Neet e bamboccioni, problema di autostima?

E se fosse un problema di autostima? Se cioè la condizione dei giovani che non studiano e non lavorano fosse dovuta non soltanto alla crisi economica e alla mancanza di opportunità di impiego, ma dipenda anche dai tratti della personalità? L’ipotesi è tanto suggestiva quanto inquietante. Eppure è quello che emerge da diversi studi scientifici.
Negli anni della Grande Crisi il numero dei cosiddetti Neet (Not in Employment, Education or Training), cioè i "ragazzi" dai 15 ai 29 anni che né lavorano né sono impegnati in programmi di formazione, sono aumentati vertiginosamente. In Italia sono quasi 2 milioni e mezzo, il 29% dei giovani, uno dei dati più alti in tutta l’area Ocse, dove la media è del 14,6%. Nel 2007 il tasso italiano di Neet era poco sotto il 20%: è chiaro che la mancanza di lavoro e il boom della disoccupazione, soprattutto di quella giovanile che ha raggiunto il 40%, hanno avuto un ruolo determinante. Ma il solo dato economico non spiega tutto: perché un giovane che non studia, non sta cercando lavoro? E perché un ragazzo che non lavora, non è impegnato in un percorso di formazione?
Tanto si è detto e scritto intorno ai figli che restano in casa, anche se un lavoro l’hanno trovato, quelli che un po’ superficialmente definiamo "mammoni", "bamboccioni", o "generazione Tanguy". E ora una ricerca della Fondazione Visentini ci informa che l’età dell’autonomia sta salendo velocemente, a 40 anni nel 2020, e in futuro crescerà ancora: nel 2030 i figli si renderanno autonomi dalla famiglia di origine a 50 anni. Ma, tornando al punto di partenza, se la condizione di Neet fosse anche un problema di carattere? Cioè di qualcosa che si è formato in tenera età e durante l’adolescenza? La letteratura scientifica indaga da tempo il ruolo delle competenze non cognitive e della personalità sul successo scolastico o sulle probabilità di essere disoccupati in futuro.
Una ricerca condotta da Silvia Mendolia e Ian Walker (U. of Wollongong e Lancaster U. – "Do Neets Need Grit?"), ad esempio, ha studiato il legame tra il carattere e il rischio di diventare Neet tra gli adolescenti inglesi. Ed è emerso che i ragazzi con bassi livelli di autostima o che attribuiscono a fattori esterni l’origine delle proprie "fortune" hanno una probabilità molto più elevata di diventare Neet. Al contrario, essere dotati di "grinta", della capacità di perseguire un obiettivo, mette al riparo dall’insuccesso, tanto che la sicurezza nei propri mezzi può essere equiparata a un talento. Non sono considerazioni scontate, tutt’altro. Le ricerche dimostrano che più tempo si passa senza lavorare né studiare, più aumentano le probabilità di avere risultati economici negativi in futuro. Dunque trovare un modo per influire sulla personalità quando è ancora possibile, cioè nelle fasi iniziali della vita e nell’età in cui il carattere è malleabile, grazie a programmi educativi mirati, può rappresentare un investimento significativo in favore dei giovani.
Forse non riusciremo a renderli tutti autonomi all’età in cui lo si dovrebbe essere. Ma almeno sarà meno angosciante chiedersi se la generazione che resta in casa non sia anche il prodotto di un’altra crisi: quella della fiducia nei propri mezzi.

Massimo Calvi
Avvenire 23.3.2017
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Rai e caso Perego, la tv da cambiare

Tutta colpa di una "slide". Di uno sconsolante "cartellone" blu con le scritte d’oro a elencare i motivi per cui gli uomini dovrebbero scegliere una fidanzata dell’Est. Una foto presa dallo schermo tv durante la trasmissione di Rai1 "Parliamone... sabato", condotta da Paola Perego, e data in pasto al web, condivisa sui social migliaia di volte, mostrata sui siti d’informazione come prova del degrado televisivo nazionale e del sessismo più becero. Le donne scelte come alla fiera del bestiame, i commenti più adatti all’esterno di un bar, tra mozziconi di sigaretta e gratta-e-vinci perdenti, dove gli uomini ridacchiano e gesticolano, magari alticci.
A vederla così, più un girone dantesco che servizio pubblico. E non a caso, giustamente, la dirigenza Rai ha immediatamente chiuso il programma. Non è questa la missione del servizio pubblico, non è questa la linea editoriale che abbiamo in mente, ha rilevato il direttore generale Antonio Campo Dall’Orto; non è questa l’immagine delle donne che la Rai vuole diffondere, le parole della presidente Monica Maggioni.
L’eccessivo potere degli autori o la libertà autoreferenziale di certe conduzioni si dice siano tra le ragioni del problema. Ma non diremmo tutto se ci fermassimo alle responsabilità individuali. Lo sforzo di restituire dignità e senso al servizio pubblico, vigilando e alzandone il livello, è dichiarato. Bene, allora, si prosegua in questa direzione. Il fatto è che nel tempo è sceso molto in basso, il livello. Non ci fosse stata la "slide" incriminata, l’infografica con i consigli per gli acquisti (delle donne) alla fiera dell’Est, probabilmente il confronto sui corpi "marmorei" e "sexy", "anche col pigiamone", sarebbe filato via liscio, con solo qualche strascico polemico. Tanto siamo abituati in tv alla banalità, allo squallore, al turpiloquio, alla gratuità mediocre delle scene di sesso che farciscono le fiction, alla libera narrazione della cultura che mercifica i corpi femminili.
Si argomenta che è la rappresentazione della realtà a costringere la televisione a essere un luogo poco ospitale verso le persone e le famiglie semplici, che infatti la disertano o ne fruiscono con il contagocce, perché c’è altro e di meglio nella vita. E ovviamente non fanno audience. Ma dove sta scritto che deve essere per forza così? Il servizio pubblico è già oggi in gran parte, e può diventarlo ancora di più, quell’isola in cui trovare un rifugio dall’eutanasia della missione educativa che interessa la società. Non Parliamone... (solo) sabato, parliamone tutti i giorni.

Massimo Calvi
Avvenire 21.3.2017
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Erdogan e la guerra dei figli

Vivete in quartieri migliori. Comprate le auto migliori. Vivete nelle case migliori. Non fate 3 figli, ma 5. Perché voi siete il futuro dell’Europa». Ha contorni decisamente inquietanti l’appello che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha rivolto ai connazionali che vivono in Europa.
Il pressante invito si inserisce nello scontro in atto con i Paesi Ue dopo lo stop in terra olandese ai comizi di esponenti di Ankara sul referendum costituzionale turco. Nel crescendo di questi giorni ieri Erdogan ha alzato ulteriormente i toni, aggiungendo all’ordine procreativo la rinnovata minaccia di aprire le frontiere per inondare l’Europa di profughi.
Ma che cosa c’è di così disturbante nell’appello del "sultano"? Che cosa ci inquieta? Molto probabilmente il fatto che natalità e demografia sono il vero tallone d’Achille dell’Europa. Ed il leader turco ne è perfettamente consapevole.
I figli sono un dono che spalanca le porte alla speranza e concede margini di futuro. Non si fanno figli "contro" qualcuno, per dominare, per conquistare. Le dittature hanno sempre cercato di manovrare la popolazione per esigenze di forza e di dominio, e gli italiani che hanno attraversato l’epoca fascista lo sanno bene.
Il punto critico di questa fase storica è che il dato quantitativo della popolazione sta tornando a fare la differenza, mentre la denatalità che affligge il Vecchio continente rappresenta un fattore di debolezza capace di rendere più fragile la sua democrazia, i suoi valori fondanti e, in prospettiva, la possibilità di tenuta sociale. Le tensioni prodotte dal fenomeno migratorio ne sono una prova, come dimostrano le fibrillazioni che si presentano a ogni tornata elettorale nell’Unione.
È difficile pensare che i turchi europei rispondano con orgoglio patriottico all’appello. E d’altro canto l’Europa, se vuole darsi un futuro coerente con i propri valori, non può permettersi distinzioni tra i cittadini di oggi e di domani marchiandoli in base all’origine nazionale o all’appartenenza religiosa.
Le parole di Erdogan turbano, dunque, perché arrivano dal passato, ma intercettano una fragilità del presente e suonano persino condivisibili alla luce della tendenza demografica. Il presidente turco vuole sfruttare una nostra debolezza, che molti sembrano non vedere nemmeno. Il punto è che l’Europa ha un disperato bisogno di figli, ma per sopravvivere restando se stessa non può lasciarsi trascinare in una "guerra dei figli".

Massimo Calvi
Avvenire
18.3.2017

Fattore Famiglia al via in Lombardia

Dalla Lombardia arriva un segnale importante a favore della famiglia. Il Consiglio regionale ha approvato ieri il cosiddetto "Fattore famiglia", uno strumento che cambia il modo di selezionare chi ha diritto alle agevolazioni in alcuni servizi sociali, dalla scuola alla casa, dal lavoro ai trasporti. È la prima regione in Italia a intraprendere questa strada e c’è da augurarsi che possa fare da apripista, anche se le resistenze culturali e politiche a norme che riconoscono il valore sociale della famiglia sono molte e tenaci.
Tecnicamente il "Fattore famiglia" non è una cosa complicata: si tratta di una formula, un "algoritmo" come si dice oggi, che modifica i criteri con cui si valuta la situazione reddituale quando è necessaria l’attestazione Isee per beneficiare di determinati servizi o di speciali agevolazioni. Le famiglie italiane sanno bene cosa vuol dire trovarsi anche solo per pochi euro oltre le soglie di reddito fissate per ottenere ad esempio un "buono scuola" o uno sconto sui trasporti, anche se si hanno tanti figli, familiari da assistere, e non si è affatto ricchi. Ecco, il Fattore lombardo interviene proprio qui: aumenta il punteggio in base al numero di componenti della famiglia, se sono presenti disabili, se è stato acceso un mutuo prima casa, se si è residenti in Lombardia e se lo si è da più tempo.
La vera difficoltà di uno strumento come questo è solo politica. Nella regione della rosa camuna se ne parla da almeno sei anni, ma il risultato è stato portato a casa soltanto ora, frutto di un disegno di legge presentato da Lombardia Popolare (gli ex Ncd, relatore Alessandro Colucci) e di una lunga mediazione, anche con errori e correzioni di errori, che ha convinto tutta la maggioranza guidata dal leghista Roberto Maroni, una volta accertato che la formula non finirà per premiare solo i cittadini di origine straniera (tendenzialmente più prolifici).
La vera svolta, insomma, la rivoluzione che consente alla famiglia di trovare cittadinanza nelle politiche sociali, è in gran parte culturale. E rappresenta più l’inizio di un cammino che il suo approdo. Un successo frutto anche del lavoro del Forum delle Famiglie che ora guarda avanti e a ciò che può essere aggiunto.
Il Fattore lombardo è soprattutto un test, un banco di prova. Si parte applicandolo a determinati ambiti, ma presto potrà essere esteso a tutto il welfare. E niente vieta ai Comuni di farsi consegnare la "formula" che corregge l’Isee per applicarla ai propri servizi. In Italia c’è già chi lo fa, un centinaio di realtà locali riunite nella rete dei Comuni amici della famiglia, vera e propria frontiera sul territorio che tenta di contrastare la disgregazione sociale e la crisi demografica guardando alla famiglia come risorsa sulla quale investire e nella quale credere.
Non è un passaggio di poco conto, è una prospettiva che col tempo può cambiare il volto di un Paese e la sua carica di futuro. Il record negativo di nascite che si ripropone ogni anno in Italia racconta la storia di nuclei sempre più in difficoltà e di giovani che faticano a diventare genitori a causa di un contesto economico non facile e soprattutto di una cultura che per troppo tempo ha relegato la famiglia ai margini.
Oggi ne stiamo pagando interamente il conto, in termini economici e valoriali. È per questo che, pur con tutti i limiti dello strumento, si deve guardare con favore a provvedimenti come quello approvato in Lombardia, augurandosi che non resti un caso isolato.
Ed è ancora più importante dare credito al cantiere che si è aperto sulla famiglia a livello nazionale, con le misure su asili e natalità previste nell’ultima manovra, con il tentativo del Pd di rimettere ordine nei sostegni ai figli concentrandoli in un assegno universale, o con la pressione delle associazioni familiari per una riforma fiscale che incominci a premiare chi si fa carico di provvedere alle generazioni future. Non ci si devono fare illusioni, il menù continua a essere molto magro, perché il salto culturale è la sfida più difficile da affrontare. Ma è un passo avanti forse decisivo che segnali positivi e chiari arrivino da diversi schieramenti politici.
La famiglia, i figli, non possono e non devono essere considerati "questione" di una sola parte politica. Perché non lo sono. Perché sono "la" risorsa e "il" problema del nostro Paese e una priorità per tutti coloro che – a destra, a sinistra e altrove – si candidano a governarlo. Perché sono "Fattore di sviluppo". E immaginare un’Italia che ridà centralità alla famiglia a ogni livello significa lavorare per costruire una casa comune più aperta e amichevole verso i soggetti deboli e più facile da abitare per tutti.

Massimo Calvi
Avvenire 15.3.2017
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Il fantasma della parità

L'8 marzo è qui e non sembra essere cambiato molto dallo scorso anno. Le donne continuano a essere meno occupate degli uomini, a guadagnare meno degli uomini, a ricoprire meno incarichi di responsabilità rispetto agli uomini, a essere molto più affaccendate degli uomini nelle mansioni di casa anche se sono occupate fuori. Certi cambiamenti sono lenti, e giornate come la Festa della donna servono anche a ricordare i tanti gap che resistono tra i due sessi. Non perché si debba uniformare, ma perché ci sono ambiti in cui la differenza può diventare discriminazione, non rispetto. C’è però un dato che in questi giorni pochi metteranno in luce, perché parlarne l’8 marzo è tabù: è il numero delle donne che non diventano mamme.
Lo scorso anno in Italia sono nati 474mila bambini, l’ennesimo record negativo, 12mila culle in meno rispetto al 2015. Ci troviamo all’interno di una trasformazione epocale. Non è solo un problema di generazioni che sempre meno fanno esperienza della maternità e della paternità, è il perimetro stesso della famiglia a essere aggredito: le coppie con figli sono ormai in minoranza, il 22,5%, rispetto a quelle senza prole (25%) e ai single. Fino a che punto è una libera scelta? Quando in un Paese i bambini che nascono calano di anno in anno, al punto da diventare un problema per la tenuta del sistema sociale e del welfare futuro, oltre che di diritti negati nella realizzazione di un progetto di vita, c’è una questione che chiama in causa la politica, e c’è anche una difficoltà che riguarda in particolare le donne.
L’8 marzo non è la festa della mamma, il rischio è che diventi il suo opposto. E purtroppo ciò che accade non è quasi mai una scelta voluta. Uno studio dell’Istituto demografico di Vienna ha messo in luce che la generazione di donne nate in Italia negli anni 70 sperimenta un tasso di infecondità del 20%, e le proiezioni dicono che ci si sta avvicinando al 25%, più del doppio delle madri o delle zie nate negli anni 40. Una donna su quattro senza figli ci riporta agli anni in cui gli uomini non c’erano perché decimati dalle due guerre mondiali. Eppure solo il 3-5% delle donne oggi dichiara di non avere avuto figli per libera scelta.
E allora che cos’è che impedisce di diventare madri? Forse gli ostacoli di carattere economico, l’organizzazione del lavoro penalizzante, le politiche familiari poco sviluppate, le difficoltà a conciliare, la scarsa sensibilità di tanti uomini poco collaborativi, o anche un certo contesto culturale. «Viviamo in una società che fa finta che le donne non debbano crescere per diventare madri», ha scritto sull’ "Huffington Post" Samantha Johnson, femminista che una volta diventata madre si è dichiarata «delusa» da un certo femminismo.
Spesso si evidenzia che nei Paesi in cui il tasso di occupazione femminile è più alto nascono più figli, come avviene nel Nord Europa, dove si raggiungono livelli del 60-70% contro il 47% dell’Italia. Come a dire che è il lavoro a fare la differenza. Quasi sempre ci si dimentica però di evidenziare che in quei Paesi il part-time è molto più diffuso, un posto ogni 4 è a tempo ridotto, e le donne scelgono di farne ricorso in maniera massiccia, così come le politiche di conciliazione sono più avanzate, l’organizzazione più funzionale alla famiglia e la divisione dei compiti a casa è meno rigida.
La prospettiva culturale dominante può rappresentare un freno alla natalità anche nel momento in cui attribuisce un valore elevato al successo raggiunto secondo percorsi di carriera che escludono la famiglia, e può generare un senso di inadeguatezza o di fallimento in chi non realizza la sua vita in base a quello schema. Dovremmo essere abbastanza bravi da riuscire a incidere su questa visione, e a ricordarcene anche l’8 marzo. Non è un discorso a senso unico, vale anche per gli uomini. Ma è un argomento che le donne dovrebbero inserire più spesso nell’agenda dei diritti. A maggior ragione in un’epoca in cui – a forza di contratti e sentenze frutto di rivendicato progresso – per diventare padri gli uomini possono fare a meno della madre del bambino, "affittandola" per il tempo necessario.

Massimo Calvi
Avvenire 7.3.2017
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