Bonus universale non per i ricchi, ma per le famiglie

Caro direttore,
ho letto con piacere l’ampia analisi di Massimo Calvi pubblicata su Avvenire del 24 ottobre 2017 sotto al l titolo «Un bonus per ogni figlio...». L’articolo trae spunto dalla proposta di Matteo Renzi di dare mille euro all’anno per ogni figlio. Trattandosi di proposta e sapendo come funziona la nostra politica , sempre a caccia di consensi, mi vien da dire 'bella idea', ma non troverà conferma nel nostro Sistema Paese. Ma non è questo il punto. Vorrei invece sottolineare, come fa Massimo Calvi, ciò che avviene normalmente in altre nazioni del nostro stesso continente: «Tutti gli Stati europei prevedono un child universal benefit, un assegno dato a ogni bambino a prescindere dalle fasce di reddito». Personalmente mi sono sempre chiesto perché anche in Italia questo non sia possibile e si preferisca invece 'perdersi' in astrusi metodi di calcolo per certificare la capacità contributiva della famiglia a cui poi attribuire l’eventuale beneficio economico. Il presupposto invece deve essere, come del resto avviene nel resto d’Europa, la composizione della famiglia in termini di figli. Ciò renderebbe tutto più semplice e chiaro per chi deve percepire il beneficio (le famiglie) e allo stesso tempo per chi lo deve elargire (lo Stato) sia in termini di previsione che di controllo. Certamente si obbietterà che così facendo anche i figli di Marchionne (ammesso che oggi sia fiscalmente nostro concittadino…) godranno del beneficio, ma non ritengo questa obiezione così determinante in riferimento a tutte le altre famiglie che Marchionne lo vedono solo alla televisione. Nella speranza che anche in Italia si provi a fare qualcosa di europeo... cordiali saluti.
Lorenzo Marin Piove di Sacco (Pd)

Gentile signor Marin,
la ringrazio e colgo volentieri lo spunto per tornare sulla questione di un assegno universale per i figli. Ogni Paese ha un suo mix di interventi a sostegno dei nuclei con prole, tra aiuti monetari diretti, sconti fiscali, servizi. L’Italia è tra le nazioni che in Europa e nell’area Ocse destinano alla famiglia meno risorse in rapporto al Pil e che spendono meno in aiuti diretti. La spesa totale si aggira sul 2% del Prodotto interno lordo, sotto la media Ocse (2,5%), e molto meno di Regno Unito, Danimarca, Francia, Svezia e Germania, che viaggiano tra il 3 e il 4%. Anche in fatto di sostegni 'cash' la spesa è bassa, circa lo 0,8% del Pil, la metà dei Paesi sopra citati. In Italia, inoltre, l’assegno per i familiari a carico decresce in base al reddito dei lavoratori dipendenti (non va agli autonomi): già oltre i 1.300 euro di reddito familiare l’importo diventa minimo, fino ad annullarsi per il ceto medio; in Francia, Germania, Danimarca, Regno Unito, Svezia, Belgio, Austria, Olanda… il 'benefit' è uguale per tutti. Ma come si giustifica un bonus universale? Una politica pro famiglia che allinei l’Italia ai Paesi più virtuosi dovrebbe puntare ad aumentare le risorse complessive avvicinandole almeno alla media Ocse e poi migliorare il mix dei sostegni: più risorse ai poveri (incrementando la dotazione per il Reddito d’inclusione); più servizi gratuiti (asili, trasporti… etc.); una riforma fiscale che avvantaggi chi ha figli a carico nella direzione del Fattore famiglia; un assegno universale per ogni figlio. L’idea che almeno una parte del mix di sostegni sia distribuita senza condizioni con uno strumento semplice e chiaro può servire a trasferire l’immagine di una nazione che riconosce il valore di 'tutti' i figli, attribuendo un merito a 'tutti' i genitori che li crescono. Una sfida anche culturale, che pone al centro la famiglia, senza distinzioni tra ricchi, poveri, evasori, disoccupati, dipendenti, autonomi, precari, partite Iva o altro. L’Italia senza assegno universale è il Paese in cui chi ha prole diventa (economicamente) più povero rispetto a chi non ne ha. Questo accade perché c’è ancora chi sostiene che un single o un pensionato che guadagnano 1.400 euro al mese hanno più bisogno di un padre o di una madre che ne guadagnano 1.700. Non si diventa genitori per i soldi che concede uno Stato – i tassi di natalità nel mondo non seguono sempre i benefit – ma un contesto culturale 'family friendly' si promuove anche così. Porre limiti di reddito per escludere i contribuenti super-ricchi come i top manager o i big del calcio è giusto. Il problema è che questa argomentazione è sempre stata una scusa per tagliare fuori non i 'Paperoni', ma le famiglie del ceto medio e mediobasso. Quelle che pagano le tasse, alimentano il welfare, e che quando hanno figli vedono lo Stato voltarsi dall’altra parte.

Massimo Calvi
Avvenire 31.10.2017


Bonus famiglie, ecco cosa serve e cosa no

Mille euro all’anno per ogni figlio minorenne, 80 euro al mese. È la proposta che il segretario del Pd Matteo Renzi ha avanzato nell’intervista ad "Avvenire" domenica 22 ottobre. Il profilo elettorale dell’idea è palese, ma questo non ne sminuisce il significato. Anzi. In politica tutto è annuncio, ma una volta che le promesse sono sul tavolo incominciano a vivere. Dunque, come prendere questa novità? Cosa significa? È realizzabile? In che modo? Con quali rischi e quali opportunità? Proviamo a capirlo.

Un bonus choc
L'idea di un assegno fisso per ogni figlio non può essere che salutata con favore. Già tre anni fa su queste pagine avevamo sostenuto che il bonus da 80 euro, introdotto nel 2014 dal governo Renzi appena eletto, avrebbe dovuto essere convertito in un assegno universale ai figli minorenni. Perché? Perché i costi sarebbero stati simili, ma l’impatto sociale e culturale decisamente diverso. Il bonus attuale costa circa 9-10 miliardi di euro annui e arriva a 11 milioni di lavoratori dipendenti con reddito tra gli 8 e i 24mila euro (fino a 26mila euro si ricevono frazioni del bonus). È andato a persone con reddito medio-basso, non a poveri e incapienti, ed è stato corrisposto pure a persone che vivono in famiglie benestanti o che non hanno carichi. Anche i minorenni in Italia sono 10 milioni, dunque se si vuole fare un paragone, i costi sarebbero sostanzialmente identici. Con la differenza che per i consumi un bonus-figli dovrebbe avere una resa migliore di quella che è stata registrata con il contributo attuale. (La ricerca della Bce sul bonus 80 euro)

Il nodo delle risorse
I confronti valgono fino a un certo punto. Il leader del Pd ha accettato la sfida di puntare sui figli e le famiglie, e ha lasciato capire che ha in mente un’elargizione aggiuntiva. Dunque la questione diventa: dove trovare le risorse? Renzi ha ipotizzato di introdurre limiti di reddito, così da escludere le famiglie ricchissime e risparmiare. Il problema è che oltre i 60mila euro di reddito lordo, cioè circa 3.000 euro netti al mese, in Italia c’è solo il 3,5% dei contribuenti. È dura da accettare, ma è così. Per spendere molto meno di 10 miliardi bisognerebbe escludere di fatto tutto il ceto medio che paga le tasse. La vera partita politica, insomma, si gioca in Europa, nella direzione che mira a superare il rigore del Fiscal Compact e ottenere maggiori margini di spesa in deficit. È una strada. Il punto critico, per un paese ad alto debito, è l’opportunità di un investimento sulle giovani generazioni trasferendo i costi sul futuro.

Mettere ordine nella giungla
L'idea del bonus-figli ha il merito di movimentare finalmente il dibattito politico sui sostegni alle famiglie in Italia. Una scossa salutare. Che se da un lato pone il centrosinistra un passo avanti rispetto al centrodestra, genera qualche necessità di chiarimento all’interno del Pd. Un ulteriore bonus andrebbe a infoltire quella che appare sempre di più come una giungla di micro sostegni, tanto dispersiva quanto poco efficace. Oggi le famiglie, con diversi limiti di reddito o condizione, possono contare su: bonus bebè (1.000 euro per 3 anni), bonus mamma domani (800 euro una tantum), bonus asilo nido (1.000 euro), bonus baby-sitter (600 euro), bonus 18enni (500 euro). Oltre a questo, ci sono gli aiuti storici, per quanto limitati: le detrazioni per i minori (10,5 miliardi), non riconosciute agli incapienti, gli assegni al nucleo familiare per lavoratori dipendenti e pensionati (6,5 miliardi), l’assegno a chi ha 3 o più figli (800 milioni).
La necessità di fare ordine è evidente. In questa direzione va il disegno di legge che porta il nome di Stefano Lepri e che, proprio riorganizzando detrazioni e assegni, arriverebbe a prevedere 200 euro al mese per ogni figlio fino ai 3 anni, 150 dai 3 ai 18 e 100 dai 18 ai 25 anni. Tuttavia i limiti di reddito sono ancora da definire. Il nuovo intervento da 80 euro al mese come si pone rispetto a tutto questo?

Prima aiutare i più poveri
L'idea di un bonus più o meno universale pone un tema di equità molto forte. In Italia oggi è più che mai necessario riuscire a convergere sull’idea che una cosa sono gli aiuti ai poveri, un’altra gli aiuti alle famiglie. Aver confuso i piani per anni ha generato un sistema di welfare che non aiuta i più bisognosi, mette l’Italia in coda a tutte le classifiche in termini di sostegni alle famiglie e avvicina alle soglie di povertà soprattutto chi ha bambini da crescere. Per questo se si parla di nuove risorse è necessario risolvere prima la questione-poveri. Il Reddito di inclusione sociale introdotto grazie al lavoro dell’Alleanza contro la povertà, ha bisogno di altri 5-6 miliardi per coprire tutti i 4,6 milioni di poveri assoluti. E, come chiede il Forum delle famiglie, se calibrato con il principio del Fattore famiglia alzerebbe ulteriormente il tasso di equità della misura.

Aiutare il ceto medio
Il concetto di un assegno universale contemplato dal bonus proposto da Renzi è una novità importante per l’Italia. Economica e culturale. Tutti gli Stati europei prevedono un child universal benefit, un assegno dato a ogni bambino a prescindere dalle fasce di reddito. È importante, perché trasferisce l’idea che i figli sono un valore pubblico a prescindere. E fa cultura. In Francia il governo Macron sta valutando di limitare i generosi assegni familiari a chi guadagna più di 8.500 euro lordi al mese e l’Unione nazionale delle associazioni familiari ha contestato duramente questo tentativo in quanto aprirebbe una strada pericolosa. L’Italia ha il problema opposto. Il sistema di assegni familiari nel nostro Paese concede sostegni analoghi a quelli delle nazioni più avanzate se si tratta di redditi bassi, ma diventa irrilevante quando si arriva al ceto-medio. È un problema noto agli esperti. Le famiglie italiane con reddito medio sono quelle che più si impoveriscono in Europa se hanno figli da mantenere. Uno studio del demografo Giancarlo Blangiardo presentato alla recente Conferenza per la famiglia ha messo in luce come una coppia di genitori entrambi lavoratori di fascia media o medio-alta si trova ad avere un reddito che scende al 60-70% di quello percepito, sia che non abbia figli sia che ne abbia 3 o 4; in Francia, Svezia o Gran Bretagna invece il reddito disponibile aumenta molto al crescere della prole, in Francia fino al 90%.

I soldi (forse) non portano figli
Ora che Renzi ha finalmente lanciato il sasso, occorre mettersi d’accordo su una questione decisiva: perché un bonus-figli? Per tentare un’opera di redistribuzione fiscale a favore di chi si fa carico del futuro, oppure anche per affrontare l’emergenza demografica? La domanda è decisiva, in un Paese col tasso di fecondità tra i più bassi al mondo, 1,34 figli per donna, perché sarebbe un errore gravissimo pensare che i trasferimenti economici portino più figli. La fecondità dipende molto più da fattori culturali (e spirituali) che economici. Un bonus-figli netto può aiutare a formare una nuova cultura, grazie all’impatto simbolico che può avere. Ma non basta. Più di bonus e assegni, a favorire la natalità sono fattori come il riconoscimento sociale del valore della famiglia, del matrimonio, la possibilità di conciliare lavoro domestico e lavoro fuori casa, l’assenza di barriere per le donne che dopo il parto rientrano al lavoro, un contesto professionale in cui chi ha figli non è lasciato solo, carriere che non escludono la possibilità di una famiglia, il supporto delle comunità, città non ostili ai bambini.
Se si vuole influire sulla dinamica demografica con contributi economici, a maggior ragione in un contesto di individualismo diffuso, allora servono molti, ma molti soldi. Gli studi internazionali sui trasferimenti diretti legati ai figli dicono che l’effetto nel medio periodo di un bonus è limitato e non evidente. Una ricerca dell’università di Erlangen-Norimberga sugli incentivi introdotti nel 1996 in Germania – 185 euro al primo e secondo figlio, 190 per il terzo... – mostra che le misure non hanno prodotto effetti sulle coppie a basso reddito, mentre hanno spinto le coppie più agiate ad avere il secondo figlio. In Francia il "quoziente familiare" ha inciso sui tassi di fecondità e sui matrimoni proprio per la sua caratteristica di regressività fiscale, cioè resta legato al reddito. Quanto alle cifre, uno studio della Columbia University sul caso francese ha calcolato che 0,3 punti di Pil spesi in benefici fiscali incondizionati incrementano la fecondità totale di 0,3 figli per donna. L’Italia è pronta?

Massimo Calvi
Avvenire 24.10.2017
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La provocazione necessaria del bike sharing a flusso libero

Apoche settimane dallo sbarco in Italia, avvenuto a fine estate, il sistema di biciclette condivise "a flusso libero" ha già acceso il dibattito. Stiamo parlando delle bici argento-arancione di MoBike e di quelle gialle di OfoBike, i due colossi cinesi che dopo aver invaso con i loro mezzi centinaia di città nel mondo, sono approdate anche a Milano, Firenze e in altri comuni minori. La novità consiste nel fatto che le bici si trovano un po’ ovunque in giro per la città, possono essere localizzate e sbloccate con una "app" dello smartphone, usate il necessario e poi parcheggiate dove si preferisce. Il prezzo del noleggio è molto basso, dai 30 ai 50 centesimi ogni mezz’ora, e il pagamento avviene tramite la carta di credito collegata all’applicazione. Milano ha raggiunto un accordo per 12mila mezzi (che si aggiungono alle 4.650 bici di BikeMi), Firenze per 4mila, e sono già moltissimi gli utenti soddisfatti, per non dire entusiasti; tanti cittadini, tuttavia, hanno incominciato a lamentarsi per un nuovo tipo di caos che sta interessando gli spazi urbani. Molte biciclette vengono vandalizzate, rovinate, parcheggiate selvaggiamente sui marciapiedi o nei posti riservati alle auto, gettate nei canali, come avvenuto nel Naviglio a Milano, o persino appese agli alberi. I social network sono pieni di immagini e di video che denunciano le situazioni più assurde. Tanto che gli operatori hanno deciso di incominciare a sanzionare gli utenti indisciplinati aumentando loro le tariffe.
Chi conosce la storia del bike sharing sa che un tasso minimo di "disordine" e di libertà è iscritto nel suo Dna. I primi mezzi condivisi, in fondo, sono state le "biciclette bianche" diffuse ad Amsterdam nel 1965 dal movimento anarchico Provo (stava per Provocatori), una delle tante manifestazioni alternative di quegli anni che ha contribuito formare una cultura e a trasformare l’Olanda nella patria della mobilità leggera e delle piste ciclabili. Avverrà lo stesso anche in Italia, oppure la situazione è destinata a sfuggire di mano? La cosa certa è che la diffusione del bike sharing a flusso e parcheggio libero è già realtà. Ci sono forti ragioni economiche a far pensare che nei prossimi anni assisteremo a un boom. MoBike, il principale operatore al mondo, conta più di 30 milioni di bici sparse in 180 città ed è valutato 3 miliardi di dollari. OfoBike, che nasce come startup del colosso cinese del commercio elettronico Alibaba, con quasi 8 milioni di bici e 20 milioni di utenti, è stata valutata 1 miliardo di dollari. Voci di mercato riferiscono di una possibile fusione tra i due operatori. Strategie aziendali a parte, molti grandi fondi internazionali stanno investendo grosse somme in questo settore. Su MoBike hanno puntato giganti come Tencent e Sequoia Capital, Ofo ha alle spalle realtà come Hony Capital e Dst Global. Nella Silicon Valley, a testimonianza di quanto interesse ci sia, è nato un concorrente a stelle e strisce, LimeBike, sul quale diversi fondi di venture capital, tra cui Coatue Management e Franklin Templeton, hanno iniettato 50 milioni di dollari.
Ma fanno guadagnare così tanto le bici condivise a flusso libero? In realtà ciò che interessa, al momento, non sono i guadagni che si possono fare, ma le informazioni che si possono ottenere: l’uso delle bici avviene tramite un’applicazione per smartphone collegata a una carta di credito e a un localizzatore Gps. Ingredienti perfetti per poter disporre di informazioni interessantissime, che riguardano soprattutto utenti molto giovani. Dati che nell’economia di internet rappresentano una miniera d’oro. Dunque, più bici si mettono in giro, meglio è. E poco importa se qualche mezzo viene distrutto: in una produzione su così larga scala i costi sono veramente marginali. Per molti aspetti la vicenda ricorda quella "previsione di utili futuri" che aveva spinto a gonfiare e giustificato la bolla della new economy a cavallo del millennio. Come è emerso in una conferenza organizzata da Bikeitalia.it, per fare affari un servizio di bike sharing tradizionale con i parcheggi fissi ha bisogno di mettere in strada una bici ogni mille abitanti, quello a flusso libero all’incirca una ogni dieci. In una città di un milione di persone, cioè, il sistema "free floating" avrebbe bisogno di 100.000 mezzi.
I grandi numeri spaventano. L’effetto giungla ha spinto a porre dei limiti anche in molte città cinesi, dove tutto è nato. Pechino, con 2 milioni di bici condivise su 21 milioni di abitanti, ha deciso di bloccare l’ingresso di nuovi operatori e predisporre aree di parcheggio nel tentativo di mettere ordine nelle strade. Così anche Shanghai, 1,5 milioni di bici, quasi una ogni 16 abitanti, che come altre località ha dovuto fare i conti con i mezzi abbandonati dagli operatori falliti. Ad Amsterdam, paradiso delle due ruote, le bici a flusso libero appena introdotte saranno probabilmente bandite. A Manchester i tanti atti di vandalismo hanno spinto a pensare di revocare i contratti.
Le bici a flusso libero, proprio per l’elevato tasso di libertà che incorporano, raccontano molto di noi, delle contraddizioni e delle virtù di una città. Benché il contratto vieti di sconfinare, ad esempio, a Milano gli utenti hanno infranto immediatamente il perimetro urbano e definito il vero contorno dell’area metropolitana, diffondendosi in tutto l’hinterland, da Corsico a Sesto San Giovanni, da San Donato a Cinisello Balsamo. Ed è quasi impossibile alzare muri: i sindaci che non le vogliono se le ritrovano in casa lo stesso, col paradosso che i proventi, 30 euro ogni bici, li incassa solo il capoluogo. Ma non è tutto oro. Le mappe sullo smartphone indicano che molti mezzi sono stati sottratti, chiusi in garage o aree condominiali, lucchettati per un uso privato. E si vedono bici già distrutte, oppure abbandonate, messe a intralciare il passo sui marciapiedi. MoBike e OfoBike sostengono che l’uso non conforme sia poca cosa, nella media, tra l’1 e il 3% delle bici. La cultura della condivisione ha ancora molta strada da fare, così come quella del rispetto di ciò che è reso pubblico.
Ma c’è qualcosa d’altro che si può leggere nelle polemiche sulla giungla del bike sharing. Una popolazione che mostra di non sopportare il "disordine" su due ruote rivela anche di essere assuefatta in modo preoccupante al caos dei veicoli a motore. Auto e furgoni sono realmente parcheggiati ovunque, sui marciapiedi, in seconda e terza fila, sulle strisce pedonali, sulle piste ciclabili. E quando si muovono, a differenza delle biciclette, inquinano. Eppure a scatenare le polemiche è il caos marginale delle due ruote. Forse l’inciviltà di chi sta abusando del bike sharing, come gli atti di vandalismo, derivano da una cultura arretrata in termini di mobilità sostenibile, e non a caso si dimostra particolarmente violenta dove la mobilità è già molto difficile ed è più complicato sperimentare il beneficio di potersi muovere pedalando. La domanda, allora, è se questa sorta di "anarchia" delle due ruote libere e condivise, che con tanti vantaggi sta generando anche qualche problema, non sia un male iniziale necessario per aiutare a far nascere, con nuove abitudini, anche una nuova cultura. In attesa di scoprirlo può essere utile rendere gli operatori più responsabili dei problemi che i loro mezzi provocano in seguito a un uso scorretto. La pedalata è solo agli inizi.

Massimo Calvi
Avvenire 21 ottobre 2017
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