Queste cifre dovrebbero far riflettere. Raddoppiando la spesa dei primi sei mesi, infatti, significa che in un anno lo Stato potrebbe trovarsi a spendere "solo" 15 miliardi e rotti. Esattamente la cifra che veniva spesa (tra Assegni familiari e detrazioni fiscali e altri bonus) prima della riforma che ampliato la platea dei beneficiari. Il problema è che per l’Auu ci sarebbero almeno 20 miliardi a disposizione, grazie agli stanziamenti aggiuntivi.
"I dati dell’Assegno Unico - ha commentato Gigi De Palo, presidente nazionale del Forum delle Famiglie e della Fondazione per la Natalità - mostrano che è l’unica vera riforma degli ultimi anni nel Paese, una riforma che finalmente ha messo le famiglie italiane nella condizione di vivere una vita più dignitosa e di comprendere come la nascita di un figlio sia un bene comune e non privato, esclusivo per la famiglia che lo mette al mondo".
Le cifre parziali rivelano però anche dell’altro. A mancare all’appello sono circa 1,8 milioni di famiglie, una su quattro, per 2 milioni di figli. "Ancora troppe famiglie non sono state raggiunte da questa misura e se questi numeri dovessero essere confermati a fine anno dovrebbero avanzare non poche risorse - ha detto ancora De Palo -. Speriamo che queste vengano utilizzate per rimodulare in rialzo gli importi, aumentando così le salvaguardie di chi rischia di rimetterci e allineando le cifre secondo i livelli dell’inflazione. Non si può risparmiare sulla pelle delle famiglie".
Ma da cosa deriva questo "buco" di almeno 5 miliardi? La prima ipotesi - poco plausibile, perché non capace di incidere così tanto - è che molte tra le famiglie più ricche possono aver rinunciato all’Assegno vista l’esiguità degli importi loro spettanti; la seconda è che a non tutti piace presentare l’Isee, per quello che può rivelare; la terza, che molti poveri non sappiano nemmeno che esiste l’Assegno. In ogni caso un problema, se in un Paese in declino demografico le risorse per la natalità non arrivano a destinazione.
Massimo Calvi
Avvenire
7.10.2022