Quei nidi di futuro (perché serve investire nella fascia 0-3 anni)


È meglio avere un figlio che frequenta l’asilo nido oppure un nonno in pensione anticipata che si occupa del nipote? Per tentare di rispondere a questa domanda in modo esauriente probabilmente si dovrebbe organizzare un convegno e invitare esperti di molte discipline. Questo perché il quesito - che ovviamente parte dal presupposto che entrambi i genitori vogliano avere un lavoro retribuito - deve tenere conto di un ventaglio ampio di fattori: economici, sociali, culturali, affettivi, e via dicendo. Se però ci mettiamo ad analizzare le politiche messe in campo dall’Italia negli ultimi anni per migliorare il proprio “capitale umano” possiamo arrivare già a una risposta parziale e ammettere che sono molti gli aspetti critici che dovremmo affrontare.
Gli studi più recenti dimostrano infatti che in fatto di sviluppo cognitivo, ma anche di capacità relazionali e di concentrazione, gli investimenti nei primissimi anni di vita di un bambino, cioè dalla nascita fino ai tre anni di vita, hanno il rendimento più alto e costano molto meno rispetto a interventi in altre fasce di età. Il premio Nobel per l’Economia nel 2000, James Heckman, lo ha dimostrato chiaramente, in particolare riferendosi all’infanzia più svantaggiata, quella cioè che vive in un contesto familiare o territoriale penalizzante. In sostanza, se un Paese ha intenzione di elevare il capitale umano della sua popolazione e offrire migliori opportunità ai cittadini del futuro dovrebbe destinare una buona parte di risorse proprio nei primi anni di vita dei bambini.
Fino a qualche anno fa l’Italia spendeva per i piccoli fino a 3 anni metà delle risorse destinate alle altre fasce di età, e un quarto in meno rispetto alla media dei Paesi Ocse. Forse il collegamento è un po’ ardito, ma quando parliamo di capitale umano dovremmo sempre tenere presente che il nostro Paese ha una percentuale di laureati che è circa la metà della media Ocse e molto più bassa anche della media europea, e detiene il record europeo di giovani sotto i 30 anni che non studiano e non lavorano, il 24%, contro una media Ue del 14%.
Negli ultimi dieci anni, diciamo dallo scoppio della Grande crisi, la situazione si è fatta più complicata in seguito all’aumento della povertà relativa e assoluta e con il peggioramento delle condizioni economiche in particolare delle famiglie con figli piccoli a carico. La crisi ha come ribaltato i rapporti di forza tra le famiglie con minori e quelle con pensionati: gli ultimi dati di Istat e Banca d’Italia indicano proprio che in fatto di reddito medio e di ricchezza la situazione è migliorata notevolmente per i maggiori di 65 anni e peggiorata per chi ne ha meno di 35. Non tutti gli over65 sono “ricchi”, ovvio. Ma lo squilibrio c’è. Le famiglie con figli, insomma, hanno molte meno risorse da investire nell’educazione dei bambini rispetto a un tempo non lontano e durato troppo poco. E questo, in particolare nelle aree svantaggiate, potrà rappresentare, e già rappresenta oggi, un grosso deficit.
Nell’educazione, come in altri ambiti, i soldi ovviamente non sempre fanno la differenza. Ma su larga scala le minori risorse si associano quasi sempre a maggiori problemi. Lo si può vedere ad esempio negli investimenti pubblici destinati agli asili nido. Molti studi sono riusciti a dimostrare che bambini che hanno avuto l’opportunità di frequentare un nido hanno poi ottenuto punteggi scolastici mediamente migliori in diversi ambiti, ma soprattutto che in genere un’assistenza all’infanzia di qualità offre stimoli positivi che permettono di raccogliere molti frutti più avanti.
Il nido insomma non è solo un sostegno alle coppie che lavorano, un “parcheggio” che consente di armonizzare i tempi della famiglia con quelli del lavoro: è una forma di “investimento” sui bambini che può fornire delle carte in più a chi ha meno mezzi. È anche per questo che nel 2010 l’Europa si è data come obiettivo far raggiungere agli Stati membri un’assistenza all’infanzia per almeno il 90% dei bambini tra i 3 e i 6 anni e almeno il 33% per quelli da 0 a 3. In questo lasso di tempo l’Italia ha fatto passi notevoli: ha superato il primo obiettivo, ma è molto lontana dal raggiungere il secondo. Come mostra il rapporto dell’Ufficio valutazione d’impatto (Uvi) del Senato, gli utenti dei nidi pubblici hanno raggiunto il 12-14% in media negli ultimi anni, ma se nelle aree del Nord si supera anche il 25%, ecco che regioni come Puglia, Calabria, Sicilia e Campania non raggiungono nemmeno l’obiettivo minimo di una copertura del 6%. Questa forte disparità riflette anche le differenze di sviluppo territoriale e al contempo può esserne una causa.
Tra i tanti investimenti che un Paese può fare per migliorare le condizioni di vita dei suoi cittadini negli anni a venire quello nell’educazione dei più piccoli è certamente strategico. Anche il Contratto di Governo sottoscritto da Lega e M5s lo riconosce. Il sostegno può esprimersi in varie forme, attraverso strutture statali, con il coinvolgimento del Terzo settore o del mondo delle imprese, promuovendo servizi in cui sono protagoniste le stesse famiglie. Secondo il dossier del Senato, per raggiungere la copertura dei nidi prevista dalla “Buona Scuola” potrebbero servire da 1 a 2,6 miliardi l’anno. Solo a titolo di paragone, e non per fare contrapposizioni, la spesa minima prevista per abbassare un po’ l’età pensionabile oggi è stimata in almeno 5 miliardi l’anno. Dunque, per provare a rispondere alla domanda iniziale: forse l’ideale è avere un bambino che frequenta il nido e un nonno giovane in pensione che lo va a prendere e aiuta i genitori nella sua crescita. Ma dovendo scegliere?

Massimo Calvi
Avvenire, 25.7.2018

Bambini, stop al porno: limitare gli smartphone


La cronaca continua a raccontare di violenze e soprusi ai danni di donne commessi da loro compagni, mariti o ex coniugi, di femminicidi quali ultimo atto di relazioni guaste, spesso fondate sulla prevaricazione. Nelle riflessioni attorno a questo fenomeno un aspetto di cui si parla forse troppo poco è il ruolo che può avere la diffusione della pornografia nella formazione emotiva e nella futura relazione uomo-donna, soprattutto tra i più giovani. L’allarme ha un valore in prospettiva: a causa della ampia diffusione di tablet e smartphone connessi a internet è sempre più frequente che anche bambini di 8-10 anni abbiano accesso a contenuti pornografici e violenti. Quando capita di parlarne tra adulti spesso si tende a sminuire la portata del problema. In fondo, si obietta, la visione di immagini pornografiche non trasforma tutti in prevaricatori o assassini. Oppure, altro argomento, non sarà "un po’ di nudo" a rendere più violenti i maschi, anche perché a fare la differenza è sempre l’educazione impartita dai genitori. La condizione della donna nella società, inoltre, non è peggiorata (solo) a causa della pornografia, né si può dire che le cose vadano meglio nelle società in cui è vietata del tutto.
Tuttavia ci sono molte ragioni per parlare di un allarme sociale, che produrrà frutti guasti in futuro. La pornografia rappresenta sempre una degenerazione, a ogni livello e ogni età, ma se è impossibile oscurarla poniamoci almeno qualche domanda che tenga conto dei cambiamenti avvenuti. Che adolescenti saranno i tanti bambini che già negli anni della scuola primaria si stanno abituando a guardare filmati pornografici? Che immagine della donna e delle relazioni affettive potranno sviluppare da adulti? C’è un altro aspetto che rende più urgente aprire una discussione: il mercato del porno è cambiato radicalmente. L’accesso libero e gratuito a un bacino sconfinato di filmati pornografici, senza filtri né alcun tipo di controllo, ha prodotto una situazione da "far-west" che non prevede alcun tipo di protezione. Nella stragrande maggioranza dei video pornografici offerti alla libera fruizione tutto è "messa in scena" e recitazione, la rappresentazione però si snoda secondo un copione di dominazione e violenza, di sottomissione del corpo femminile fino all’umiliazione se non alla tortura. Il piacere è presentato in funzione dell’annientamento della donna, il cui ruolo è ridotto a un oggetto nella totale disponibilità dell’uomo.
Siamo in un mondo in cui la libertà di espressione è garantita e tutelata. Ed è una fortuna. Nel momento in cui ci si trova ad analizzare le manifestazioni di violenza, però, sarebbe opportuno riflettere su tutto quello che può averle alimentate, anche solo in parte. Domandiamoci allora se non sia possibile fare qualcosa di più, a livello tecnico o legislativo, per porre dei freni e proteggere almeno i minori. È giusto, ad esempio, che internet sia completamente aperto e fruibile da chiunque entri in possesso di uno smartphone? Perché i contenuti violenti e pornografici non possono diventare accessibili solo a utenti identificati? E se erigere barriere in rete è difficile, perché non proibire ai più giovani di utilizzare alcuni strumenti, ad esempio facendo in modo che sul mercato siano disponibili smartphone per maggiorenni e per minorenni, con diversi livelli di accesso alla rete e dunque di protezione? Di limiti sensati è piena la nostra società: le automobili si guidano solo dai 18 anni in avanti e in base alla cilindrata, alcool e sigarette non possono essere venduti ai minori, anche per le scommesse ci sono barriere.
Appellarsi alla questione educativa è fondamentale, ma lasciare che ogni responsabilità ricada solo sui genitori significa non tenere conto dei limiti che questo comporta: spesso è proprio la loro assenza a trasformare un problema privato in un’emergenza pubblica. Forse occorre fare di più e servirebbero segnali più forti. Quando ci troveremo a esprimere condanna e indignazione per il prossimo caso di cronaca dovremmo chiederci se non abbiamo dimenticato di fare qualcosa di semplice, ma importante, per evitare che tra bambini di oggi cresca l’uomo violento di domani. Le donne non hanno proprio niente da dire?

Massimo Calvi
Avvenire, 19.7.20018
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