Figlio unico, la Cina e noi

C'è un calcolo economico dietro la scelta della Cina di abbandonare la tragica politica del figlio unico. La storica decisione, annunciata dal Partito comunista giovedì 29 ottobre, dopo 35 anni di vincolo disumano, era attesa da diverso tempo. Ma è emblematico che sia arrivata a poca distanza dalla revisione al ribasso della crescita del Pil attesa quest’anno (dal 7 al 6,9%) e dall’ennesimo taglio dei tassi di interesse per sostenere l’economia. Pechino ci restituisce l’immagine di un impero che di fronte all’inevitabile frenata della sua espansione si aggrappa alla risorsa della popolazione per scongiurare un’implosione del suo modello sociale ed economico.

La dittatura del figlio unico ha avuto come effetto quello di non far nascere 400 milioni di bambini, oltre a produrre una serie di atrocità e aberrazioni nella cifra umana del Paese, a partire dai milioni di aborti (quasi tutti selettivi e anti-femminili) praticati per evitare le sanzioni. I casi di corruzione di funzionari sono stati all’ordine del giorno. E sono emersi fenomeni insoliti per aggirare la legge, come il boom dei parti gemellari, ricercati con le tecniche di fecondazione, o persino le registrazioni all’anagrafe di gemelli di altezza e peso eccessivamente diversi, evidentemente non nati nello stesso anno.

Ora la Cina cambia, per puro e cinico calcolo economico. La sua finestra demografica, cioè la felice condizione per cui la popolazione attiva è superiore a quella che si fa mantenere, si è già chiusa da qualche anno, e la casa sta scricchiolando. Pechino chiede alle coppie di avere due bambini, preoccupata di un tasso di fertilità sceso a 1,19 figli per donna. Un dato angosciante, ma che ha uno suono famigliare quanto sinistro: in Italia siamo a 1,39 figli. In buona sostanza, pur senza imposizioni di partito, nel nostro Paese riusciamo ad avere solo 0,2 bambini in più della Cina. E purtroppo, a differenza di altri contesti sociali, questo non è l’esatto desiderio della popolazione: una recente indagine Istat indica che le donne italiane sognano ancora di poter avere almeno due figli (la media dice 2,3 figli a testa). Cioè quasi uno in più di quello che riescono a fare nella realtà.

Siamo diventati una nazione di figli unici, senza che nessun potere centrale lo imponesse. Come si legge nell’ultima relazione del Garante per l’infanzia e l’adolescenza, ormai la maggioranza delle famiglie con minori (il 51,6%) ha un solo bambino. Genitori con pochi figli, bimbi e bimbe senza fratelli e sorelle. Una circostanza che ci avvicina paurosamente alla Cina irregimentata e che si presta a due considerazioni. La prima è di carattere economico: come mai in Italia non c’è un serio dibattito pubblico sui costi della denatalità? Perché nel ragionare di come sostenere la crescita di lungo periodo non si parla mai del capitale umano e della popolazione? Uno studio della Banca centrale spagnola ha calcolato che all’Italia lo squilibrio demografico nel decennio 2010-2019 costerà in media 0,6 punti di crescita ogni anno rispetto al periodo precedente. Come mai le tante "vestali" del Pil non se ne curano?

La seconda considerazione è necessariamente di carattere umano. Quello che manca oggi all’Italia, statisticamente parlando, non sono tanto le madri, quanto le madri di più bambini. A trattenere le coppie dal mettere al mondo quel figlio in più che desiderano, i fattori determinanti possono essere molti: di carattere economico, in termini di servizi che mancano, di politiche fiscali storicamente penalizzanti, di contesti di lavoro ostili alla dinamica famigliare, di educazione, di ambiente culturale sfavorevole in sé alla natalità o a una visione non individualista della vita. Li conosciamo da tempo, li analizziamo da anni, e ogni volta che se ne ragiona sembra di tornare al punto di partenza: niente riesce a smuovere lo status quo, quella condizione che, nonostante i tanti e promettenti segnali di ripresa che si presentano, ci costringe a fare i conti ogni volta con una prospettiva di declino. Siamo un Paese forte, libero e democratico, eppure l’insieme di tutti questi fattori ci ha resi di fronte alla natalità come sudditi di un regime. La Cina, pur con molti limiti, ha detto fine alla politica del figlio unico. E noi?

Massimo Calvi
Avvenire 31.10.15

Arriva Netflix, il bello della disdetta

Le rivoluzioni in genere non si annunciano, ma quando si tratta di tecnologia agli esseri umani piace interrogarsi a fondo per capire se l'ultima novità sarà destinata a cambiare le loro vite, e in che modo. È naturale che sia così, e nella società dei consumi i mezzi di comunicazione sono il veicolo che amplifica questa spasmodica ricerca di (non)senso. Eppure la storia di invenzioni come il telefono cellulare o i Google Glass, l'iPad o il Segway (già, ricordate?) insegna che le vere rivoluzioni sono in realtà quelle meno annunciate e meno gonfiate all'inizio.
L'ultimo tormentone in tema è l'arrivo anche in Italia di Netflix, il servizio made in Usa che permette di accedere a un ampio catalogo di film, documentari e serie televisive collegandosi via Internet da una tv, un computer, uno smartphone o un tablet. Per abbonarsi bastano due minuti, per disdire due secondi.
Sarà il tempo a dire se convincerà gli italiani, trasformando questa forma di business in rivoluzione. Al momento la novità più attraente, come per altri servizi simili di intrattenimento on line, sembra essere soprattutto una: la velocità e la semplicità con cui è possibile la disdetta. È lo specchio di un approccio nell'offerta di un servizio a pagamento che tende a riflettere uno dei lati migliori della cultura ostile alla burocrazia, alle complicazioni, alle lungaggini che possono trasformare il cliente in suddito, se non in pollo da spennare. Il boom del cellulare in Italia si deve proprio a un'intuizione simile: la scheda ricaricabile.
La tecnologia oggi non rende solo possibile vedere la tv via Internet (dove la banda larga arriva), ma permetterebbe di disdire un contratto telefonico, un fastidioso servizio non richiesto, un abbonamento tv, un contratto bancario, elettrico o altro in pochissimo tempo. Forse non con un semplice "clic", in ogni caso con molti meno ostacoli di quelli che ancora si incontrano tra moduli, fax, fotocopie e angoscianti call center. Il bello di Netflix non è ancora il suo ricco catalogo o la comodità dello streaming ma, quale tributo al dogma della concorrenza e del mercato, la libertà di andarsene in un istante, se si vuole. Per chi ? come noi ? concede il privilegio e il valore dell'indissolubilità a un solo tipo di relazione, la rivoluzione è proprio qui.

Massimo Calvi
Avvenire, 24.10.2015

Figli e consumi degli altri, in crisi il modello tedesco

Non è un bel momento per la Germania. Dallo scandalo dei motori truccati alla Volkswagen, i tedeschi hanno incassato un filotto impressionante di notizie negative, tanto che oggi si incomincia a parlare di fine di un modello, di inversione di tendenza di un ciclo positivo che durava da almeno un decennio. Nel mese di ottobre Berlino ha dovuto fare i conti con il calo degli ordini dell’industria (-1,8%), la caduta della produzione industriale (-1,2%), il crollo delle esportazioni (-5,2%), tutti dati riferiti ad agosto. Anche considerando i fattori stagionali, il rallentamento dell’attività, dovuto in larga parte alla frenata dell’economia cinese, è stato più forte del previsto. Non solo: a ottobre è precipitato anche l’indice che misura la fiducia degli investitori, mentre il governo ha rivisto al ribasso la previsione del Pil per il 2015, dall’1,8 all’1,7%. 

UN MODELLO CHE VACILLA 
Può dirsi preoccupato un Paese la cui espansione del prodotto viaggia a un ritmo che per altri vorrebbe dire la fine di ogni problema e con una disoccupazione al 4,5%, ai minimi dalla riunificazione? Il punto è che ad essere in crisi sono i principali punti di forza del sistema tedesco: la struttura del modello di sviluppo, la pretesa superiorità morale, la dinamica della popolazione. Capire le difficoltà della locomotiva europea può aiutare a comprendere la natura di molti problemi comuni. Il caso Volkswagen, inteso come fallimento di uno stile di gestione e di approccio al mercato, ha compromesso l’immagine di un’intera classe dirigente. E la perdita di 6,2 miliardi di euro annunciata nei giorni scorsi da Deutsche Bank nel terzo trimestre è in fondo un’altra faccia dello stesso problema: il 'rosso' è stato motivato con le necessità di pulizia nei conti di una banca che, come il gruppo automobilistico di Wolfsburg, appartiene alla cerchia dei 'campioni nazionali', sostenuti e protetti, ma che si è dimostrata essere anche 'campione' di speculazioni, di derivati e titoli tossici, di leva finanziaria, di scandali, come nel caso della manipolazione truffaldina del tasso di interesse Libor. 

IL DECLINO MORALE
Il dato etico, per il Paese che a colpi di austerity e di lotta all’'azzardo morale' ha voluto impartire lezioni di rigore a tutta Europa, non è questione da poco. Le attuali difficoltà tedesche mettono in discussione un modello economico e di sviluppo che non è riproponibile in eterno. Le riforme nella direzione della flessibilità e della riduzione del costo del lavoro di questa stagione hanno reso l’industria tedesca più competitiva, ma hanno minato il potere d’acquisto dei suoi lavoratori. Non è un caso se Berlino ha registrato per lungo tempo consumi nazionali prossimi allo zero ed esportazioni a livelli record. Lo scorso anno il surplus della bilancia commerciale, cioè il rapporto tra esportazioni ed importazioni, ha sfiorato i 220 miliardi di euro, e per l’ottavo anno consecutivo ha sfondato il tetto del 6% sul Pil previsto dagli accordi europei. Buon per la Germania, se non fosse che la forza delle esportazioni tedesche l’abbiamo sostenuta (e pagata) tutti, con l’euro. Nessun Paese avrebbe potuto mantenere simili livelli di export in un regime di cambi flessibili: prima o poi la sua moneta si sarebbe rafforzata a tal punto da farlo rientrare dallo squilibrio e dal vantaggio rispetto ai suoi concorrenti. 

L’INVERNO DEMOGRAFICO
Oggi molti nodi sembrano essere venuti al pettine: i campioni nazionali vacillano, la fiducia nella forza morale è scalfita, la frenata della Cina e dei Paesi emergenti sta trasformando il modello tutto-export in un fattore di fragilità, le riforme interne e il proliferare dei mini-jobs a bassi salari si stanno rivelando un problema: una ripresa dei consumi interni c’è stata, eppure l’ultima revisione del Pil ha indicato che a frenare sono state le spese delle famiglie. Quello che più preoccupa, tuttavia, in una prospettiva di medio termine, è la struttura demografica del Paese. In Germania nascono solo 8,2 bambini ogni mille abitanti, il dato più basso al mondo, un quinto della popolazione ha più di 65 anni e solo il 14% meno di 15. Nessuna nazione può mantenere a lungo una leadership con una tale dinamica della popolazione. All’ultimo forum di Davos la cancelliera Angela Merkel ha spiegato che nei prossimi 15 anni il Paese perderà 6 milioni di lavoratori, rendendo sempre meno sostenibile il suo sistema di welfare. L’inverno demografico ha un costo elevato: uno studio della Banca di Spagna (Demographic structure and macroeconomic trends) ha calcolato che nel decennio 2010-2019 la Germania perderà quasi un punto di Pil all’anno in media a causa dei figli che non nascono. La denatalità tedesca, peraltro, sembra un paradosso: con 195 miliardi stanziati ogni anno la Germania è tra i Paesi più generosi in termini di spesa per la famiglia e la natalità, eppure le donne hanno in media 1,36 figli a testa, le famiglie con bambini sono meno di una ogni tre e il 43% dei nuclei è composto da single. 

LA RISORSA IMMIGRAZIONE 
Perché i tedeschi non fanno figli? Una delle spiegazioni è che i soldi contano fino a un certo punto nella decisione di generare, e la Germania del benessere conquistato, diffuso e acquisito non appare più di tanto disposta a farsi carico di questo tipo di 'sacrificio'. Una sorta di ammorbidimento nel carattere morale non molto diverso dagli altri tratti declinanti. La questione è seria. La Germania, ha sentenziato qualche tempo fa l’Istituto per l’economia internazionale di Amburgo, non sarà in grado di gestire la bomba demografica se non importando nuova immigrazione. Ed è proprio in questa opzione che si può trovare una delle strade più convincenti contro il rischio declino. In questi anni la crescita della Germania, oltre che sulla robustezza delle esportazioni, si è basata sulla capacità di attrarre popolazione, in particolare giovane e altamente qualificata. Il modello di sviluppo tedesco, in buona sostanza, si è fondato sui consumi degli altri e sui figli degli altri. Funzionale, ma in fondo fragile. Lo scorso anno la popolazione tedesca è aumentata di 500.000 unità solo grazie al milione e mezzo di immigrati entrati nel Paese (il 20% in più rispetto al 2013). E l’80% dei richiedenti asilo nei primi sei mesi di quest’anno aveva meno di 35 anni. Quanto potrà durare? Per quanto ancora la Germania riuscirà a presentarsi come una meta ambita e accogliente, arginando l’ostilità crescente verso gli stranieri? 

TENSIONI E SPERANZE 
Attrarre persone e lavoratori è una vocazione antica per il Paese: è quello che Berlino ha fatto negli anni 50 con italiani, spagnoli, greci e turchi, negli anni 90 con i 'fratelli' dell’Est, durante la crisi del debito con gli europei più preparati. Ed è ciò che sta continuando a fare nella crisi di oggi, seppur con modalità diverse. In una fase in cui l’Europa è diventata terra di speranza e di approdo per milioni di profughi, la svolta nella direzione dell’accoglienza indicata da Angela Merkel ha le caratteristiche della risposta capace di unire alla componente emotiva quella di una visione solidale e perfettamente razionale allo stesso tempo. Difficile dire ora se pagherà o peserà politicamente. Ma nell’inverno demografico che sta congelando l’Europa, la Germania ha individuato una strada contro il declino e per continuare a proporsi come guida e modello. Il problema è convincere l’opinione pubblica. Non solo in Germania.

Massimo Calvi
Avvenire 21.10.15
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La mensa che nutre l'Expo

Sono passati poco più di cinque mesi dall’inaugurazione dell’Expo di Milano. Era il primo maggio, una giornata dai colori grigi e una pioggia leggera, poche le persone a vagare curiose e un po’ spaesate tra Cardo e Decumano, tra i padiglioni semivuoti o non esattamente completi e i ristoranti con le cucine ancora fredde. Niente a che vedere con le code e le attese di oggi, la ressa, i selfie a ripetizione, ma anche il clima di stupore e di festa che si respira negli appuntamenti a cui gli italiani decidono di partecipare in massa, trasformando la partecipazione in evento popolare e occasione di gioia.
C’era molta attesa, il primo maggio, per quello che sarebbe stato l’Expo, appuntamento dal tema alto e ambizioso, "Nutrire il pianeta, energia per la vita". E quel giorno, con l’intervento di papa Francesco, arrivò un segnale bellissimo e importante, un messaggio capace di imporre una scansione di temi in profondità a una manifestazione ancora in cerca di un vero significato oltre la dimensione ludica e commerciale.
L’Expo, aveva suggerito il Papa, sia «un’occasione propizia per globalizzare la solidarietà», per avere «coscienza dei volti», i volti di quei «milioni di persone che oggi hanno fame e non mangeranno in modo degno». In questi mesi le occasioni per parlare di quei volti e pensare a quelle persone non sono mancate, soprattutto attorno all’attività del padiglione della Santa Sede o agli eventi Caritas. E proprio domani si terrà il momento forse a maggiore impatto di tutta l’Expo, la "Mensa dei popoli", organizzata da Diocesi di Milano, Caritas e Duomo Viaggi: 3mila pasti serviti a 1.800 persone in difficoltà che arriveranno da tutta la Lombardia, in una tavolata aperta ai visitatori che vorranno partecipare offrendo 10 euro.
Un tappeto rosso accompagnerà gli ospiti ai tavoli, come nelle grandi occasioni, per un menù semplice e sobrio, a base di cous cous. Una festa nella festa, una festa speciale: i "volti" di chi ha fame alla stessa tavola con i "volti" dell’Expo, una giornata di pensieri e di spensieratezza, di condivisione e presa di coscienza. L’esposizione di Milano non è stata solo questo, ma è anche questo. Globalizzare la solidarietà, come ha chiesto il Papa, è sapere che questa mensa non chiuderà con l’Expo.


Massimo Calvi
Avvenire 3.10.15

Né lavoratrici né madri. Ora un piano per la famiglia

Due ricercatori americani di Princeton, Janet Currie e Hannes Schwandt, hanno calcolato quanti bambini nasceranno in meno negli Stati Uniti nei prossimi anni a causa della Grande Recessione: 400mila. Il legame tra disoccupazione e natalità è noto, ma il contributo di questa ricerca (Short and Long-Term Effects of Unemployment on Fertility)
apre una strada poco esplorata: dimostra che le difficoltà economiche hanno un effetto negativo sulla maternità anche dopo molto tempo. In sostanza chi è restato escluso dal mercato del lavoro attorno ai 20 anni avrà più probabilità di trovarsi senza figli anche a 40. Donne con una carriera dimezzata, ma anche con una maternità negata. Non sarebbe corretto applicare le conclusioni dello studio americano alla situazione italiana, per le troppe differenze tra i due Paesi, tuttavia il problema della minore natalità a causa della crisi, e dei figli e delle madri che mancano oggi e mancheranno tra 20 anni, alimenta molte inquietudini. L’Italia è il Paese più vecchio d’Europa, secondo al mondo dopo il Giappone. E con un tasso di fecondità tra i più bassi sul pianeta si candida a un futuro quantomeno problematico: una popolazione che non si riproduce indica una scarsa fiducia nel futuro, mentre la dinamica di sviluppo del Paese è destinata ad avvitarsi in un circolo vizioso.

«Insieme al dato dell’occupazione – ha scritto il cardinale Angelo Bagnasco nella prolusione al Consiglio Permanente Cei del 30 settembre – vi è un altro indicatore che, almeno nei Paesi occidentali, rileva lo stato di salute di una società: i figli. (...) La natalità è la prova più evidente e sicura dello sviluppo e del futuro». Dopo anni di depressione, in Italia si incominciano a notare timidi segnali di ripresa. L’occupazione e il Pil, merito delle recenti riforme varate dal governo, mostrano cenni di vitalità, anche se le condizioni dell’economia globale, tra i problemi della Cina e le incognite del caso Volkswagen, continuano a restare molto incerte. Il punto è che se dovessimo misurare le prospettive dalla dinamica della natalità, allora ci sono poche ragioni per essere ottimisti. L’Italia, con un tasso fermo a 1,39 figli per donna e con il 21,4% della popolazione oltre i 65 anni, è un osservato speciale: con questa dinamica della popolazione i costi sanitari e pensionistici
diventeranno insostenibili.

L'attenzione della politica in una situazione di questo tipo è fondamentale. La promessa del premier Matteo Renzi di introdurre nuove misure di contrasto alla povertà infantile, il Family Act di Alleanza Popolare, il disegno di legge delega dei senatori Pd che mira a riunire in un quadro coerente le misure per incentivare la natalità e incrementare i sostegni ai figli a carico, dimostrano che il problema non è sottovalutato (si veda box in pagina). Cambiare è necessario, ma per invertire il ciclo negativo della fiducia è bene che la prospettiva sia molto ambiziosa. Un solo esempio: si pensi a cosa vorrebbe dire far entrare l’Italia in Europa introducendo quello che in quasi tutti gli altri Paesi è già in vigore: un assegno fisso per il mantenimento dei figli minorenni, indipendente dal reddito. Una misura capace di aumentare considerevolmente le dotazioni per le famiglie povere, ma che non escluderebbe il ceto medio configurandosi come alternativa alle detrazioni già riconosciute. Tecnicamente si potrebbe arrivare ad avere, a puro titolo di esempio, un assegno da 250 euro al mese per ogni figlio minore. Senza costi aggiuntivi per lo Stato. Come? Attualmente la spesa per i 'sussidi' ai figli è così distribuita: 10,5 miliardi l’anno per le detrazioni fiscali per i minori, non riconosciute a chi ha redditi bassi o nulli; 6,5 miliardi per gli assegni al nucleo familiare, pagati solo ai lavoratori dipendenti e ai pensionati, e non ai disoccupati né ai lavoratori autonomi; 800 milioni per l’assegno a chi ha 3 o più figli minori. Il totale di queste misure vale circa 20 miliardi. Se si decidesse di destinare i 10 miliardi del bonus da 80 euro a questa nobile missione, la dotazione salirebbe a 30 miliardi l’anno. Ora, dato che i minorenni in Italia sono 10 milioni, ecco 3.000 euro all’anno per ogni figlio.

È solo un’idea, uno spunto per riflettere su risorse e possibilità. Qualcuno potrebbe eccepire per l’assenza di limiti di reddito. In realtà di questi stanziamenti beneficiano in parte già oggi le fasce medie, mentre l’assegno aumenterebbe le dotazioni riconosciute ai nuclei bisognosi, e oltretutto finirebbe nelle tasche anche di disoccupati e incapienti, oggi esclusi. Si potrebbe poi rilevare che il bonus da 80 euro non può essere snaturato nella sua funzione, quella di rilanciare i consumi. Eppure un assegno ai figli dovrebbe avere un impatto molto più forte sui consumi e sugli investimenti delle famiglie di quanto non abbia avuto il bonus, che ha escluso le fasce deboli, cioè quelle più capaci di incidere sui consumi, e premiato i lavoratori dipendenti a reddito medio. In Europa misure di questo tipo, che hanno la forza di imporre una priorità e determinare culturalmente un contesto favorevole alla famiglia con un impatto molto netto, sono assai diffuse e non procurano alcuno scandalo. In Francia, in aggiunta alle detrazioni, si ricevono ad esempio 130 euro al mese per due figli, 295 per 3, 470 euro per 4… In Germania arrivano 184 euro a figlio fino a 2 bambini, 190 per il terzo, 215 per il quarto. Dall’Austria all’Olanda, dal Belgio alla Danimarca, in pressoché tutti i maggiori Paesi esiste la pratica dell’'assegno universale', in aggiunta ad altri sostegni più specifici.

Paesi in declino di natalità come l’Italia non hanno molte opzioni se vogliono incidere positivamente sul proprio futuro, invertendo il ciclo negativo e svincolandosi dalla dipendenza delle riprese altrui. Le strade possibili sono due: una prevede di trovare un modo efficace per convincere le donne ad avere figli (e poi tornare al lavoro); l’altra passa da una seria politica migratoria. Che si voglia o no l’Italia, come il resto d’Europa, ha un disperato bisogno di immigrati, di popolazione attiva. Il punto non è come farli arrivare, ma come trattenerli evitando che scelgano di andare altrove. Un Paese con le nostre prospettive demografiche e di sostenibilità del welfare è tutto fuorché attraente. In altri termini: per quale ragione un giovane straniero (come un giovane italiano) dovrebbe fermarsi qui a pagare le nostre pensioni?
L’argomento dei sostegni alla famiglia, e di un riequilibrio demografico capace di garantire un futuro a tutti, è uno dei più importanti.
La forza di una città, sosteneva nel 400 a.c. lo storico e filosofo Tucidide, non si misura dalla robustezza delle sue mura o dalla forza del suo esercito, ma dal carattere e dalla vitalità della sua popolazione. Se considerassimo i parametri attuali, l’Italia non appare in buono stato. Possiamo fare molto meglio.


Massimo Calvi
Avvenire 2.10.2015