmente nessuno lo è del tutto. Ma trascurare i segnali che – sia pure il caso a volerlo – in questi giorni vengono recapitati dall'universo giovanile, dai mille rivoli di un fiume che da tempo è privo di un nome proprio nell'anagrafe della rappresentanza, rischia di diventare una colpa non meno grave dei delitti di cui veniamo a conoscenza.
I "futili motivi", l'assenza di ragioni, che sempre più spesso lega vicende e rapporti tra giovani sono il fondo di verità che più dovrebbe scuotere le coscienze di chi ai giovani guarda pensando alle prospettive da offrire. E ci sono ancora bottiglie di alcolici nelle mani dei bambini (bambini!) londinesi immortalati mentre scappano da un negozio appena saccheggiato. Come c'è sempre un "vuoto a perdere" nei furti di articoli tecnologici e beni di lusso di cui si rendono protagonisti i giovani razziatori britannici, nello sconvolgente tentativo di percepirsi vivi in quanto consumatori e possessori di un superfluo ritenuto necessario.
I giovani non sono solo così, viene da dire come è giusto. Ci sono giovani che studiano e lottano per ottenere un posto di lavoro che duri più di 180 giorni e paghi più di 600 euro al mese. Ci sono giovani che non studiano e nemmeno lavorano. Giovani che combattono per potersi costruire una famiglia e poi riuscire a mantenerla.
E giovani che vivono in famiglia e si mantengono con la pensione di genitori e nonni. In queste ore ci sono giovani che partono per Madrid, per partecipare alla Giornata mondiale della Gioventù dell'estate 2011, la sedicesima, scegliendo anche la preghiera per condividere aspirazioni e paure. Giovani che sanno stare in compagnia e altri che la cercano da sempre.
Non sono ragazzi in contrapposizione, mondi separati e distanti, chiusi in monadi di incomunicabilità: è lo stesso il mare agitato nel quale nuotano a fatica, è lo stesso il futuro che è stato loro sottratto.
Perché una delle cose che certamente accomuna questi ragazzi è il totale disinteresse – difficile da comprendere se si hanno più di 40-50 anni – per quello che accade nelle Borse internazionali. Senza pensioni, rendite, patrimoni né diritti acquisiti, nulla hanno da perdere e nulla da guadagnare da un mercato che non li prevede più da tempo, se non come enorme risorsa di flessibilità.
È alle inquietudini e alle paure di questo universo, ai molti e differenti segnali d'allarme e di speranza, che i leader dovrebbero saper guardare in modo speciale, nel cercare la rotta per superare la tempesta finanziaria.
A qualcuno sfugge da troppo tempo che quella a cui stiamo assistendo si scrive "crisi del debito", ma si pronuncia "furto di futuro". Perché sono il debito e le bolle con le quali l'Occidente ha finanziato il suo recente sviluppo, il moloch che condanna le generazioni più giovani al sacrificio delle opportunità e delle prospettive. Ricordarsene ora, nella fase in cui vengono pianificate le risposte, non varrà come risarcimento. Ma potrebbe rivelarsi decisivo.
Massimo Calvi, Avvenire
12.08.2012
Conti, tempo di parlar chiaro
Il dibattito sulla condizione di solitudine delle imprese, che vede impegnati i vertici della Confindustria e il ministro dell'Economia, comprensivo dello strascico di reazioni, repliche e controrepliche, è una rappresentazione efficace della difficoltà di confrontarsi, con chiarezza e argomenti, sui reali problemi del nostro Paese.
Vera o presunta che sia, la denuncia di uno stato di solitudine presentata da Emma Marcegaglia, di per sé non propone una reale gerarchia di bisogni e di soluzioni. E, d'altro canto, una risposta alla generica richiesta di aiuto non paiono poter essere né il Piano nazionale delle riforme (Pnr), né il Documento di economia e finanza (Def), appena presentati dal ministro Tremonti. Ciò che sembra essere deficitaria è una prospettiva capace di superare lo stallo cronico del confronto, come della capacità di crescita del Paese. Siamo in tempi di prova elettorale e la cosa non stupisce. Ma questo "nulla" di parole e di progetti dovrà finire prima che cominci l'estate.
L'Italia, su queste colonne lo si è detto e scritto più volte, è uscita dalla crisi non senza problemi e sofferenze, ma per più di un aspetto lo ha fatto meglio di altri Paesi. La maggiore capacità di risparmio, il basso indebitamento privato e la solidità del sistema bancario sono stati i punti di forza sui quali si è innestata la necessaria politica di rigore condotta da Tremonti. Una cura dolorosa, ma che ha permesso all'Unione Europea e a tutti gli organismi internazionali di riconoscere ? come ha fatto di recente anche il Fondo Monetario ? la condizione di relativa sicurezza nella quale si trovano oggi i nostri conti pubblici. L'Italia non è la Grecia, né l'Irlanda o il Portogallo e neppure la Spagna. Per di più, si può aggiungere, conta su un sistema bancario in condizioni meno critiche di quello tedesco nell'esposizione verso i Paesi a rischio.
Dire tuttavia che non vi è l'urgenza di misure aggiuntive, per l'obiettivo del pareggio di bilancio nel 2015, è probabilmente fornire una risposta non completa ai timori diffusi. Perché sì, basterà una semplice «manutenzione» della manovra triennale del 2010, per mantenere la barca al livello minimo di galleggiamento, ma nel Def si dice altrettanto chiaramente che negli anni 2013 e 2014 si renderanno necessarie manovre cospicue per incominciare a ridurre veramente il debito pubblico.
Una domanda nasce allora spontanea: perché aspettare? L'emergere di nuove preoccupazioni e di ulteriori motivi di ansia ne è la logica conseguenza. E riguardano il reale stato dei conti pubblici, considerato che lo stesso Fondo monetario nega esplicitamente la possibilità del "pareggio" nel 2015. C'è voglia (e timore) di capire a quanto ammonterà il sacrificio già annunciato, ma di fatto rinviato di due anni. C'è incertezza e sfiducia per la fragilità degli impegni concreti per rianimare l'economia.
Tra lo spettro di una maxi patrimoniale per abbattere l'Everest del debito, evocato solo pochi mesi fa, e la negazione dell'emergenza di queste ore, esiste probabilmente una via di migliore equilibrio (anche se non è purtroppo rintracciabile nelle indicazioni che emergono dall'attuale e, a esser buoni, deludente dialettica politico-parlamentare). Siamo un po' tutti consapevoli, pur leccandoci ancora le ferite della crisi, di aver scampato un grave e maggiore pericolo, ma proprio per questo sentiamo ora il bisogno di un linguaggio coraggioso e forte. Vorremmo, insomma, che chi ci governa parli chiaro al Paese, rendendosi artefice di una liberatoria operazione-verità, accompagnata da un puntuale e preciso elenco delle priorità utili ad alimentare la crescita.
Direzioni di marcia esplicite e concrete che, allo stato attuale, non emergono né nella lettura del Pnr, né nell'ascolto delle critiche all'azione del governo. L'Italia pullula di centri studi, eppure sconta un deficit elevatissimo nella capacità di indicare con nettezza gli interventi utili alla collettività e non a qualche limitato e definito gruppo di interessi. È un vuoto che pesa ancora di più in tempi nei quali c'è da far capire il senso dei tagli e dei sacrifici che sono premessa al sostegno dello sviluppo. La ricetta per riempirlo può e deve avere vari ingredienti. Ma ce n'è uno indispensabile: il primo soggetto da tutelare, la risorsa di futuro su cui puntare dopo decenni d'indecisione. La famiglia, che non è riducibile ai "consumatori", ma ha il volto reale dei padri, delle madri e dei figli.
Massimo Calvi
Avvenire, 15.4.2011
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