Ci stiamo facendo troppi problemi sull'avere figli?

Sono molte le ragioni che spingono le persone a non volere figli. Ogni volta che ci si trova a commentare dati sul declino delle nascite o sulle intenzioni di fecondità, come è stato ancora in questi giorni dopo la pubblicazione di un’indagine Istat, è naturale confrontarsi con l’elenco dei tanti buoni motivi che spiegano il declino demografico. Ci sono le questioni economiche, quelle legate alla carenza di servizi, la penalizzazione delle donne circa le prospettive di carriera, il carico maggiore che grava sulle madri, il deficit di cura verso la maternità, i nuovi stili di vita, le incertezze circa il presente e il futuro, tra lavori instabili e sottopagati e mercati immobiliari. E poi c’è il grande tema della narrazione della genitorialità, cioè del racconto pubblico e privato attorno al fatto di avere figli oppure no che viene rappresentato alle nuove generazioni, e qui può rientrare anche il contributo negativo dei social network, se è corretto incolparli di favorire isolamento e ansie.

Sono tutte questioni estremamente serie, meritano di essere analizzate a fondo una per una, come già si fa, anche quelle dimenticate, ma di fronte all’ampiezza e alla complessità della questione la voglia è di razionalizzare e semplificare, tentare sintesi estreme. È chiaro in effetti che le “scuse” per non avere figli sono infinitamente molte di più di quelle che invitano ad averne, se il confronto è tra mille paure possibili e un semplice istante di perdita di controllo. Forse è proprio questo l’equivoco: pensare che la faccenda della genitorialità abbia a che fare con la ricerca e la programmazione della felicità. Non (per tutti) è così. Cioè in genere non si diventa genitori per essere felici, più spesso accade perché lo si è già, e lo si è in due e nello stesso preciso momento, condizione che favorisce il reciproco abbandonarsi. Dopo, il terreno sul quale procedere può cambiare significativamente, in una disputa non ben risolta tra felicità e senso della vita.

Ma torniamo al bisogno di semplificare. Perché è vero che la narrazione, o le narrazioni, sulla maternità/paternità contano, e chissà se più dei sostegni economici o dei servizi di cura e altro, anche se proprio le carenze di aiuti e denaro sono le prime richieste segnalate dai mancati e potenziali genitori. Il fatto è che se si insiste nel raccontare, ad esempio - essendo al centro del dibattito soprattutto le donne (si veda Laura Pigozzi, Non solo madri, Raffaello Cortina; o Alessandra Minello, Senza Figli, Laterza) - che la maternità è tutta rose e fiori, poi si corre il rischio di tradire le attese, ma se si vuole enfatizzare l’altra parte del racconto, la più oscura, il pericolo è di tradire e basta. Dovremmo chiederci, allora, nello scontro tra narrazioni: meglio trovarsi pentite di avere avuto figli, o di non averne avuti?
Per i maschi è, solo in apparenza, più semplice. Tra l’altro, l’indagine Istat mostra un dato che dice tanto del carico successivo: le donne che diventano madri hanno un po’ meno desiderio di prole rispetto a prima della maternità, i maschi, invece, quando nascono anche come padri, cambiano prospettiva e ne vorrebbero ancora di più di bambini. La questione dunque non è se diventare genitori sia faticoso, impegnativo, o persino limitante. Certo che lo è: essere madri o padri è comunque faticosissimo, pure se si rimuovessero tutti gli ostacoli. Ciò che andrebbe detto, semmai, liberati dal dilemma esistenziale frutto della mitizzazione di carriera e tempo libero, è che diventare genitori è un po’ come andare in coppia a scalare le montagne, o affrontare in bici una lunga salita, o sciare lungo un pendio di neve non battuta, o alzarsi la mattina presto per andare a correre al parco. Nessuno dice che non sia faticoso, o privo di rischi. In genere però ne vale la pena.

Massimo Calvi

Avvenire.it 24.12.2026

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Più che ascoltare i giovani, serve esserci per loro

Da qualche tempo, non da poco a dire il vero, quando si parla di questioni giovanili una delle argomentazioni più ricorrenti riguarda la (scarsa) capacità di ascolto da parte degli adulti, si tratti di genitori, istituzioni, politica o società in generale. “Dobbiamo ascoltare i giovani”, si afferma, e se già un po’ lo facciamo, allora servirebbe farlo “di più” e “meglio”. C’è tanto di vero in tutto questo, però l’impressione è che più ci diciamo che i giovani vanno ascoltati, e più i giovani – e non solo perché nel frattempo crescono e vengono rimpiazzati da altri – sembrano sfuggire ai tentativi di comprensione, perché si chiudono ancora di più, o perché le loro istanze si radicalizzano. Generalizzare non si deve, è chiaro che l’universo dei giovani non può essere racchiuso in una scatola, ma se c’è un racconto mediatico attorno a loro, è con questo che ha senso confrontarsi. E la narrazione condivisa ripete che i giovani non li si ascolta abbastanza. Forse allora, considerato il fallimento dei tentativi, si potrebbe provare a modificare lievemente l’approccio e pensare che prima sarebbe utile incominciare ad ascoltare noi stessi, cioè noi grandi, o vecchi se si vuole, e poi chiederci se più che “ascoltare” i giovani non sia importante innanzitutto “esserci” per i giovani, cioè i nostri figli, i loro amici.

Ma cosa significa ascoltare noi stessi? Essenzialmente tentare un onesto confronto come generazione con la responsabilità del presente, per chiarire se esistono almeno un paio di punti fermi e accordarsi tra noi adulti intorno a cosa sia bene e cosa no. Perché ci si può disporre con apertura verso le ragazze e i ragazzi e la direzione dei loro tragitti, ma poi se non si è in grado di fissare un orario per metterli a letto o per il rientro a casa, tutto diventa difficile. Ascolto e comprensione sono concetti simili, ma fioriscono se il terreno è ricco di confronto e dialogo. Ora, c’è ancora qualcuno là fuori capace di essere un esempio, in questo? In un momento in cui alla libertà di parola si sta sostituendo la libertà di mettere a tacere le parole altrui, dai social, agli eventi, alle redazioni dei giornali? Più che ascoltare i giovani, forse si deve ricominciare dall’esserci, per i giovani. Che non significa, come un po’ semplicisticamente ritiene qualcuno, avere ancora la mamma sempre a casa, ma far capire loro che una casa c’è – dove, se possibile, costruire buoni e sacri ricordi – una famiglia c’è, e fuori dalla porta c’è anche una comunità che non si volta dall’altra parte commentando ogni volta che in fondo, cosa sarà mai, sono ragazzi, no? Esserci significa mettere innanzitutto una distanza, perché i giovani devono parlarsi e ascoltarsi per prima cosa tra di loro, sapendo che poi, se proprio serve, c’è anche l’adulto, ma, appunto, un adulto, non un altro giovane insicuro e soltanto un po’ più vecchio. Ascoltare non è aprire le orecchie, ma far arrivare la voce alla coscienza. In questo senso può far luce il contesto ecclesiale, dove, anche qui, da più parti, si riflette sulla capacità di porsi in ascolto delle nuove generazioni e del loro bisogno rinnovato di spiritualità, salvo poi dover prendere atto di quanto le figure che dovrebbero ascoltare siano sì autorevoli, e capaci di coinvolgere, ma numericamente sempre più rare. O a corto di tempo, ovvero la condizione fondamentale dell’esserci nel bisogno. Insomma, se la vocazione alla presenza è in crisi, incominciamo ad occuparlo bene questo spazio vuoto, e con la forza morale che il ruolo richiede. Il resto verrà.

I giovani devono ascoltarsi soprattutto tra loro, tra maschi, tra femmine, e anche di più tra maschi e femmine, mentre quello che purtroppo si vede è una maggiore fatica al confronto e alla comprensione reciproca, tra mondi sempre più pericolosamente monadi. È questa incomunicabilità generazionale, che dalle aule di scuola sembra riproporsi nelle piazze, nella radicalizzazione delle posizioni ovunque, nella difficoltà a riconoscere e poi a tutelare i presìdi della democrazia, a doverci preoccupare. In un tempo in cui non è difficile scorgere fame e affamati, anche di giustizia, l’urgenza diventa parlare di cosa è bene e di cosa è male, non di cosa è destra e cosa è sinistra. Il compito dei giovani non è così difficile, è quello dei grandi, e dei genitori, a essere diventato terribilmente impegnativo.

Massimo Calvi

Avvenire, 10/12/2025

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