Aree interne, rischi al Sud

Nell’Italia che, anno dopo anno, diventa meno popolosa, più anziana, con famiglie più ristrette, una percentuale minoritaria di coppie con figli, e tante persone che vivono in solitudine – secondo le ultime previsioni Istat sulla popolazione residente, delle famiglie e delle forze di lavoro, con base 2025 – la questione più aperta e non facile da rappresentare, immaginandone la reale trasformazione, riguarda il destino delle aree interne e dei territori più lontani dai grandi centri. Perché ok, è facile figurarsi come potremmo essere nel 2050, cioè circa 4 milioni in meno dei 58,9 di oggi, con tante persone anziane, il 35% sopra i 65 anni e il 7% sopra gli 85, e solo il 55,3% in età da lavoro, e poi più popolazione di origine straniera, e più coppie senza figli, perché ormai anziane o perché non li hanno proprio avuti, rispetto alle coppie con prole (il sorpasso avverrà nel 2047). Ma nelle “aree interne” cosa accadrà veramente? Saranno rispettate le previsioni di uno spopolamento generale, soprattutto al Sud, e di un’Italia sempre più polarizzata tra centri urbani attrattivi di persone e opportunità, e territori marginali fragili, svuotati e ancora più distanti?

La domanda non è banale. Se le grandi incognite sull’evoluzione demografica dell’Italia riguardano soprattutto la tenuta dei sistemi previdenziali e sanitari, e comunque siamo davanti a cifre altamente probabili se l’orizzonte è quello dei prossimi 25 anni, quello che accadrà in fatto di spostamenti delle persone, cioè anche di migrazioni interne, e di ricadute demografiche reali sui territori può dipendere da molte più variabili, a partire dall’impatto della tecnologia, rispetto al solo andamento di nascite e decessi. Per questo ciò che dicono i numeri di quello che accadrà nelle aree interne va preso come l’effetto di una tendenza in atto, ma pur sempre come scenario possibile e non del tutto inevitabile.

Fatta la premessa, ecco la realtà delle cifre. Oggi nei centri italiani abitano 45,6 milioni di persone, tra 25 anni, nel 2050, si prevede che queste scenderanno a 43,2 milioni, cioè 2,4 milioni in meno, un calo del 5,1%. Nelle cosiddette aree interne, invece, dai 13,3 milioni attuali si scenderà a 11,8, ossia 1,5 milioni di residenti in meno per un calo superiore all’11%. La popolazione, insomma, tenderà a diminuire lontano dai centri maggiori, per addensarsi in questi, anche se con differenze notevoli in base ai territori. Il calo sarà infatti molto più forte per le località periferiche (calo da 4,6 a 3,9 milioni) e per quelle ultraperiferiche (da 703mila a 578mila abitanti). E ancora più netta sarà l’implosione, in fatto di popolazione, delle aree interne meridionali e soprattutto dei territori meno connessi. Le aree interne settentrionali sono quelle che subiranno meno trasformazioni. Già oggi lontano dalle città, al Nord, non vivono molte persone: 3,9 milioni, che nel 2050 dovrebbero calare a 3,7 milioni. Un contesto abbastanza rassicurante di tenuta, simile a quello dei centri urbani, dove la popolazione continuerà ad essere attorno ai 23,6 milioni attuali. Se il Centro conoscerà tendenze simili, è al Sud che ci si aspetta quasi un “terremoto”: la popolazione che vive nelle città meridionali potrebbe calare infatti da 12,6 a 10,8 milioni, mentre nelle aree interne, dove oggi vivono 7 milioni di persone, quasi il doppio rispetto ai territori "marginali" del Nord, il calo sarà del 16%, 1,1 milioni in meno.Non è tanto, o non solo, una questione di numeri assoluti. È che il Sud, che nel suo insieme perderà 3 milioni di abitanti in 25 anni, conoscerà anche un cambiamento nella composizione della popolazione accentuato rispetto alla tendenza nazionale di invecchiamento e diminuzione dei giovani.

I territori più remoti del nostro meridione si preparano cioè a svuotarsi, ad avere ancora meno nascite e meno popolazione in età da lavoro e a essere abitate soprattutto da persone anziane. Qui il saldo migratorio riuscirà ancora meno a compensare il saldo naturale negativo. E questo potrebbe portare alla ulteriore chiusura di scuole, strutture sanitarie, attività economiche, con riduzione dei trasporti. Se dunque, come spiega l’Istat, la tendenza generale in Italia va monitorata, perché «la diminuzione della popolazione nelle aree interne implica una riduzione della forza lavoro disponibile, più difficoltà nel ricambio generazionale e un aumento del peso della popolazione anziana», mentre nei centri e nelle aree urbane sarà accentuata «la domanda di infrastrutture e servizi», attirando magari ulteriori risorse e investimenti, la grande incognita riguarda il Sud, nel momento in cui la mancanza di collegamenti o connessioni efficienti può accentuare l’isolamento dei territori, arrivando a generare un circolo vizioso. La grande sfida si giocherà dunque qui. E non passa necessariamente dalla tecnologia, se non si tratterà di lavorare o no a distanza, ma di chiedersi dove mandare i figli a scuola, dove poter fare vita sociale, o da chi far assistere un anziano rimasto solo.

Massimo Calvi
Avvenire, 2.9.2026

Un fondo per far nascere genitori

Nella lingua finlandese vauva significa neonato, il Sampo è invece un oggetto magico della mitologia finnica che assicura abbondanza e prosperità a chi lo possiede. Il fatto che un gruppo di ricercatori abbia deciso di avanzare l’idea di un fondo per i neonati di domani, o per i futuri genitori, chiamandolo Vauvasampo, dice molto dell’ambizione della proposta, ma anche della speranza che lo strumento finanziario riesca a risollevare il paese dalla crisi della natalità che sta attraversando. Riferimenti magici a parte, il fondo è qualcosa di veramente nuovo ed “estremo” nel panorama delle misure per aiutare le coppie ad avere i figli che desiderano. È come una pensione all'inverso, che accantona e investe risorse oggi per sostenere le nascite del futuro.

L’idea del Vauvasampo è stata avanzata da un gruppo di ricercatori dell’Istituto di ricerca sulla popolazione della Federazione delle famiglie finlandesi, diretto da Anna Rotkirch, e funziona in modo semplice. Lo Stato accantona 5.000 euro per ogni bambino che nasce in Finlandia. Il capitale viene investito in titoli o indici azionari, come farebbe un fondo pensione con un orizzonte di lungo periodo. La somma accumulata potrà essere riscossa solamente se, una volta adulti, si diventerà genitori. Non tutta la cifra, però: il 70% alla nascita del primo figlio, il 60% del rimanente alla nascita di un eventuale secondo, il resto con il terzo. Tradotto in euro, e ipotizzando un rendimento nominale annuo del 6%, secondo una simulazione degli autori, ciascun genitore potrebbe ricevere, tenendo conto dell’inflazione, circa 13.200 euro per il primo figlio, 3.900 per il secondo, 2.800 per il terzo. E chi invece non diventa padre o madre? La sua quota, dopo 45 anni, tornerebbe al fondo per essere destinata alla generazione successiva, e nel giro di qualche decennio il capitale accumulato dovrebbe rendere il meccanismo autosufficiente, non più dipendente dai contributi statali.

Il fondo potrebbe dunque effettuare i primi pagamenti circa vent’anni dopo la sua introduzione, quando i primi assegnatari comincerebbero a diventare genitori. Nel frattempo, per evitare torti generazionali, è previsto un regime transitorio di bonus: 5.000 euro alla nascita del primo figlio, 2.000 per il secondo, 500 euro per il terzo. Il costo medio annuo per lo Stato, tra fondo e regime transitorio, è stimato in 325 milioni, lo 0,12% del Pil finlandese o lo 0,81% della spesa previdenziale. I promotori calcolano che i soli bonus transitori possano risollevare il tasso di fecondità da 1,3 a 1,6 figli per donna, mentre il fondo pienamente operativo lo porterebbe vicino a 2. Questo vorrebbe dire, sempre in base alle simulazioni, avere 17.000 nascite in più rispetto ai livelli attuali, una caduta dal 45% al 25% delle persone senza figli dopo i 45 anni, un crollo delle disparità di reddito e un aumento della popolazione femminile adulta di 70-80mila unità entro il 2076 rispetto a uno scenario senza incentivi.

Stime di questo tipo incorporano un grado molto alto di incertezza, l’aspetto innovativo è piuttosto l’accostamento al concetto di previdenza, come fosse un sistema pensionistico inverso, perché sostiene la solidarietà intergenerazionale trasferendo risorse dalle generazioni adulte e anziane a quelle più giovani, soprattutto offrendo una prospettiva di lungo periodo, immaginando una società futura più favorevole alle famiglie. In uno scenario di invecchiamento demografico, l’intenzione è di contrastare quel circolo vizioso, comune a molti paesi occidentali, che a fronte del calo delle nascite vede la politica smettere di investire nei bambini e nelle nuove generazioni perché ormai non paga più elettoralmente.

I promotori del fondo (tra i quali c’è anche il demografo statunitense Lyman Stone, a capo della Pronatalism Initiative dell'Institute for Family Studies, riconoscono i limiti di una proposta fortemente orientata a indirizzare i comportamenti sociali, caratteristica in ogni caso tipica del welfare nordico, insieme all’inventiva e alla generosità delle prestazioni. Se l’intenzione della proposta è assottigliare il gap tra figli desiderati e figli avuti, ridurre l’incertezza finanziaria per chi diventa genitore, e incoraggiare ad avere figli prima che sia troppo tardi, ci sono alcuni aspetti critici da valutare. Si pone ad esempio un tema di equità (e di sensibilità) verso chi non vuole o non può avere figli. Inoltre, uno strumento finanziario così strutturato e robusto può apparire una forma di mercificazione della natalità, oltre che di invasione nella sfera privata, senza contare possibili abusi nell’ambito delle decisioni familiari. Non sono questioni da poco.

La Finlandia ha conosciuto un crollo della natalità più forte rispetto ad altri Paesi: nel 2010 aveva un tasso di fecondità di 1,87 figli per donna, nel 2024 è sceso a 1,25, tornando a 1,3 nel 2025. Oltre alle classiche cause che caratterizzano il declino demografico globale legate al cambiamento delle priorità delle persone e degli stili di vita, unite ai timori per l’insicurezza finanziaria e all’innalzamento dell’età media alla quale si ha ormai il primo figlio, in Finlandia a preoccupare è in particolare l’aumento delle crisi di coppia e dei divorzi già prima della nascita dei figli. Una condizione che ha reso la solitudine e la difficoltà nell’avere un partner stabile quasi un’emergenza sociale. La probabilità di diventare genitori è poi più bassa tra le persone con redditi inferiori e una posizione lavorativa più fragile, a conferma della necessità concreta di immaginare nuove forme di sostegno.

Un aiuto finanziario come quello immaginato con il fondo per i bebè non risolverà i problemi demografici, in assenza di riforme più solide. Ma in un contesto globale in cui di fronte alle nascite che calano si argomenta sempre più spesso che “non c’è più nulla da fare”, perché “ovunque va così”, e comunque non avere figli “è una libera scelta”, suggerendo un disinvestimento economico e persino culturale rispetto al problema, ecco che la proposta di un fondo per i figli e i genitori di domani, capace di guardare non alle prossime elezioni, ma a un orizzonte superiore ai vent'anni, e proponendo una forma di solidarietà intergenerazionale capovolta, è già una notizia. Insomma, là fuori, su al Nord, c’è ancora qualcuno che ci crede. E ha idee.

Massimo Calvi
Avvenire 20.8.2026

Mia figlia mi ha spiegato l'Odissea di Nolan

Premessa: tra l’Odissea di Christopher Nolan e Itaca - Il ritorno di Uberto Pasolini, anno 2024, non c’è storia. Vince l’italiano. Gusto e sensibilità del tutto personali, s’intende, ma forse anche generazionali. La coorte di bambini che ha ricevuto l’imprinting della miniserie Rai del 1968, quella con Irene Papas, ha quasi potuto fare a meno del liceo classico per capire, Omero è per molti una successione di immagini e parole indelebili che si vogliono ritrovare a ogni navigazione, come approdare in un porto sicuro. E nella storia rielaborata da Nolan evaporano tante certezze, si sa, pur se non sarebbe grave in sé tradire un racconto patrimonio del genere umano, capitale diffuso, a condizione che la cultura del tempo dal rimpasto ne sappia trarre nuovo sapere.

La colpa, in questo caso specifico, è però assai notevole: a questo Ulisse manca ciò che dà senso al ritorno, quello che si attende come la più bella canzone di un musical rivisto decine di volte, la scena madre, la hit più amata al concerto live. Che non è l’arco incordato, non la freccia a segno, né la mattanza dei proci. Qui, nell’ultima versione, l’eroe torna come sempre, trova la consorte in attesa ma contesa, dopodiché, eliminati i pretendenti, si parte insieme in crociera lasciando la casa libera al figlio-re. Meritata vacanza di coppia dopo la sudata pensione. Più o meno. Domanda: che fine ha fatto la "prova" di Penelope? Dov’è la donna che non ha alcuna intenzione di riprendersi in casa il marito se prima questi non riconosce il fondamento e le radici dell’unione nuziale, il letto cesellato da un ulivo ben saldo nel suolo natìo e attorno al quale è stata costruita l’intera casa?

Niente, Nolan tradisce proprio sulla fedeltà, nel test decisivo. Inammissibile. Quale ritorno e quale pacificazione saranno possibili – Massimo Recalcati docet – se il guerriero che ha rinunciato all’eternità non conferma la promessa? Se, ritrovata la memoria, non resta traccia alcuna della solidità dell’iniziale legame d’amore? Se il desiderio si inceppa tra la possibilità di ritrovare sé stessi e non anche l’altra parte della propria vita? Non è solo una questione di matrimonio, perché oggi la promessa si rinnova ogni giorno col cappuccino, ma di difesa minima e tragicamente contemporanea della dignità umana: le donne vincono abbastanza, con Omero, in Nolan un po’ meno, forse per niente.

Poi viene il momento del necessario confronto post visione, domestico, e personale, con la figlia fresca di Maturità. Tragedia, va da sé. La risposta è più o meno questa: «Papà, ma non hai capito, non è un film sull’amore, ma sul tormento e i sensi di colpa di un uomo che ha combattuto una guerra e si sente responsabile per aver sterminato interi popoli». Ecco, la pellicola girata in 70mm si riavvolge, il film riparte daccapo, e più di Nolan e della sua Odissea a diventare comprensibile è il vissuto di forse una generazione intera. No, non sono cresciuti a canzoni d’amore, desiderando sempre la pace, ma perché la guerra non tornasse più, immaginando orizzonti di solidarietà e fraternità, e poi vedendo muri cadere. No, questi figli sono arrivati tra troppe crisi, ed è anni che sentono e vedono continuamente guerra e riarmo. Conta poco che i fronti siano lontani dai confini: il mondo è una piccola casa in fiamme, l’incendio avanza. Basta sbloccare lo smartphone, e i bambini muoiono, le macerie delle città sono cronaca interna, gli ospedali devastati, i droni assassini, le esecuzioni, la fame, le malattie e le sofferenze causate dai conflitti, il sacrificio di innocenti. È uno sfondo quotidiano.

La guerra è qui, e non è fredda, l’economia si riarma, i muri anche, le parole sono proiettili. E noi guardiamo l’Odissea di Nolan pensando che Omero sia stato travisato. Ha importanza? I giovani che affollano le sale i-Max anche a notte fonda forse hanno trovato una mano che affonda nella carne delle loro inquietudini, non solo in quelle dell’Ulisse-Damon, e che stimola e mobilita a una nuova ricerca di senso, di giustizia e fratellanza. Non serve sapere che mancano i veri dialoghi omerici, se il senso di colpa alimenta una ricerca autenticamente giovane di pace e pacificazione, ma affinché le guerre che ci sono cessino sul serio, in una tensione che chiede solo di essere disarmata. E ovunque disarmante. Riascoltando il Guccini di Auschwitz, sembra pongano la stessa domanda: «Io chiedo quando sarà/ Che l'uomo potrà imparare/ A vivere senza ammazzare/ E il vento si poserà».

Si può capire l’Odissea di Nolan ascoltando i figli, si possono capire meglio i figli guardando l’Odissea di Nolan. Allora, provando ad avvicinare le generazioni, aiuta una frase della nuova Calipso cinematografica, destinata all’eroe che sfinito fatica più del previsto a ritrovare la strada di casa: «Rinuncia a combattere, rinuncia al controllo. E vivi! È un atto di fede». Ok, psicologia spicciola. Ma anche una minima verità sull’amore. Il resto verrà, forse, come si spera la pace.

Massimo Calvi
Avvenire, 12.8.2026

Ci sono troppi ometti in montagna

Le cronache dall’alta quota in estate disegnano una traccia che si può seguire registrando vari livelli di indignazione o quantomeno di inquietudine. Il cambiamento climatico è un assillo perpetuo, e se non è la neve che manca già a luglio sul Cervino, rendendo meno sicura l’ascesa, sono le frane come quella enorme che si è distaccata ieri a quota 3.900 metri dalla parete sud. Ma lo stato della montagna è sempre di più un tema di relazione disarmonica con gli umani. Non bastano i progetti di nuovi mega comprensori sciistici, i bivacchi vandalizzati, i furti dei libri di vetta, i soliti escursionisti in sneakers o infradito, i cani non al guinzaglio (argomento scivolosissimo), o i villeggianti che in un comune della bergamasca si sono lamentati per i campanacci delle mucche al pascolo. Quest’anno si è parlato molto anche del problema degli “ometti” di troppo, ovvero i cumuli di pietre che tanti hanno cominciato a erigere come segno del proprio passaggio, a beneficio di Instagram o altri social. E non è questione da poco.

Va detto che gli esseri umani le pietre le accatastano da sempre, si può risalire al Neolitico, e ovunque nel mondo, soprattutto come segnale di orientamento, utili al viaggio o alla caccia, alla delimitazione di confini, ma anche per ragioni rituali, far memoria di sepolture, onorare una sacralità. Il termine inglese è cairn, dal gaelico carn. In Canada e Groenlandia, dove la desolazione della tundra e dei ghiacci esige punti di riferimento, gli Inuit li chiamano inukshuk. In Mongolia si parla di ovoo, ma sono più luoghi di culto sciamanico che bussole. Chi vuole vedere decine di ometti vicino a noi può salire sull’altopiano dell’Hohe Reisch, a oltre duemila metri, in Alto Adige, e ammirare insieme al panorama a trecentosessanta gradi sulle Dolomiti anche i più di cento Stoanerne Mandln, immaginando danze medievali di streghe e celebrazioni diaboliche varie.

Ma gli ometti di cui si discute oggi qui sono i semplici segnavia di sassi sovrapposti ad arte che si trovano quando il sentiero tra i monti scompare, i bolli di vernice non ci sono, e si deve procedere a vista attraverso ghiaioni, pietraie, prati, valli, altipiani. Utili soprattutto ai pastori di un tempo, oggi servono a guidare più che altro gli escursionisti, a condizione che siano pochi, gli ometti, e collocati alla giusta distanza l’uno dall’altro. Il dramma è la loro proliferazione, figlia dell’iperturismo alpino e del bisogno che tanti manifestano di lasciare sempre tracce di sé. A porre la questione è stato il Cai Alto Adige, che ha equiparato la diffusione delle pile di pietre all’usanza del lancio di una monetina nella fontana di Trevi. Con la differenza che, rispetto ai cairn eretti a caso, i coins non fanno perdere la strada a nessuno, in caso di nebbia, e nemmeno alterano fragili equilibri naturali.

Infatti, non è soltanto un fatto di sicurezza, con le rocce che se male impilate possono cadere e far male a chi sale, né di orientamento, o estetica della montagna, ambiente già bello in sé quando è selvaggio, cioè senza illuminazioni notturne o maxi-panchine. I sassi in alta quota danno riparo a invertebrati, piccoli organismi, rettili, anfibi, proteggono il suolo dall’erosione, ne mantengono l’umidità. C’è un equilibrio fragile, insomma, una biosfera da tutelare. Ovvio che la montagna sperimenti ben altre azioni impattanti, la questione ovviamente non è se uno o due escursionisti di passaggio costruiscono un ometto, anche solo per gioco o per piacere, ma se lo fanno tutti. E’ per questo che da tempo, un po’ in tutto il mondo, dai funzionari dei parchi nazionali statunitensi, canadesi, francesi, alla rivista scientifica Human-Wildlife Interactions, che in un articolo ospitato nel 2020 ha definito le “pietre fotogeniche” una minaccia emergente, all’organizzazione Leave No Trace, cui si devono i 7 principi per le attività all’aria aperta, si levano spesso appelli per sensibilizzare gli escursionisti.

La nemesi viaggia anche su Instagram. Seguendo hashtag tipo #cairn, #stonecairn o proprio #omettidipietra, si trovano personaggi come l’inglese Stuart Cox, che quando incontra ometti improvvisati nel Peak District del Derbyshire, li distrugge a vigorose pedate. Lo ha fatto di recente anche l’influencer noto come “Un italiano in Islanda”, come si vede in un video tra i tanti post dal paese dei geyser, a testimonianza della globalità del dibattito. Il rischio, come si intuisce, è cadere nell’eccesso opposto, pur senza scomodare l’integralismo trascendentalista di un poeta della natura come John Muir, il padre dei parchi nazionali, che in nome della wilderness incontaminata nello Yosemite non avrebbe fatto passare né le mandrie di bestiame né tantomeno i nativi Miwok. Per questo, allora, è necessario risalire alla fonte.

Ad aiutare nel discernimento è la "bibbia" degli ometti, Cairns: Messengers in Stone, un saggio uscito nel 2012 a cura di David B. Williams, geologo ed esperto di storia naturale, che insegna a vedere nei cumuli di pietra qualcosa di simile a un messaggio lanciato nello spazio, un “ponte tra generazioni” cui può essere attribuita una dimensione simbolica e comunitaria: una pietra posata sopra un’altra, in sostanza, dice a un viandante del futuro che di qui è passato un essere umano, qui c’è qualcosa da sapere, e soprattutto che “questa direzione conta”. Eccolo, il concetto di fondo: l’ometto tradizionale, eretto con competenza e sapienza, nasce da un bisogno condiviso; quello moderno è solamente un’esigenza individuale di espressione. La differenza, cioè, tra la monetina nella fontana, o il graffito urbano, o l’incisione sul monumento per far sapere che “Max was here”, e il cartello che indica la direzione per chi viaggia veramente. L’io contrapposto al tu e al noi.

Se c’è una moda degli ometti individuali in montagna, va detto, è perché la montagna è diventata di moda. Si fa la coda per ammirare le cime come per entrare in un museo, ma anche per scalare l’Everest, si scatta il selfie davanti alla guardia a cavallo, ci si filma sulle montagne russe. E si fanno cumuli di pietre a caso, archetipo dell’overtourism in alta quota. La moltitudine umana non dovrebbe però spaventare: è la condizione di base per condividere valori, provare a educare. Ad esempio, al fatto che la montagna resta uno degli ultimi luoghi dove si può fare ancora esperienza del silenzio, e ascoltarne la “sottile voce”, dove il tempo ha un altro ritmo, la natura non è solo uno sfondo, ma interlocutrice e opportunità di relazione, e dove ciò che serve è giusto l’essenziale. Ci sarà pure un motivo se nelle nostre fiabe, da Hansel e Gretel a Pollicino, quando vengono meno i sassolini seminati per ritrovare la via, si arrivi sempre da una strega o un orco cannibali. Lo sappiamo da secoli: importa sì dove si va, ma soprattutto conta il come. E poi si deve trovare la strada per tornare a casa.

Massimo Calvi

Avvenire, 6.8.26

Il fisco tassa i figli e non i patrimoni

C’è qualcosa che non torna nel dibattito mai veramente iniziato sulla necessità o meno, e sull’opportunità, di una tassa patrimoniale. Da sinistra l’ipotesi è stata avanzata a mo’ di test, la destra, e soprattutto il governo, ha chiuso il discorso. Si vedrà alle prossime elezioni politiche, sapendo che in genere accennare a nuove tasse porta male, mentre promettere di abbassarle porta sempre bene, anche se poi non lo si fa veramente. La cosa che non torna è però altrove, nel dibattito pubblico, e risiede nella vera argomentazione spesa per chiudere il discorso: e cioè che una tassa sui patrimoni colpirebbe soprattutto il “ceto medio”, già da tempo in difficoltà, il ceto che se resiste è proprio grazie al “di più” che ha oltre al reddito, mentre i veri ricchi la scamperebbero in ogni caso. Tassa inutile, insomma, oltre che difficilmente applicabile.

Il profumo di conflitti di interesse nella legittimità delle opinioni si avverte però quando, dati alla mano, ci si interroga su cosa sia veramente il “ceto medio” in Italia, se il reddito delle famiglie è mediamente di 39mila euro, poco più di 3.000 euro al mese con tutte le entrate del nucleo, se il reddito più frequente, il mediano, è di 30.000 euro, e se la dichiarazione-tipo dell’Isee viaggia sui 17.000. Vien da pensare, cioè, che la base elettorale per opporsi a una qualche tassazione sui patrimoni da milioni e milioni di euro, fuori dal perimetro degli opinionisti, sia in realtà ridottissima. A meno che non si tratti di ricchezze ereditate o da ereditare, e allora semmai vorrebbe dire tassare un filino di più le successioni e un tantino di meno i redditi da lavoro. Oppure è possibile che molto sia custodito dalle generazioni più anziane, immuni all’Isee, e allora forse una ridistribuzione generazionale avrebbe più senso etico che politico. C’è un’ulteriore possibilità: che l’invisibile ceto medio sia grandemente rappresentato dal popolo delle banconote, che alla cassa non conosce né carte né Satispay, o che chiede sempre se “serve fattura” oppure ricorda che “in contanti l’Iva è scontata". Tutti quelli il cui “di più” non va a scuole e ospedali, ma forse anche a edificare patrimoni.

I sospetti trovano conferma quando, cifre della Banca d’Italia, si trova che degli 11mila e 700 miliardi di euro della ricchezza netta degli italiani, il 60%, ossia circa 7mila miliardi, appartiene al 10% più ricco delle famiglie. Non proprio medio come ceto, insomma. Eppure, ciò che non torna veramente è soprattutto nella motivazione di fondo eretta contro ogni forma di patrimoniale: il racconto del ceto medio che non può essere ulteriormente colpito. Giusto. Ineccepibile. Peccato che quello stesso preciso ceto sia invece considerato sempre e solo “ricco” quando si tratta di ottenere vantaggi fiscali in nome dei figli: e dunque via sconti, assegni e detrazioni tracciando precisi limiti di reddito. Il messaggio è chiaro: italiani da tutelare se hanno patrimoni milionari, da tassare come se niente fosse se invece hanno prole. Case, barche, titoli e ori inteneriscono il fisco nazionale, l’empatia evapora quando si parla di figli.

L’immagine che lo specchio restituisce è ancora quello di un Paese che sogna intimamente rendite e fortune, ed è pronto a proteggerle a ogni costo, anche al prezzo di rinunciare a figli e discendenze, perché, anzi, meno siamo e più ereditiamo. Triste. Può allora avere senso dire che se di tasse sulle successioni e sui patrimoni non si deve parlare, perché comunque poco efficaci, si abbozzi almeno che in caso di figli lo sconto è sempre meritato. Perché il vero ceto che fatica, meritevole di premi a prescindere, è quello trasversale dei genitori, soprattutto se le tasse son pagate. Ovvio che a chi ricco lo è veramente tutto questo non importi, perché conta solo proteggere il forziere. Ma la scusa del “povero” ceto medio andrebbe affinata.

Massimo Calvi
Avvenire, 17.6.26

Lo smart working riduce il gender pay gap

Quando si parla di divario retributivo di genere, il cosiddetto gender pay gap, cioè la differenza tra la retribuzione media degli uomini e quella delle donne, non sempre si fa presente che questa discriminazione riguarda soprattutto le donne quando diventano madri. È infatti la nascita di un figlio il fattore che incomincia a separare concretamente i percorsi professionali e di guadagno tra maschi e femmine. Per questo, anche se il termine è oggettivamente orribile, si parla di child penalty, la penalizzazione subìta sul lavoro a causa della nascita di un figlio. Questo avviene perché spesso le madri che sono occupate, una volta trascorso il periodo del congedo di maternità, abbandonano il posto di lavoro per occuparsi dei neonati, oppure scelgono – se non sono costrette a farlo – la flessibilità del part-time, o ancora vedono interrompersi possibili avanzamenti di carriera. Non è solo una questione di condivisone dei compiti a casa tra padre e madre, o di strutture di supporto che mancano sul territorio, elementi che pure incidono e non poco, tante volte è proprio l’ambiente di lavoro e la cultura che lo attraversa a favorire una competizione tra chi deve farsi carico della cura di figli e chi no, arrivando a incidere sulle retribuzioni femminili, e persino sulla fecondità. Tra le pratiche aziendali ce ne è però una, che sembra riuscire più di altre a ridurre il divario retributivo di genere dovuto alla nascita dei figli, favorendo anche le nascite: lo smart working.

A segnalare questa possibilità è uno studio recentissimo Workplace Flexibility and the Motherhood Penalty: Evidence from the Diffusion of Remote Work, condotto da economisti italiani (G. Basso, M. De Paola, S. Lattanzio, M. Paradisi) e che si inserisce in un ampio filone di ricerca dedicato ad approfondire il modo in cui il lavoro da casa può incidere nelle dinamiche familiari. Dunque secondo il paper, in Italia il lavoro agile è in grado di ridurre di circa il 77% il calo dei guadagni delle madri nel periodo post-parto, e del 24% rispetto al periodo prima della nascita. Questo avviene per vari motivi: grazie al lavoro agile le madri riescono ad aumentare la partecipazione al lavoro riducendo i periodi di congedo, inoltre fanno meno ricorso al part-time, che concede più tempo libero ma abbatte le retribuzioni. Il tema del divario retributivo di genere continua a essere un tasto dolente nel nostro Paese: l’Inps ha calcolato che nell’anno di nascita del bambino la diminuzione del reddito delle donne è di circa il 16%, ma solo perché l’indennità del congedo evita una caduta del 70%, e che ci vogliono quattro anni per tornare ai livelli retributivi di prima. Nel tempo, però, dato che i redditi maschili aumentano, il divario di genere arriva al 30%.

Secondo la nuova ricerca, grazie allo smart working anche gli avanzamenti di carriera sono migliori, con più casi registrati di promozioni a ruoli manageriali, probabilmente perché lo smart working permette di confermare il proprio impegno sul lavoro, cosa più difficile in assenza di una tecnologia capace di aumentare la flessibilità. Il beneficio, tra l’altro, oltre che per le pendolari – ma questo è intuitivo - sembra essere maggiore per le madri più giovani, quelle con redditi più bassi, e anche per chi ha un “lavoro avido”, secondo la definizione della Nobel per l’Economia Claudia Goldin, cioè quegli impieghi (greedly work) che richiedono grande disponibilità di tempo e reperibilità quasi illimitata. Una prova, se si vuole, che all’origine della child penalty c’è soprattutto la rigidità nell’organizzazione del lavoro, un muro che invece lo smart working sembra riuscire a scalfire: se tutti i lavori che consentono di operare da remoto offrissero infatti contratti di lavoro da casa, rileva la ricerca, la riduzione del divario retributivo di genere sarebbe pari a 5,6 punti percentuali, cioè quasi il 30% della differenza che si registra nei guadagni. Un aspetto forse ancora più interessante riguarda il ruolo dei padri, perché anche la maggiore flessibilità degli uomini porta a ridurre la child penalty, grazie al fatto che lo “smart” permette di redistribuire il lavoro di cura e i compiti a casa. Altra cosa non nuova, perché già evidenziata da vari studi, ma importante, riguarda poi l’impatto sulle nascite: secondo i ricercatori l'attuale diffusione dello smart working ha già aumentato il tasso di fecondità totale in Italia dell'1,2%, cioè circa 4.700 nascite aggiuntive l'anno, dunque permettendo di rendere meno drammatico di quanto già non sia il calo della natalità in Italia, pur se con effetti più netti tra le coppie già con figli. Uno studio britannico ha recentemente ipotizzato che se l’Italia ampliasse la diffusione dello smart working al livello delle nazioni dove la pratica è più diffusa, nel nostro Paese nascerebbero 12.800 figli in più l’anno. Ora la ricerca italiana offre uno scenario persino più ottimistico, sostenendo che se tutti i lavori compatibili con il lavoro da remoto adottassero modalità flessibili, il tasso di fecondità totale potrebbe aumentare fino al 3,9%, cioè circa 15.200 nascite in più ogni anno. Certo, lo smart working, o il lavoro da casa, non rappresentano la soluzione a tutti i problemi e anzi contemplano una lunga lista di controindicazioni, tra possibili cali di produttività, rischi di isolamento o criticità nella formazione e nei percorsi di carriera. La nota positiva è quando la flessibilità riesce ad essere al servizio della persona, offrendo più margini alla libertà di scelta, soprattutto nei percorsi familiari, alleggerendo quel peso che le rigidità del lavoro possono far gravare sul desiderio di figli.

Massimo Calvi
Avvenire - L'Economia Civile

Il caldo estremo farà crollare il numero di nascite

Tutti sanno che le ondate di calore provocano un aumento della mortalità. Da quando la crisi climatica è diventata argomento attuale e preoccupazione globale, la diffusione di rapporti e stime sui morti aggiuntivi a causa del surriscaldamento si è fatta molto più frequente e degna di attenzione. Quello che meno si sa, invece, è che il caldo estremo avrà nei prossimi anni un impatto sulla popolazione del mondo così forte da provocarne una riduzione di milioni e milioni di persone, ma non tanto per i decessi, quanto per i figli non nati. Una stima recentissima parla addirittura di 3,7 miliardi di esseri umani che mancheranno entro l’anno 2100 e una conseguente riduzione del Pil tra il 40 e il 65% nei Paesi più vulnerabili agli sbalzi di temperatura. La previsione è contenuta in uno studio condotto da alcuni ricercatori dell’Imperial College di Londra, The missing climate millions: demographic penalties of extreme heat (Bolton 2026), nel quale i milioni di esseri umani mancanti, o meglio persi, a causa del clima, e i costi demografici del caldo estremo, sono calcolati sommando per la prima volta alla mortalità in eccesso anche le attese sulla riduzione della fertilità che si può collegare alle temperature più alte e agli sbalzi del termometro. Se infatti si tiene conto degli attuali modelli climatici, e ipotizzando che non vi siano cambiamenti significativi, le sole morti dovute al caldo potrebbero essere circa 200 milioni entro fine secolo. Il problema è che il calore eccessivo ha effetti anche sulla fisiologia umana e sui comportamenti delle persone, al punto da rendere la riduzione della fertilità molto più impattante sulla demografia rispetto ai decessi.

Questo accade perché i picchi di calore, tra le altre cose, rappresentano un fattore di stress fisiologico capace di compromettere la spermatogenesi maschile, di aumentare il rischio di aborti “naturali” e, intuitivamente, di disincentivare i “rapporti”, con cali delle nascite che si possono registrare già 8-10 mesi dopo i periodi di caldo estremo, senza che vi sia un vero recupero nei mesi successivi. Le perdite di popolazione saranno consistenti già entro il 2050, ma alla cifra di 3,7 miliardi in meno entro il 2100 si arriva perché, nelle simulazioni dei ricercatori e in assenza di forti politiche di adattamento, la riduzione di popolazione produrrà il classico circolo vizioso della demografia, per cui diminuendo drasticamente il numero di persone che possono avere figli, il calo delle nascite col tempo si alimenta da solo. In un libro uscito in Italia nel 2022, Countdown (Fazi Editore), l’epidemiologa ambientale e riproduttiva Shanna H. Swan, ricorrendo a una mole notevole di dati, ipotizzava la fine della fertilità umana già nel 2045 a causa degli stili di vita tipici delle società moderne, tra inquinamento, stress, alimentazione, fumo, alcool e droghe, ma soprattutto per l’alterazione della produzione di ormoni sessuali dovuta all’esposizione verso sostanze chimiche come gli Ftalati e i Pfas. L’aggiunta della questione climatica, ora, rende lo scenario ancora più cupo.

Prendere atto che il calo della fertilità è il canale principale dei costi demografici attribuibili agli sbalzi di temperatura, giacché i decessi per il caldo impattano soprattutto sulla popolazione anziana, ha una serie di implicazioni economiche e sociali. Nelle regioni equatoriali e a bassa latitudine ci sono Paesi, infatti, che si troveranno a pagare un conto molto più elevato, soprattutto in Asia meridionale, Africa Occidentale o America Centrale, generando problemi di disuguaglianza geografica. Peraltro si tratta di nazioni che generalmente hanno meno responsabilità nelle emissioni di CO2. La popolazione dell’India, ad esempio, che oggi ammonta a 1,4 miliardi di persone, potrebbe dimezzarsi entro il 2100 proprio a causa della ridotta fertilità legata alle temperature. Per i tifosi della riduzione della popolazione mondiale questa potrebbe essere una buona notizia, ma le ricadute economiche e sociali rischiano di essere notevoli: meno persone in età da lavoro significa meno capacità produttiva, meno entrate fiscali, riduzione del Prodotto interno lordo e dunque un rischio molto più alto di default per nazioni già economicamente fragili. Secondo la ricerca, Paesi come India, Nigeria, Pakistan, Bangladesh, Egitto, subiranno cali del Pil tra il 40 e il 65%. Per Cina e Stati uniti la flessione sarà ridotta al 10-15%, in Europa il calo previsto è solo del 5%, ma con enormi differenze, dato che nelle nazioni mediterranee come Italia, Spagna e Grecia la perdita di crescita economica potrebbe essere doppia o tripla rispetto alla media del Continente. Risparmiati dagli effetti del caldo sul Pil, invece, dovrebbero essere paesi come il Regno Unito, la Russia o il Canada. Una delle soluzioni al problema passa dalla diffusione massiccia di impianti di aria condizionata, e in effetti si è visto che ad esempio negli Stati Uniti la climatizzazione può ridurre l’impatto del caldo sulla fertilità di un terzo, ma pensare che 4 miliardi di persone possano accedere a tecnologie di raffreddamento in pochi anni, e senza ricadute sul clima, è pura utopia.

Se ci si limita a guardare i soli decessi attribuiti al caldo, il rapporto Lancet Countdown 2025 parla di 546.000 morti l’anno nel mondo, il 63% in più rispetto alla media degli anni Novanta. In Europa, il Continente che si sta riscaldando di più e dove le ondate di calore sono l’evento climatico estremo più letale, responsabile del 95% delle vittime, nel 2024 la stima è stata di 62.775 decessi. L’Italia è tra i Paesi più colpiti, con un tasso di mortalità in eccesso del 2,47% dei decessi totali, contro una media europea dell’1,96%. Se a queste vittime aggiungiamo però l’impatto dei figli non nati, si capisce quanto sia importante pensare seriamente a politiche di adattamento e mitigazione degli effetti del caldo, e ovviamente a impegni globali per tentare di arginare il surriscaldamento climatico.

Massimo Calvi
Avvenire, 30.5.2026
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Lo stress dei genitori del nord

Essere genitori, abitare in uno dei territori più ricchi e sviluppati del Paese, avere un reddito più che dignitoso, poter disporre di servizi considerati essenziali come i nidi o i sostegni post-partum, ed essere calati in un contesto gravido di opportunità culturali da poter offrire ai figli per la loro crescita, come musei, teatri, cinema… eppure non farcela. Sentirsi, cioè, non esattamente poveri, ma nemmeno in grado di trarre beneficio da quello che il territorio offre, perché se tante volte i costi di quello che si vorrebbe sono troppo alti, più spesso è invece una questione di tempo, di organizzazione, di burocrazia, di troppi impegni, di distanze, di trasporti, di un lavoro che non riesce a incastrarsi con i ritmi della vita familiare e di un’esistenza piena, ma sempre di corsa, e quasi in apnea. Ecco una bella – nel senso di veritiera – fotografia dei genitori dell’ex ceto medio settentrionale, un’immagine che restituisce più stanchezza che ansia, più frustrazione che delusione. A scattarla è un’indagine che la Fondazione Cariplo ha affidato all’Evaluation Lab della Fondazione Social Venture Giordano Dell’Amore, condotta intervistando 1.700 cittadini del Nord Italia dai 18 ai 49 anni, il 55,6% genitori, il 44,4% no. E dalla quale a emergere con forza è proprio lo “scarto” tra l’importanza che qui le persone attribuiscono a determinati servizi e la fatica ad usufruirne. Uno “spread” che fa dell’avere figli «un progetto ad alta intensità di risorse».

Al primo posto dell’elenco dei “vorrei ma non riesco” ci sono gli asili nido, fondamentali per il 92% delle famiglie, ma di fatto preclusi a quattro nuclei su dieci. La difficoltà nell’accesso non è solo economica, per quanto molti debbano o vogliano rivolgersi a strutture private, a pesare è quella che sembra più una complessità strutturale del sistema, che rende faticoso per i genitori destreggiarsi tra liste d’attesa, orari incompatibili con gli impegni di lavoro, difficoltà a spostarsi e tempo che non c’è. Il discorso non è diverso in fatto di accompagnamento dei genitori dopo la nascita di un figlio, un servizio che l’87% delle famiglie sente come un diritto, perché interviene nel momento in cui si è più vulnerabili, eppure solo il 35% ce l’ha fatta ad essere aiutato. Perché? Carenza di informazioni, organizzazione inadeguata – ad esempio nell’integrazione tra l’ospedale e i servizi sul territorio – o una distribuzione a macchia di leopardo delle opportunità di aiuto. Che è un po’ come dire: i sostegni al Nord ci sono, fortunato chi li intercetta. E poi la cultura. Dove le famiglie hanno alzato l’asticella delle aspettative vorrebbero portare i bambini a teatro, nei musei, al cinema, o a concerti per loro, eppure riescono a farlo di rado, e ancora una volta perché manca il tempo, gli orari sono terribili, biglietti, trasporti e parcheggi costano uno sproposito. Meno male che ci sono ancora gli oratori e le biblioteche, quasi unico vero welfare culturale di base.

L’indagine distingue tra il territorio in cui opera Fondazione Cariplo, cioè Lombardia e le province piemontesi di Novara e Verbano-Cusio-Ossola, e alcune province limitrofe, Vercelli, Alessandria, Biella, Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Modena, Ferrara, Rovigo, Verona e Trento. Le differenze ci sono – perché dove la densità è maggiore i servizi sono presenti ma è complicato ottenerli, quando c’è più rarefazione il problema è la distanza – ma la fatica è molto simile. La denatalità a queste latitudini può essere dovuta a una «mancanza di sicurezza economica», all’«incertezza sul futuro», ai «problemi del lavoro» o ai «costi delle case», come emerge, ma in fin dei conti è tutto l’ecosistema legato alla prima infanzia che al Nord appare molto difficile da abitare. E che agli occhi di chi genitore (ancora) non è si presenta come una “barriera” così alta che può scoraggiare dal metter su famiglia. C’è un ultimo aspetto che la ricerca considera, ed è forse quello dal quale ri-partire: riguarda proprio il racconto che si fa della famiglia, che per tanti dovrebbe superare la polarizzazione tra narrazioni idealizzanti e toni allarmistici. Non ci sono, cioè, famiglie perfette e felici, o case abitate da genitori inadeguati e figli male-educati. La realtà – parliamone di più se possibile – è fatta di tanta cura, dei figli e degli anziani, e poi di tempo che manca, orari che non quadrano, tutto che costa troppo, distanze, liste di attesa. Comprendere la natura pratica dei problemi è il modo migliore per liberarsi dalle immagini stereotipate di cui si serve spesso chi fa informazione, e incominciare ad aiutare veramente le famiglie.

Massimo Calvi
Avvenire, 15.5.2026

Il telefonino e le gravidanze adolescenziali

Tra le tante conseguenze che la diffusione degli smartphone ha prodotto ce n’è una che può essere valutata in modo benevolo: il crollo delle gravidanze adolescenziali. Da quando l’iPhone ha fatto il suo debutto, nel 2007, negli Stati Uniti la fecondità delle ragazze tra i 15 e i 19 anni è calata del 70%. Il caso americano potrebbe fare un po’ storia a sé, per il particolare contesto sociale, tuttavia lo stesso fenomeno ha riguardato moltissime altre nazioni sviluppate a partire da quell’anno. Il fatto è che il legame con la diffusione degli smartphone non sembra essere una semplice coincidenza: uno studio pubblicato lo scorso aprile da ricercatori dell’Università di Cincinnati (The collapse of teen fertility in the digital era) ha provato a dimostrare che esiste un rapporto causale robusto tra la possibilità di essere connessi online in ogni momento e il “collasso” della fecondità adolescenziale, anche tenendo conto dei cambiamenti culturali ed educativi che si sono avuti negli ultimi anni.

Che il telefonino possa avere un effetto contraccettivo indiretto, un po’ come avviene con l’accesso all’istruzione, non dovrebbe essere una cattiva notizia. Le cose cambiano nel momento in cui la natalità tra i teenager cessa di essere trattata per quello che è, ma viene vista come un “indicatore relazionale”, ossia una delle tante conseguenze possibili della frequenza con cui i giovani escono di casa, si incontrano, stanno insieme, vivono relazioni dirette e non filtrate dalla tecnologia digitale, arrivando così a misurare il crollo della socializzazione “in presenza” e la crescita del rischio di isolamento sociale. Ecco, da questo punto di vista, lo scenario si fa un po’ più cupo, perché un altro effetto della accresciuta reclusione domestica dei giovani registrata a partire dalla diffusione degli smartphone è stata la svolta in fatto di aumento della depressione e dei suicidi tra gli adolescenti.

L’obiettivo della ricerca non è criminalizzare i telefonini, ma analizzare come la tecnologia, in particolare la diffusione della banda larga mobile, e la facilità di connessione in ogni momento, abbia provocato, o comunque accelerato, una trasformazione profonda nei comportamenti dei giovanissimi. Dal 2007 al 2024 il tasso di natalità delle adolescenti americane è sceso del 71%, a fronte di aumenti in fasce di età più avanzate. Nelle altre 128 nazioni considerate dal paper si può fare invece una distinzione tra i contesti più ricchi, dove il calo è stato mediamente del 2,9% l’anno, e quelli in cui l’acquisto di tecnologia è più oneroso e meno diffuso, con una diminuzione contenuta all’1,2%. In Italia il problema delle gravidanze adolescenziali è abbastanza marginale, ma osservando i dati del sistema informativo Health for All Italia dell’Istat, si vede che il tasso di fecondità totale nel periodo è calato del 14%, mentre nella fascia di età tra i 15 e i 19 anni del 60%. Naturalmente il fenomeno ha cause molteplici, ma nello studio il legame di causa-effetto tra le connessioni digitali e le minori nascite è stato provato analizzando a fondo il territorio e trovando variazioni significative indipendenti sia dalle politiche sanitarie nazionali, che dalle tradizioni religiose o dagli andamenti dell’economia.
Cosa è successo, dunque, ai ragazzi e alle ragazze? In America dal 2003 al 2019 il tempo dedicato alla socializzazione in presenza si è dimezzato, il tempo libero trascorso nel mondo digitale invece è triplicato, mentre sono rimaste stabili le attività strutturate all’aperto, come lo sport. La tendenza non è nuova, e comune a molti altri contesti, la novità sta nell’aver fotografato quello “choc tecnologico” capace di accelerare l’isolamento fisico nel momento in cui la maggior parte degli adolescenti ha avuto in tasca uno smartphone: i ricercatori lo chiamano “tipping point”, “punto di svolta”, il passaggio a una fase in cui per continuare a far parte del gruppo ci si deve spostare nel mondo digitale, perché è lì che si sono trasferite le relazioni, e restarne fuori diventa socialmente difficile, oltre che penalizzante. Quasi un paradosso: per restare "connessi" con gli amici, ci si deve "connettere" da casa.

Se il maggiore isolamento arriva a prevenire le gravidanze precoci, che già risultavano in flessione anche per altri motivi, il vero problema riguarda la salute mentale. Negli Stati Uniti i suicidi degli adolescenti erano in calo costante dal 1996, invece dal 2007 c’è stata una vera e propria “inversione a U”, con una ripresa del fenomeno e un aumento dei casi che è stato in media del 5% annuo. Situazione non diversa in altri Paesi: su venti nazioni in grado di fornire dati sufficienti, in 15 la crescita dei suicidi nella fascia 15-19 anni è stata del 4,4%, mostrando anche qui una relazione diretta tra la diffusione della banda larga mobile e il peggioramento della salute mentale. L’aumento delle visite psichiatriche e del ricorso a farmaci antidepressivi da parte dei giovani, correlato alla diffusione della rete 3G, è stato registrato anche in Italia da una ricerca citata dal nuovo studio americano, Lost in the net? Broadband internet and youth mental health, pubblicata nel settembre 2025 sul Journal of Health of Economics.

Analisi di questo tipo non vanno usate per lanciare allarmi contro l’innovazione. Gli smartphone e gli schermi sempre connessi alla rete sfidano una fase delicata della vita, l’adolescenza, in cui cervello, identità e relazioni sono in piena trasformazione. Analizzare come gli strumenti impattano sul modo di vivere e di pensare è il primo passo per tutelarci dagli effetti negativi, trattenendo il meglio delle novità. Ma serve anche a comprendere come molte delle scelte che facciamo, o che faremo in futuro, ad esempio in fatto di legami e di famiglia, possano essere meno “libere” di quanto si pensi.

Massimo Calvi
Avvenire 8.5.2026
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Basta, spegniamo il Var

Dall’arbitro all’arbitrio il passo è breve. L’origine latina dei termini in effetti è la stessa, arbiter, il giudice, chi dirime una controversia. Ma nell’italiano moderno basta aggiungere una «i» e dall’idea di un giudizio imparziale il passaggio alla libertà di scelta che conduce al libero arbitrio, e poi eventualmente all’abuso di una decisione totalmente arbitraria, è proprio rapido. Chi segue il calcio nel suo percorso di declino nazionale, anche senza padroneggiare le lingue antiche, questa differenza di significati la elabora da sempre. E con l’inchiesta avviata dalla procura di Milano sul mondo arbitrale, cioè giudici di un tribunale che giudicano giudici di gara, per capire come mai alcuni rigori siano stati dati e altri no, o perché le gomitate non sono tutte uguali, a prescindere dalle evidenze video, ci stiamo avvicinando alla fusione dei significati.

Diciamolo subito: tutta questa storia fa venire voglia di sospendere immediatamente l’intera macchina del Var, arbitri assistenti e video correlati, se non ora dal prossimo campionato. Un anno sabbatico di purificazione, perché giunti a quella fase tipica di ogni rivoluzione umana in cui si incomincia a dire che «si stava meglio quando si stava peggio», l’opportunità è ripartire proprio da zero. In realtà c’è chi vorrebbe spingere ancora di più nell’innovazione. Ma come può una tecnologia supplire a un vuoto umano? La crisi del calcio italiano lo hanno capito tutti che appartiene alla categoria delle derive morali, e finché nei campi di gioco dei bambini i genitori non impareranno ad applaudire anche ai gol più belli della squadra avversaria, o a condividere sempre la merenda pure in caso di sconfitta, sarà dura migliorare tutta la filiera: quella ad esempio che alla viglia di ogni partita scruta le statistiche degli arbitri assegnati, e dopo non parla più di grandi azioni o schemi di gioco, ma solo di braccia larghe o lungo il corpo, di fuorigioco per una stringa, di piedi che toccano tibie o palloni, di tacchetti che fanno pestoni, di tuffi e simulazioni.

Non che negli anni antecedenti l’era Variana fosse molto diverso, ma ripartire dall’origine dei tempi può agevolare il discernimento. È vero, la fabbrica dei sospetti c’è sempre stata, vicende come Calciopoli insegnano che a pensar male si farà pure peccato, ma a volte ci si azzecca. Il grande problema è che rendere giustizia sportiva non è semplice. Anzi. Riassegnare scudetti non pacifica, amplifica i rancori. Moltiplicare moviole e arbitri non risolve, aumenta gli interessi in gioco e accresce le congetture, esponenzialmente. La stagione richiede un pensiero etico e anche ecologico, di risparmio energetico: la giustizia faccia il suo corso, intanto spegniamo tutto, i monitor in campo e quelli a Lissone, magari anche gli smartphone dei tifosi allo stadio. D’altronde se nel video il piede tocca la gamba, ma per il giudice tocca la palla, perché consumare elettricità invano? La moviola soltanto serale faceva discutere e recriminare per anni, quella in campo è fisica quantistica: l’osservatore fa parte dell’esperimento e, guardando, lo modifica. Oltretutto a seguire il Var, fotogramma per fotogramma, nemmeno Achille raggiungerebbe mai la tartaruga, figurarsi fare gol.

Allora, lungi dal rievocare il clima austero dell’harpastum romano, anni luce dalla tentazione di voler replicare la festosità innocente di improponibili match tra scapoli e sempre più rari ammogliati, il senso è cogliere l’occasione per l’ennesima e faticosa ripartenza da capo. Accettando però una grande verità: il calcio non è come la vita dovrebbe essere, o vorremmo che fosse, ma come la vita è. E dunque sì, ora ci arriviamo, a che serve il Var se comunque «Rigore è quando arbitro fischia»?

Massimo Calvi
Avvenire, 1.5.2026

L'Europa si spopola e la Spagna sorpasserà l'Italia

Da qualche tempo è diventato di moda guardare alla crisi demografica senza toni allarmistici, cercando semmai di capire come gestire il cambiamento o di coglierne le sfide e le opportunità. Come ha lucidamente scritto Michele Bruni su Neodemos, il declino della popolazione è ormai «un evento epocale che non appassiona nessuno». Se però si leggono le ultime proiezioni demografiche Eurostat per il 2100, diffuse in questi giorni, i motivi per essere quantomeno in allerta sono tanti. A causa della denatalità tra 75 anni l’Europa sarà un continente con molti meno abitanti rispetto a ora, molto più «vecchio», con solo la metà dei cittadini in età da lavoro, più immigrati, e con l’Italia scalzata dalla Spagna dal podio delle nazioni più popolose, che in testa vedrà sempre Germania e Francia. Per il sorpasso di Madrid su Roma, che sembra ricalcare le rivalità di tanti ambiti sportivi, dal calcio al motociclismo e ora anche nel tennis pensando alla sfida infinita tra Sinner e Alcaraz, in realtà basterà aspettare il 2060, giusto 35 anni. A questo punto, vale però la pena passare ai numeri.

Nel 2100 l’Unione europea, secondo le ultime proiezioni, avrà circa 398,8 milioni di abitanti, 54 milioni in meno rispetto a ora, un calo dell’11,7%. Scomparirà, di fatto, un Paese poco più grande della Spagna o poco più piccolo dell’Italia. L’inizio della contrazione della popolazione nei 27 paesi dell’Ue è dietro l’angolo: per tre anni cresceremo ancora, poi dal 2029 comincerà il lento e inevitabile declino. Le cifre assolute in realtà dicono poco, quello che più conta è la composizione per età, perché è questo il fattore decisivo quanto a politiche di welfare e sanitarie. I giovani e i bambini, cioè le persone con meno di 20 anni, oggi sono il 20%, domani saranno il 17%. Le persone considerate in età per lavorare, dai 20 ai 64 anni, passeranno dal 58% di oggi al 50% di fine secolo. Stabili, invece, gli europei tra 65 e 79 anni, che dal 16% odierno saliranno al 17%. Il vero balzo riguarda invece gli over 80, i grandi anziani, che attualmente sono soltanto il 6% della popolazione europea, mentre nel 2100 diventeranno il 16%. L'Ue-27, in sostanza, avrà un terzo degli abitanti con più di 65 anni, e nel complesso la metà dei suoi cittadini sarà formalmente «a carico», perché o troppo giovani o troppo vecchi per lavorare. Tradotto: ci sarà un solo lavoratore per ogni persona da mantenere.

Il nuovo mix della popolazione europea è il vero tema delle politiche pubbliche dei prossimi anni. Economiche, previdenziali, e soprattutto sanitarie. L’Europa si prepara a diventare un Continente di anziani anche grazie alla qualità della vita e delle cure che ha saputo garantire, una storia di successo: l’aspettativa di vita nel 2024 era di 81,5 anni, addirittura 2,1 anni in più rispetto al 2015. L’elevata aspettativa di vita e la bassa mortalità si raffrontano però a una bassa fecondità, solo 1,34 figli per donna. La vera domanda, dunque, è se questo primato nella qualità della vita riuscirà a confermarsi di fronte a una trasformazione veramente epocale. Perché se nei prossimi 75 anni si assisterà a un calo della popolazione dell’11,7%, e non a un tracollo di proporzioni molto maggiori, lo si deve solo alle previsioni che riguardano le migrazioni. In tutti i Paesi europei il saldo naturale è infatti negativo, e continuerà a peggiorare, mentre la sostanziale tenuta della popolazione sarà garantita dall’arrivo di stranieri.

Le proiezioni che riguardano l’Italia, in particolare il sorpasso della Spagna, vanno lette proprio alla luce delle differenti politiche migratorie. Oggi il nostro Paese ha 58,9 milioni di abitanti, la Spagna 49,1 milioni, quasi 10 milioni in meno. Nel 2060 però è atteso il sorpasso: 53,5 milioni Madrid, 52,8 milioni Roma; e nel 2100 la definitiva consacrazione degli iberici a terzo Paese più popoloso dell’Ue, con 49,8 milioni di abitanti, dopo la Germania, con 74,7, e la Francia, con 67,2. Quarti noi, dunque, con 44,8 milioni, e più lontano la Polonia, a 25,7. Per l’Italia il calo è del 24%, uno dei più significativi tra le grandi nazioni del Vecchio Continente. Tra l’altro, la Spagna sarà l’unica a crescere tra i big, che sostanzialmente registreranno tutti dei cali, pur se con intensità diverse, e questo deve far riflettere considerando proprio la strategia spagnola sulle regolarizzazioni di cittadini stranieri.
L'andamento atteso della popolazione da oggi al 2100 tra i quattro maggiori Paesi Ue, secondo le proiezioni Eurostat. Nel 2060 il sorpasso della Spagna sull'Italia

L’Italia, tra le nazioni più importanti dell’Unione europea, è quella che farà segnare la contrazione più significativa, dovesse confermarsi la proiezione di un calo di quasi un quarto dei suoi abitanti entro il 2100. Peggio faranno Romania (-24,3%), Slovenia (-26,7%), Croazia (-27%), Bulgaria (-28%), Grecia (-30%), Polonia (-31%). A tenere la posizione senza contraccolpi eccessivi saranno invece molti grandi Paesi, dalla Francia (-2,5%), all’Austria (-3,8%), alla Germania (-10,6%), e cali simili a Berlino riguarderanno Slovenia e Finlandia. Tra chi vedrà aumentare la popolazione, a parte gli Stati più piccoli, si notano invece l’Irlanda, con un aumento del 14%, la Svezia (+10%), i Paesi Bassi (+4,3%), il Belgio (+3,5%) e, appunto, la Spagna (+1,3%). Come detto, il segno "più" è dovuto alla capacità di attrarre persone dall’estero, si tratti di cittadini europei o extraeuropei, perché nel Vecchio Continente il declino della natalità è un tratto ricorrente. Una crisi nella crisi, sulla quale il disimpegno, culturale e materiale, è forse ancora più netto rispetto al disinteresse per il declino demografico. Il punto non è tanto se questo declino arriverà, ma come l’Europa e l’Italia sapranno governarlo senza compromettere la coesione sociale, la sostenibilità del welfare, la crescita economica, e soprattutto il benessere della popolazione, assecondandone desideri e aspettative.

Massimo Calvi
Avvenire, 18.4.2026

Il problema degli smartphone? I genitori

Il primo vero smartphone, l'iPhone della Apple, ha fatto la sua apparizione nel 2007. Facebook, il capostipite dei social network, era nato tre anni prima, e in Italia arriverà nel 2008. In quel periodo, con l’avvio della Grande Recessione, il mondo entrava ufficialmente nell’era dell’insicurezza globale: dopo l’attacco alle Torri gemelle del 2001 e la crisi dei mutui del 2007, sarebbero arrivati la consapevolezza della crisi climatica, la pandemia di Covid, le guerre. Una stagione per la quale è stato coniato il termine “permacrisi”, crisi permanente, e che ha segnato aspettative e percorsi di vita delle generazioni nate nel Terzo millennio, come ha messo bene in evidenza il demografo Alessandro Rosina nell’ultimo Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo. Il legame tra la fine di un’epoca di solide certezze e l’affermazione di smartphone e social è soltanto una coincidenza temporale, ma diventa più di una suggestione se si tratta di riflettere sul ruolo giocato dalla tecnologia nel determinare il benessere di ragazze e ragazzi.

Che i telefonini sempre connessi alla rete fossero qualcosa da maneggiare con cautela lo si poteva intuire sin dall’inizio, ma ci sono voluti quasi vent’anni per raggiungere una consapevolezza condivisa. Ad esempio, attorno al fatto che regalarli a bambini e preadolescenti è stato un grande esperimento sociale e neurobiologico di fatto utilizzando giovani cavie umane. Ora tanti sono convinti che qualche forma di divieto sia necessaria. Alcuni governi hanno introdotto limiti di età per l’uso dei social e anche l’Italia, dopo aver proibito l’uso degli smartphone nelle scuole, sta elaborando un piano di divieti. Eppure non è stato facile superare dubbi e resistenze di chi per anni ha difeso la tecnologia da ogni limitazione possibile, persuaso che non sono mai gli strumenti a dover essere temuti, ma l’uso che se ne fa. Argomento ineccepibile, se non fosse che il capitale sociale ed educativo non è sempre equamente distribuito, e che comunque c’è un’età per tutto, perché tra avere 8 anni oppure 14, o 16, la differenza è enorme. E poi, educare non è forse anche porre limiti, argini, saper dire dei “no”?

Di certo chi aveva provato ad avvertire del pericolo, oggi si sente meno solo. I guasti correlati alla diffusione degli smartphone sono ormai documentati, tra dipendenza, rischi di isolamento, disturbi dell’attenzione, ansia e depressione, problemi psichici, quello che può generare la visione di porno in tenera età. Di fronte a questa presa di coscienza collettiva, che molto deve alla rivelazione di Jonathan Haidt, il guru della “Generazione ansiosa”, si sta però paventando un nuovo rischio, quello di passare da un eccesso all’altro. Invece è necessario mantenere vivo il dubbio che tanti dei problemi che caratterizzano l’universo giovanile non abbiano negli schermi il loro unico fondamento. Siamo sicuri, cioè, che sia tutta colpa di social e smartphone? Un modo per scalfire qualche certezza c’è. Si tratta di provare a rimanere a letto una mattina appena svegli, scrollare per un paio d’ore video stupidi e divertenti, chattare con i propri contatti, controllare tutte le notifiche social, e poi chiedersi: ma il malessere che si avverte, la sensazione di crepuscolo anticipato, questa forma di ansia da camera oscurata anche se le imposte sono aperte, è un prodotto dell’attività appena svolta, oppure proviene da più lontano, e qui ha trovato una tana confortevole? “Esci da quella stanza”, il titolo dell’ultimo libro dello psicoterapeuta Alberto Pellai, scritto con Barbara Tamborini, è una risposta netta e allo stesso tempo un programma affidato ai genitori. Ci sono relazioni e una prospettiva di speranza da recuperare.

Il sospetto è che oltre allo smartphone vi sia di più. Già dieci, venti anni fa, pedagogisti e psicologi parlavano con preoccupazione di bambini adultizzati, di “piccoli tiranni”, di aumento dei problemi di aggressività e ansia, di disturbi del sonno e della concentrazione. A essere chiamata in causa era anche l’educazione, amorevole ma permissiva, letta come un’abdicazione dal ruolo genitoriale, espressione di padri e madri disorientati, convinti della bontà del confronto paritario, ma poi talmente concentrati su sé stessi da cedere all’inversione dei ruoli con i figli. Genitori pure iper-presenti, decisi a investire tutto nella cura e nell’educazione, ma deboli nel tracciare quei confini che oggi sono addirittura i governi a voler segnare. In un’epoca di madri spazzaneve e di “papà peluche”, come li chiama Daniele Novara, ai quali il pedagogista ha dedicato il suo ultimo saggio, forse dovremmo chiederci quale vuoto stiano riempiendo i social e gli smartphone, e quale crisi rischino di amplificare. Perché se gli effetti della “genitorialità intensiva” coincidono con quelli attribuiti alla tecnologia, la riflessione si amplia. E chi lo sa se nel profondere risorse ed energie per plasmare figli perfetti non sia andata smarrita proprio l’abilità di restare semplicemente accanto. Quando abbiamo incominciato a regalare i telefonini ai figli, l’idea era dotarli di uno strumento di controllo, ma anche di contatto, scoperta, socializzazione, autonomia. Col tempo sono arrivate le sale scommesse, i club a luci rosse, gli apparecchi mangiasonno, la caccia coi richiami. Per questo il dono incondizionato di uno smartphone senza limiti, prima di una certa età, può essere considerato la sintesi di una postura genitoriale carica di aspettative, ma fragile nella testimonianza. Un paradosso, se si pensa che la rinuncia a una famiglia con sorelle e fratelli è anche l’esito di una scelta finalizzata a “massimizzare l’investimento” sul figlio. Nella stagione della denatalità, della permacrisi e dell’insicurezza strutturale, domandiamoci allora cosa possa voler dire nascere in una società prestazionale già gravati da un eccesso di aspettative.

Tempo fa abbiamo sbagliato a non vigilare sugli effetti che l’industria dell’attenzione avrebbe avuto sui giovani attraverso schermi e smartphone. Oggi la corsa ai ripari non dovrebbe far dimenticare il valore centrale della relazione educativa e della sua qualità, anche etica. Evitiamo di riproporre posizioni rigide, superficiali, o di comodo, nel momento in cui, alzando barriere a protezione dei giovani, rischiamo di trascurare il ruolo della famiglia. O di non accorgerci che all’orizzonte si presenta già una nuova sfida, quella dell’Intelligenza artificiale. Ai telefonini abbiamo permesso di rubare la noia, il silenzio, l’attesa, ingredienti di base della crescita, oggi l'IA inizia a intaccare l’immaginazione, il giudizio, il pensiero. Questa volta, cerchiamo di non arrivare divisi e in ritardo.

Massimo Calvi
Avvenire, 14.4.2026
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Da Artemis 2 a Hail Mary

Se in questo momento un essere alieno dotato di intelligenza, anche solo emotiva, potesse osservare la Terra e l’attività degli esseri umani che la popolano, si troverebbe probabilmente di fronte a due opzioni opposte: non capire nulla di noi, al punto da rinunciare a risolvere l’enigma intorno al chi siamo; oppure comprendere subito tutto della nostra natura più profonda e autentica. C’è in effetti qualcosa di altamente irrazionale nella logica di un pianeta senza pace, attraversato da guerre sanguinose e conflitti quasi in ogni dove, in cui si trova il tempo e la voglia di inviare una missione con equipaggio verso la Luna, primo passo di un progetto che riporterà degli astronauti a rimettervi piede, questa volta per restare e guardare ancora più lontano. Ma cosa andiamo a fare nello spazio, se fatichiamo a vivere in pace dove stiamo, peraltro consumando una quantità spropositata di quell’energia per la quale ci stiamo già facendo troppo male? Porteremo la guerra anche lassù, riproducendo le divisioni terrestri, oppure il cosmo rappresenta l’opportunità di quello sguardo dall’alto nella dimensione del Creatore più che dell’alieno, capace di cogliere anche tutto il bene, e l’amore e la carità che la nostra specie sa generare?

Sarebbe bello poterlo chiedere all’equipaggio dell’Artemis II, se non altro per il privilegio che gli astronauti hanno avuto nel passare dal lato oscuro della Luna, mai così lontani e disconnessi da tutto, esperienza ancora più totale nell’era delle notifiche e dei social. Aspettando il rientro della missione, senza farci troppe illusioni, una bellissima risposta l’ha data qui su Avvenire il sacerdote e astronomo Luca Peyron, parlando dell’Artemis, e ricordando che «siamo creati per vedere l’infinito», «redenti per contemplare l’Assoluto e dunque esplorare il cosmo, che è ordine fatto per riconoscerne la firma». Già, lo Spazio può essere fuga dal mondo, oppure via alternativa all’esplorazione interiore, e trascendente. Si spiega anche così il desiderio di ricerca cosmica che ritroviamo nel successo di un film di fantascienza uscito in Italia a fine marzo, L’ultima missione – Project Hail Mary, diretto da Phil Lord e Christopher Miller, e tratto dall’omonimo romanzo del 2021 di Andy Weir. È una storia potente e leggera allo stesso tempo, e forse per questo sta conquistando in particolare la prima generazione venuta al mondo senza grandi aspettative verso il futuro, per non dire con la quasi certezza dell’apocalisse climatica, demografica, familiare ed economica, e che chissà, vi ha trovato la prospettiva di una sopravvivenza possibile, amichevole, molto più che resiliente, pure in un contesto ambientale ostile, forse una antica speranza che la secolarizzazione ha un po’ annebbiato.

La storia è semplice: l’umanità è in pericolo a causa di un microrganismo che arriva dallo Spazio, la missione inviata per tentare di risolvere il problema resta con un solo sopravvissuto, il quale incontra un alieno spedito nel cosmo per lo stesso identico motivo. Siamo portati, ancora una volta lontano dalla gravità, a commuoverci e intascare una dose di poesia e serenità che non fa mai male, per riscoprire che il senso dell’esistenza non è sopravvivere costi quel che costi, e ovviamente nemmeno combattersi l’un altro, ma darsi fino in fondo, perché la vita dell’altro conta più della propria, il dono di sé che salva tutti. Non può sfuggire che il nome dell’“ultima missione”, il “Project Hail Mary”, voglia dire “Ave Maria”, anche se si è preferito non tradurlo così, e che il protagonista umano, l’attore Ryan Gosling, di cognome nel film si chiami Grace, cioè Grazia. La citazione è più sportiva che di fede – nel football americano l’Hail Mary pass è il lancio lungo e disperato dell’ultimo secondo, quello che a calcio in oratorio chiamavamo il “tiro alla speraindio” – il fatto è che non appena si lascia il mondo, a bordo di un’astronave o con la fantasia letteraria, l’essere umano riesce più facilmente a vedersi per quello che è, contemplatore dell’Assoluto alla ricerca della firma in calce al disegno. Guardando le immagini della nostra casa comune inviate dalla missione Artemis in orbita attorno alla Luna, con l’emozione che restituisce questo sguardo umano sul Creato, possono nascere molte domande. Pescandone una a caso: perché le guerre?

Massimo Calvi
Avvenire, 8.4.2026

Giusto vietare i coltelli, ma la montagna non è la città

Da giorni la gente di montagna, quelli che in montagna ci abitano e quelli che in montagna ci vanno, spesso o qualche volta, gli escursionisti della domenica e anche solo «quelli del mercoledì» (sì, esiste un gruppo), discutono e chattano e si fanno domande intorno a una questione apparentemente marginale rispetto ai mali del mondo, ma in realtà di un certo peso: si può ancora portare con sé un coltello durante l’escursione? E, se sì, quale? E poi: dove tenerlo? In tasca? Nello zaino? In un fodero? La questione è molto più seria di quanto si possa credere. Il nuovo decreto sicurezza, il 23/2026, che è in attesa di conversione, introduce infatti limiti molto stringenti riguardo al porto di coltelli al di fuori della propria abitazione. Una stretta che a un certo punto è diventata necessaria, alla luce dell’aumento che negli ultimi anni si è visto quanto a diffusione di armi da taglio, soprattutto tra i minori delle città, quasi una moda urbana, e l’affiorare di una nuova emergenza fatta di risse e atti di violenza. L’ultimo caso di cronaca, il tredicenne bergamasco che ha accoltellato una professoressa all’interno della scuola, dice non solo di un possesso che spesso si pretende giustificato da (chissà quali) motivi di autodifesa, ma anche di un facile e precoce ricorso all’uso quando la violenza esplode, segno che la prassi del coltello è qualcosa di sedimentato per bene nelle sottoculture giovanili.

E fin qui ci siamo. Il decreto, dunque, impedisce di circolare con lame fisse affilate o appuntite più lunghe di 8 centimetri, a meno che non ci sia un giustificato motivo, ad esempio per lavoro, oppure con coltelli dotati di lama pieghevole se questa supera i 5 centimetri, e se può essere bloccata da un meccanismo, oppure si apre a scatto o usando una sola mano. Si rischia la reclusione fino a tre anni, multe fino a 10mila euro, e tra le pene accessorie anche la sospensione della patente di guida o del porto d’armi. Non sembra una norma irragionevole, anzi vien quasi da pensare come mai prima non si fosse stati altrettanto duri, dunque ben venga l’inasprimento. Fino a che non si disattiva la modalità urbana e si entra nella dimensione-montagna. Un cambio di scenario che non è da tutti, perché contano le passioni e gli stili di vita, ma quando ci si sposta su un sentiero che sale o in un bosco, ecco che le chiavi di lettura e i giudizi mutano radicalmente. In montagna un coltello è come il bastone o gli scarponi. Probabilmente non c’è un escursionista tra le migliaia che battono i 40mila chilometri di sentieri italiani che non abbia un coltello con sé. Serve a tagliare il pane, il salame, il formaggio d’alpe, a recidere una corda in caso di emergenza, a pulire i funghi, aiuta con la legna se si deve accendere un fuoco. A chi vive veramente in modo avventuroso e alpino un coltello serve a liberare un animale intrappolato o a salvarsi nel caso del morso di una vipera, a chi invece resta sul tracciato serve a immaginare di poterlo fare, utile anche solo per attendere la sera al rifugio, su un sasso, intagliando un ramo secco. Gli scout hanno il proprio nome inciso nel legno del manico, chiamarlo coltello è riduttivo.

In modo molto pacato e rispettoso il Club Alpino Italiano ha inviato una lettera al ministero della Giustizia, a Camera e a Senato chiedendo una deroga «per le attività escursionistiche, alpinistiche e di soccorso in ambiente naturale». Non ci sono solo ragioni pratiche o romantiche, il coltello in montagna è di fatto una dotazione di sicurezza, argomenta il Cai. Dal lato antropologico e geografico, invece, il decreto può essere letto come un’invasione culturale della città nei confronti della montagna: una norma perfettamente razionale in un contesto, che in un altro arriva a sfiorare l’insensatezza. Come ai tempi del Covid, quando i lockdown non distinguevano tra lo stare in metropolitana o l’andare da soli per boschi, in parete o sulle creste. La montagna non è un altrove innocente, ma la capacità di distinguere tra i luoghi e comprenderne le differenze è proprio ciò che aiuta a costruire ambienti sicuri ben oltre le regole e le norme. La cronaca, peraltro, offre narrazioni oneste: i coltelli feriscono e uccidono in strada, negli appartamenti, nelle scuole, sono rarissime le tracce di lame insanguinate in montagna, dove ci si fa male, e troppo ormai, ma in altro modo, spesso da soli, per imprudenza o sfortuna, e se proprio sono armi semmai compare un fucile. In attesa di chiarimenti, o di auspicabili deroghe, è bene attenersi al decreto. Un dato non statistico, ma utile alla riflessione, suggerisce che molto probabilmente chi accoltella, in montagna non ci va proprio. Anzi, se ci andasse, o se vi fosse stato portato da piccolo, magari con altri ragazzi, i genitori o gli amici del gruppo, con le dotazioni nel posto dove devono stare, sarebbe tutta un’altra storia.

Massimo Calvi
Avvenire, 2.4.2026

Meno figli, più soli: così la solitudine alimenta la crisi demografica

C’è una parola che rimane sottotraccia, cioè non è mai pronunciata ma se ne avverte l’indizio e il peso, nel rapporto Istat sugli indicatori demografici 2025, nel quale tra le tante cose abbiamo preso atto che in Italia sono nati 15mila bambini in meno rispetto all’anno prima, che il 37% delle “famiglie” in realtà non è una famiglia perché nella casa vive una persona da sola, e che l’unico vero primato che ci contraddistingue tra i 27 dell’Europa è quello del Paese più anziano, con un’età media di anni 47,1. La parola, dunque, è “solitudine”. Non c’è in realtà un indicatore che rilevi la percezione di isolamento degli italiani, ma per quanto le reti relazionali resistano, o ci si impegni per generarne di nuove, la traiettoria demografica che ci contraddistingue conduce inevitabilmente a un lento e progressivo aumento della solitudine. Si tratta di un destino comune a molte aree nel mondo, ma c’è un motivo di cui si parla ancora poco e che invita a non prendere sottogamba questo aspetto: la maggiore solitudine è una conseguenza dei cambiamenti demografici in atto, ok, ma a un certo punto arriva a dare vita a un circolo vizioso capace di produrre a sua volta effetti demografici, arrivando ad alimentarsi da sé stessa. Come? A spiegarlo bene è un saggio pubblicato a inizio 2026 sulla rivista Demographic Research, a firma di Hisrael Passarelli-Araujo, ricercatore in Demografia all’Università brasiliana del Minas Gerais, e nel quale si propone di incominciare a prendere scientificamente in considerazione nelle ricerche sulla popolazione il fattore delle connessioni sociali e delle interazioni tra le persone (The demography of loneliness: Rethinking social connections in population research).

Se si guarda ai grandi cambiamenti demografici globali, dal calo della fecondità all’aumento della speranza vita e all’invecchiamento, fino alle migrazioni, è chiaro che tutto questo abbia come conseguenza un aumento della solitudine: con meno figli che vengono al mondo e con le persone che vivono più a lungo, o con coppie meno stabili, le reti familiari si riducono e nel mondo sviluppato diventa sempre più comune vivere soli. Già oggi in Italia la famiglia media ha solo 2,2 componenti, in vent’anni i nuclei unipersonali sono aumentati di 11 punti, e quasi il 17% della popolazione della Penisola vive da sola. A questo si può aggiungere il ruolo delle migrazioni: un immigrato – in Italia ne sono entrati 440mila lo scorso anno – è spesso anche una persona sradicata dal suo contesto e che a causa della barriera linguistica può faticare a inserirsi nella nuova società. O l’urbanizzazione: andare a vivere nelle grandi città lasciando le campagne, nei contesti meno avanzati produce forme di segregazione residenziale, vedendo evaporare le antiche reti di relazioni.

Certo, “vivere” soli non significa necessariamente “sentirsi” soli, anzi questo fa una grande differenza, ma è indicativo che quasi una persona su quattro nel mondo abbia dichiarato a quelli di Gallup nel 2023 di sentirsi “molto” o “abbastanza” sola. Insomma, il problema c’è, e non incide solo sugli indicatori del benessere: la solitudine è contagiosa al punto da diventare una causa diretta di cambiamenti demografici e sociali. Parliamo delle nascite, ad esempio. I giovani che si sentono socialmente disconnessi possono incontrare più problemi a instaurare relazioni affettive, avere paura a diventare genitori perché avvertono la mancanza di reti di sostegno, o ancora essere vittime di un senso di precarietà che porta a posticipare il progetto di una famiglia, fino a rinunciarvi. La solitudine cronica, come rivelano alcuni studi condotti nei Paesi scandinavi, si associa poi facilmente a un minore desiderio di figli e al ritardo nella formazione di unioni di coppia, minando il passaggio alla genitorialità.

Si potrebbe qui aprire una riflessione su quanto della decisione sempre più ricorrente di non avere figli sia frutto di una scelta autenticamente libera, come si tende talvolta a dire con una nota di compiacimento, o non invece di condizionamenti negativi poco visibili e molto subdoli. Anche se la denatalità ha molte cause – il lavoro, il reddito, le politiche familiari, i costi delle case, la cultura … eccetera – la solitudine non si presenta solo come un sentimento privato, ma come un fattore capace di alterare la percezione intorno alla possibilità di diventare padri o madri, caratterizzandosi come un ulteriore freno alle nascite e al rinnovo della popolazione. Oltretutto, ci sono importanti differenze di genere: le donne, forse perché più consapevoli di quanto siano importanti le reti di relazioni e di cura per diventare madri, riportano livelli più alti di solitudine rispetto agli uomini. A parte questo, il problema è che il calo delle nascite fa crescere il rischio di rimanere soli nelle fasi successive della vita, quando si è anziani, e la famiglia si trasforma in una delle più importanti forme di cura e di integrazione sociale. La solitudine, quale fattore di stress, è considerato un acceleratore di declino fisiologico e predittore di morte prematura, come il fumo e l’obesità. Per questo, anche se ci siamo abituati al calo delle nascite, e a pochi sembra interessare ancora qualcosa, il fatto che nel 2025 in Italia siano nati 355mila bambini, 15mila in meno rispetto al 2024, dovrebbe farci riflettere e un po’ preoccupare.

Massimo Calvi
Avvenire, 1.4.2026

Lo smart working fa nascere più figli dei bonus. Perché impedirlo?

Dalle aziende private al pubblico impiego, la tendenza ormai è chiara: dopo cinque anni durante i quali il lavoro da casa si è diffuso ampiamente, la campanella da “ricreazione finita” ha incominciato a suonare un po’ ovunque. «Cari colleghi, è tempo di tornare in ufficio» è la frase emblematica di questo ciclo di riflusso (copyright: Antonio Filosa, ad di Stellantis) grido che riecheggia come un richiamo alla base e sembra delineare la fine di una stagione. Un dietrofront non sempre gradito, tanto che in alcuni contesti sono state avviate trattative sindacali e proclamati scioperi. Al di là di tutto, passare da una fase di espansione dello smart working a una ritirata senza un vero dibattito pubblico può non essere l'ideale. Soprattutto per un Paese come il nostro che sperimenta tante rigidità in fatto di conciliazione dei tempi del lavoro con quelli della famiglia e segnato da una crisi demografica da record mondiale. Il collegamento tra nascite e “smart” non è casuale: uno studio condotto da ricercatori della Stanford University, del King’s College di Londra e dell’Ifo tedesco ha dimostrato che il lavoro da casa può influenzare la fecondità in modo statisticamente significativo. Tra una coppia in cui entrambi i potenziali genitori hanno la possibilità di lavorare da casa e una a cui questa forma di flessibilità è preclusa, infatti, la differenza è di 0,32 figli in più per donna a favore della prima famiglia. A beneficiare del dividendo demografico maggiore, tra i 38 Paesi considerati dalla ricerca, sono gli Stati Uniti, dove lo smart working contribuisce per l’8,1% alla fecondità nazionale. A seguire ci sono il Canada (7,6%), la Corea del Sud (6,4%) e il Regno Unito (6,2%). In Italia e Giappone, invece, l’impatto del lavoro da casa è solo del 3,1% sul tasso di fecondità totale. Le differenze sono dovute alla maggiore o minore diffusione del lavoro da remoto, che nei Paesi "virtuosi" si avvicina al 40-50%, mentre in Italia riguarda solo una donna su cinque, o meno di un adulto ogni quattro. La ricerca stima che se il nostro Paese ampliasse la diffusione dello smart working al livello delle nazioni in testa alla classifica, nascerebbero 12.800 figli in più in un anno. Che sui 370mila venuti al mondo nel 2025 è un balzo di circa il 3,5%. Di fronte a queste cifre i ricercatori arrivano a vedere nel lavoro a distanza una risposta per contrastare il calo demografico, persino più importante dei sussidi governativi, grazie alla possibilità di conciliare meglio compiti domestici e incarichi di lavoro e di dividersi in modo più efficace tra padre e madre la cura dei piccoli. Un aspetto interessante riguarda la quantità di tempo da utilizzare: un solo giorno a settimana sarebbe sufficiente a produrre effetti sulla natalità, di più non serve.

Le ragioni per mantenere alta l'attenzione sugli effetti del lavoro da casa non si fermano qui. Uno studio condotto da una ricercatrice del Gran Sasso Science Institute (Jansen, 2025), di cui avevamo scritto lo scorso marzo, aveva rilevato che se anche uno solo dei componenti della coppia ha la possibilità di lavorare da remoto, le probabilità di pianificare una gravidanza aumentano del 40%. Altre ricerche hanno dimostrato un impatto significativo dell’impiego a distanza quanto a soddisfazione lavorativa delle donne (Esposito, 2024), o fatto capire che se si vogliono coinvolgere di più i padri nei compiti di casa e nella cura dei figli, il lavoro da remoto è molto più efficace rispetto alla semplice flessibilità oraria nell’ingresso o nell’uscita dall'ufficio, che di fatto si rivela ininfluente (Brega, 2025). Ovviamente, il lavoro da casa non è per tutti, e già questo restringe molto il campo in Italia, mentre gli aspetti problematici non devono essere trascurati: si pensi al possibile calo della produttività in alcuni contesti, al rischio di isolamento dei lavoratori “in smart”, a quanto la formazione dei giovani può risentirne, o alle difficoltà dei manager nel gestire gruppi di lavoro. Tuttavia, in uno scenario di figli che non nascono, e di cervelli che non restano, e di fronte a una nuova crisi energetica, la fretta di fischiare la fine dei giochi per il lavoro a distanza può far perdere un’occasione per riflettere meglio sulle strade che portano ad avere un Paese più moderno e competitivo.

Massimo Calvi
Avvenire 25.3.2026

Alle famiglie danesi non piacciono i nuovi congedi paritari

Si dice spesso che l’Italia "non è un Paese per madri", riferendosi agli ostacoli che rendono più faticoso che altrove, o meno agevolato nella parte che compete al pubblico, il percorso della maternità. A testimoniarlo sono tanti indicatori, dal tasso di fecondità tra i più bassi al mondo, ai dati sull’occupazione o le retribuzioni delle donne quando hanno figli. A voler essere onesti, non siamo nemmeno il Paese ideale per i padri, se ci si pone nella prospettiva di chi vorrebbe esserlo al meglio delle proprie possibilità e in un rapporto di coppia complice ed equilibrato. Per dire, le cifre sui congedi di paternità diffusi da Save the Children su dati Inps (su Avvenire ne ha scritto Elisa Campisi qui) raccontano di una grande fatica dei papà a conquistarsi il proprio spazio, anche perché le regole italiane non sono particolarmente generose, sebbene il governo Meloni sia già intervenuto per ampliare i giorni di permesso retribuito. Oggi chi diventa padre può contare su 10 giorni di congedo obbligatorio retribuiti al 100% dello stipendio, più altri 3 mesi facoltativi all’80%, mentre nei periodi restanti, fino a 7 mesi al massimo, si scende al 30% della retribuzione.

In Europa sono in tanti a fare meglio, e anche per questo dal centrosinistra è stata avanzata recentemente la proposta di estendere a 5 mesi anche il congedo di paternità obbligatorio, al 100% dello stipendio, parificandolo dunque con quello delle madri; proposta che è caduta per la mancanza di coperture economiche. Al di là del caso specifico, e del contesto italiano ancora abbastanza arretrato, la materia è delicata. Intervenire sui congedi, ad esempio, può aumentare il benessere dei genitori e delle famiglie, con molte ricadute in altri ambiti, economici e culturali, ma difficilmente avrà effetti diretti e immediati sulle nascite. Anche se, ovviamente, un contesto favorevole alle coppie con figli, quanto a disponibilità di tempo, è uno dei vari prerequisiti fondamentali per aiutare il desiderio di diventare genitori ad esprimersi liberamente.

Se la direzione dovrebbe essere chiara, a volte gli effetti di una riforma arrivano a superare le aspettative. In Danimarca, ad esempio, fino a quattro anni fa le coppie di genitori potevano disporre di 48 settimane di congedi post-parto, 2 settimane riservate ai padri e 46 alle madri, anche se 32 di queste erano liberamente “trasferibili” al papà. Dal 2022 il sistema è stato modificato portando a 11 settimane il periodo di congedo riservato ai padri, ben 9 in più, ma rendendo questo periodo non trasferibile alla madre. Se il padre non sta a casa, cioè, il tempo a disposizione viene perso. Anche la donna ora ha 11 mesi non trasferibili al partner, in un equilibrio perfettamente paritario. Di conseguenza, siccome le settimane totali sono rimaste 48, il periodo che i due genitori possono scegliere di ripartirsi come meglio ritengono è sceso da 32 a 26 settimane. Il caso danese può essere visto con invidia dalle coppie italiane, anche perché i congedi sono usufruiti praticamente al massimo della retribuzione, e raggiungere questo modello sembra un miraggio. L’effetto sulle famiglie della riforma ha in ogni caso prodotto una serie di risultati che meritano di essere conosciuti. A raccontarli è uno studio pubblicato lo scorso febbraio dal National Bureau of Economic Research, prestigioso istituto di ricerche statunitense con sede a Cambridge, nel Massachussetts (www.nber.org/papers/w34862).

Innanzitutto, nel primo anno del congedo il divario retributivo di genere si è ridotto del 34%, e il gap nelle ore lavorate del 33%. In tutto, dopo il congedo, la disparità tra i genitori danesi è scesa del 14%, soprattutto grazie al fatto che sono migliorati i guadagni delle madri. Un altro effetto è stato di tipo culturale, in senso chiaramente “progressista”, come emerso dalle opinioni espresse. Ad esempio, è risultata meno diffusa di prima la convinzione che la madre abbia un legame più forte rispetto al padre verso i figli, che sia indiscutibilmente meglio che le donne usufruiscano maggiormente dei congedi, che i bambini piccoli soffrano se la madre lavora a tempo pieno, o che l’allattamento al seno sia fondamentale. Secondo i ricercatori, più della metà della riduzione del divario salariale è dipeso proprio da questo cambiamento di mentalità. La riforma ha però avuto un effetto che non era previsto da chi l’ha pensata: i genitori oggi sono molto meno contenti di prima. La soddisfazione per le regole dei congedi in vigore, infatti, è crollata dal 90% al 50%. Come mai? Semplice: la mancanza di libertà di scelta, e il fatto che l’intervento è percepito da molti come eccessivamente “paternalista”. In tanti hanno infatti visto i periodi obbligatori come un’imposizione, dato che per estendere forzosamente il periodo riservato ai padri si è ridotto il tempo massimo del quale prima potevano beneficiare le madri che lo volevano. Un aspetto non di poco conto: diversi genitori hanno criticato la riduzione imposta del periodo disponibile per l’allattamento al seno e hanno detto di preferire in ogni caso che sia la madre a prendersi più tempo per stare con i figli quando sono piccoli.

Sarebbe un errore raccogliere questi spunti e catapultarli nel dibattito italiano, considerata la distanza che esiste tra Roma e Copenaghen in fatto di sostegni pubblici alla genitorialità e di congedi parentali. Un articolo scientifico pubblicato lo scorso anno sull'annuario dell'Istituto superiore di Sanità, analizzando i tanti ostacoli che limitano la diffusione dei congedi dei padri in Italia, spiega bene quanto invece il coinvolgimento paterno fin dai primi anni di vita del bambino favorisca il benessere cognitivo e relazionale dei figli. Ampliare questa possibilità, insomma, e favorire una cura della prole condivisa è doveroso e necessario. Le riforme che interessano la famiglia, però, dovrebbero essere in grado di fissare obiettivi di benessere, soddisfazione, e avanzamento civile, capaci di rispettare sempre la libertà delle scelte personali. E' un equilibrio delicato, una materia da maneggiare con cura. Se i padri hanno voglia di esserci (o di tornare in scena), il paternalismo del welfare potrebbe non essere l'approccio migliore.

Massimo Calvi
Avvenire, 19.3.2026