Baby boom 2021 negli Usa

Allo scoppio della pandemia in molti si sono chiesti quale sarebbe stato l’effetto sulle nascite della reclusione forzata dovuta ai lockdown. Rintanate in casa per lungo tempo le coppie avrebbero maturato una maggiore attitudine a procreare oppure con l’imposizione della "cattività" si sarebbe spento ogni desiderio? Dopo più di due anni di convivenza con il virus, qualche risposta incomincia a emergere. La prima, abbastanza chiara, è che in questo periodo a fare la differenza tra minori o maggiori nascite è stata la presenza di un welfare familiare solido e diffuso: dove le famiglie sanno di poter contare su un sistema di aiuti economici veramente universali e un impianto ben strutturato di supporto ai genitori, le nascite hanno tenuto o sono addirittura ripartite - così è stato ad esempio in Francia e Germania - mentre laddove non vi è percezione di sostegni significativi il calo della natalità è proseguito.
Ma c’è un’altra tendenza da considerare, e la si coglie osservando gli Stati Uniti, dove nel 2021 si è avuto un baby boom interessante, un rimbalzo che i ricercatori hanno già inquadrato come la prima vera inversione di tendenza dal 2007. E ad essere decisivo sembra essere stato lo smart working, la possibilità di lavorare da casa che ha permesso alle coppie di passare molto più tempo insieme e armonizzare meglio il tempo del lavoro con le esigenze della famiglia. Lo psicoanalista Claudio Risé, in fondo, lo aveva previsto nel suo ultimo libro ("Il ritorno del padre", Edizioni San Paolo), nel punto in cui, parlando della rivoluzione del lavoro a distanza, afferma che se il padre ritorna a casa, "non ritorna mai da solo, ma lo segue anche tutto il mondo famigliare". I ricercatori dell’università della California, Los Angeles, Princeton e Northwestern hanno notato che tra il calo della fecondità che si era avuto nel 2020 e la ripresa del 2021 emergono circa 46mila bambini nati in più dalle madri statunitensi. Se si prendono i dati delle nascite di tutti gli Stati Uniti dall’agosto 2015 all’agosto 2022 la ripartenza dal gennaio 2021 è netta, e il dato delle madri americane spicca perché dietro il crollo del 2020 vi era soprattutto il dato negativo delle madri nate all’estero dovuto alla limitazione degli spostamenti causa pandemia, e normalmente si tratta di circa il 23% dei parti totali. Con questa ripresa il tasso di fecondità, che dai 2,1 figli per donna del 2007 era sceso a 1,6 nel 2020, è aumentato del 6,2%. Focalizzando l’attenzione sulla sola California sembrerebbe inoltre che il baby boom stia proseguendo anche quest’anno.
La ripresa delle nascite interessa in particolare le donne sotto i 25 anni al loro primo figlio - e questo dovrebbe significare che per molte coppie la pandemia ha rappresentato la spinta ad anticipare la costituzione di una famiglia; e le donne più istruite tra i 30 e i 34 anni, cioè quelle che possono aver maggiormente beneficiato del lavoro da remoto. Secondo gli esperti la ripresa della natalità è dovuta anche a molti altri fattori. Ad avere inciso positivamente sono stati i sussidi alla disoccupazione concessi durante la pandemia, e chissà quanto ancora potrà incidere programma di sostegno ai genitori dell’American Rescue Plan, che ha aumentato il Child Tax Credit da 2.000 a 3.000 dollari per ogni figlio sopra i 6 anni (fino ai 17), e da 2.000 a 3.600 dollari per quelli sotto i 6. Tutte le famiglie che hanno presentato la dichiarazione dei redditi hanno ottenuto l’intero credito in automatico, senza fare alcuna domanda. Possono poi aver contribuito la rivalutazione dei prezzi delle case e dei corsi di Borsa, che negli Usa incidono significativamente sulle disponibilità economiche della classe media, mentre può non essere trascurabile la maggiore difficoltà, causa pandemia, nell’accesso ai percorsi di interruzione della gravidanza. Sopra tutto, però, resterebbe il lavoro a distanza. A riprova che, in particolare tra le generazioni più giovani, una volta risolto il problema del reddito e della casa, passare meno tempo in auto o sui mezzi per andare al lavoro, e non restare troppo a lungo lontano dai propri affetti, può essere un elemento importante nella scelta di ampliare la dimensione della famiglia.

Massimo Calvi
25.10.2022
Avvenire

Niente figli, siamo indipendenti (ma infelici)

Il calo delle nascite è un fenomeno che interessa vaste aree del mondo, anche se è nelle economie più avanzate che la tendenza ha incominciato a preoccupare, perché il dimagrimento delle famiglie porta con sé una serie di effetti in grado di compromettere la stabilità economica e sociale di una comunità. Per questo sono moltissime le ricerche che tentano di comprendere le ragioni più profonde della crisi demografica, che cioè provano a indagare i motivi per cui le persone decidono di avere meno figli o di non averne affatto. Ma per quanto gli sforzi producano sempre più materiali, c’è una questione di fondo cui è difficile venire a capo: pesano di più le ragioni culturali o quelle materiali nella scelta di diventare genitori?

Si può discutere a lungo, dividendosi amabilmente tra chi sostiene che le condizioni economiche o ambientali siano prevalenti e tra chi invece ritiene che sia la cultura delle persone nel mondo sviluppato ad essere profondamente cambiata e ad aver messo la famiglia in una prospettiva marginale rispetto al passato. Nella consapevolezza che a incidere sono sicuramente entrambe le questioni, il tema resta provare a capire come e perché alcuni aspetti sembrano essere prevalenti oggi, e come si può intervenire per migliorare le condizioni di vita delle persone e le prospettive delle nostre società.

Un sondaggio realizzato di recente negli Stati Uniti da Harris Interactive e Archbridge Institute (tinyurl.com/harnasc) sembra offrire indicazioni interessanti in quanto i ricercatori sono andati a intervistare un migliaio di persone chiedendo quali sono i loro progetti familiari, ma poi si sono concentrati in particolare sulle persone che non hanno figli. Ed è emerso che poco più della metà di chi non è genitore non ha alcuna intenzione di diventarlo in futuro, mentre un altro 20% si dice molto incerto. Più di due terzi di chi non ha prole, insomma, non ha una gran voglia di mettere su famiglia superando la dimensione della coppia. E il motivo è che fondamentalmente sono mossi dal desiderio di conservare la propria indipendenza.

Detto così può apparire scontato. Una delle fatiche maggiori dei genitori oggi è proprio la difficoltà nel trovare spazi personali di realizzazione, ovvero momenti veri di libertà dai carichi familiari in una società in cui, peraltro, tutti sembrano fare veramente di tutto, mostrandosi anche sempre sorridenti grazie alla condivisione istantanea delle esperienze. In un recente intervento pubblicato sul “New York Times” (tinyur.com/nytt50) la testimonianza dell’autrice ha fatto esibizione della grande felicità che deriva da una separazione di fatto in quanto, grazie a un accordo “salomonico” di affido condiviso dei figli, è possibile riconquistare metà del proprio tempo per dedicarsi ad attività solo per sé stessi. Anche senza arrivare al divorzio.

Le cose, però, non sono così semplici. Nel sondaggio americano solo il 28% ha dichiarato di non volere figli perché preoccupato per la crisi climatica, un terzo ha parlato dei prezzi delle case, altri della situazione politica (31%), della sicurezza (31%), della situazione finanziaria personale (46%) e della difficoltà a tenere in equilibrio lavoro e vita privata (40%). L’unico fattore che si è preso veramente la maggioranza (54%) è stato proprio il mantenimento dell'indipendenza personale, senza una differenza rilevante tra maschi e femmine.

Ora, è evidente che se dietro alla scelta di restare da soli o al massimo in due vi è un motivo di questo tipo, è difficile pensare che una politica pubblica di intervento economico possa influire più di tanto nella decisione di avere un figlio. Certo, il lavoro, la casa e una buona prospettiva di futuro restano fattori determinanti per il numero di bambini che viene al mondo in un Paese, così come il numero di matrimoni, di immigrati da realtà con tassi di fecondità più alti, e soprattutto un buon sistema di welfare oltre che di aiuti economici e non solo. Tuttavia, è difficile immaginare che, se la percezione della famiglia resta quella che rilevano i sondaggi, la tendenza possa mutare in modo significativo.

Eppure, c’è qualcosa di paradossale in tutto questo. Perché se da un lato le persone che non vogliono darsi una discendenza compiono scelte consapevoli collegandole a una prospettiva che sostanzialmente rimanda alla felicità, dall’altro quando si leggono le ricerche sulla soddisfazione personale emerge che è proprio la realtà della famiglia quella capace di restituire più senso della vita (tinyurl.com/wsens), così come l’attività con i figli si rivela essere altamente appagante, in grado di rendere i genitori mediamente più gioiosi di chi non lo è (tinyurl.com/felich).

Quello che si potrebbe obiettare della ricerca di Harris è che è stata condotta intervistando soprattutto persone adulte, mentre tra le generazioni più giovani la preoccupazione economica o per il mondo che i figli si troveranno ad abitare sembrano prevalere rispetto a una risposta che è più riconducibile a una prospettiva individualista e a uno sguardo sulla vita maggiormente rivolto a sé. I tempi cambiano, insomma, e così anche la cultura, dunque è difficile fare previsioni. Ciò di cui si dovrebbe far tesoro, tuttavia, è che, probabilmente, se l’intenzione è avere persone più felici, allora bisogna incominciare a fornire un’immagine un po’ più autentica di come si può vivere veramente in una famiglia con figli. Che sì, insomma, può essere molto faticoso, ma in fondo non è poi così male come si crede.

Massimo Calvi
Avvenire Noi Famiglia
23/10/2022 

Culle vuote, a chi importa?

Con le nuove previsioni dell’Istat e delle Nazioni unite sull’evoluzione della popolazione, ci si è tornati a preoccupare per le sorti demografiche del Paese. Quello di allarmarsi per l’estinzione degli italiani è un rituale consolidato, che si ripete da tempo alla pubblicazione di ogni rapporto, senza però che alle grida seguano azioni conseguenti e coerenti.

In realtà nemmeno questa volta è cambiato moltissimo nelle cifre, se non che la prospettiva è ulteriormente peggiorata rispetto alle previsioni di pochi anni fa. In parole povere: saremo ancora di meno di quanto pensavamo.

Il problema è che i numeri sulla popolazione sono difficili da capire, per la loro grandezza. Dire cioè che entro il 2065 gli italiani saranno 12 milioni in meno rispetto a oggi, o che tra 80 anni nella Penisola vivranno 37 milioni di persone, e non più i 40 milioni previsti solo poco tempo fa, significa offrire misure che è complicato afferrare, dunque è difficile scaldare gli animi. Anzi, il rischio è trasmettere l’idea che decongestionando il Paese potremmo stare persino un po’ meglio. Con tutti gli abitanti che ci sono sulla Terra! E con tutti i bambini che nascono nel mondo! E con tutto l’inquinamento che si produce già ora! Sono in tanti, insomma, a pensare che una demografia negativa potrebbe essere persino un’opportunità.

In realtà c’è poco da stare allegri, e per fortuna oggi non pochi hanno compreso che finché il numero di figli per donna resterà ampiamente sotto quota 2, un aumento delle nascite non porterà comunque a una crescita della popolazione, ma riuscirà semmai solo a migliorare un po’ il mix delle generazioni, cioè ad alzare la quota di giovani al lavoro rispetto ai moltissimi anziani in pensione – ma è meglio dire “in età da pensione”, perché non è ben chiaro chi li pagherà domani gli assegni previdenziali (per comprendere ancora meglio questi concetti si deve leggere l’ultimo saggio di Alessandro Rosina, “Crisi demografica”, Vita e Pensiero).

Ma forse non è nemmeno questo il punto. In Italia nessuno sembra voler realmente fare qualcosa di importante e significativo per contrastare il suicidio demografico. C’è una famosa battuta di un film di Quentin Tarantino, “Kill Bill”, che sembra fare al caso nostro: «Quella donna merita la sua vendetta, e noi meritiamo di morire». L’estinzione, cioè, ce la siamo apparecchiata per bene. A partire dai fondamentali. La crisi del sentimento amoroso, inteso come la capacità di legarsi a qualcuno in modo stabile e poi di fare cose “ovvie”, per citare una suggestione tratta da un gran bel libro, “Leggero come l’amore”, di Riccardo Mensuali (Edizioni San Paolo), potrebbe avere una sua responsabilità. Ma in tal caso, è il ragionamento sotteso, vorrebbe dire che siamo ormai retrocessi al livello di quegli istintivi dei Neanderthal, che non a caso hanno poi lasciato il terreno di gioco ai Sapiens, molto più evoluti anche da un punto di vista emotivo.

È come se l’espansione a elastico dell’universo italico fosse finita e stessimo ritornando velocemente al Big Bang. I borghi si spopolano, le terre di mezzo arrancano, le città generano single – e, in caso di età avanzata, solitudini. L’unico immaginario concesso sembra ridursi al desiderio di una fuga per ritrovare sé stessi, là dove un po’ di memoria resiste, il cuore non si congela, le Ztl non si espandono. Un romanzo recente, “L’equilibrio delle lucciole” (Salani), scolpito con dolcezza da Valeria Tron, sembra condurre proprio di fronte al bivio esistenziale che ci aspetta.

Eppure non è scontato che la ricucitura paziente degli affetti si accompagni anche a un desiderio ardente di futuro e di quella generatività che consente di mantenere accesa la luce di una famiglia in tutte le case. Anche perché il margine è veramente risicato: è l’intero mondo a procedere compatto al passo del calo demografico, tendenza all’interno della quale in Occidente soltanto i paesi più sviluppati socialmente ed economicamente riescono a contenere i danni.

Gli elenchi delle cose da fare non si contano più. Una nuova ordinata e razionale disamina del problema demografico è offerta da un saggio uscito da poco, “La trappola delle culle” (Luca Cifoni e Diodato Pirone, Rubbettino), che si concede di fornire un elenco di soluzioni operative, ad uso di politici di buona volontà e burocrati sensibili. In verità basterebbe copiare dai “virtuosi”, senza troppa fatica, se non fosse che i frutti di una politica natalista si raccolgono nei decenni, e non alla prossima tornata elettorale. Esempi? La solita Francia o la solita Germania, per dire, in un modo o nell’altro scontano qualcosa come 2.500-3.000 euro l’anno per ogni figlio, a tutte le famiglie. Poi se i figli sono più di due va ancora meglio. Poi, ancora, arrivano tutte le altre cose come i congedi, i permessi, gli asili, e via dicendo, che servono a mettere i genitori a loro agio.

Da noi, per quanto si predispongano assegni unici o familyact, l’impostazione di base è sempre una, e una soltanto: quella che ha portato i bonus per tagliare le tasse ai redditi medi a prescindere dai figli; quella che ha esteso e aumentato il taglio del cuneo sempre a prescindere dai figli; quello che distribuisce il Reddito di cittadinanza penalizzando le famiglie numerose; quello che ha concesso il bonus energia solo ai redditi medio-bassi, pur se in assenza di figli e dunque senza tenere conto delle lavatrici settimanali obbligatorie; quella che ha concepito l’Assegno Unico per 7 milioni di famiglie, ma l’ha reso così ostile attraverso l’Isee che solo tre nuclei su quattro lo hanno chiesto; quella che vuole la flat tax, ma non importa se c’è della prole in casa oppure no.

Rispetto alle migliori politiche europee per la natalità, insomma, la differenza è che qui i figli non fanno mai la differenza, se si tratta di dare una mano. Non a caso a rischiare le povertà, o anche solo ad essere meno ricche di quello che dice il reddito, in Italia, sono sempre e soprattutto le famiglie con figli.

Svariate decine di miliardi sono state impiegate negli anni per rilanciare qualcosa, ma non era la natalità, o per aiutare qualcuno, ma non erano le famiglie con prole. È vero, qualcosa è cambiato negli ultimi mesi e molto altro può cambiare, dalla messa a regime dell’Assegno unico ai fondi del Pnrr per gli asili. Ma il cammino è lento e non reggerà il passo della storia, dei governi che si alternano, delle crisi climatiche ed energetiche che si palesano, delle guerre che continuano.

Saremo molti di meno, saremo soprattutto anziani e saremo piuttosto soli. Forse si fa prima a imitare i Sapiens, e ripartire semplicemente dall’amore.

Massimo Calvi
Noi Famiglia e Vita - Avvenire
16.10.2022

L’Assegno unico va. Ma "solo" a 5,4 milioni di famiglie

Sei mesi di Assegno unico e universale (Auu) sono pochi per un bilancio definitivo ma sufficienti per capire che c’è molto lavoro da fare. Da marzo ad agosto, ha comunicato l’Inps, sono stati erogati 7,6 miliardi di euro, di cui hanno beneficiato 5,4 milioni di famiglie, per un totale di 8,7 milioni di figli. In media le famiglie hanno avuto 233 euro al mese, 145 euro per ogni figlio.

Queste cifre dovrebbero far riflettere. Raddoppiando la spesa dei primi sei mesi, infatti, significa che in un anno lo Stato potrebbe trovarsi a spendere "solo" 15 miliardi e rotti. Esattamente la cifra che veniva spesa (tra Assegni familiari e detrazioni fiscali e altri bonus) prima della riforma che ampliato la platea dei beneficiari. Il problema è che per l’Auu ci sarebbero almeno 20 miliardi a disposizione, grazie agli stanziamenti aggiuntivi.

"I dati dell’Assegno Unico - ha commentato Gigi De Palo, presidente nazionale del Forum delle Famiglie e della Fondazione per la Natalità - mostrano che è l’unica vera riforma degli ultimi anni nel Paese, una riforma che finalmente ha messo le famiglie italiane nella condizione di vivere una vita più dignitosa e di comprendere come la nascita di un figlio sia un bene comune e non privato, esclusivo per la famiglia che lo mette al mondo".

Le cifre parziali rivelano però anche dell’altro. A mancare all’appello sono circa 1,8 milioni di famiglie, una su quattro, per 2 milioni di figli. "Ancora troppe famiglie non sono state raggiunte da questa misura e se questi numeri dovessero essere confermati a fine anno dovrebbero avanzare non poche risorse - ha detto ancora De Palo -. Speriamo che queste vengano utilizzate per rimodulare in rialzo gli importi, aumentando così le salvaguardie di chi rischia di rimetterci e allineando le cifre secondo i livelli dell’inflazione. Non si può risparmiare sulla pelle delle famiglie".

Ma da cosa deriva questo "buco" di almeno 5 miliardi? La prima ipotesi - poco plausibile, perché non capace di incidere così tanto - è che molte tra le famiglie più ricche possono aver rinunciato all’Assegno vista l’esiguità degli importi loro spettanti; la seconda è che a non tutti piace presentare l’Isee, per quello che può rivelare; la terza, che molti poveri non sappiano nemmeno che esiste l’Assegno. In ogni caso un problema, se in un Paese in declino demografico le risorse per la natalità non arrivano a destinazione.

Massimo Calvi
Avvenire
7.10.2022