Con il mese di maggio ogni anno in Italia fa la sua comparsa, per restare attivo più o meno tutta l’estate, un tipo di volontario un po’ particolare, utilissimo, ma che operando nell’ombra e in un ambito non particolarmente nobile o elevato raramente viene considerato per il valore che produce. È il cuoco delle salamelle. Il signore o la signora che, passando le ore più calde della giornata alla piastra o alla griglia, permette la riuscita di ogni festa di fine anno della scuola, dell’asilo, della società sportiva, della parrocchia, della cooperativa sociale.
Il cuoco delle salamelle (delle braciole, dei panzerotti, della pasta, della polenta...) rappresenta una delle più pure forme di volontariato, tra le meno istituzionalizzate e più libere, l’impegno speso per regalare la gioia di un pasto condiviso. È la minuscola "mattonella" di servizio che, insieme a migliaia di altre in ambiti diversi, permette a quel vastissimo mondo chiamato società civile, non profit o Terzo settore, di andare avanti, svolgere il suo servizio per gli altri e celebrare ogni volta la sua festa.
Ne parliamo perché da oggi, con il via libera definitivo alla Camera della riforma del Terzo settore, per questo universo composto da 300mila organizzazioni, 5 milioni di volontari e 1 milione di occupati, possono cambiare molte cose. Augurarsi che la trasformazione sia solo in meglio non è cosa di poco conto. Sotto il cappello del Terzo settore, una definizione un po’ fredda per dire che si tratta di realtà tra lo Stato e il mercato, c’è tanta parte della nostra vita e spesso dell’impegno diretto di molti di noi, oltre che di vari servizi di cui usufruiamo: l’associazione vicina agli anziani, la squadra di calcio o di basket dei figli, la cooperativa che gestisce asili nido o centri estivi, la fondazione che sostiene centri e strutture per disabili, l’associazione culturale, l’impresa sociale che offre servizi socio sanitari a costi accessibili. Un’economia e una società rigorosamente senza scopo di lucro.
C’è un intero mondo che entra dunque in una fase nuova. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi aveva annunciato la riforma due anni fa esponendosi, come è nel suo stile, nella promessa che il Terzo settore sarebbe un giorno diventato il Primo. Forse è un po’ difficile, ma nella riforma gli elementi ci sono tutti, se non per scalare la classifica dei settori, almeno per far diventare grande il non profit, rafforzarlo a livello di risorse e capitali, offrirgli la possibilità di valorizzare la componente imprenditoriale e di innovazione, fornirgli insomma molti strumenti per compiere quel salto, anche in termini di emancipazione, che si auspicava invano da troppi anni.
Il rischio che molti paventano è quello di vedere il Terzo settore crescere fino al punto di prendere il posto dello Stato nella gestione di molti servizi di welfare. D’altro canto c’è chi teme, nel possibile vuoto lasciato dalla ritirata degli enti pubblici, l’avanzata dei privati con solo scopo di profitto. È per questo che, anche guardando ai decreti attuativi, sarà importante rispettare l’equilibrio raggiunto con la delega. Questa riforma pone le basi perché vi siano più trasparenza, maggiore ordine grazie a un unico quadro giuridico, più certezza delle risorse, migliore capacità di attirare capitali e risorse finanziarie da investitori esterni, una valorizzazione e anche un rafforzamento in termini di concretezza del volontariato.
Perseguire finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, in forma privata e senza scopo di lucro, nel nome dell’interesse generale – così come recita la legge – è la vera sfida per il non profit e la nuova impresa sociale. Ora di fronte a un bivio etico: cedere al fascino del capitale e lasciarsi contagiare dalle pratiche più estreme del mercato o riuscire a contaminare l’economia in senso positivo e civile portando il meglio della propria identità? È difficile che possa essere una legge a deciderlo. Grandi si diventa, maturi ci si dimostra. Per questo al non profit servirà mantenere viva la propria anima, il volto e il servizio dei milioni di volontari che ogni giorno fanno senza chiedere. Il cuoco delle salamelle come la signora dell’Alzheimer cafè. Che in fondo siamo tutti noi.
Massimo Calvi
Avvenire 26.05.2016
Leggi l'articolo sul sito
I nonni non bastano
Tra le tante
cifre e le suggestioni contenute nel rapporto annuale dell’Istat presentato
ieri c’è un dato che più di tutti fotografa il momento critico e rende l’idea
di quanto sia urgente un intervento a favore delle famiglie con figli. È il
ruolo sempre più attivo e decisivo dei nonni nella cura dei nipoti, il loro
coinvolgimento in termini di tempo, affetti, risorse. Senza i nonni
probabilmente l’Italia sarebbe franata in questi anni di crisi, lo si è detto
molte volte, e tante famiglie non ce l’avrebbero fatta a conciliare la vita col
lavoro o persino ad arrivare a fine mese.
Questo meraviglioso elemento di forza della nostra struttura
sociale è però allo stesso tempo un fattore di grande debolezza. I nonni sono
diventati sempre più indispensabili e presenti anche perché, come dimostra il
rapporto dell’Istituto di statistica, è aumentata la disoccupazione dei
genitori, molti più giovani, anche con buoni titoli di studio, sono rimasti in
famiglia in attesa di un lavoro, è calato l’impegno dei Comuni per gli asili
nido lasciando a casa molti piccoli, e la spesa sociale ha svolto male il suo
compito: ha permesso cioè che la disuguaglianza aumentasse, ma soprattutto ha
lasciato che la crisi pesasse molto di più sui minori, spingendoli verso la
povertà.
Ciò cui si è assistito in questi anni è stato un eccezionale
capovolgimento generazionale in termini di bisogno. Prima del 2000 l’incidenza
della povertà relativa riferita agli anziani era di 5 punti superiore a quella
dei minori, oggi quella dei nipoti è quasi raddoppiata e ha raggiunto il 19%,
mentre i nonni restano 10 punti sotto. Queste cifre spiegano bene la ragione
per cui il legame tra bambini e anziani è andato rafforzandosi con l’avanzare
della crisi: come una stretta di mano sempre più necessaria per non lasciare
affondare il futuro rappresentato dalle giovani generazioni. Contemporaneamente
denunciano però anche tutto il limite del welfare italiano.
Basta poco a mettere in luce l’origine dei problemi. Il
quadro che emerge dall’analisi del sistema di protezione sociale italiano – per
l’Istat «uno dei meno efficaci in Europa», con «la spesa pensionistica che
comprime il resto dei trasferimenti sociali» aumentando il rischio di povertà –
è impietoso: non solo è aumentata la disuguaglianza nella distribuzione del
reddito, ma è diventato più difficile riuscire a migliorare la propria
condizione. Il cosiddetto "ascensore sociale" è fermo al piano terra:
chi sperimenta condizioni di svantaggio da giovane ha alte probabilità di
restare ai margini anche da grande. La povertà, insomma, ha preso di mira i
minori, ed è ereditaria. E lo scenario in cui questo si manifesta è quello di
un Paese nel quale risaltano le emergenze indicate con forza anche dall’ultima
assemblea dei vescovi italiani: lavoro, famiglia, demografia.
Cosa fare è quasi scontato. Va rivoluzionato, e al più
presto, il sistema dei sostegni alle famiglie, va riequilibrata la spesa
sociale guardando ai minori, va aperto il cantiere della riforma fiscale
favorendo i nuclei con prole. L’intervento necessario può fondarsi su due
pilastri: un sussidio universale mensile per ogni figlio (la direzione verso
cui tende ad esempio la proposta Lepri firmata da 50 senatori Pd), e un sistema
fiscale rivisto in virtù del "Fattore famiglia" proposto dal Forum,
cioè non tagliando le aliquote per premiare il ceto medio in modo
indiscriminato, ma ampliando la "no tax area" in virtù del numero dei
carichi familiari.
La politica ha l’opportunità e il dovere di trovare
convergenze al di là degli schieramenti, per non perdersi nell’ennesima sfida
di "piani per la famiglia" che servono solo a ravvivare la campagna
elettorale e poi restano in vita solo per i motori di ricerca su internet. C’è
bisogno di rimettere in piedi i poveri e il ceto medio con figli, non di
distribuire soldi a pioggia. La solidarietà tra generazioni è stata ed è la
forza dell’Italia, tuttavia un Paese non può pensare di vivere aggrappandosi
solo ai nonni, al loro affetto, che è cosa buona, ma poi soprattutto al loro
tempo e alla loro pensione. Restare fermi oggi equivale a mettersi contro.
Massimo Calvi
Avvenire, 21.05.2016
Vai all'articolo
Vai all'articolo
Le vere priorità della gente
Dall’inizio della crisi l’occupazione è caduta del 4,8%, i giovani in cerca di lavoro sono saliti al 40%, la povertà assoluta è arrivata a riguardare il 6,8% della popolazione. Per affrontare i problemi indicati da queste cifre, chiede il cardinale Angelo Bagnasco rivolgendosi ai vescovi italiani riuniti in Assemblea, «che cosa stanno facendo, che non sia episodico ma strutturale, i responsabili della cosa pubblica, i diversi attori del mondo del lavoro?». Le crescenti difficoltà delle famiglie e il calo della natalità condannano l’Italia a vivere una lunga stagione di inverno demografico: nel 2015 sono state registrate solo 488.000 nascite a fronte di 653.000 decessi, e 100.000 italiani hanno lasciato il Paese. «Che cosa sta facendo lo Stato perché si possa invertire la tendenza?», si chiede ancora il presidente dei vescovi italiani. E poi c’è un "terzo fantasma" che sta crescendo in Italia, il gioco d’azzardo, una piaga capace di far aumentare le slot machine mentre la legge prevede che debbano scendere, e il cui giro d’affari è salito in sei anni del 350% fino a a quota 84 miliardi di euro. «A fronte di così cospicui interessi a diversi livelli – si chiede ancora il presidente della Cei – chi sarà in grado di resistere alle pressioni delle lobby e intervenire in modo radicale?».
Lavoro, famiglia, demografia, piaga del gioco d’azzardo. È un elenco di priorità semplice, dettato dalla frequentazione della gente e dal contatto quotidiano con i suoi problemi, dalla vicinanza di una Chiesa al suo popolo, quello che emerge dalla relazione del presidente all’assemblea permanente della Cei. È una lista che, per quanto indiscutibile in termini di emergenza, non sembra tuttavia essere saldamente fissata in cima all’agenda del dibattito politico. Eppure «è su questi problemi che la gente vuole vedere il Parlamento impegnato senza distrazioni di energie e di tempo, perché sono questi i problemi veri del Paese, cioè del popolo», dice ancora Bagnasco, chiedendosi come mai invece nel caso della legge sulle Unioni civili «così vasta enfasi ed energia sia stata profusa per cause che rispondono non tanto a esigenze ma a schemi ideologici».
C’è un allarme nell’allarme che emerge dalla contrapposizione, o dall’inversione, delle priorità: la deriva quasi inevitabile, il «colpo finale» lo definisce il presidente della Cei, che – tra sentenze spiazzanti e manovre sulle regole delle adozioni – condurrà anche a riconoscere «la pratica dell’utero in affitto». C’è chi assicura che non sarà così. Ma come potrebbe non esserlo se nella prassi, che resti proibito o meno, con questa pratica che si vuole rendere socialmente sempre più accettabile, coppie italiane (eterosessuali e omosessuali) continuano a comprare grembi di donna e a "produrre" bambini all’estero? E se poi lo stato della nuova famiglia viene ratificato in Italia?
L'ambiguità dell’utero in affitto che si proibisce con le norme, ma in realtà si accetta e si sdogana, ad esempio con la formula della stepchild adoption, è un tratto comune alle altre emergenze. Tutto si tiene. La Costituzione fonda la Repubblica sul lavoro e riconosce i diritti della famiglia fondata sul matrimonio, eppure è così facile vedere la politica parlare d’altro, distorcere la lista dei bisogni e fare della Carta lettera morta.
La critica non è estranea al riconoscimento dei meriti e degli impegni. Ci sono, e si vedono, dice Bagnasco, «segnali positivi di sostegno e promozione della famiglia», il punto è che «hanno bisogno di essere incentivati e diventare strutturali» con una manovra che dia equità alle famiglie con figli a carico. Allo stesso modo sull’azzardo è noto il lavoro di tanti cittadini impegnati ad esempio negli slot mob per contrastare la diffusione del fenomeno. Così il cantiere sul lavoro, un processo in corso: si sa che le riforme (come il Jobs Act) hanno bisogno di tempo per mostrare i loro effetti. Il punto è non fermarsi, mantenere alta l’attenzione e nel giusto ordine le urgenze. A cominciare dalla cura per l’esercito dei poveri e degli impoveriti. «Senza distrazioni ed energie di tempo», è l’invito rivolto alla politica. Una tensione necessaria, insomma, cui la Chiesa continua a non sottrarsi: con le parrocchie, i sacerdoti, i tantissimi volontari, assicura il cardinale Bagnasco, «continuerà a fare tutto quanto le è possibile per stare accanto alla gente, e mettendo in campo ogni risorsa».
Massimo Calvi
Avvenire, 18.5.2016
Vai all'articolo
Lavoro, famiglia, demografia, piaga del gioco d’azzardo. È un elenco di priorità semplice, dettato dalla frequentazione della gente e dal contatto quotidiano con i suoi problemi, dalla vicinanza di una Chiesa al suo popolo, quello che emerge dalla relazione del presidente all’assemblea permanente della Cei. È una lista che, per quanto indiscutibile in termini di emergenza, non sembra tuttavia essere saldamente fissata in cima all’agenda del dibattito politico. Eppure «è su questi problemi che la gente vuole vedere il Parlamento impegnato senza distrazioni di energie e di tempo, perché sono questi i problemi veri del Paese, cioè del popolo», dice ancora Bagnasco, chiedendosi come mai invece nel caso della legge sulle Unioni civili «così vasta enfasi ed energia sia stata profusa per cause che rispondono non tanto a esigenze ma a schemi ideologici».
C’è un allarme nell’allarme che emerge dalla contrapposizione, o dall’inversione, delle priorità: la deriva quasi inevitabile, il «colpo finale» lo definisce il presidente della Cei, che – tra sentenze spiazzanti e manovre sulle regole delle adozioni – condurrà anche a riconoscere «la pratica dell’utero in affitto». C’è chi assicura che non sarà così. Ma come potrebbe non esserlo se nella prassi, che resti proibito o meno, con questa pratica che si vuole rendere socialmente sempre più accettabile, coppie italiane (eterosessuali e omosessuali) continuano a comprare grembi di donna e a "produrre" bambini all’estero? E se poi lo stato della nuova famiglia viene ratificato in Italia?
L'ambiguità dell’utero in affitto che si proibisce con le norme, ma in realtà si accetta e si sdogana, ad esempio con la formula della stepchild adoption, è un tratto comune alle altre emergenze. Tutto si tiene. La Costituzione fonda la Repubblica sul lavoro e riconosce i diritti della famiglia fondata sul matrimonio, eppure è così facile vedere la politica parlare d’altro, distorcere la lista dei bisogni e fare della Carta lettera morta.
La critica non è estranea al riconoscimento dei meriti e degli impegni. Ci sono, e si vedono, dice Bagnasco, «segnali positivi di sostegno e promozione della famiglia», il punto è che «hanno bisogno di essere incentivati e diventare strutturali» con una manovra che dia equità alle famiglie con figli a carico. Allo stesso modo sull’azzardo è noto il lavoro di tanti cittadini impegnati ad esempio negli slot mob per contrastare la diffusione del fenomeno. Così il cantiere sul lavoro, un processo in corso: si sa che le riforme (come il Jobs Act) hanno bisogno di tempo per mostrare i loro effetti. Il punto è non fermarsi, mantenere alta l’attenzione e nel giusto ordine le urgenze. A cominciare dalla cura per l’esercito dei poveri e degli impoveriti. «Senza distrazioni ed energie di tempo», è l’invito rivolto alla politica. Una tensione necessaria, insomma, cui la Chiesa continua a non sottrarsi: con le parrocchie, i sacerdoti, i tantissimi volontari, assicura il cardinale Bagnasco, «continuerà a fare tutto quanto le è possibile per stare accanto alla gente, e mettendo in campo ogni risorsa».
Massimo Calvi
Avvenire, 18.5.2016
Vai all'articolo
Famiglia, gli errori da evitare
La cosa positiva è che si è tornati a parlare di aiuti alle famiglie con figli. Quella negativa è che le risorse, come sempre quando si tratta di bambini, sono centellinate. Oltretutto nella maggioranza convivono tante idee e molto diverse. Per questo, forse, invece di parlare delle cose da fare, per una volta può essere utile stilare un elenco degli errori da evitare.
Risorse scarse. Il primo errore è quello di partire dall’idea che mancano i soldi. Ad esempio la proposta avanzata in questi giorni dal ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, di raddoppiare il bonus bebè, portandolo da 80 a 160 euro al mese per i soli primi tre anni, richiede circa 300 milioni in più rispetto ai 200 iniziali. Tanti? Un paragone: la squadra del Milan è in vendita per circa 700 milioni. Forse le famiglie, e i figli, meritano di più. Le risorse, come vedremo, ci sono. Questione di priorità.
Riforme spot. Il secondo errore che non andrebbe commesso è pensare a provvedimenti limitati e di breve durata. Tutti i Paesi europei hanno un sussidio universale per i figli fino al 18esimo anno di età. La Francia parte da 130 euro per il primo figlio e sale a 300 con il terzo, la Germania va da 184 euro a figlio a 215 per il quarto. In Danimarca arrivano 540 euro ogni tre mesi per i bambini da 0 a 2 anni, 430 euro da 3 a 6 anni… e via fino ai 18. Un’altra musica.
La trappola Isee. Il terzo errore riguarda l’Isee, ormai una "trappola per minori". Lo strumento serve a valutare lo stato di bisogno delle famiglie che chiedono sostegni sociali, ma una cosa sono le politiche (necessarie) per la povertà, un’altra il sostegno alle famiglie. Nessun Paese elargisce il sussidio ai minori sulla base del reddito. L’Italia lo fa solo con i bonus che riguardano i figli. Ad esempio non è stata richiesta alcuna certificazione Isee nell’elargire il "bonus Renzi" da 80 euro ai redditi medi, quello ai maggiorenni o agli insegnanti, e nemmeno per concedere le detrazioni per le ristrutturazioni, l’acquisto di mobili, il cambio dei condizionatori.
Fisco iniquo. Altro errore è perseverare con un sistema fiscale che penalizza le famiglie, soprattutto quelle monoreddito e le numerose. Il Forum delle famiglie, guidato da Gigi De Palo, ha rilanciato la proposta del "Fattore", che amplia la "no tax area" in base ai figli a carico. È una misura importante, perché oggi non servono tagli fiscali generalizzati, ma legati ai carichi familiari. L’errore è anche continuare a parlare di riforma fiscale "per le famiglie" senza prevedere vantaggi specifici per quelle con figli.
Aiuti dispersivi. Troppe misure, e dispersive, servono a poco. Di semplificazione degli "assegni" parla ad esempio un ddl in discussione al Senato, primo firmatario Stefano Lepri del Pd. In Italia spendiamo 10,5 miliardi l’anno in detrazioni per i minori, non riconosciute a chi ha redditi bassi o nulli, 6,5 miliardi per gli assegni al nucleo familiare, dati solo a lavoratori dipendenti e pensionati e non a disoccupati o autonomi, 800 milioni per l’assegno a chi ha 3 o più figli. Sono 18 miliardi che possono essere accorpati e ridistribuiti in una misura unica. E incrementati. Problema di risorse? Dipende. Se il bonus da 80 euro fosse aggiunto a questa dotazione e destinato solo a chi ha prole si arriverebbe a 3.000 euro l’anno per ogni figlio fino ai 18 anni. Sogni.
Il benaltrismo. L’ultimo errore? Il "benaltrismo". Sostenere, cioè, di fronte a una proposta seria, che le misure utili ad aiutare le famiglie e rilanciare la natalità «sono ben altre». Si parta da qualcosa, ma si parta.
Massimo Calvi
Avvenire, 17.5.2016
Vai all'articolo
Risorse scarse. Il primo errore è quello di partire dall’idea che mancano i soldi. Ad esempio la proposta avanzata in questi giorni dal ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, di raddoppiare il bonus bebè, portandolo da 80 a 160 euro al mese per i soli primi tre anni, richiede circa 300 milioni in più rispetto ai 200 iniziali. Tanti? Un paragone: la squadra del Milan è in vendita per circa 700 milioni. Forse le famiglie, e i figli, meritano di più. Le risorse, come vedremo, ci sono. Questione di priorità.
Riforme spot. Il secondo errore che non andrebbe commesso è pensare a provvedimenti limitati e di breve durata. Tutti i Paesi europei hanno un sussidio universale per i figli fino al 18esimo anno di età. La Francia parte da 130 euro per il primo figlio e sale a 300 con il terzo, la Germania va da 184 euro a figlio a 215 per il quarto. In Danimarca arrivano 540 euro ogni tre mesi per i bambini da 0 a 2 anni, 430 euro da 3 a 6 anni… e via fino ai 18. Un’altra musica.
La trappola Isee. Il terzo errore riguarda l’Isee, ormai una "trappola per minori". Lo strumento serve a valutare lo stato di bisogno delle famiglie che chiedono sostegni sociali, ma una cosa sono le politiche (necessarie) per la povertà, un’altra il sostegno alle famiglie. Nessun Paese elargisce il sussidio ai minori sulla base del reddito. L’Italia lo fa solo con i bonus che riguardano i figli. Ad esempio non è stata richiesta alcuna certificazione Isee nell’elargire il "bonus Renzi" da 80 euro ai redditi medi, quello ai maggiorenni o agli insegnanti, e nemmeno per concedere le detrazioni per le ristrutturazioni, l’acquisto di mobili, il cambio dei condizionatori.
Fisco iniquo. Altro errore è perseverare con un sistema fiscale che penalizza le famiglie, soprattutto quelle monoreddito e le numerose. Il Forum delle famiglie, guidato da Gigi De Palo, ha rilanciato la proposta del "Fattore", che amplia la "no tax area" in base ai figli a carico. È una misura importante, perché oggi non servono tagli fiscali generalizzati, ma legati ai carichi familiari. L’errore è anche continuare a parlare di riforma fiscale "per le famiglie" senza prevedere vantaggi specifici per quelle con figli.
Aiuti dispersivi. Troppe misure, e dispersive, servono a poco. Di semplificazione degli "assegni" parla ad esempio un ddl in discussione al Senato, primo firmatario Stefano Lepri del Pd. In Italia spendiamo 10,5 miliardi l’anno in detrazioni per i minori, non riconosciute a chi ha redditi bassi o nulli, 6,5 miliardi per gli assegni al nucleo familiare, dati solo a lavoratori dipendenti e pensionati e non a disoccupati o autonomi, 800 milioni per l’assegno a chi ha 3 o più figli. Sono 18 miliardi che possono essere accorpati e ridistribuiti in una misura unica. E incrementati. Problema di risorse? Dipende. Se il bonus da 80 euro fosse aggiunto a questa dotazione e destinato solo a chi ha prole si arriverebbe a 3.000 euro l’anno per ogni figlio fino ai 18 anni. Sogni.
Il benaltrismo. L’ultimo errore? Il "benaltrismo". Sostenere, cioè, di fronte a una proposta seria, che le misure utili ad aiutare le famiglie e rilanciare la natalità «sono ben altre». Si parta da qualcosa, ma si parta.
Massimo Calvi
Avvenire, 17.5.2016
Vai all'articolo
Sulla famiglia i conti non tornano
Sulla famiglia i conti non tornano. Mentre una parte di Italia festeggia per la nuova legge sulle unioni civili, un’altra continua a chiedersi come mai i suoi diritti non solo non rientrano mai nell’agenda delle priorità politiche, ma vengono accantonati e disattesi praticamente da ogni governo. Eppure è una parte di Paese abbastanza consistente.
Stiamo parlando delle famiglie con figli: quelle che ci sono già, ma anche quelle che potrebbero esserci se le condizioni fossero appena migliori. Il punto non è barattare i diritti o cercare improbabili compromessi, si tratta solo di fare i conti con la realtà. Per guardare avanti.
Nell’Unione europea l’Italia è agli ultimi posti in fatto di stanziamenti per la famiglia e i bambini. La nostra spesa pubblica nel 2014 è stata pari al 51,3% del Pil, più alta della media degli altri 28 Stati dell’Ue, che è al 48,2%. Alla voce famiglia e bambini è andato però solo l’1,4% della ricchezza prodotta, contro una media dell’1,7%.
Se si guarda poi a come è composta la sottocategoria della "spesa sociale", lo scarto è ancora più evidente. Nel resto d’Europa il 3,6% delle uscite va alle famiglie e ai bambini, noi siamo al 2,8%. In testa agli aiuti per la famiglia c’è la Danimarca, con l’8,6%, e forse non è un caso che sia anche il Paese più felice al mondo secondo la classifica del World Happiness Record. La Francia è al 4,4%, la Germania al 3,5%, il Regno Unito al 3,7%. Ultime sono la Spagna e la Grecia (1,3%).
Guardando a come è composta la spesa sociale, il confronto con gli altri Paesi è istruttivo. Noi spendiamo più della media solo per gli anziani (27,3% contro una media del 21,4%) e i superstiti (5,4% contro il 2,9%), due voci che ci vedono ai primi posti con Grecia e Spagna. Spendiamo invece molto meno oltre che per la famiglia, anche per malattia e disabilità (3,5% contro il 5,9%), per gli aiuti ai disoccupati (2,4% contro il 3%), le politiche per la casa (0,1%, sull’1,1%), l’esclusione sociale (0,5% contro l’1,7%).
L’Italia sconta un serio problema demografico, che compromette le possibilità di sviluppo. Il tema degli aiuti alle famiglie in relazione ai figli non può più essere considerata una voce marginale del confronto politico. Dal punto di vista del fisco le possibilità di intervento sono ampie quanto le necessità. Il Forum delle famiglie ha rilanciato la proposta del Fattore famiglia, che prevede una "no tax area" variabile in base al numero di figli, oltre a un intervento sul bonus da 80 euro che tenga conto dei carichi familiari.
In Parlamento sono in discussione altre proposte in questa direzione. Restare fermi, come governo ma anche come famiglie, vuol dire assumersi una pesante responsabilità, una colpa, che grava sul presente e sul futuro di tutti. Stiamo parlando di un’emergenza economica e, a questo punto, anche morale.
Massimo Calvi
Avvenire, 14.5.2016
Vai all'articolo
Stiamo parlando delle famiglie con figli: quelle che ci sono già, ma anche quelle che potrebbero esserci se le condizioni fossero appena migliori. Il punto non è barattare i diritti o cercare improbabili compromessi, si tratta solo di fare i conti con la realtà. Per guardare avanti.
Nell’Unione europea l’Italia è agli ultimi posti in fatto di stanziamenti per la famiglia e i bambini. La nostra spesa pubblica nel 2014 è stata pari al 51,3% del Pil, più alta della media degli altri 28 Stati dell’Ue, che è al 48,2%. Alla voce famiglia e bambini è andato però solo l’1,4% della ricchezza prodotta, contro una media dell’1,7%.
Se si guarda poi a come è composta la sottocategoria della "spesa sociale", lo scarto è ancora più evidente. Nel resto d’Europa il 3,6% delle uscite va alle famiglie e ai bambini, noi siamo al 2,8%. In testa agli aiuti per la famiglia c’è la Danimarca, con l’8,6%, e forse non è un caso che sia anche il Paese più felice al mondo secondo la classifica del World Happiness Record. La Francia è al 4,4%, la Germania al 3,5%, il Regno Unito al 3,7%. Ultime sono la Spagna e la Grecia (1,3%).
Guardando a come è composta la spesa sociale, il confronto con gli altri Paesi è istruttivo. Noi spendiamo più della media solo per gli anziani (27,3% contro una media del 21,4%) e i superstiti (5,4% contro il 2,9%), due voci che ci vedono ai primi posti con Grecia e Spagna. Spendiamo invece molto meno oltre che per la famiglia, anche per malattia e disabilità (3,5% contro il 5,9%), per gli aiuti ai disoccupati (2,4% contro il 3%), le politiche per la casa (0,1%, sull’1,1%), l’esclusione sociale (0,5% contro l’1,7%).
L’Italia sconta un serio problema demografico, che compromette le possibilità di sviluppo. Il tema degli aiuti alle famiglie in relazione ai figli non può più essere considerata una voce marginale del confronto politico. Dal punto di vista del fisco le possibilità di intervento sono ampie quanto le necessità. Il Forum delle famiglie ha rilanciato la proposta del Fattore famiglia, che prevede una "no tax area" variabile in base al numero di figli, oltre a un intervento sul bonus da 80 euro che tenga conto dei carichi familiari.
In Parlamento sono in discussione altre proposte in questa direzione. Restare fermi, come governo ma anche come famiglie, vuol dire assumersi una pesante responsabilità, una colpa, che grava sul presente e sul futuro di tutti. Stiamo parlando di un’emergenza economica e, a questo punto, anche morale.
Massimo Calvi
Avvenire, 14.5.2016
Vai all'articolo
Iscriviti a:
Post (Atom)